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giovedì 29 gennaio 2009

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI URBINO
FACOLTÀ DI MAGISTERO CORSO DI LAUREA IN SOCIOLOGIA
Tesi di laurea
MONTELUNGO 1943
UNA PAGINA DI CRONACA NELLA STORIA DEL MOVIMENTO DI LIBERAZIONE
Laureando STELIO TOFONE Matr. 011380 RELATORE Chiar. Prof. ENZO SANTARELLI
Anno accademico 1975-1976

CAPITOLO VI
LA REPUBBLICA FONDATA SULA LAVORO
E LE FF.AA.

Le celebrazioni dell’8 dicembre: 1944 e 1945.
Come celebrazione del 1944 ritengo che meriti essere riportato quanto scritto dal giornalista americano Herbert L. Matthews del New York Times[1] :“la prima unità d’assalto delle truppe italiane combattenti a fianco degli alleati entrò in azione l’8 dicembre 1943 contro una delle più difficili posizioni della zona di Mignano – Montelungo dominante la strada per Cassino. Fu un coraggioso ma vano sforzo che forse costò agli italiani perdite proporzionalmente più sensibili di ogni altro successivo scontro della stessa campagna che precedette l’offensiva di Cassino. Attaccati da due lati da forti elementi della divisione “Herman Goering” e presi sotto il micidiale fuoco incrociato di artiglieria, mortai e mitragliatrici, essi dovettero ritirarsi sulle posizioni di partenza, dopo una brillante carica. Ma se l’azione fallì dal punto di vista militare, almeno essa mise in luce la volontà degli italiani di combattere e morire per liberare il loro paese dai tedeschi….. La fanteria mosse verso la linea per rimpiazzare una unità americana nella notte dal 6 al 7 dicembre…. La diversità di linguaggio e di tecnica complicava le cose e, comunque, trattatasi di uomini equipaggiati alla meglio ed inquadrati affrettatamente i quali, proprio per questo, non avevano avuto molte possibilità di impiego come unità organica… Li trovai in linea, la mattina del 7, ansiosi di fare ciò che potevano; specie gli ufficiali erano in uno stato di tensione, coscienti di quanto significasse, per l’Italia, l’imminente azione….Attaccarono l’8 e trovarono il nemico ad attenderli a piè fermo e trincerato ben più saldamente di quel che ci si potesse aspettare. Poche ore dopo essi tornarono alle loro posizioni di partenza, ma molti morti restavano indietro e l’ospedaletto dell’immediata retrovia si congestionò di feriti…L’attacco ebbe un felice inizio alle 6,20; la fanteria scattò arditamente… i tedeschi reagirono con forze decise; gli Italiani, sulla sommità della collina, vennero ributtati giù da una gradinata di fuoco di cannoni e di mortai, e fu allora che l’azione delle mitragliatrici nemiche e le severe perdite cominciarono a causare un certo vacillamento fra gli attaccanti….. così Montelungo venne abbandonato, e gli Italiani tornarono là, donde erano mossi all’attacco, con uno dei loro reparti completamente annientato, come ammise il generale Dapino….Due cose apparvero chiare: l’attacco era fallito e gli Italiani avevano combattuto disperatamente. Io salii poi al posto di osservazione , e trovai il generale Dapino che guardava amaramente la collina sulla quale le speranze sue e quelle dell’Italia si erano infrante….Stando ai piedi del Montelungo e guardando in su veniva fatto pensare che l’attacco era stato poco meno che un suicidio… Il generale Dapino aveva optato per l’attacco frontale verso la cima principale, e le sue truppe avevano raggiunto l’obiettivo, ma pochi tornarono indietro… Mi sono intrattenuto con molti ufficiali e soldati, in linea. Ognuno mi parlò dei micidiali fuochi incrociati da ambo le parti. Tutti ammisero che i Tedeschi, molto più forti di quanto si potesse prevedere, aspettavano ben preparati gli Italiani. Tutti sentivano d’aver fatto quanto era possibile, ma avvertirono che i Tedeschi avevano fatto di Montelungo la posizione chiave del passo di Mignano, e che il successo, con le tenui forze di cui gli Italiani disponevano, era impossibile.
Il mattino del 16 dicembre gli Americani si portarono innanzi per assicurare la propaggine Nord di Montelungo e al momento determinato- erano le 9,15 – gli Italiani attaccarono, e questa volta raggiunsero la sommità della collina e ne discesero l’opposto versante, incontrando assai minore resistenza..”.
Per le celebrazioni dell’anno 1945 ritengo che meriti essere trascritto un brano del discorso tenuto alle truppe della ricostituita divisione “Legnano” dal suo comandante generale Utili:
“O Montelungo, golgota del Fante! A te salimmo portando le armi e lo zaino che si porta la Croce; da te scendemmo il pomeriggio del 20 dicembre, esausti di gloria; alle falde dei roccioni avevamo composto, in un cimitero di guerra che recingemmo con i reticolati, le salme dei fratelli caduti. Quota 253, quota “senza numero”, quota 343, impervia 351. Si era effettuato quello che gli increduli avrebbero giudicato follia. Ma che importa ai combattenti degli increduli? Quello che conta è la coscienza del dovere compiuto, è la Patria, che prende nota in silenzio delle virtù dei suoi figli migliori, ne esalta il valore e ne accoglie il sacrificio. Io sono convinto che il combattimento di Montelungo appartenga non alla cronaca, ma alla Storia d’Italia e che perciò non sarà più dimenticato.”
Purtroppo , almeno in questo, il generale Utili non fu un buon profeta, perché passati i primi anni, quando ancora era troppo recente il fatto, la celebrazione annuale della battaglia di Montelungo subì degli alti e bassi, ossia fu ricordata dalle forze armate in modo non sempre consono al fatto stesso.
