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martedì 12 marzo 2013

Relazione del Gen Gianfranco Gasperini al Convegno tenutosi nel 2008 a Mignano Montelungo in occasione dell'8 dicembre


MONTE LUNGO


La «Winter Line»

Di fronte alla «Winter Line» gli americani erano venuti a trovarsi nella prima metà di novembre, dopo una lenta e faticosa avanzata costata un mese di dure lotte, in seguito all'attraversamento del Volturno (1).
Fu un impatto difficile quello con l'autunno italiano che lasciò il segno sulle truppe di Clark che ne ricavarono un triste presagio sul futuro che le attendeva. Così descrive la situazione materiale e morale il comandante della 5^ Armata:
( .. ) ci trovammo di fronte un terreno tra l'più difficili tra quelli incontrati poi e il tempo peggiore di tutta la campagna. La pioggia cadeva a torrenti, i veicoli sprofondavano nel fango fin Sopra i mozzi delle ruote, le terre basse diventavano mari di melma e le retroguardie tedesche si trinceravano abilmente sulle alture per ritardare la nostra avanzata (2).
Ma non erano soltanto le avversità atmosferiche a deprimere gli stanchi e infangati uomini della 5^ Armata; incideva negativamente sul loro morale sempre più col passare del tempo la sensazione di affrontare ogni giorno una posizione difensiva formidabile, mentre (avanzavano) a poco a poco attraverso quell'aspro terreno (3).
Era una sensazione pienamente giustificata: gli americani stavano cominciando a fare le spese della forza della «Winterstellung» prima ancora di conoscerne con esattezza l'esistenza. Soltanto sul finire di ottobre infatti essi poterono avere da alcuni prigionieri le prime notizie sul sistema difensivo tedesco: notizie vaghe e spesso contrastanti circa una linea difensiva che correva dal Tirreno all'Adriatico; in realtà, come poterono constatare direttamente in seguito, si trattava di due linee, distinte ma integratesi e costituenti un unico baluardo (4) (schizzo n.3).
La principale delle due, propriamente detta “linea Gustav” univa effettivamente i due mari nel punto più stretto della penisola, misurando circa 160 Km. Nel versante tirrenico, (che è quello che ci interessa più da vicino, correva lungo il Fiume Garigliano dal Mare Tirreno al Fiume Gari, poi seguiva la riva destra di questo verso Cassino e proseguiva lungo le pendici avanzate dei colli dietro Cassino verso Atina (5). Su questa linea i tedeschi intendevano fermare gli alleati definitivamente. Per proteggere i lavori di fortificazione e allo scopo di rallentare l'avanza  nemica però, i tedeschi avevano provveduto a costruire davanti a questa un'altra linea a carattere temporaneo che essi chiamavano «Reinhardt» o «Bernhard» e che agli anglo-americani indicheranno come «Winter Line» (6). Nel settore americano passava a sud di M. Marrone lungo i colli sopra Venafro, verso la stretta di Mignano tra M. Sammucro e le masse collinose del Maggiore e del Camino, entrambi tenuti in forze. Continuava lungo le pendici orientali e meridionali del Camino e infine superava il Fiume Garigliano per unirsi alla linea Gustav (7).
La forza dell'intera «Winterstellung» stava nel fatto che era un sistema di difese dislocate in profondità, prive di un punto chiave. Non c'era possibilità di sferrare un colpo decisivo, che ne determinasse il crollo: ogni montagna doveva essere presa separatamente, ogni valle rastrellata, e poi ci si trovava di fronte a sempre nuove montagne e a un'altra linea che doveva a sua volta essere spezzata da ostinati attacchi di fanteria (8).
A metà di novembre dunque le truppe americane avevano già fatto conoscenza con le difficoltà del nuovo settore, in particolare col pilastro meridionale della Winter Line, il Monte Camino, posizione di capitale importanza per l'osservazione della zona circostante (9). Proprio l'esito disastroso dell'attacco al monte ad opera di reparti della 56a Divisione britannica nei giorni tra il 5 e il 15 novembre, aveva convinto Clark che era il caso di dare un periodo di riposo a truppe ormai logorate, molte delle quali combattevano ininterrottamente da oltre due mesi, dall'epoca dello sbarco a Salerno (10). In queste condizioni era da escludere un attacco immediato da parte dell'Armata che doveva limitarsi a mantenere le posizioni attuali, raggruppare le proprie forze e prepararsi a lanciare un attacco attorno al 30 novembre (11).

