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giovedì 31 dicembre 2020

BIlancio 2020 accesso al Blog

 


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domenica 20 dicembre 2020

sabato 5 dicembre 2020

1944. La guerra di liberazione all'estero Grecia Creta

 

A Creta, all’inizio del 1944 il quadro generale della situazione dei soldati italiani era sostanzialmente mutato rispetto a quello delineatosi all’indomani della fine dei combattimenti nell’autunno del 1943. Erano ancora in vita le due organizzazioni create nel novembre del 1943 create dal S. Ten Riccioni, il fronte italiano clandestino, che operava fra i soldati italiana aderenti ed “i franchi tiratori”, composto da soldati italiani non aderenti datisi alla macchia. Entrambe le organizzazioni erano dedite alla raccolta delle informazioni e quindi in contatto con ufficiali di collegamento alleati presenti sull’isola, ed al sabotaggio.

I Tedeschi avevano provveduto a trasferire il maggior numero di soldati italiani non aderenti in continente, secondo gli ordini di Berlino, basati sulla necessità di avere mano d’opera in Germania. Nella tarda primavera del 1944 significative aliquote di forze tedesche furono trasferite da Creta bella Grecia continentale; fu questo uno dei motivi per cui il Comando tedesco concesse magnanimamente una interessata amnistia ai soldati italiani “franchi tiratori”. Le forze tedesche passarono da 10/12.000 uomini a una consistenza di 4/500 uomini. Fu costruito un perimetro difensivo di 20 km con epicentro La Canea, che formò un unico caposaldo, mentre il resto del territorio fu abbandonato dai tedeschi. Nel mese di settembre il S. Ten Riccioni ha alle sue dipendenze circa 400 uomini armati e pronti all’azione; emergono come per il resto della Grecia le difficoltà, ovvero elementi della resistenza greca e la stessa popolazione di Creta vedono negli italiani non combattenti contro i tedeschi, ma solo ed ancora come occupatori e le lor azioni vengono interpretate come un nuovo modo per poi riprendere il potere a Creta. In questo quadro, anche per il fatto che ormai il numero dei soldati italiani in armi aveva raggiunto le oltre 2000 unità, anche in virtù delle pressioni della Missione Alleata, fu creato l’Ufficio Raccolta Italiani Liberi in Creta che ebbe il compito di raccogliere tutti gli i militari italiani che vagavano per l’isola ed evacuarli in continente il più presto possibile. Questa azione diede i suoi frutti e nel mese di dicembre 1944 ci furono i primi due imbarchi con destinazione Alessandria d’Egitto. Creta fu dichiara nel settembre 1944 “piazzaforte” come Rodi e Lero. La presenza di militari italiani aderenti rimaneva consistente dando vita ad una terza fase che si concluderà solo con la fine della guerra. I soldati italiani aderenti, che inizialmente erano stati frammischiati ai reparti tedesco, nel settembre 1944 furono su decisione dei tedeschi raggruppati in un’unica unità interamente italia, che fu definita la “Legione volontari”, su tre battaglioni, che si affiancava alla Legione della M.V.S.N. che aveva aderito nei giorni armistiziali. In totale 3-400 uomini a cui dovrebbero essere sottratti tutti coloro che furono “depurati” e quindi andarono a ripopolare i campi di concentramento lasciati vuoti dagli I.M.I.  a suo tempo trasportati in continente. La “Legione” fu oggetto dell’attività dei “franchi tiratori”, come vedremo per tutti i mesi del 1945 fino alla fine della guerra

 

Nelle misure preventive per lo sgombero dell’area balcanica in relazione all’andamento delle operazioni sia ad oriente che in Grecia, i tedeschi progettarono misure per ritirare il maggior numero di propri soldati dalle isole dell’Egeo, mentre, data le difficoltà dei trasporti marittimi ed aerei inizialemnte di larga massima diedero ordini di non trasportare i soldati non aderenti che dovevano essere lasciati sul posto. Nella seconda metà del 1944 quando l’ordine di sgombero divenne attuativo, fu dato orine di non trasportare in continente anche gli aderenti, e tale ordine divenne tassativo nel settembre-ottobre 1944. Nel 1944 la Wehrmacht sgomberò le isole greche nelle date segnate tra parentesi: Lesbo e Chio (11 settembre) Zacinto (12 settembre) Cefalonia (13 settembre) Simi (26 settembre) Corfù (30 settembre) Samo (-1 ottobre) Stampalia (2 ottobre) Nisiro e Scarpanto (6 ottobre) e Lemno (18 ottobre). Per inciso i porti principali di arrivo dalle isole greche erano Atene e Salonicco. Quando a fine ottobre 1944 si rese necessario sgombrare anche Salonicco non fu più possibile recuperare i soldati tedeschi di Creta, Rodi e Lero. Queste isole furono dichiarate “piazzeforti” con l’ordine di difendersi fino all’ultima cartuccia. Rimasero così a Creta 11.828 tedeschi e 4737 italiani; a Rodi 6356 tedeschi e 4097 italiani, a Lero 3228 tedeschi e 809 italiani, a Coo 1116 tedeschi e 611 italiani e a Calino 193 tedeschi ed 1 italiano. Nelle isole greche, all’indomani della ritirata tedesca, nell’autunno del 1944 erano rimasti circa 10255 soldati italiani, dei quali 7455 aderenti e circa 2800 non aderenti.

lunedì 30 novembre 2020

Partigiani Fiamme Verdi 2

 di Alessia Biasiolo




Gastone Franchetti (Garfagnana 1920, Bolzano 1944). Arrivato sul Garda con il padre impegnato nella costruzione della Strada Gardesana Occidentale, fu tenente degli Alpini. Dopo l’8 settembre entrò nella Resistenza, tra le Fiamme Verdi, con il nome di battaglia di Fieramosca dove si dimostrò un abile organizzatore dei reparti. Arrestato il 28 giugno 1944, venne processato dal Tribunale militare tedesco di Bolzano e condannato alla fucilazione il seguente 29 agosto.

 

Luigi Masini (Firenze 1889, Bergamo 1959). Medaglia d’Argento al Valor Militare durante la prima guerra mondiale, nel 1926 viene trasferito dalla Fanteria al 5° Reggimento Alpini per poi avere l’incarico di direttore della Scuola di Specializzazione alpina di Aosta. Tenente colonnello, non essendo allineato con il regime fascista, viene trasferito al lavoro d’ufficio. Promosso generale, già nel 1942 entra in contatto con la Resistenza nella quale si trasferisce definitivamente dopo l’8 settembre 1943. Nelle Fiamme Verdi assume il nome di battaglia di A. Fiore o Fiore, comandando circa 7mila uomini soprattutto nelle Valli bergamasche, brianzole e della Val d’Ossola.

 

martedì 24 novembre 2020

Partigiani Fiamme Verdi 1

 di Alessia Biasiolo






Romolo Ragnoli (Brescia 1913, Brescia 2004). Tenente degli Alpini durante la Campagna di Russia, promosso capitano sul campo, divenne inviato del CLN in Valcamonica e operò tra questa, Brescia e Milano. Comandante militate in capo delle Brigate e Divisioni Fiamme Verdi dal 1943, assunse il nome di battaglia di Comandante Vittorio. Alla fine del conflitto proseguì la carriera militare fino al grado di generale.

 

Peppino Pelosi (Brescia 1919, San Michele-Verona-1944). Sottotenente di Fanteria, combatté contro i partigiani croati. Trovatosi in licenza a Brescia durante l’8 settembre 1943, entrò nella Resistenza. Si distinse per azioni importanti, come presso lo stabilimento “Beretta armi” di Gardone Valtrompia. Nel novembre fu tra i fondatori delle Fiamme Verdi. Arrestato dalla polizia a Costa Volpino, fu processato a Verona dal Tribunale militare tedesco e condannato alla fucilazione. Medaglia d’Argento al Valor Militare alla memoria.