Dal 1948 in poi, almeno fino al trentennale della Resistenza, le celebrazioni avvenute furono più un raduno di noi partecipanti a quella battaglia che, con il solo gesto di ritrovarci intorno alle tombe dei nostri commilitoni, abbiamo voluto significare a noi ed agli altri che, l’aver partecipato alla prima battaglia della guerra di Liberazione, non fu un fatto isolato , ma volle segnare, almeno per molti di noi, l’inizio di una nuova era sia politica che sociale. È anche vero che, per molti anni, i reduci di Montelungo vennero ignorati dalle autorità politiche e militari e non solo i reduci ma, soprattutto i morti, in quanto, mai nelle festività nazionali, nessun rappresentante del governo ha presenziato al cimitero di Montelungo a cerimonie contemporaneamente a quelle del sacrario di Redipuglia o quello dei caduti oltremare di Bari. Forse perché i morti della guerra di Liberazione, che sono raccolti al sacrario di Montelungo, non sono caduti per la stessa Patria degli altri ? Per lungo tempo abbiamo avuto la percezione di essere appena tollerati eppure noi di “Montelungo” non abbiamo mai fatto pesare ciò che facemmo quando are facile buttare le divise alle “ortiche” e mettere in pratica il fatidico “tutti a casa”.
Il referendum del 2 giugno e gli ambienti militari
Non si può comprendere[2] la persistenza di un pericolo fascista se non si esaminano criticamente le ragioni per le quali, dopo la insurrezione del 25 aprile e la formazione della Repubblica , è mancata quell’opera di riforma generale dello Stato e della società italiana che sola poteva eliminare, col crescente concorso di una consapevole partecipazione popolare, quelle che erano le radici profonde che affondano nel sottosuolo storico della società italiana, e dalle quali continua a germinare la pianta malefica del fascismo. Certe sorprese , timori e sbandate, e talune pericolose reazioni emotive, non sarebbero oggi possibili se si fossero tempestivamente compresi i motivi (e le conseguenze) di quella “continuità dello Stato” che la formazione della Repubblica ha soltanto intaccato, ma non è riuscita a spezzare…La liberazione del Paese avvenne attraverso due anni di lenta e contrastata avanzata degli alleati dal sud al nord, in un paese diviso in più tronconi da successive linee di combattimento. Al nord si combattevano ancora le ultime e più aspre battaglie partigiane, e già al sud si venivano attuando i primi tentativi di ricostituzione di un movimento di destra.
I rapporti di forza tra i partiti componenti il CNL erano coperti dalle regole fittizie della pariteticità e dell’umanità . Al Sud, fuori dal CNL e contro i CNL, che erano sorti per accordi dall’alto senza poter contare sull’appoggio di un robusto ed organizzato movimento popolare di massa, vi erano forze importanti: i corpi dello Stato, i comandi alleati, c’era il re, il governo Badoglio, i prefetti, i questori , la Military Police. Al nord, dove i grandi scioperi del marzo 1944 avevano indicato la grande forza del partito che li aveva proposti e voluti, il PCI , le regole dell’unanimità e della pariteticità venivano fermamente fatte osservare dal partito liberale e dalla DC, che si opponevano ad una estensione della partecipazione dei CLN dei rappresentanti delle organizzazioni di massa, che pure svolgevano reali funzioni di mobilitazioni e di lotta. Ma la lotta politica all’interno dei CLN non poteva non essere fortemente condizionata dagli sviluppi del movimento reale di lotta, dalla presenza e consistenza delle formazioni partigiane , dalla lotta e condotta nelle fabbriche. La vita dei governi dei CLN subiva le ripercussioni di tali mutamenti e delle pressioni che venivano , direttamente o indirettamente, dalle varie zone in cui era diviso il paese. Le notizie , spesso tendenziose che provenivano dal nord, se alimentavano il massimalismo inconcludente di molti gruppi socialisti ed azionisti, irrigidivano i liberali ed i democristiani in posizioni preconcette di diffidenza nei confronti dei CLN… Premevano però, vigilanti e provocatorie, le forze che intendevano porre rigorosi limiti al rinnovamento democratico del paese. Churchill più che Roosewelt, intendeva mantenere strettamente l’Italia nell’area di influenza occidentale, e portava a sostegno delle sue richieste le esigenze delle operazioni militari in corso nella penisola, che procedevano volutamente a rilento e si erano, per il momento, arrestate nella linea Gotica. Il Luogotenente voleva anzitutto guadagnare tempo, e rendere difficile ogni assestamento democratico, anche provvisorio, dello Stato. Il Vaticano era sempre più preoccupato degli sviluppi assunti dalla organizzazione del partito democratico cristiano e dalle notizie provenienti dal nord che indicavano la vastità degli accordi conclusi direttamente tra comunisti e cattolici…Infine i funzionari, i magistrati, i generali e gli ufficiali, tutti più o meno compromessi col regime e, quindi, formalmente incriminabili secondo le indicazioni del decreto Sforza del 29 luglio 1944 sull’epurazione, volevano al più presto arrestare le procedure già avviate ed impedire che se ne appropriassero di nuove. E vi era alla base il malcontento di un popolo affamato, irrequieto, la cui collera veniva deviata contro il governo dei CLN, accusato di voler imporre al paese una nuova dittatura…Dopo la liberazione del nord, secondo quanto era stato convenuto, si aprì di fatto la crisi che si concluderà…con la formazione del governo Parri …La scelta di Parri era un omaggio reso al nord partigiano, ma i termini del problema politico rimasero inalterati. Fu preso l’impegno di convocare una Consulta , che si riunì finalmente il 25 settembre. Il governo aveva il compito di preparare le elezioni amministrative e quelle politiche per la Costituente….. Intanto, svanite le diffidenze, i rapporti con i governi militari erano migliorati. Il governo militare aveva approvato misure di emergenza prese per far fronte alla crisi, come il blocco dei licenziamenti e la scala mobilie. Venivano accelerate le consegne dall’amministrazione dei territori occupati al governo italiano. La Consulta aveva iniziato a funzionare , ma una dura e giustificata critica di Parri alla vecchia democrazia prefascista aveva accentuato l’isolamento politico del Presidente del Consiglio….
