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venerdì 21 agosto 2020

La crisi armistiziale del 1943 3a Parte

Gli ex alleati tedeschi
di



Osvaldo Biribicchi


La dissoluzione dell’esercito e l’invasione dell’intero territorio nazionale furono il prezzo pagato dai responsabili per questa fondamentale scelta politica […] Badoglio aveva impiegato l’esercito come copertura delle trattative armistiziali, dopo aver constatato l’impossibilità di impiegarlo unitariamente contro la Germania; e l’otto settembre egli sapeva anche che all’atto della comunicazione dell’armistizio l’ordine di “difendersi se attaccati” votava i reparti all’olocausto tattico. Il Maresciallo capo del Governo ha la responsabilità di aver gettato sulle spalle di tutti gli ignari comandanti, dalle Armate ai Plotoni, la tragica scelta di sua esclusiva competenza: la resa anche ai tedeschi, o una lotta disarticolata e senza speranze contro l’alleato, nel momento stesso in cui lo Stato si era arreso al nemico. All’alba del 9 settembre infine, il Re, il Governo ed il capo di S.M. generale assunsero congiuntamente la responsabilità storica di NON DIFENDERE ROMA, per non coinvolgerla in azioni di guerra. A seguito di questa decisione il capo di S.M.  dell’esercito ordinò al generale Carboni di ritirare su Tivoli tutte le truppe dislocate nella zona di Roma. Carboni fu dunque l’unico comandante di Grande Unità che all’atto dell’armistizio ricevette un ordine scritto dal suo superiore diretto. Ordine generico, incompleto ma tecnicamente eseguibile e chiarissimo nelle sue implicazioni politiche e operative. Accadde però che proprio questo Generale fin dall’alba del giorno 9 si rese irreperibile per incapacità di comando e personale viltà, lasciando tutta la pesante responsabilità operativa al suo modesto capo di S.M. Ricomparso a Tivoli nel pomeriggio, accettò di trattare una resa proposta dal nemico, che prometteva di non condurre prigioniere in Germania le truppe da lui dipendenti. Al mattino successivo infine Carboni ordinava al suo corpo d’armata ancora in via di ripiegamento su Tivoli, di rigirarsi e muovere all’attacco delle colonne tedesche intorno a Roma. Mentre i reparti erano impegnati in questi caotici movimenti, nel pomeriggio del 10 settembre Carboni si arrendeva al nemico, accettandone l’ultimatum, senza aver impiegato in combattimento i reparti efficienti ai suoi ordini»[2].        

                           La difesa della Capitale, nella confusione generale, fu un’altra pagina opaca. Ma quali erano le forze tedesche ed italiane dispiegate a nord ed a sud di Roma? «La 3a divisione di fanteria, Panzergrenadier (generale Graeser), dotata di semoventi e con circa 200 veicoli blindati e un totale di 15 mila uomini, oltre a un rinforzo di carri armati, attestata dapprima tra Monte Amiata e il versante nord del lago di Bolsena, si sposta da un lato verso Chiusi e la valle del Tevere, dall’altro sul versante sud del lago, in modo da controllare l’area di Viterbo sino alla via Aurelia […] A Sud e Sud-ovest della capitale opera la 2a divisione paracadutisti  (generale Barenthin) trasferita a fine luglio dalla Francia, collocata tra Fiumicino, Pratica di Mare, Ardea, Colli Albani, gravitante sull’Ostiense, con 12 mila uomini […] Sui luoghi di combattimento due divisioni tedesche  (rinforzate quanto a uomini e mezzi ma con non più di 30 mila uomini) contrastano sette divisioni italiane con un numero di uomini mai del tutto precisato ma, di fatto, nettamente superiore, non meno di 60 mila, con dotazione di artiglierie e relativo munizionamento»[3].                                                                                                             