 

sabato 14 novembre 2020

1944 La guerra di Liberazione all'estero. Grecia. Cefalonia

 

Nelle isole dello Ionio le vicende di Cefalonia sono permeate dalla vicenda degli eccidi perpretati nel settembre 1943, la cui efferatezza ancora non si spiega. Questo coinvolge anche i tedeschi che spesso assumono atteggiamenti prudenti e meno aggressivi.

A Cefalonia i superstiti della strage perpetrata dai tedeschi della Divisione “Acqui” diedero vita alla formazione partita Raggruppamento Banditi Acqui, che operò per tutto il 1944 operò che agirono accanto alle formazioni della resistenza greca.  Si distingue in queste azioni il cap. Apolloni ed il Cap. Pampaloni, ufficiali che erano stati gli animatori della resistenza ai tedeschi durante le giornate armistiziali. Il Raggruppamento operava anche in vista di un eventuale sbarco alleato e si predisponeva per svolgere azioni a sostegno di questa operazione. Per tutto il 1944 a Cefalonia il Raggruppamento operò a fianco dei partigiani greci e in collegamento con la missione alleata[1]

Un anno esatto dopo l’annunzi dell’armistizio, l’8 settembre 1944 il Raggruppamento Banditi della Acqui riuscì ad occupare tutte le installazioni militari di Argostoli ed il cap. Apollonio in presenza dei rappresentanti alleati e delle formazioni della resistenza greca issò su Argostoli la bandiera italiana e la bandiera greca. Il mattino successivo furono liberati i prigioneri politici greci e i sospettati di collaborare con la resistenza egli ostaggi. Il Raggruppamento Banditi Acqui su ordine del Comando Alleato del Medio oriente stabilì che tale unità era da considerarsi “cobelligerante e quindi agli ordini del Comando inglese, mettendolo al riparo di ogni azione da parte di fazioni della resistenza greca. Il Raggruppamento consisteva in 1286 uomini di cui 17 Ufficiali, 56 sottufficiali e 1286 uomini di truppa. Ed era riccamente armato, avendo anche a disposizione 4 pezzi da 155/14 e 4 pezzi da 100/17. Le armi, onde evitare che cadessero in mano a elementi greci ostili ai britannici o fosse oggetto di ulteriori contrasti, furono in gran parte inviate in Italia Il pomeriggio dell’11 novembre 1944 giungevano a Cefalonia i cacciatorpediniere “Artigliere “èLegionario” e cinque mezzi da sbarco della Marina britannica che rimpatriarono i superstiti della “Acqui”. Il 12 novembre 1944 le massime autorità greche dell’isola di Cefalonia, i comandanti delle formazioni della resistenza greca, i rappresentanti della Missione Militare Alleata salutarono i soldati italiani che rientravano in Italia in armi. Al largo dell’isola di Vardiani lanciarono in mare due corone di fiori in memoria degli ufficiali e dei soldati della 2Acqui” caduti a Cefalonia o che erano naufragati durante il trasferimento in terra ferma. Accolti con tutti gli onori a Taranto, il “Raggruppamento Banditi Acqui” era la prima unità della resistenza all’estero che rientrava in Italia. Aveva operato in una situazione obiettivamente difficile ed irta di pericoli ed aveva confermato la volontà espressa nei drammatici giorni dell’armistizio di resistere ai tedeschi; aveva collaborato con lealtà con le organizzazioni della resistenza ellenica conquistandone la fiducia. La divisione “Acqui” con loro ritornava in Italina dopo una esperienza che segna la guerra di Liberazione e la resistenza dei militari italiani all’estero.[2]



[1] Una descrizione dettagliata delle azioni del Raggruppamento Banditi Acqui si trova in Giraudi G., La resistenza dei Militari Italiani all’estero. Grecia continentale e Isole dello Jonio, Roma, Ministero della Difesa, Commissione per lo studio della Resistenza dei Militari Italiani all’estero, Rivista Militare, 1999 pag.515 e segg.

 

[2] Giraudi G., La resistenza dei Militari Italiani all’estero. Grecia continentale e Isole dello Jonio, cit., pag 524 e segg.

giovedì 5 novembre 2020

1944. La guerra di Liberazione all'estero. Grecia Isole dell'Egeo Lero Cicladi e Sporadi

 

A Lero, dopo la fine dei combattimenti nel novembre del 1943, si ebbe la ovvia reazione tedesca, in parte attenuata dalla volontà teutonica di trasferire i militari italiani in Germania per fronteggiare la nota carenza di mano d’opera. I soldati italiani si divisero nelle note tre categorie, aderenti combattenti, aderenti volontari ausiliari e non aderenti. Questi furono quasi immediatamente avviati in continente. I convogli si susseguirono uno dopo l’altro. Ai primi di gennaio 1944 il piroscafo “Leda” trasportò al Pireo 2273 internati militari e con trasporti a fine gennaio e fine febbraio altri 2850 militari italiani; il piroscafo “Gertrud” trasporto quelli che i tedeschi considerarono gli ultimi internati militari italiani del Dodecanneso, ovvero 3200 soldati italiani.  Tutti i trasporti arrivarono al Pireo e i soldati italiani furono ammassati sulle banchine in attesa per ore. Poi a piedi furono avviati al campo di concentramento distante 18 chilometri. Nella tarda primavera a Lero erano rimasti circa 809 soldati italiani, di cui non ci sono dati, per carenza di fonti per sapere a quali categorie appartenessero. Sicuramente circa 200 soldati italiani appartenevano a personale medico, ufficiali, sottufficiali e soldati ed appartenenti alle categorie di specialisti, soprattutto elettrici e trasmettitori. Costoro godevano di una certa libertà e potevano accedere saltuariamente alle razioni tedesche e potevano approfittare di opportunità per tentare fughe verso la Turchia. Gli Alleati monitoravano la situazione a Lero e nel maggio 1944 a loro risultavano circa 1000 soldati italiani aderenti volontari ausiliari e 250 non aderenti adibiti a lavori pesanti. Era, peraltro, una difficile situazione il cui motivo principale era la sopravvivenza a qualsiasi costo, compreso il doppio gioco. Nell’ottobre 1944 Lero fu dichiarata dai tedeschi “piazzaforte” e la prima conseguenza fu la diminuzione delle razioni alimentari. Il 1944 terminò con una situazione di stallo, in attesa di vedere come la guerra si sarebbe evoluta in Europa.

 

 

Nelle altre isole minori, le Cicladi, le Sporadi settentrionali ed altre minori il 1944 ricalca in termini minori le vicende dei soldati italiani nelle isolale maggiori, con le stesse caratteristiche; il dato comune è sì la minaccia tedesca, il dramma di aderire o non aderire, ma il vero problema era la sopravvivenza reale in quanto la carenza di viveri era comune a tutte le isole.


(massimo coltrinari)

martedì 20 ottobre 2020

Teresio Olivelli partigiano combattente

 di Alessia Biasiolo


Teresio Olivelli (Bellagio 1916, Hersbruck 1945). Laureatosi in Giurisprudenza nel 1938, collaborò con le istituzioni culturali del regime fascista divenendo Segretario dell’Istituto di Cultura Fascista, per il quale effettuò due viaggi ufficiali in Germania che gli suscitarono avversione per il nazismo. Arruolatosi volontario nel 1941, fece parte della Divisione Tridentina nella Campagna di Russia. Arrestato e inviato alla deportazione in Germania, il 9 settembre 1943 riuscì ad evadere e ad arrivare a Brescia dove si arruolò nelle brigate partigiane cattoliche fondando “il Ribelle”.  Arrestato il 27 aprile 1944, venne trasferito a Fossoli, poi a Flossenbürg, quindi a Hersbruck, sempre assistendo i più deboli e mai rinnegando la fede in Dio e nella religione cattolica, malgrado le vessazioni. Costantemente sottoposto ad angherie, il 31 dicembre 1944 difese un prigioniero dai kapò e per le ferite subite durante il pestaggio che ne seguì, morì. La causa di beatificazione venne aperta a Vigevano il 29 marzo 1987, arrivando nel 2017 al riconoscimento del martirio. È stato proclamato beato il 3 febbraio 2018. Medaglia d’Oro al Valor Militare per le sue azioni, compresa quella nel campo di concentramento.