Nella crisi del novembre 1944, l’intervista concessa dal Luogotenente al “New York Times” aveva posto il problema, per la soluzione della questione istituzionale, ad un referendum, piuttosto che lasciare la decisione sulla forma dello Stato alla Costituente…Ma già il 27 febbraio (1946) il Consiglio dei Ministri aveva preso una decisione definitiva per quanto riguardava l’elezione della Costituente.
Prevalse la tesi di affidare all’esito di un referendum la scelta tra monarchia e repubblica. Fu fissata la data del 2 giugno 1946. fu precisato che l’Assemblea Costituente non avrebbe avuto poteri legislativi. Questi dovevano restare nelle mani del governo, che doveva però ricevere la fiducia dell’Assemblea…I risultati del 2 giugno confermarono sostanzialmente il quadro dei rapporti di forza fissati dalle elezioni amministrative della primavera. La DC si affermò , col 35,8% dei voti validi, come il primo partito del paese…Il PCI sentì duramente il colpo della mancata affermazione come primo partito politico della classe operaia…I due partiti, comunista e socialista, che secondo i risultati delle elezioni amministrative della primavera avrebbero dovuto raccogliere la maggioranza dei seggi dell’Assemblea Costituente, il 2 giugno non raccolsero, assieme, che il 39,59% dei voti. Nel mezzogiorno raccolsero, infatti, uniti, appena il 20,71% . Era la dimostrazione della gravità, anche sul piano politico, della questione meridionale e del pericolo sempre incombente di una frattura non solo politica ma anche istituzionale tra nord e sud…
Il corpo sociale della nazione era scosso da forti tensioni. Si moltiplicavano le manifestazioni dei disoccupati, dei senza-terra, dei reduci, delle donne per il pane e contro la borsa nera. Nello stesso tempo all’estrema destra “l’uomo qualunque” andava allargando la sua influenza, e dietro al volto bonario e gioviale di Giannini già si andavano profilando le maschere sinistre degli ex repubblichini. Era evidente che la situazione non avrebbe potuto reggere a lungo all’urto di tante forze contrapposte. C’era il vaticano che chiedeva con urgenza a De Gasperi di rompere l’accordo con il PCI. C’era il governo degli Stati Uniti che già andava preparando le masse per la rottura della coalizione antifascista mondiale. Churchill aveva già affermato nel discorso di Fulton, l’esistenza di una cortina di ferro che divideva in due il vecchio Continente…Nel partito comunista italiano Togliatti era convinto della inevitabilità di giungere ad una rottura della posizione governativa…
Bisognava inoltre che la rottura non provocasse una spaccatura verticale che rigettasse i comunisti nella illegalità , ma segnasse il passaggio ad una opposizione da svolgere nel quadro delle istituzioni repubblicane che l’elaborazione della Carta Costituente andava precisando. Bisognava perciò che la rottura non compromettesse irreparabilmente i lavori dell’Assemblea Costituente. Era, quindi, necessario che la rottura avvenisse il più tardi possibile, alla fine dei lavori dell’Assemblea Costituente…l’esperienza di un governo dei comunisti era terminata, ma aveva permesso di raggiungere i tre obiettivi posti da Togliatti come motivazione della presenza dei comunisti nel governo; la liberazione dell’Italia la fondazione della Repubblica , l’approvazione della Costituzione. Notevole fu l’opera svolta dai comunisti nei rispettivi campi di attività (governative)…Importante fu l’attività svolta nel campo delle forze armate da comunisti come Mario Palermo e Colajanni per mantenere un collegamento attivo con quei generali e ufficiali che avevano scelto , dopo l’8 settembre, la via dell’onore e per porre a base della ricostituzione in cui venne a trovarsi Francesco Modanino quando fu chiamato ad essere sottosegretario alla Difesa nel periodo successivo al 2 giugno 1946.
Lo scontro politico-ideologico su Montelungo.
Per poter comprendere in quali diversi modi siano stati “visti” noi del Iº Raggruppamento Motorizzato riporto, qui di seguito, articoli e passi scritti da persone con evidente diversa estrazione politica[3]
“Quando partiamo da un paesino del beneventano per andare verso i fronte ogniuno di noi portava salda nel cuore la certezza che l’Italia in un unico slancio ci avrebbe seguiti. Credevamo di aprire la schiera di quegli Italiani che oggi – e sono tanti- gridano su allegri motivetti “FUGANTI GERMANI SUNT”: i vari liberalisti, crociani, sforziani, democratico-cristiani, prodi fino ad oggi della penna e della parola …….Sentivano il bisogno della piena solidarietà della stampa e del caldo, affettuoso consenso del popolo.
Le lacrime e le benedizioni degli animi buoni non ci sono venute meno, ma dalla stampa non e’ giunto altro che una gazzarra assordante di vuoti roboantismi, di pietismo propaganidistico costellato abbondatemente di frecciate velenose. Ma chi ha scritto e parlato lo sa chi siamo noi? Han detto che siamo volontari!................