Sulle operazioni militari tedesche da settembre a dicembre 1943, è stata fatta un’interessante analisi da Filippo Stefani. «La campagna dei tedeschi in Italia, benché conclusasi con la capitolazione - da mettere peraltro in relazione con i contemporanei avvenimenti sui fronti occidentale ed orientale - fu sotto il profilo tecnico-militare un vero saggio di bravura difensiva. Favorita inizialmente dagli errori dei comandi italiani ed alleati e successivamente dalle manovre alleate di corto respiro, essa non solo perseguì lo scopo strategico che Hitler e l’OKW si erano ripromessi - tenere lontane dal territorio nazionale tedesco le forze alleate sbarcate in Italia e proteggere il fianco meridionale dello schieramento germanico - ma andò oltre le aspettative. Impegnò, è vero, per 20 mesi oltre mezzo milione di uomini, che avrebbero potuto trovare impiego sul fronte orientale e su quello occidentale, ma essa si pose come esigenza strategico-militare irrinunciabile per la Germania dopo la resa dell’Italia. Colta di sorpresa, non già dal distacco italiano dal quale si era cautelata, ma dall'annuncio dell'armistizio, la Germania si era trovata a dover fronteggiare simultaneamente l'avanzata dell'8ª armata britannica in Calabria, gli sbarchi della stessa armata nei porti della Puglia, lo sbarco della 5ª armata a Salerno, la debole e breve reazione italiana. Le forze del maresciallo Kesselring riuscirono: a ritardare l’avanzata dell’8ª armata britannica fino a quando necessario per portare in salvo la 15ª divisione granatieri corazzati e la 16ª divisione corazzata che l’8 settembre si trovavano in Calabria; a impadronirsi quasi senza colpo ferire di Roma ed ad assicurarsene il possesso per circa 8 mesi; a contenere la testa di sbarco alleata di Salerno per il tempo necessario a costituire una posizione difensiva continua dall'Adriatico al Tirreno - la linea Reinhardt - che nel settore occidentale s'imperniava sulla stretta di Mignano; a disarmare, congiuntamente con le forze del maresciallo Rommel, la grandissima parte delle unità italiane dislocate nell'Italia centro-settentrionale. Ancora maggiori sarebbero stati i risultati positivi qualora Hitler e l'OKW non avessero rifiutato al maresciallo Kesserling le due divisioni richieste fin dal mese di agosto e non avessero scisso il comando delle forze tedesche in Italia tra la giurisdizione del maresciallo Kesselring (Italia centro­ meridionale) e quella del maresciallo Rommel (Italia settentrionale), comandante del gruppo di armate “C”. Hitler e l’OKW avevano considerato persa in partenza l'Italia centro-meridionale e con essa le forze del maresciallo Kesselring, tanto che fin dall'agosto avevano ridotto i rifornimenti ed i complementi alla 10ª armata del generale Vietinghoff. 

Se il maresciallo Kesselring avesse potuto disporre di altre 2 divisioni, quasi certamente avrebbe evitato la perdita  dell'importante base di Foggia,  avrebbe potuto  ributtare  a mare le forze sbarcate a Salerno, le quali, indipendentemente dal mancato rinforzo delle unità tedesche, furono egualmente sul punto di doversi reimbarcare, ed avrebbe potuto aver ragione delle unità inglesi a Termoli, dove il fallimento del contrattacco della 16ª divisione corazzata fu dovuto al fatto che questa giunse in ritardo e venne impiegata forzosamente alla spicciolata, come pure avrebbe potuto rimediare subito al cedimento della 15ª divisione panzergrenadier in corrispondenza di Mignano, senza essere costretto ad abbandonare prematuramente la linea Reinhardt. La caduta del passo di Mignano e della quota 1170 che lo comanda avrebbe potuto essere fatale ai tedeschi qualora il maresciallo Kesselring, nonostante la penuria delle forze, non si fosse premunito mediante l'allestimento della retrostante linea Gustav. Finalmente, di fronte all'evidenza dei fatti, Hitler si decise a creare in Italia un unico comando che affidò al maresciallo Kesselring nominato comandante supremo del settore sud-occidentale-gruppo armate C. Delle forze già alle dipendenze del maresciallo Rommel, ben 4 divisioni (delle quali 3 corazzate) però vennero inviate sulla fronte orientale e solo 3 (la 44ª, la 334ª di fanteria e la 5ª alpina) poterono sul momento affluire nell'Italia meridionale, oltre alla 90ª granatieri corazzati appena recuperata dalla Corsica»[4].                                                                                                              
(continua con post in data 28 agosto 2020)

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