 

mercoledì 14 ottobre 2020

Sabato Martelli Castaldi

Protagonisti della Guerra di Liberazione




Sabato Martelli Castaldi, pioniere dell’aviazione militare, Generale di Brigata Aerea della Regia Aeronautica, figura esemplare di ufficiale abituato ad esprimersi nei confronti dei superiori in modo chiaro ed onesto. Questa qualità però gli costò caro. Fu proprio la franchezza con la quale illustrò, in qualità di capo gabinetto del Ministro dell’Aeronautica Italo Balbo, a Benito Mussolini la situazione tragica in cui versava l’aeronautica fascista, la causa del suo allontanamento dall’incarico e dalla stessa forza armata. Un trattamento umiliante a cui l’ufficiale reagì con grande forza d’animo; cercò e trovò un lavoro nell’ufficio romano del Polverificio Stacchini. Dopo la destituzione di Mussolini, il 25 luglio 1943, fu richiamato in servizio ma non ebbe il tempo di dare il suo contributo alla riorganizzazione dell’aeronautica. Subito dopo la proclamazione dell’armistizio, l’8 settembre 1943, senza alcuna esitazione entrò a far parte del Fronte Militare Clandestino, organizzazione militare della Resistenza romana guidata dal Colonnello Cordero Lanza Montezemolo. Da partigiano mise in evidenza sia le proprie qualità militari, organizzando bande armate, eseguendo rilievi di installazioni militari tedesche ed effettuando trasmissioni radio in codice, sia le competenze e conoscenze acquisite, quale dipendente civile, nel polverificio distribuendo esplosivi alle formazioni partigiane.

Arrestato dai nazisti di Herbert Kappler, fu imprigionato nel carcere di Via Tasso e torturato per settimane prima di essere ucciso, il 24 marzo 1944, alle Fosse Ardeatine nella brutale rappresaglia che i tedeschi attuarono il giorno seguente all’azione gappista di Via Rasella. Decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria con la seguente motivazione: Dedicatosi senza alcuna ambizione personale e per purissimo amor di Patria all’attività partigiana, vi profondeva, durante quattro mesi di infaticabile e rischiosissima opera, tutte le sue eccezionali doti di coraggio, di intelligenza e di capacità organizzativa, alimentando di uomini e di rifornimenti le bande armate, sottraendo armi ed esplosivi destinati ai tedeschi, fornendo utili informazioni al Comando alleato, sempre con gravissimo rischio personale. Arrestato e lungamente torturato, nulla rivelava circa i propri collaboratori e la propria attività, affrontando serenamente la morte. Esempio nobilissimo di completa e disinteressata dedizione alla causa della libertà del proprio paese.

 

Osvaldo Biribicchi (osvaldobiribicchi@virgilio.it)

 

 

 



sabato 10 ottobre 2020

1944. La guerra di liberazione all'estero. Grecia Isole dell'Egeo. Rodi Coo Stampalia e Simi

 

4,7 Grecia. Isole dell’Egeo. Isole dello Ionio. Cefalonia

La situazione nella Grecia insulare praticamente si risolse con la resa di tutte le forze militari italiane. Elementi isolati continuarono la lotta contro il tedesco, come ad esempio, nell’isola di Rodi, un marinaio sardo, già capo cannoniere della Regia Marina, Pietro Carboni non accettò la resa e si diede alla macchia, praticamente da solo iniziò una azione di guerriglia contro le truppe tedesche, aggredendo ed uccidendo tedeschi isolati o sorpresi in agguati intelligentemente tesi. Sulla testa di di Carboni il comando tedesco pose una grossa taglia, tanto che un pastore greco proprio per questo fu indotto a dare notizie utili ai tedeschi per sorprendere Carboni. Erano mesi che Carboni conduceva la sua quasi solitaria guerriglia fino a che nel dicembre del 1944, anche grazie alla spiata del pastore greco, fu sorpreso in una grotta ed ucciso, non prima che nell’estrema sua difesa, Carboni uccise il comandante della pattuglia tedesca.

A Rodi la situazione dei soldati italiani nel 1944 era veramente difficile. I tedeschi continuavano nella loro azione di voler trasferire il maggior numero dei soldati italiani prima in Grecia poi in Germania per sopperire alle carenze di mano d’opera. Continuò il trasferimento di soldati italiani, a tutti gli effetti considerati I.M.I. dall’isola al continente; le perdite furono sensibili. Il 6 gennaio 1944 fu affondato il piroscafo “Alma” e perirono 300 soldati italiani, l’8 febbraio 1944 fu affondato il piroscafo “Petrella” e perirono secondo fonti tedesche 2670 soldati italiani, secondo le varie testimonianze dei superstiti, circa 6000; il 12 febbraio 1944 fu affondato il piroscafo “Oria” ove perirono 4169 soldati italiani. Nel corso dei trasferimenti di soldati italiani dall’isola al continente nell’arco di tempo che va dal settembre 1943 al marzo 1944, secondo fonti tedesche perirono circa 13.000 soldati italiani secondo fonti memorialistiche e testimonianze dei superstiti, circa 21.000.[1]

I soldati italiani non aderenti furono raccolti in dieci campi, i principali dei quali erano il “campo nord”, situato nella località Casa dei Pini e in qualche fonte chiamato con questo nome, il “campo centro”, ed il “campo Calitea”. Quest’ultimo era un campo di punizione e vi vennero concentrati tutti i soldati italiani che erano stati condannati per qualche infrazione che non prevedesse la fucilazione sul posto. Le condizioni di vita ed il trattamento erano pessimi. La fame, i maltrattamenti le condizioni igienico-sanitarie e la pesantezza dei lavori caratterizzavano questi campi, che duro fino alla fine della guerra. Le varie fonti, sulla base di ritrovamenti di fosse comuni, di eccidi e fucilazioni sommarie. [2]

 

 Come a Rodi, anche nel resto delle isole i soldati italiani presenti erano aderenti, ma anche non aderenti, impiegati nelle compagnie del genio per le costruzioni di rafforzamento o di difesa.

 

A Coo la situazione all’inizio del 1944 vedeva la presenza di circa 2306 soldati italiani, di cui 1112 non aderenti, 234 aderenti ausiliari volontari e 302 disposti a combattere. Non risultano informazioni esatte su 658 militari, in ogni caso la presenza dei militari italiani nell’isola è sull’ordine delle migliaia. All’inizio del 1944 non è tanto la guerra o l’atteggiamento tedesco a preoccupare, quanto la scarsezza di viveri; la produzione agricola dell’isola è insufficiente per tutti, ed i tedeschi hanno messo un ferreo controllo sui prodotti. Quado nel settembre 1944 iniziò la graduale ritirata tedesca, si avanzò l’ipotesi tra i militari italiani di attuare colpi di mano per costringere i tedeschi alla resa. Questi progetti non ottennero l’approvazione britannica che temeva rappresaglie e quindi la situazione nell’isola rimase calma fino alla fine della guerra. Coo divenne “piazzaforte” e cadde il 9 maggio 1945 con l’arrivo di reparti inglesi.

Nell’ambito della Guerra di Liberazione, va ricordata Suor Teresa Boschiero, Madre Superiora delle Suore Zelatrici del Sacro Cuore, presente a Coo in quei anni di guerra. Nelle più difficili condizioni lei e le sue consorelle svolsero un’ampia opera di assistenza verso i prigioneri ed i soldati italiane verso la popolazione civile attraverso mille modi, dal procurarsi viveri, e vestiti, alla organizzazione di fughe, al perorare le cause presso i tedeschi, protette dal loro abito talare, e nell’assistenza quotidiana agli ammalati. Il loro centro di azione fu l’ospedale “Ippocrateo” di Coo ove, di volta in volta ne venivano ricoverati una quarantina, del centinaio che l’ospedale poteva accogliere, sia perché ammalati ma soprattutto per rivestirli e sfamarli e rimetterli in forze. Per questa grande opera umanitaria suor Tarcisa Boschiero fu decorata di Medaglia d’Oro al Valor Militare.