Soldati: null’altro! Non siamo dei politicanti o degli arrivisti. Non abbiamo posto per condizione del nostro sacrificio l’esonero del giuramento al re. Siamo dei semplici soldati. Noi non conosciamo condizioni ora. Non ci riguarda se lottando per la Patria facciamo il gioco di questo o quel partito. Lo sappiamo bene Scaglione, e lo sappiano ancor meglio Benedetto Croce ed il Conte Sforza. Mai, come sotto l’infuriare della tempesta di fuco, ci siamo resi conto delle loro querele. Si illudono, questi signori, di ottenere il consenso e l’amirazione degli Alleati dettando dalle loro cattedre di giornalisti o di filosofi o di diplomatici principi di politica e fiere rampogne a chi non si puo’ difendere.
Il consenso e l’ammirazione degli Alleati l’abbiamo avuto e sentito nella valle di Mignano quando essi videro scattare contro le posizioni tedesche, in un unico balzo, cinquecento “petti” di giovani!.... La comodità dei trasporti; l’abbondanza degli armamenti, l’efficienza piena ed assoluta delle diretti vie supreme non facevano parte della nostra dotazione ed il giorno dopo leggemmo il pezzo forte di Scaglino in cui scriveva che non si poteva aver fiducia nell’esercito perché allora permeato di fascismo o invasato da furori monarchici. Se potesse immaginare Scagliano quanto male ci ha fatto il suo articolo: Ne’ e’ valso a mitigarne l’effetto il susseguente articolo sui combattenti di Mignano. Le ritrattazione odierne, misurate al sistema metrico propagandistico opportunistico, non ci convincono. La fiamma della libertà non si identifica con la brace della propria sigaretta.
L’Italia si può redimere, ricordatevelo, anche prestando giuramento al re!. Non e’ il re, capite, che ha bisogno di noi e l’Italia. Se il re in questo momento si identifica con l’Italia, ebbene sia salvo il re. A poi le beghe interne.
Salviamo di fonte agli estranei quel poco di dignità nazionale che probabilmente ancora ci rimane. “GALLIA DOCEAT”! L’imperativo del momento deve essere un solo: dimenticare le nostre sventure personali e riunirci tutti intorno alla nostra bandiere con l’intima persuasione che si combatte per la Patria, soltanto per la Patria.”
Luigi Montesanto invece[4]:
“ I cinquemila uomini che formarono il Iº Raggruppamento Motorizzato non erano tutti volontari. Faremo della retorica dicendo che tutti quei cinquemila anelavano combattere per liberare città e paesi; troppo fresco il ricordo degli inverni passati in Albania, delle estati di Libia e soprattutto dell’armistizio. Ma una parte erano volontari, e di questa parte formata da universitari allievi ufficiali li vogliano specialmente ricordarci senza percio’ sminuire il valore e la costanza di tutti quegli anziani che pur stanchi di guerra seppero ubbidire, tornarono al fronte e il 8, dicembre su Montelungo andarono ancora una volta all’attacco che per molto di loro fu anche l’ultimo.
Molti di quei giovani allievi ufficiali del 67 fanteria e del LI° battaglione bersaglieri dovettero sentirsi simili ai loro predecessori di “Curtatone e Montanara” presi come erano da uguale amore per la libertà e per la Patria.... Cosi quei giovani attraversarono con garibaldina baldanza i paesi diroccati del Molise e della Campania cantando ..... Ma l’entusiasmo calò quando avvicinandosi il fronte apparvero segni di maggiori distruzioni recenti. Poi giunse anche la sera, fredda e invernale nelle retrovie buie e fangose in cui non si udivano che grida, esclamazioni di invisibili soldati che parlavano lingue straniere e , rombavano a momenti tiri in partenza di artiglieria. Sui camion che procedevano lenti nel buio.......... quei soldati, mangiando scatolette americane, dovette sentirsi assalire da tristezza e dovettero temere di sembrare mercenari..... Per motli di essi la famiglia era oltre le linee, sotto i Tedeschi.
Ma la notte passò e venne il fronte, l’attesa nelle postazioni, il desiderio di attaccare, di misurarsi col nemico la cui invisibile presenza era certa tra i monti. Tornò la notte e con la notte venne ordine di attaccare quota 343 alla prossima alba”. Come si svolsero i fatti in quel fatale mattino e’ ormai noto a molti. Ma forse non tutti sanno che quella mattina ci furono tre medaglie d’oro alle memoria: a due sottotenenti ed ad un sergente maggiore. Loro e gli altri morirono per la libertà.” Enzo Santarelli cosi si esprime[5]:
“Il Raggruppamento Motorizzato nacque comunque come una formazione di impronta in un certo senso dinamistica, il 27, settembre 1943, prima della dichiarazione di guerra alla Germania che e’ del 13 ottobre. Il momento della trasformazione istituzionale nel CIL e’ del 18, aprile 1944, e viene pertanto a coincidere con la formazione del governo di unità nazionale, all’indomani della svolta di Salerno.
Soprattutto il Raggruppamento “Savoia” risenti di una crisi profonda.
Gabrio Lombardi attribuisce questa crisi allo sviluppo (inevitabile) della questione istituzionale, alla propaganda dei partiti antifascisti a suo tempo e’ arrivato a definire la zona di Avellino “spiritualmente malsana”, forse per la sola presenza di un uomo come Dorso, che non si sottomise al tentativo degli ufficiali monarchici dei bersaglieri di tacere sulla questione istituzionale e governativa intrecciata con lo sforzo di guerra già avviato da Badoglio[6].