 

Nelle isole di Limo, Stampalia e Simi, all’inizio del 1944 vi erano solo carabinieri e guardie di finanza che i tedeschi avevano autorizzato a rimanere sull’isola a svolgere il loro compito oltre al comandante dell’Ufficio circondariale del Porto il cap. A. Notari. Quando la Whermacht si ritirò dalle isole nel settembre 1944, rimase a Calino solo un italiano tra i 193 tedeschi rimanenti fino alla fine della guerra.

 



[1] Schreiber G, I Militari italiani internati nei campi di concentramento del terzo Reich, 1943-1945, Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, 1992, pag. 365

[2] Fino E., La tragedia di Rodi e dell’Egeo, Milano, Edizioni Assegeo, 1963

mercoledì 7 ottobre 2020

Dardano Fenulli

Protagonisti della Guerra di Liberazione



Dardano Fenulli, ufficiale di Cavalleria dell’Esercito, proveniente dai corsi regolari dell’Accademia Militare di Modena. Alla proclamazione dell’armistizio, l’8 settembre 1943, rivestiva l’incarico di vicecomandante della Divisione corazzata “Ariete”, dislocata nei pressi della capitale, che nei giorni 9 e 10 settembre, nelle stesse ore in cui il Re ed il capo del governo Badoglio si rifugiavano precipitosamente a Brindisi, ingaggiò accaniti combattimenti contro i tedeschi. Allorché, il 12 settembre 1943, questa grande unità fu sciolta,  il generale Fenulli entrò a far parte del Fronte Militare Clandestino, organizzazione militare della Resistenza romana guidata dal Colonnello Cordero Lanza Montezemolo. Senza perdersi d’animo, insieme ad altri militari, costituì efficienti bande armate che operarono a Roma e nel Lazio. Il suo impegno, purtroppo, durò pochi mesi, catturato dai nazisti fu imprigionato e torturato nel carcere di Via Tasso. Il 24 marzo 1944 fu portato alle Fosse Ardeatine e trucidato nella brutale rappresaglia che i tedeschi attuarono il giorno seguente all’azione gappista di Via Rasella. Decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria con la seguente motivazione: «Vicecomandante della Divisione “Ariete”, prendeva parte ai combattimenti dei giorni 9-10 settembre guidando una colonna corazzata che si impegnava nei pressi di Ciampino e la cui ulteriore azione fu sospesa dal concluso armistizio. Dopo l’armistizio rimaneva a Roma per dedicarsi intensamente all’organizzazione della lotta clandestina. A tale scopo prendeva contatti con numerosi rappresentanti politici e militari esponendosi senza riguardo. Animato da purissimi ideali e da una ardente volontà di lotta si prodigava in ogni modo per organizzare in Roma e nel Lazio bande armate per la lotta contro i nazifascisti. Individuato ed arrestato e sottoposto a tortura dava ai suoi compagni di prigionia esempio di fortezza d’animo. Nelle Fosse Ardeatine faceva olocausto della sua nobile esperienza.»

Roma, settembre 1943-marzo 1944.

 

Osvaldo Biribicchi (osvaldobiribicchi@virgilio.it)


mercoledì 30 settembre 2020

Massimo Allegretti,

Protagonisti della Guerra di LIberazione


 

Mario Allegretti, ufficiale di complemento del 33° Reggimento Fanteria Carrista, inquadrato nella  divisione corazzata “Littorio, di stanza a Parma. Dopo la proclamazione dell’armistizio, l’8 settembre 1943, intraprese la lotta armata contro i tedeschi nelle prime formazioni partigiane “Giustizia e Libertà” che operavano nell’Appennino Modenese. Grazie alle sue eccellenti capacità organizzative gli fu affidato il comando della 34a Brigata “Monte Santa Giulia” che operava nell’alta valle del Secchia. Nell’aprile del 1945, pochi giorni prima della Liberazione, cadde eroicamente in combattimento. Decorato di Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria con la seguente motivazione: «Combattente di tempra adamantina, promotore ed animatore della lotta di liberazione, in lunghi mesi di dura guerra partigiana, sempre alla testa della sua Brigata, dava costante prova di eccezionale ardimento. Durante l'aspra battaglia per la difesa di Monte Santa Giulia, si infiltrava audacemente fra le linee nemiche e, dopo avere col fuoco del suo mitra ridotto al silenzio due postazioni di armi automatiche, mentre ne attaccava un'altra, cadeva mortalmente colpito gridando " Viva l'Italia! ". Fulgido esempio di sublime eroismo e di ardente amor di patria.»

Saltino sul Secchia 10 aprile 1945

 

Osvaldo Biribicchi (osvaldobiribicchi@virgilio.it)

sabato 12 settembre 2020

martedì 8 settembre 2020

Storia del Battaglione Antonio Gramsci In Albania


Quando un’idea resiste alla distruzione
Storia del Battaglione “Antonio Gramsci” in Albania

Antonella Fiorio[1]