Ma dopo gli incidenti di Avellino del 13, novembre nell’ultima decade dello stesso mese alcuni complementi di volontari affluirono dal centro di raccolta di Oria nella zona di Maddaloni-Limatola-Airola. Chi erano questi volontari? Innanzitutto erano prevalentemente della classa 1922, dieci anni più giovani della truppa precedentemente confluita nel Raggruppamento. Non avevano esperienza e delusioni di guerra, provenivano dallo studentato e avevano frequentato i corsi allievi ufficiali, ma erano ancora soldati semplici, in attesa di nomina a sottoufficiali. Non avevano spirito di corpo e arruolandosi in un reparto destinato al fronte, avevano compiuto una libera scelta, si collocavano su posizione molto diverse da quelle della ufficialità di carriera che dopo la frustrazione dell 8 settembre era approdata all’ultimo rifugio di un redivivo patriottismo monarchico. Non erano antifascisti radicali, ma avendo vissuto nel mezzogiorno il dramma e lo spettacolo della sconfitta e della disgregazione sociale, avevano maturato una coscienza di ltta o guerra nazionale , da condurre autonomamente -sia pure a fianco degli alleati- per la liberazione del nord, da cui spesso provenivano. Non erano molti, ma erano stati sensibilizzati dalla propaganda “democratica” degli Alleati e degli stessi gruppi antifascisti. In alcuni casi erano di idee repubblicane. Ve ne furono tra loro alcuni che avevano tentato, dopo le sbandamento, di arruolarsi nelle formazioni volontarie del generale Pavone; altri nicchie rifiutarono permanentemente di portare sulla divisa lo scudetto Savoia. Entrati e distribuiti nei vari reparti del Raggruppamento, parteciparono ai primi di dicembre ai combattimenti di Montelungo (Mignano). Fu da questi gruppi che si levo’ la protesta contro la propaganda monarchica che serpeggiava nelle forze armate e che raggiungeva anche i reparti in linee.... all’inizio di febbraio 1944 il Raggruppamento Savoia, riordinato dopo la crisi di dicembre-gennaio, ritornava in linee, sulle Mainarde. E’ a questo punto che alcuni dei volontari già o ancora appartenenti al Raggruppamento Motorizzato rendendosi pienamente contro il pericolo rappresentato dalla eventualità che un corpo designato col nome Savoia potesse fare il suo ingresso a Roma, con le altre forze Alleate, consentendo cosi di acquisire un punto di vantaggio alla monarchia... persero riservati contatti con il CLN di Napoli. Vi fu anche una pubblica denuncia sul giornale “l’Ateneo”, organo della federazione internazionale degli studenti [7].
Si trattava di un esplicito tentativo di saldatura con le forze antifasciste. L’Ateneo” era allora sostanzialmente egemonizzato da Adolfo Omodeo, ma l’articolo di cui si e’ detto, mentre polemizzava con la tesi a senso unico della “apoliticità” delle forze armate, cosi come era sostenuta dai comandi militari e dal governo di Brindisi, propugnava una sorta di Alleanza fra la base dei reparti combattenti con l’opposizione antifascista del “regno del sud” da un lato, e con i partigiani del nord, dell’altro. “Per questo – si leggeva in quell’articolo -un volontario combattente si e’deciso a parlare. Egli pensa che se vi sono navi, reparti, aerei che si battono e si prodigano (sic!) contro i Tedeschi, i loro uomini si battono per la patria, e si sentono fratelli dei liberi partigiani dell’Italia centrale e settentrionale”. Il limite di questa posizione era evidente ma la conclusione di fondo era forse più esplicita: “Lo ripetiamo : l’opposizione e’ la garanzia e l’appoggio dei combattenti”. Il punto interessante e’ tuttavia un altro. Siamo, adesso, alla viglia della svolta di aprile, che per certi versi offre una risposta positiva alla crisi e alle alternative che si aprivano anche alla base del Raggruppamento, nell’intento di costituire un “governo di guerra, governo popolare” [8], sulla linea delle proposte e dell’iniziativa politica di Ercoli. Il fatto e’ che da un lato la strategia dei CLN nel mezzogiorno ma non solo nel mezzogiorno era in crisi, dopo il congresso di Bari, grazie alla partecipazione delle forze armate riorganizzate nel sud sotto l’insegna dei Savoia; che dall’altro questa politica di cobelligeranza condotta avanti dal governo monarchico non aoolevava più a compiti di normale amministrazione”, come era sembrato in novembre a Guido Dorso, ma ad una funzione nazionale, dalla quale le forze popolari (e quindi anche i combattenti di base) erano esclusi. Dal 1 Maggio e7 il primo appello di Mario Palermo, sottosegretario comunista alla guerra, che si rivolse ai “soldati di Mignano e di Monte Marrone” e ai “ partigiani del territorio invaso”......................
Nel Raggruppamento motorizzato Savoia non erano mancate in effetti resistenza e reazioni dei pochi volontari antifascisti, ma esso costituiva pur sempre una base e forza di manovra, più o meno docile ed efficace, un tentativo conservatore contestato concordemente da tutti i partiti e gruppi antifascisti di egemonizzare in senso esclusivo il movimento di liberazione nazionale. E’ un fatto che si poneva il problema della saldatura fra le forze armate enucleatesi o riorganizzatesi nel “regno del sud e le forze partigiane in via di sviluppo ancora molto disorganico, almeno fino alla liberazione di Roma, nell’Italia centrale e settentrionale”.
Tentativi di “riconciliazione” su Montelungo
Per lunghissimo tempo noi combattenti di Montelungo fummo non solo dimenticati, ma oserei dire volutamente”sminuiti” dalla propaganda ufficiale che ha cercato di ignorare o quanto meno “tollerare” – come si usa fare con il prete povero scomodo - coloro che “QUAND’ERA PER I FRATELLI SMARRITI VANITA’ SPERARE, FOLLIA COMBATTERE.............”[9], sperarono e credettero in un domani migliore e per questo combatterono ed offrirono, in molti, la loro giovane e già tormenta esistenza.