Premessa
Alle soglie di quel tragico momento di storica confusione che fu, per gli italiani, l’8 settembre 1943, in Albania, alle dipendenze del Gruppo Armate Est comandate dal Generale Ezio Rosi, era di stanza la 9^ Armata del generale Lorenzo Dalmazzo che contava un complesso di forze pari a 120.000 uomini. Nelle zone costiere dell’Albania operava il IV Corpo d’Armata (gen. Carlo Spatocco, sede Durazzo) nei territori di Argirocastro (Divisione di Fanteria “Perugia” capeggiata dal gen. Ernesto Chiminiello), Valona (Divisione di Fanteria “Parma” comandata dal gen. Enrico Lugli) e, più a nord, Durazzo (Divisione di Fanteria Motorizzata “Brennero” con a capo il gen. Aldo Princivalle). Nell’interno, il XXV Corpo d’Armata (gen. Umberto Mondino, sede Elbasan) era suddiviso nelle zone di Corcia e Dibra, dove operavano rispettivamente la Divisione di Fanteria “Arezzo” del gen. Arturo Torriani e la Divisione di Fanteria “Firenze” del gen. Arnaldo Azzi. Il settore di Scutari e la regione del Kosovo erano presidiati dal Settore Z “Scutari Kosovo” con a capo il gen. Alessandro D’Arle e la Divisione di Fanteria “Puglie” comandata dal gen. Luigi Clerico[2].
Quel “tragico momento di storica confusione” colpì gli italiani in Albania forse più dei compagni militanti sul suolo patrio, poiché più forte fu il senso di abbandono e incertezza in cui vennero lasciati gli italiani in quella appendice del regno che fu l’Albania dopo l’occupazione fascista. Quando un armistizio sembra piombare dal cielo e un cambiamento improvviso di alleanze rompe qualcosa nelle catene di comando militare, allora si manifestano inspiegabili, ma non troppo, comportamenti divergenti da parte di chi, quel colpo di piombo, ha dovuto accusarlo. Ed è così che 120.000 uomini si ritrovarono a percorrere strade diverse: circa 75.000, rifiutandosi di aderire alle proposte di collaborazionismo con i tedeschi, furono catturati dall’ex alleato e avviati ai campi di internamento; tuttavia, per ogni 7/8 militari che opponevano il loro rifiuto, 1 aderiva: così circa 8.000 uomini mostrarono la loro fede al credo fascista terminando la guerra al fianco della “Alleanza”. In quei frenetici giorni di settembre, furono circa 10.000 gli uomini che riuscirono a raggiungere i porti albanesi più prossimi alla loro divisione e a imbarcarsi per l’Italia, dove, tuttavia, non terminò per tutti il viaggio. Per quanti non riuscirono a tornare a casa e, seppur ostili ai tedeschi, ma stanchi della guerra, non avevano intenzione alcuna di combattere ancora, la possibilità fu una sola: rifiutare qualsiasi proposta, gettare le armi e resistere dandosi alla montagna, assuefarsi a costumi diversi e a condizioni di vita precarie cercando, per quanto possibile, di sopravvivere lavorando per gli albanesi o, per i più fortunati, in imprese italiane. Furono questi, approssimativamente, tra le 15 e le 20.000 unità. Stando alle cifre[3], qui riportate per eccesso, resterebbero tra le 10 e le 7.000 unità, che offrono lo spettro del potenziale militare che gli italiani avrebbero potuto sfruttare a sostegno della lotta armata contro il nazifascismo in Albania. Ma la totale mancanza di supporto iniziale da parte del Comando Supremo Italiano e degli Alleati, fece sì che, in un primo momento, soltanto 3.000 uomini riuscissero materialmente a imbracciare le armi e a darsi una organizzazione strutturale e logistica per affrontare la Resistenza armata. Questi a loro volta si suddivisero in due categorie:
1)      quelli che si costituirono nel Comando Italiano Truppe alla Montagna (C.I.T.a.M.), su iniziativa del Tenente Colonnello Mario Barbi Cinti il 15 settembre 1943, entrato in piena attività dal 28 settembre sotto la guida del Generale Azzi – la più alta autorità militare italiana in Albania sino alla sua partenza nel giugno 1944 –, e del Tenente Colonnello Goffredo Zignani, che già dalla metà di ottobre aveva alle dipendenze 5.000 uomini, inquadrati in 13 battaglioni, situati nelle zone militari di Peza, Dajti, Berat, Dibra, Elbasan, Valona, Mati, Corcia, Argirocastro. Uomini che avevano fermamente deciso di combattere i tedeschi, di restare fedeli al Re, alla Nazione e al Comando Italiano e che tentarono di mantenersi saldamente organizzati e coordinati nella loro lotta finché, abbandonati dall’Italia e dagli Alleati, ripetutamente colpiti dal nemico, si sciolsero nel giugno 1944 per mancanza di aiuti e mezzi, continuando tuttavia a gestire per quanto possibile i rapporti tra l’Italia e l’Albania, provvedendo al rimpatrio loro e al sostegno dei militari italiani rimasti sul suolo schipetaro.
2)      quelli che volontariamente si arruolarono nelle file dell’Esercito di Liberazione Nazionale Albanese (E.L.N.A.), il cui commissario generale era Enver Hoxha e capo di Stato Maggiore Spiro Moisiu, ideologicamente schierato e di orientamento comunista. Inferiore, per numero delle forze in campo, rispetto al C.I.T.a.M. (inizialmente circa 800 contro 3.000, accresciuti man mano sino a raggiungere i 1.200 contro 5.000), collaborò con quest’ultimo nella comune lotta al nazifascismo, maturando tuttavia nel tempo un certo sentimento di diffidenza verso questa mole di italiani organizzati, stanziati sulle loro montagne, pur sempre ex-occupatori. Certamente meglio accolti i volontari partigiani italiani, ideologicamente più vicini, che singolarmente o in gruppi, scelsero di combattere nel loro esercito, importantissimi per il contributo dato in qualità, soprattutto, di artiglieri. Agli italiani che qui confluirono venne concesso di creare un quarto battaglione autonomo, aggiunto ai 3 già creati dai partigiani albanesi, che ne seguisse la fisionomia ordinativa: squadre di 6 elementi ciascuna che a gruppi di 3 o 4 convergevano in plotoni, ogni 4 plotoni si aveva una compagnia e ogni 4 compagnie un battaglione. Il 10 ottobre 1943, al comando di Terzilio Cardinali, si costituì il battaglione “Antonio Gramsci” – in onore e memoria del fondatore del Partito Comunista d’Italia, vittima antifascista, di lontane origini albanesi – su 3 compagnie di 3 plotoni ciascuna, per un totale di circa 170 uomini.