Nel dicembre 1964\3, 20 anniversario della battaglia di Montelungo, la cerimonia commemorativa comincia ad assumere un aspetto più solenne degli anni precedenti.
Infatti, a rappresentare lo Stato, il governo, il parlamento sono intervenuti; il Ministro della difesa, il Capo di Stato Maggiore dell’esercito, numerosi senatori e deputati, i comandanti generali dei carabinieri e della finanza, il Capo di Stato Maggiore dell’aeronautica, e per gli Alleati l’Ammiraglio Russel - Comandante del Quartiere Generale della Nato Sud-Europa, il Comandate del Mediterraneo centrale, gli Addetti Militari alla NATO ed altri.
A solennizzare ancor di più la cerimonia erano presenti 27 Bandiere dei Reggimenti che combatterono nella Guerra di Liberazione, i Gonfaloni dei comuni decorati al Valor Militare e delle varie associazioni. In quella occasione il Ministero della Difesa lesse il messaggio del Presidente della Repubblica; “Con animo commosso partecipo idealmente alla cerimonia commemorativa del XX anniversario dei fatti d’arme di Montelungo, alla quale motivi di forza maggiore mi impediscono di presenziare. Il sublime sacrificio di tante giovani vite testimonia la fede negli alti ideali della Patria che animò il Corpo Italiano di Liberazione, nella ferma volontà di risorgere dalle rovine di una guerra perduta. E levo un reverente pensiero alla memoria di questi eroici Caduti, con l’ammirata riconoscenza che ogni italiano deve a Coloro che più hanno dato alla Patria............”[10].
Concluse i discorsi commemorativi del 1963, tutti esaltanti i fatti di allora, il generale Aloja, Capo di Stato Maggiore dell’esercito, che cosi terminò il suo breve ma intento discorsi: “............ Il I° Raggruppamento Motorizzato in ore oscure e di smarrimento, affermò qui, a Montelungo, il diritto dell’Italia a essere accolta fra le Nazione Unite. Qui poche combatterono per tutti, garanti del valore e dell’onore dell’esercito italiano. E qui tutti si inchinano alla memoria di quei pochi”[11].
Dopo il ventennale, noi reduci di Montelungo, ci siamo intensi più a nostro agio, potevamo parlare delle nostre gesta a voce alta e non sommessamente e tra di noi; sentivamo, noi superstiti, di essere compresi in modo diverso ma soprattutto sentivamo che venivano meglio compresi quelli che caddero combattendo in quel giorno dell’immacolata. Sentivamo che la Patria cominciava ad essere viva intorno a quei morti, e on solo materialmente; cominciava ad avere un certo valore la scritta scolpita sul frontalone del Sacrario “MORTUT UT PATRIA VIVAT”.
Inizia una nuova “epoca” se cosi si può dire, per il celebrazionismo di Montelungo; il fatto d’arme dell’8, dicembre comincia ad essere visto come un momento importante nello sviluppo del movimento di Liberazione nazionale, anche se meno importante e per alcuni aspetti persino in contrasto con quel processo storico-sociale che fu la Resistenza, ma non per questo marginale o secondario. In effetti si inizia a Montelungo quel fenomeno che portò i “regolare di Badoglio” a partecipare alla stessa lotto di Liberazione che si era accesso a Roma a Porta San Paolo, a Cuneo a Napoli.
Il nuovo Risorgimento collaborava con la Resistenza a questa reggeva una certa tradizione risorgimentale nello sforzo di stabilire un più profondo legame, sociale e politico, fra esercito e popolo. Il nome di Montelungo ed il ricordo dei suoi Caduti debbono avere la forza e la virtù di affratellare e non dividere i combattenti della guerra di Liberazione con i partigiani della Resistenza.
Il mito moderato tradizionalista su Montelungo
Molto si e’ scritto sui fatti di Montelungo e tutto ciò che e’ stesso detto va sempre a lode del comportamento del soldato italiano; di cosa seppe fare in quei giorni oscuri della storia d’Italia. Se c’e’ da condannare qualcuno questi certamente non e’ il soldato che, ubbidiente ad un giuramento prestato, seppe combattere e morire, in quelle giornate dell’8 e del 16 dicembre, contro gli ex alleati di prima , ed a fianco degli ex nemici, senza nulla chiedere e senza porsi, all’inizio, problemi di nessuna sorta.
E’ piuttosto da condannare, e la storiografia ufficiale tradizionalista non lo evidenzia in modo deciso, il comportamento di assoluta “mancanza di buon senso” della nostra “ ufficialità” di alto rango, e di carriera che doveva, se non altro, studiare sulla carta, oltre che sul terreno, l’azione tattica su Montelungo del Raggruppamento.
L’essersi fidati delle notizie messe a disposizione dai comandi Americani sopratutto sul “velo di fuoco” che i Tedeschi avevano predisposto al “passo di Mignano”, senza rendersi cento dell’importanza, invece, per i Tedeschi della resistenza sulla linea Reinhard, deve essere considerate come una grossa “superficialità”.
L’ avere scelto od accettare di attaccare frontalmente, con la sola assicurazione verbale, di avere, al momento dell’attacco, i fianchi protetti da truppe della 5 Armata Americana non può essere considerata una “ingenua leggerezza” dei nostri comandi.
Per la cecità o faciloneria di alcuni Comandi, il 67° fanteria ed il LI° battaglione allievi ufficiali dei bersaglieri vengono quasi distrutti e nei superstiti viene annullata quella volontà di combattere che li aveva portati in linea a Montelungo.
Si continuerà a parlare della battaglia di Montelungo come di un fatto a se stante, di un mito; ogni anno ci siamo ritrovati o ci ritroviamo al Sacrario ad ascoltare i discorsi commemorativi che, di volta in volta, sono stati intonati ai momenti politici che si attraversavano.
Quello che è veramente importante da mettere in evidenza è il fatto che a Montelungo nel lontano 1943 molti di noi, tengo a ripetere “……quand’era per i fratelli smarriti veniva sperare, follia combattere….” Accorremmo volontariamente credendo di partecipare a quell’opera di redenzione e resurrezione della Patria alla quale fermamente credevamo.
Nessuno di noi, credo, si chiedeva, in quella nebbiosa mattina dell’8 dicembre 1943, del perché si trovasse a giocare, a vent’anni, con la morte su quel monte, ai più, sconosciuto fino a poche ore prima.
Fummo modesti nel compiere il nostro dovere perché credevamo in quello che stavamo facendo e molte volte sentendo, nell’allocuzioni celebrative dell’8 dicembre, parole roboanti e spesso vacue, allora, noi superstiti di quelle giornate, ci sentiamo offesi per tutti coloro che caddero credendo che quello era il solo modo di riscattare l’Italia.
Come è stato già detto, allora in pochi combattemmo per tutti e dovemmo essere “i garanti del valore e dell’onore del risorto esercito italiano”.
Il mito di Montelungo non può essere appannaggio di una tradizione di parte; a Montelungo non si andò a combattere per essere festeggiati poi. A Montelungo si è combattuto per la Liberazione dell’Italia e per partecipare alla Resistenza contro il nazifascismo.
Dopo trent’anni: il senso di un recupero democratico.
Sono due anni che noi di Montelungo siamo diventati “degni” di essere ricordati in modo “decoroso” ed i discorsi che, alla data dell’8 dicembre 1974 e 1975, sono stati fatti, sia nel sacrario che in altri luoghi testimoniano che ormai, “quelli del I° Raggruppamento”, non sono più “i badogliani mercenari di casa Savoia” ma semplicemente degli Italiani che vollero combattere per liberare l’Italia dei Tedeschi.
L’8 dicembre 1974 il generale P. Tolomeo, Comandante la Regione Meridionale Militare, così parlò ai convenuti[12]::
“Un’alba stinta, pesante di nebbia che penetra dentro le ossa. Una di quelle giornate che iniziano ovattate di pessimismo. Anche nel cuore di quegli uomini che per terra attendevano le 6,20, l’ora stabilita per l’attacco, c’era il silenzio dei momenti estremi.
Carponi a terra, nessuno si chiedeva perché a minuti avrebbe giocato con la morte, perché era necessario conquistare quella roccia che sovrastava grigia e brulla, perché a vent’anni, fatti per l’amore e per la vita, si masticava fango e si viveva da bruti……
Dalle 5,30 alle 6,20, un’ora di attesa lì per terra, nel fango. Alle 6,20, un’ora di attesa lì per terra, nel fango. Alle 6,20: avanti, avanti, ritti in piedi con i muscoli docili, flessibili, con il cuore gonfio di speranza di sopravvivere, con la gola piena di parole belle che sapevano allora si d’amore e non di morte……
Alle 9,30 non più un passo avanti – la sinfonia eroica è alle battute finali per innalzare al cielo l’inno della morte.
Quanti sono rimasti a mordere l’erba? 47 morti, 102 feriti, 151 dispersi.
Chi erano? Voi, o fratelli, che combatteste fianco a fianco quel giorno con loro, ed oggi siete qui presenti, Voi ben li ricordate.
Giovanissimi tutti, alcuni adolescenti addirittura, allievi dell’Accademie Militari dell’esercito e della marina, dell’aeronautica, allievi ufficiali di complemento: erano di certo i migliori, credevano nella Patria, nei suoi valori immortali, sentivano che da loro la Storia attendeva eroismo, si fede, ma anche e soprattutto redenzione…..
Ma è possibile che il tempo riesca a cancellare così facilmente il caldo del loro sangue, la fierezza del loro sguardo, l’amore che avevano, nonostante tutto, per l’Italia?
Le zolle rocciose di Montelungo devono saperci dire qualcosa, altrimenti tutti noi, nessuno escluso, abbiamo vissuto invano.
Si Montelungo, trascende la sua stessa gloria, e diventa simbolo della rinascita italiana.
Quei morti, i superstiti valorosi di oggi, attendono una risposta a quell’alba dell’8 dicembre 1943. Non riconosceva parola vana, non luminoso esempio altrettanto vana parola, ma sublimazione del loro sacrificio alla ricerca di un valore effettivo della vita…….”
Nell’anniversario della battaglia ricordato nel 1975 molte sono state le autorevoli persone che hanno voluto “riscoprire” Montelungo.
Il “primo cittadino “ di Mignano ha ricordato con accenti piuttosto polemici, come “la vera resistenza italiana sia nata a Montelungo”, non nascondendo la sua meraviglia perché il fatto d’arme dell’8 dicembre ancora non abbia trovato giusta collocazione nella storia d’Italia e ricordano come “soltanto dopo un attento esame e valutazione della esaltante prova di Mignano, gli Alleati ebbero ad apportare una prima revisione alle clausole dell’armistizio”.[13].