Gli uomini del “Gramsci”
La I Brigata partigiana albanese, al cui interno era inquadrato il battaglione “Gramsci”, era comandata da Mehmet Shehu. Una annotazione manoscritta da lui firmata e datata 12 ottobre 1943, riporta le forze della brigata: a) partigiani albanesi: 630, b) partigiani italiani: 166, c) artiglieri italiani: 200, d) mulattieri italiani: 100, totale: 1096[4]. I partigiani italiani erano giunti al Comando armati di fucile e mitragliatrici leggere. In un rapporto stilato tre giorni prima per lo Stato Maggiore dell’E.L.N.A., il comandante della I Brigata – a seguito degli accordi presi con il gen. Azzi e dell’appello letto a truppe e ufficiali del C.I.T.a.M. – aveva annunciato la formazione del nucleo del battaglione “Antonio Gramsci” con 137 volontari italiani cui si aggiungevano 20 radio-telegrafisti, un potenziale iniziale di 170 muli e cavalli poi ridotto a 100, per esigenze di trasporto, accompagnati da 100 mulattieri e un veterinario, un’artiglieria con un’efficacia da 270 posti e 4 obici da 75/13[5]. Nessun ufficiale era entrato a far parte del battaglione, forse – si annota nel Diario Storico Militare del “Gramsci”[6] – perché il Comandante della I Brigata aveva detto che nessuno avrebbe dovuto avvalersi dei gradi. Pertanto, per volere dei componenti vennero nominati i comandanti e i commissari politici delle tre compagnie in cui era suddiviso il battaglione: Gargnelutti[7] Romeo e Cicerchia Romeo per la 1^ compagnia, Monti Giuseppe e Bonacchi Francesco per la 2^ compagnia, Cavallotto Giovanni Battista e Brunetti Bruno per la 3^. Contenti, promettevano di fare il loro dovere fino alla fine.
Il morale era altissimo. I diari riportano un generale clima di fermezza e determinazione tra gli italiani e di affabilità degli albanesi nei loro confronti, malgrado ciò che avevano dovuto subire durante l’occupazione. Ma le idee li accomunavano e tanta era la volontà di combattere. Si cantava a gran voce l’Inno dei lavoratori e il suo ritornello: “Sul cammin dell’avvenire / affrettiam compagni il pie’ / e giuriamo di morire / pria che mai tradir la fe’.” Ma con il tempo il battaglione si diede anche una sua marcia che incitava gli animi partigiani alla lotta contro il fascismo per un’Italia libera. Una marcia che ricordava loro costantemente di essere italiani e che stavano combattendo anche per la loro libertà, seppur sull’altra sponda dell’Adriatico:
Noi del fascismo conosciam le pene
L’onte subite da noi lavorator
Alfin spezzate le catene abbiam
Che sfruttavano ogni dì il nostro lavor
Contro il nemico barbaro e crudele
Tutta l’Italia un dì si ribellò
Coi partigiani, le camicie nere
Han perduto nella guerra il suo valor
Proletario va
Verso il tuo destin
Il cammin
Della patria sorgerà
Dell’Italia la sorte
Abbiamo nelle man
Siamo arditi partigian
Combatteremo fino alla vittoria
La nostra terra libera sarà
Noi dell’Italia storia si farà
Degli eroi il sangue vendichiam
Siam proletari della nuova Italia
Che un dì sui colli ancor risorgerà
L’Italia bella libera sarà
Con la pace il lavor ritornerà
Proletario va
Verso il tuo destin
Il cammin
Della patria sorgerà
Dell’Italia la sorte
Abbiamo nelle man
Siamo arditi partigian [8]
Ma quando il nemico è unico e unica è l’idea, unica è la lotta. Parteciparono sin da subito alle operazioni della I Brigata. A soli due giorni dalla loro costituzione, i partigiani del “Gramsci” attaccarono un’autocolonna tedesca sulla strada Elbasan-Pekin. “Il morale è altissimo” ricorre nel Diario come un leitmotiv. Era così il giorno prima della sua distruzione quasi totale, a Berat, il 15 novembre 1943, dopo aver sfilato per le strade della città, acclamati dalla popolazione che inneggiava all’Esercito di Liberazione Nazionale. Quel 15 novembre a difendere la città vi era anche il Battaglione del Comando della Zona di Berat dipendente dal C.I.T.a.M. comandata dal ten. col. Antonio Curti. Le batterie “Cotta” e “Menegazzi”, alle dirette dipendenze dell’E.L.N.A., erano riuscite a sganciarsi prima dell’attacco. Il battaglione “Gramsci” presidiava la città con il compito di eseguire lavori di sbarramento sulla strada che conduceva al vicino aeroporto, in mano ai tedeschi. Unità della 100^ divisione tedesca – aiutate da forze nazionaliste albanesi e dal tradimento di Xhelal Staravecka (comandante del II battaglione della I Brigata d’assalto albanese) che rivelò al nemico entità e posizione delle forze partigiane – alle 5.30 del mattino, attaccarono a sorpresa tutto il fronte, dapprima sulle colline dove era posizionato il “Gramsci”, poi in pianura, lungo le strade, mitragliando e bombardando. Berat era perduta. Il Comando di Zona del C.I.T.a.M e il battaglione “Gramsci” erano distrutti. Il morale non poteva più essere alto. Trascorso appena un mese, con i reparti da poco costituiti e gli elenchi degli effettivi ancora imprecisi, il battaglione era ridotto ai minimi termini: di 170 partigiani ne erano rimasti solo 48, scampati alla morte grazie alle acque del fiume Osum, in cui si erano gettati per trovare salvezza. Gli altri compagni erano morti in battaglia o fatti prigionieri dal nemico. Il rapporto del Comando della 100^ divisione tedesca riportava 117 nemici morti (un colonnello, un maggiore, 3 capitani, 2 tenenti italiani, 65 uomini italiani e 45 albanesi), 182 italiani prigionieri, 103 albanesi prigionieri. Anche il ten. col. Curti contò i suoi morti, che ammontavano a 4 ufficiali e circa 50 sottufficiali e truppa[9]. Il comandante Terzilio Cardinali, con pochi compagni, raggiunse la regione della Malacastra, dove la I Brigata d’assalto albanese era impegnata in operazioni contro forze nazionaliste del Balli Kombetar e dopo quattro giorni di marcia ritrovarono il comandante della 1^ compagnia Giuseppe Monti a Vargegia.
Ripresero subito la loro attività: operazioni contro i ballisti, perquisizioni, combattimenti: Capinova, Bargulas, Dobregia, Novai, Libova. A Libova trascorsero il Natale. Si erano, intanto, arruolati nuovi partigiani; non erano, dunque, del tutto distrutti. A differenza degli altri battaglioni del C.I.T.a.M., ugualmente abbattuti dal nemico, il “Gramsci” era in fase di ricostruzione. Questo, ovviamente, grazie all’aiuto albanese. Mehmet Shehu rivolse a Terzilio Cardinali parole di supporto e incitamento affinché la loro comune lotta continuasse, affinché continuassero insieme la “marcia verso la vittoria finale”[10]. Mai come in questo caso è evidente la forza che può possedere un’idea. Ricostruire il “Gramsci” significava ricostruire l’unica entità italiana comunista sul suolo albanese che potesse sostenere le forze di liberazione, materialmente e ideologicamente. Per quanto la volontà di combattere il nazifascismo fosse comune, i battaglioni del C.I.T.a.M non vennero mai aiutati a ricostruirsi, poiché non ideologicamente schierati dalla medesima parte e poiché avrebbero rappresentato quell’aiuto italiano alla liberazione non gradito perché non interno alla causa albanese. Avrebbe tolto ai partigiani albanesi la portata nazionale e comunista della propria lotta per la liberazione da un nemico che era non solo tedesco, ma anche italiano.
Fu l’idea dunque a sopravvivere e ad essere ricostruita.  Un’idea che tenne viva la ferrea volontà di andare avanti nella lotta anche nei mesi più difficili, come quelli di gennaio, febbraio e marzo 1944, dal clima estremamente rigido, vitto molto scarso e attacchi del nemico costanti.
A marzo il morale tornava alto dopo la cattura di 480 nemici; il 28 maggio a Belsh, per vendicare la sconfitta di Berat, dopo aver tentato, invano, di fronteggiare i tedeschi per liberare gli italiani prigionieri nei loro campi, gli uomini del “Gramsci” mossero verso un presidio tedesco vicino e lo eliminarono. Tornava l’energia e incalzavano le operazioni per costringere il nemico alla ritirata. Dal mese di luglio il battaglione era impegnato nella zona di Cerenez (Dibra), dove furono necessari ripetuti assalti per poter snidare le forze nemiche, numerose, ben armate e ben posizionate. Durante l’ultimo assalto, l’8 luglio, che permise di scardinare lo schieramento opposto e liberare l’intera area, cadde, trapassato al cranio da una pallottola, il comandante Terzilio Cardinali. Tra le perdite anche un comandante di plotone, Renato Donnini, e un vice-commissario, Rocco Consiglio. La morte del carismatico comandante Cardinali segnò profondamente i giorni a venire. Come nuovo comandante venne nominato Giuseppe Marchi, vice-comandante Emilio Marconi.
L’attività del “Gramsci” prevedeva per i mesi successivi operazioni di sbarramento e distruzione delle vie di comunicazione per ostacolare le forze tedesche e collaborazioniste, attaccandone presidi, colonne e camionabili.
Il 10 ottobre 1944, il nuovo comandante di battaglione Giuseppe Monti e il commissario politico Bruno Brunetti firmarono e inviarono un messaggio al comandante Mehmet Shehu[11]:
I Divisione I Brigata d’assalto
Btg. “Antonio Gramsci”
Zona libera, li 10 ottobre 1944
Al compagno
Comandante della I Divisione
MEHMET SHEHU
Il Battaglione “Antonio Gramsci” nella ricorrenza del primo annuale della sua fondazione, con lo spirito combattivo della prima ora e nella certezza della vittoria finale ti invia i più sentiti saluti rivoluzionari.
Con lo spirito, ma non con i combattenti della prima ora. A un anno di distanza il battaglione aveva subito numerosi cambiamenti: sconfitte, perdite di compagni, riprese, nuove reclute. Mutava, si rigenerava, ma lo spirito combattivo, assicurava Brunetti, era il medesimo, immutato.
Dopo le operazioni del mese di ottobre, tutta la rotabile Tirana-Durazzo fino al bivio per Scutari era sotto il controllo del battaglione; in novembre l’unica città ancora occupata dalle forze tedesche era Tirana e, oramai, erano tutti lì concentrati per l’atto finale di questa lotta per la libertà: i partigiani albanesi e italiani inquadrati nelle file dell’E.L.N.A., il battaglione “Gramsci”, le batterie di artiglieria al comando di Menegazzi e i militari italiani dell’ormai sciolto C.I.T.a.M., ancora rimasti sul suolo albanese e organizzati nel neonato Comitato Clandestino Italiano. Una parte del battaglione “Gramsci” operava nella immediata periferia per impedire alle formazioni nemiche di rientrare in città, i restanti si battevano sulle barricate in pieno centro. I combattimenti coinvolsero tutti e si susseguirono fino al 17 novembre, tra strategie, tattiche, assalti e violenze.