Il sottosegretario alla difesa, onorevole Radi[14], per conto del governo così ha rievocato il fatto d’armi: “La battaglia di Mignano rappresenta per tutti gli Italiani una pietra miliare nella storia della loro riscossa e della loro rinascita come nazione libera e democrazia….. Il tributo di sangue fu molto elevato ma attraverso il sacrificio di quei nostri soldati fu evidente la volontà dell’Italia di contribuire alla vittoria. Combatterono in pochi ma per tutti noi. Il loro sacrificio, il loro coraggio, il loro valore non furono subito conosciuti, ma con il passare degli anni la battaglia di Mignano ha acquisito sempre più il carattere di un simbolo che esalta valori umani, di dignità, di sacrificio. Trenta anni fa cominciava in effetti una nuova storia, e l’Italia si affacciava sulla scena della vita Europea democratica, con dignità, con la volontà di riuscire, con la fede in un domani migliore….. Nel ricordare il comportamento eroico dei nostri soldati a Montelungo, ho sentito rifiorire la tensione ideale e politica che animò gli Italiani nel momento del sacrificio. Si combatté con l’aspirazione ad un mondo nuovo, libero, giusto, non più sudditi di regime. Erano pochi, in quei momenti, ad essere consapevoli che stava sorgendo una nuova Italia, non solo di “elite”, ma di tutto il popolo che reclamava il suo diritto ad assurgere alla direzione dello Stato, dopo essere stato escluso da ogni partecipazione e da ogni scelta”.
Concludeva i discorsi celebrativi del 1975 il Presidente della Giunta Regionale della Campania Onorevole Mancino, a nome del Comitato Regionale per le celebrazioni del trentennale della Resistenza, con le seguenti parole: “Questa celebrazione vogliamo tenerla qui a Mignano, a ricordo di una battaglia che ha il significato storico di una svolta. Dopo l’8 settembre non era facile prendere coscienza di una nuova strada, del processo di recupero del credito che il fascismo aveva fatto perdere con la dittatura e con la guerra. Ne fu consapevole quel primo nucleo dell’esercito, che volle tracciare e proseguire la nuova strada non sulle retrovie, ma sul fronte del combattimento, per riscattarci da vent’anni di oscurantismo, per iniziare la nuova epoca della rinascita e della ricostruzione della libertà. Non morirono invano i soldati di Montelungo: furono esempio al popolo italiano e a tutti i popoli oppressi d’Europa, testimonianza di una decisa volontà di riscatto, viatico verso la libertà e la vittoria”.
Il riconoscimento più bello lo abbiamo avuto dal Senatore Mario Palermo, che fu sottosegretario alla guerra nel governo di Salerno, il quale parlando a Napoli, nella sala dei Baroni al Maschio Angioino, per celebrare il 32° anniversario della battaglia di Mignano ha tenuto una conferenza sul tema: “Contributo delle forze armate alla lotta di Liberazione”.
Il Senatore Palermo, tra l’altro ha detto:”….le forze armate ufficiali, sottufficiali e semplici militari, pur in mezzo al disorientamento sociale e civile succeduto alla prima guerra mondiale, alla caduta di tante illusioni alle quali avevano creduto i combattenti, agli attacchi che ai reduci venivano anche da settori di sinistra popolari, non si lasciarono mai attrarre dai temi della propaganda fascista. Sono le errate decisioni di Vittorio Emanuele impedirono anzi all’esercito di intervenire per porre fine, in breve tempo, all’azione eversiva delle forze della destra. Né le forze armate possono essere coinvolte nella responsabilità per i dolorosi insuccessi seguiti alla nostra entrata in guerra accanto ai Tedeschi. Insuccessi che sono dovuti invece al fallimento militare, politico e morale del fascismo e del mondo che lo aveva sorretto.
L’8 settembre segnò invece il punto di avvio di un generale risveglio delle coscienze del Paese e delle sue Forze Armate i cui componenti, nella grandissima maggioranza, posti di fronte ad una scelta, scelsero per l’avvenire e non per il passato, per la libertà contro i suoi rinnegatori.
E dal 1943 al 1945 le Forze Armate diedero il loro validissimo contributo alla guerra che si combatteva nella penisola per la sconfitta del nazismo.
Due furono i momenti predominanti: il primo è quello della reazione spontanea dei reparti lasciati senza direttive ed istruzioni dopo la “fuga di Roma”, contro i nazisti ormai presenti su gran parte del suolo nazionale. Innumerevoli episodi di eroismo si ebbero in Italia e sui fronti ove l’esercito italiano era presente.
Il secondo è quello della riorganizzazione dello esercito per combattere una guerra regolare accanto agli Alleati, e la prima battaglia fu appunto quella di Montelungo per proseguire poi con il CIL alla liberazione degli Abruzzi, delle Marche, dell’Emilia, fino alla vittoria finale.
Il senatore Palermo ha così concluso: “…….. il contributo delle Forze Armate alla guerra di Librazione è stato quindi grande, ed esso non deve non può essere sottovalutato: e sarebbe certamente stato decisivo per lo svolgimento della guerra e quindi per il futuro del Paese se coloro che avevano la responsabilità del governo non avessero commesso gravissimi errori prima dell’8 settembre.
Ecco perché le forze armate hanno diritto alla gratitudine degli Italiani”.

[1] Vedi appendice – allegato n.59.
[2] Giorgio Amendola, op. cit., pagg.704 e segg.
[3] Vedi Appendice – Allegato n. 60.
[4] Vedi Appendice – Allegato n. 61.
[5] Enzo SANTARELLI – Dal “Dibattito sull’ideologia politica del CIL” di L. Bedeschi – Argalia Urbino 1971, pagg. 86 e segg.
[6] Vedi Appendice – Allegato n. 25.
[7] Vedi Appendice – Allegato n. 62.
[8] Enzo SANTARELLI – Dal “Dibattito sull’ideologia del C.I.L.” di Lorenzo Bedeschi, pagg. 89/91.
[9] Da una lapide posta nel cimitero di guerra di Montelungo.
[10] Vedi Appendice – Allegato n. 39.
[11] Idem “ “ “ .
[12] Vedi Appendice – Allegato n. 63.
[13] Vedi Appendice – Allegato n. 64
[14] idem “ n. 65.

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