Il 19 novembre i partigiani del “Gramsci” poterono entrare in una Tirana definitivamente libera dagli occupatori nazi-fascisti, accolti da entusiastiche manifestazioni di simpatia da parte della popolazione.
Le perdite del battaglione “Gramsci” al 20 novembre 1944 erano: 15 caduti, 24 feriti, 140 dispersi. Dopo la liberazione di Tirana, il battaglione come le altre forze italiane combattenti inquadrate nell’E.L.N.A., furono impegnate ad eliminare le residue formazioni “balliste” e collaborazioniste, ancora variamente sparse sul suolo albanese, e, non meno importante, ad organizzare organicamente la propria presenza lì, provvedendo alle successive operazioni di rimpatrio. Essendo, nei fatti, il battaglione “Gramsci” l’unica formazione autonoma ancora attiva, riconosciuta ed elogiata dall’E.L.N.A. per il contributo dato – tanto che 92 partigiani italiani combattenti del “Gramsci” ottennero la nomina a membri del Partito Comunista Albanese per meriti speciali[12] – iniziarono ad affluire quanti avevano combattuto nelle file degli altri reparti, sin quando, per ordine del Comando Supremo dell’E.L.N.A., il 6 febbraio 1945, venne costituita la Brigata “Antonio Gramsci”[13], (allo scopo originario d’inviarla in Jugoslavia dove ancora si combatteva contro i tedeschi e dove, già da qualche mese, combatteva inquadrato in una brigata albanese il battaglione italiano “Palumbo” al comando di Ernesto Celestino[14]) organizzata su 4 battaglioni, poi accresciuta a Divisione, comandata dal ten. col. Giuseppe Monti, formata da due Brigate che presero il nome di Brigata Terzilio Cardinali (comandata dal magg. G. Battista Cavallotto) e Brigata Giuseppe Pignataro (comandata dal magg. Mario Fantacci), in memoria dei due capi partigiani morti in battaglia, con un effettivo di 1.800 combattenti.
Di ordine decisamente superiore, però, era il numero totale degli italiani, militari e civili, presenti nel territorio schipetaro dopo la liberazione e a cui bisognava rivolgere debita attenzione. Su questo fronte era da tempo attivo il generale Gino Piccini – subentrato al generale Azzi a seguito del suo rimpatrio a giugno 1944, comandante del Comando Truppe Italiane d’Albania – che aveva fermamente espresso la volontà di restare in Albania per tutelare gli interessi dei militati italiani presenti. Molti erano i militari ancora fermi sulle montagne in stati di totale indigenza, molti i militari lavoratori presso altri italiani o albanesi. Piccini tentò la non facile impresa di stabilire dei collegamenti con il Comando Italiano e Alleato al fine di regolamentare e tutelare la loro posizione e provvedere a dei rimpatri controllati; difficoltà ampliata dalla diffidenza del Governo Provvisorio (insediatosi il 28 novembre 1944) e del Comando albanesi nei confronti di un ufficiale italiano che, per quanto potesse aver dichiarato il suo antifascismo, restava pur sempre un esponente di quel passato, sebbene compagno nella lotta partigiana. Di fatti i Centri Assistenza istituiti nelle varie città albanesi vennero trasformati in Sezioni del “Circolo Garibaldi”, Circolo Democratico Italiano costituito sin dal mese di novembre prima a Berat e poi, a città liberata, a Tirana, su iniziativa degli uomini del “Gramsci” con l’approvazione della polizia locale albanese. L’azione del generale Piccini e del Circolo Garibaldi procedette, dunque, parallelamente.
Il Circolo era organizzato secondo i modelli dei Comitati di Liberazione Nazionale italiani, presidente generale fu eletto il dr. Arnolfo Nizzola e segretario generale il rag. Angelo Lombardi.[15] Divenne questo il punto di riferimento principale per l’assistenza degli italiani, soprattutto dei militari, che, a partire dal mese di marzo, si diede anche una pubblicazione periodica settimanale dal titolo “L’Unione”, cui parteciparono attivamente e con entusiasmo gli italiani sino al giorno dell’ultimo rimpatrio. Nello stesso mese importante fu, per gli umori e il destino dei suoi connazionali, la visita del Sottosegretario alla Guerra, Senatore Mario Palermo, dal 9 al 17 marzo 1944. In quei giorni, l’on. Palermo incontrò i rappresentanti del Governo Provvisorio e delle Forze Armate albanesi, il gen. Piccini e i campi di raccolta dei militari italiani, i reparti della brigata “Gramsci” e il “Circolo Garibaldi”; visite dense di emozioni e di orgoglio per il Sottosegretario nel riconoscere, negli occhi di chi si era battuto per la libertà di quella terra, la tenacia di militari antifascisti che avevano resistito sino all’ultimo nella speranza, ora, di ritornare in patria. La realizzazione di quella speranza dipendeva da lui e dalle trattative che avrebbe dovuto condurre, in rappresentanza del Governo Italiano, con il Capo del Governo Albanese Enver Hoxha. A seguito di ripetuti colloqui, venne firmato un verbale contente le clausole degli accordi presi, che avrebbe rappresentato la base dei rapporti tra l’Italia e l’Albania per tutto il 1945 e la regolamentazione delle prossime attività di rimpatrio. Si stabilì che sarebbero stati rimpatriati prima gli ammalati, i feriti, gli indigenti e i militari in armi, gli uomini della “Gramsci” e le batterie di artiglieria (circa 2.000 combattenti), come premio e riconoscimento per i sacrifici compiuti al fianco dell’E.L.N.A.[16]; a seguire i soldati disarmati che avevano lavorato presso gli albanesi (circa 10.000), poi i prigionieri dei tedeschi e per ultimi i civili (circa 8.000) all’infuori di alcune categorie di specialisti che avrebbero dovuto aiutare gli albanesi nella ricostruzione del Paese[17].
Prima della partenza dell’on. Palermo, si tenne una piccola cerimonia in cui, alla presenza del Sottosegretario, del gen. Piccini, del comando della Divisione “Gramsci”, del gen. Spiro Moisiu e del gen. Mehmet Shehu, vennero consegnate le decorazioni al valore militare concesse dal Governo albanese ai partigiani italiani che maggiormente si erano distinti nella guerra di liberazione.
Dal mese di aprile l’aeroporto di Tirana fu collegato con Bari per garantire il primo rientro in Italia di feriti e ammalati; a maggio iniziò il rimpatrio della Divisione “Gramsci”. A Durazzo, nelle vicinanze del porto, era stato appositamente istituito un Ufficio Imbarchi, alle dipendenze del magg. Bruno Brunetti, per gestire nel miglior modo possibile le operazioni. Il giorno prima dell’imbarco la Divisione sfilò per le vie di Durazzo. I primi ad essere rimpatriati furono i membri della Brigata Pignataro, comandata da Mario Fantacci, in due scaglioni assieme al Comando della Divisione, al Comando della Brigata Cardinali e alle due batterie di artiglieria (gli unici reparti ancora regolari della 9^ Armata, rimasti con propri ufficiali, divise e stendardo sino all’ultimo)[18]. Era il mattino del 3 maggio, il mare era calmo e la partenza fu disciplinata e ordinata, un esempio di dignità.
Tuttavia, all’arrivo, l’accoglienza che certamente aspettavano e meritavano, non la ricevettero. I battaglioni imbarcati per primi con il magg. Fantacci giunsero al porto di Brindisi, in vista del quale si disposero in armi sul bordo della nave per mostrare a tutti il loro valore, ma nessuno era lì ad attenderli. Dopo qualche ora, vennero fatti incolonnare e, con le bandiere, sfilare per una strada secondaria che conduceva ad un campo dove avrebbero dovuto sostare in isolamento, in attesa di accertamenti medici, perché sospettati di essere affetti da vaiolo. Più probabilmente l’intenzione dei Comandi italiani e alleati era quella di evitare di dare eccessiva visibilità a una Divisione che proveniva da un Paese che si era dato un provvisorio governo comunista, che portava il nome di Antonio Gramsci e che quindi non poteva che essere formata da elementi comunisti. Conclusione non aderente alla realtà, poiché nella Divisione erano confluiti ufficiali, sottufficiali e soldati provenienti dalle più diverse ideologie, accomunati dalla sola ferrea volontà di essere antifascisti e di voler combattere per la libertà dell’Albania, come dell’Italia. Vennero dunque tutti trasferiti al campo contumaciale di Sant’Andrea a Taranto, dove erano intanto giunti anche i restanti battaglioni della Brigata Pignataro e dove giungeranno successivamente anche tutti gli altri reparti della Divisione. Cedettero tutti le armi per ordine del Comando Militare Alleato e del Ministero della Guerra Italiano, restando fedeli al loro animo di militari che devono ubbidire agli ordini dei superiori.
La Divisione non venne inquadrata nel nuovo Esercito Italiano. Dopo la breve permanenza a Taranto, ogni soldato partì per la propria regione di provenienza dove, dopo una licenza di due mesi, avrebbero dovuto presentarsi ai Corpi di appartenenza.
Terminava così, nell’ombra, la storia degli uomini della “Gramsci” che tanta energia e tanto valore avevano dimostrato tra le montagne albanesi, combattendo per la libertà.
Conclusione
Nel maggio del 1945 erano ancora molti gli italiani che attendevano il rimpatrio. Se l’odissea degli uomini del “Gramsci” poteva dirsi terminata, così non era per tutti gli altri connazionali che dovettero trascorrere in Albania altri quattro mesi prima di poter rivedere le coste italiane.
Il generale Piccini restò a Tirana fino a quando, il 17 agosto 1945, giunse, su ordine del Ministero degli Esteri, la Missione Civile presieduta dal console generale Ugo Turcato, incaricata di mantenere rapporti diplomatici tra i due paesi in attesa di un ristabilimento delle relazioni. Incarico non facile data l’imminente divisione dei territori nelle due sfere di influenza che avrebbero caratterizzato la Guerra fredda e l’inevitabile schieramento dell’Albania al fianco delle forze sovietiche, in contrapposizione al blocco occidentale e dunque all’Italia stessa.
Dinamiche, dunque, complesse quelle interne all’Albania nella Seconda guerra mondiale, che rispecchiano la complessità delle vicende che hanno sconvolto l’intera Europa nel corso di pochi decenni. Un’occupazione italiana, un’invasione tedesca, una guerra e una resistenza. Una resistenza fatta non solo da albanesi ma anche da italiani e, soprattutto, non solo dagli uomini in armi del Battaglione Antonio Gramsci – distrutto, ricostruito e ampliato – ma anche da tutti i militari datisi alla montagna, dai civili e dagli internati che hanno opposto il loro netto rifiuto al nazifascismo.








[1] Dottoressa, ricercatrice, Istituto “Antonio Gramsci” Sez. di Bari
[2] Cfr. Massimo Coltrinari, La Resistenza dei militari italiani all’estero. Albania, Rivista Militare, 1999, pp. 142-146; Commissione Italiana di Storia Militare, L’Italia in guerra. Il quarto anno – 1943, Ministero della Difesa, Roma 1994, p. 191, allegato n. 14.
[3] Per una trattazione più dettagliata si veda: Massimo Coltrinari, La resistenza dei militari italiani all’estero. Albania, pp. 27, 644-656, 681-758.
[4] Cfr. Arkivi Qendror I Shtetit, Fondi n. 177 “Brigada e Is e Ushtrise Nacional Clirimtare Shqiptare”, Lista n. 1, Viti 1943, Dosje n. 32.
[5] Cfr. Arkivi Qendror I Shtetit, Fondi n. 177 “Brigada e Is e Ushtrise Nacional Clirimtare Shqiptare”, Lista n. 1, Viti 1943, Dosje n. 32. L’artiglieria cui si fa riferimento in questo documento potrebbe essere identificata con le Batterie “Filippo Menegazzi” e “Filippo Cotta”, appartenenti al 41° reggimento artiglieria della Divisione “Firenze” (6^ e 9^ batteria) fino alla battaglia di Kruja (22-24 settembre 1943). Dal 9 ottobre, su indicazione del comandante Mehmet Shehu, a seguito di accordi intercorsi con il gen. Azzi, entrano a far parte dell’E.L.N.A. con la qualifica di “reparto dell’Esercito Italiano combattente al fianco dei partigiani albanesi” e partecipano alla guerra partigiana fino alla liberazione di Tirana. Il 30 settembre 1943 la 6^ batteria contava 160 uomini, 81 muli, 6 cavalli, 2 obici da 75/13, 1 mitragliatrice pesante e 180 colpi completi. Dal 3 al 10 ottobre partecipa con 2 ufficiali, 31 uomini e 26 muli al recupero di tre complessi da 75/13 e parecchie munizioni abbandonati presso Q. Shtames. L’11 ottobre il Comando albanese ritiene opportuno ridurre la consistenza della batteria in relazione alle possibilità logistiche. La batteria è ordinata su due pezzi con circa 100 uomini; anche la 9^ batteria è ridimensionata su un organico di 100 uomini. Cfr. Massimo Coltrinari, La resistenza dei militari italiani all’estero. Albania, pp. 754-755, 786-789.
[6] Cfr. Arkivi Qendror I Shtetit, Fondi n. 177 “Brigada e Is e Ushtrise Nacional Clirimtare Shqiptare”, Lista n. 1, Viti 1944, Dosje n. 33.
[7] Gargnelutti è il cognome riportato nella versione italiana del Diario Storico Militare del “Gramsci” conservato nell’Archivio di Stato di Tirana (collocazione archivistica alla nota 5). Nello stesso dossier si trova la versione albanese dello stesso Diario che riporta il cognome Garneluti. Massimo Coltrinari ne La resistenza dei militari italiani all’estero. Albania, p. 753 riporta il cognome Carnelutti. Nella medesima pagina viene indicato come commissario politico della 2^ compagnia Antonio Vescarella, mentre nel Diario dell’archivio di Tirana sia nella versione italiana che in quella albanese viene indicato Bonacchi Francesco.
[8] Cfr. Arkivi Qendror I Shtetit, Fondi n. 177 “Brigada e Is e Ushtrise Nacional Clirimtare Shqiptare”, Dosje n. 9 “I canti della Brigata Antonio Gramsci”.
[9] Per il rapporto tedesco si veda Massimo Coltrinari, La resistenza dei militari italiani all’estero. Albania, p. 824-825; per il rapporto del ten. col. Curti, Ivi p. 822.
[10] Bruno Brunetti, Da oppressori a combattenti per la libertà – Gli italiani della Divisione “Antonio Gramsci” nella lotta di liberazione del popolo albanese, Istituto Storico della Resistenza, Lucca 1972, p. 72.
[11] Cfr. Cfr. Arkivi Qendror I Shtetit, Fondi n. 177 “Brigada e Is e Ushtrise Nacional Clirimtare Shqiptare”, Lista n. 1, Viti 1944, Dosje n. 65.
[12] Cfr. Cfr. Arkivi Qendror I Shtetit, Fondi n. 177 “Brigada e Is e Ushtrise Nacional Clirimtare Shqiptare”, Lista n. 1, Viti 1944, Dosje n. 2
[13] Cfr. Cfr. Arkivi Qendror I Shtetit, Fondi n. 177 “Brigada e Is e Ushtrise Nacional Clirimtare Shqiptare”, Lista n. 1, Viti 1944, Dosje n. 33.
[14] Cfr. Mario Fantacci, L’Armistizio e la mia partecipazione alla guerra di liberazione in Albania, in B. D. Maraldi, R. Pieri (a cura di), Lotta armata e resistenza delle Forza Armate italiane all’estero, Franco Angeli, 1990, pp. 162-163.
[15] Per una trattazione più dettagliata si veda Massimo Coltrinari, La resistenza dei militari italiani all’estero. Albania, pp. 948-952.
[16] Il rientro in armi come “riconoscimento dell’attività svolta” è in realtà l’esito finale di una trattativa che in un primo momento vedeva l’E.L.N.A. propensa al disarmo, sia per necessità propria di mantenere armi, sia perché certi che la brigata sarebbe stata disarmata una volta giunta in Italia. Gli uomini della “Gramsci” si opposero fermamente a questa ipotesi nella convinzione che, invece, al rientro sarebbero stati inquadrati nell’Esercito Italiano, facendo leva sui discorsi dell’on. Palermo e del gen. Enver Hoxha che li aveva incoraggiati affinchè continuassero la loro battaglia in patria per eliminare ogni residuo di fascismo. Il testo del discorso di Enver Hoxha venne riportato su l’”Unione”, Organo del Circolo Democratico Italiano “G. Garibaldi”, Anno I, N. 10, 20 maggio 1945 (Cfr. Arkivi Qendror I Shtetit, Fondi n. 177 “Brigada e Is e Ushtrise Nacional Clirimtare Shqiptare”, Lista n. 2, Viti 1945, Dosje n. 4).
[17] Cfr. Mario Fantacci, L’Armistizio e la mia partecipazione alla guerra di liberazione in Albania, p. 163; Massimo Coltrinari, La resistenza dei militari italiani all’estero. Albania, p. 962.
[18] Ivi, p. 167; Ivi, p. 982.