Sul fronte della 5^ Armata la direttrice d'attacco pressoché obbligata era quella che seguendo la ss. statale n. 6 Casilina, attraversava la cosiddetta stretta di Mignano (Mignano Gap). È questa una angusta valle il cui ingresso dal sud è controllato dal già citato gruppo del Camino, comprendente i monti La Difensa, la Remetanea e Maggiore. La Casilina la percorre affiancata alla ferrovia Roma-Napoli fin poco dopo l'abitato di Mignano che sorge al centro della valle. Poi, di fronte a M. Lungo, la ferrovia volta a sinistra e la strada a destra per proseguire verso Cassino. All'estremità settentrionale la stretta è dominata dal Monte Sammucro (m. 1205) di fronte al quale, verso occidente, si trova M. Maggiore (630 m.). Esattamente al centro della stretta, Monte Rotondo (m. 357) e Monte Lungo (m. 351) due formidabili barriere a dispetto dell'altezza. Dopo Monte Lungo in successione, come violente ondate nella superficie piatta della valle, Monte Porchia e Monte Trocchio (12). Infine, dopo il Trocchio, l'ampia valle del Liri, l'ingresso a Roma.

L'attacco alla «Winter Line»

In vista della ripresa operativa il Quartier Generale della 5 a Armata emanava il 24 novembre le Istruzioni speciali n. 11 nelle quali era previsto un attacco in tre fasi distinte l'ultima delle quali doveva concludersi con lo sfondamento al centro per guadagnare l'accesso alla strada di Roma nella valle del Liri (13). La prima fase, con inizio il 2 o 3 dicembre, doveva portare alla conquista delle posizioni-chiave di Monte Camino, Monte La Difensa e Monte Maggiore. Quanto alla fase centrale, nella quale era prevista l'entrata in linea del Raggruppamento, aveva come obiettivo principale Monte Sammucro e un attacco verso occidente lungo la strada Colli-Atina (14).
Alla vigilia dell'attacco la 5 a Armata era schierata su tre Corpi d'Armata lungo un fronte di circa 70 chilometri. A occidente, dalla costa a Monte Camino, vi era il X Corpo d'Armata comandato dal generale inglese McCreery (Divisioni di fanteria 56a e 46a); l'estrema destra era tenuta dal VI Corpo d'Armata (Divisioni di fanteria 45° e 34 a) comandato dal generale americano Lucas. Al centro si trovava il II Corpo d'Armata comandato dal generale americano Keyes alle cui dipendenze operavano i generali Truscott (3a Divisione) e Warker comandante della 36a Divisione fanteria («Texas»): a questa unità americana fu aggregato il I Raggruppamento motorizzato italiano (15).
A queste forze i tedeschi potevano opporre forze quasi equivalenti, ammontanti a circa cinque Divisioni granatieri, più la Divisione corrazzata “ Hermann Goering di riserva.Perdipiù, le due Divisioni schierate al centro della linea erano fresche: una di queste, la 29a Divisione granatieri corazzati, teneva le posizioni centrali e settentrionali della stretta di Mignano e in particolare Monte Lungo (16).
La prima fase dell'attacco, detta anche operazione «Raincoat», ebbe inizio regolarmente il 2 dicembre. Alle 16,30 le artiglierie della 5a Armata forti di 925 pezzi, aprirono il fuoco: tutti i pezzi meno 105 tiravano sulle posizioni che il nemico occupava sulle pendici nude e rocciose del Monte Camino (17).
L'azione dell'artiglieria proseguì per due giorni; furono lanciati proiettili ad alto esplosivo e al fosforo contro le caverne e le trincee profonde dei tedeschi (18). Era la massa di fuoco più intensa vista fino a quel momento nella campagna d'Italia: tuttavia gli esiti furono inferiori all'attesa (19).
Alle 16,30 la 56a Divisione iniziò l'attacco rinnovando con due battaglioni il tentativo di conquistare Monte Camino la cui vetta fu occupata finalmente il 6 dicembre. Mentre questo attacco, il più importante previsto nella I fase, avveniva sulla sinistra del fronte a opera delle unità del X Corpo d'Armata, al centro le truppe del II Corpo si battevano duramente per conquistare prima e difendere poi i monti La Remetanea e La Difensa, che costituivano la chiave d'attacco alla cresta del Monte Maggiore, occupati definitivamente soltanto alla metà dell'8 dicembre. Quanto al Monte Maggiore, l'attacco fu affidato al 142° reggimento fanteria americano (36a Divisione) che riuscì ad occuparne le sommità (quote 619 e 630) il 3 dicembre e le difese da numerosi attacchi tedeschi nei giorni successivi (20).
Si chiudeva così la prima fase con un sostanziale successo e col raggiungimento degli obiettivi prefissati.
Il 7 dicembre, mentre la prima fase era ancora in corso, aveva inizio la seconda i cui scopi erano così indicati nella relazione ufficiale della 5 a Armata:
Il compito principale della seconda fase, assegnato al II Corpo, era il Monte Sammucro. L'operazione «Raincoat» aveva aperto la strada al Garigliano per una distanza di venti miglia dal mare, ma le alture di Monte Lungo e Monte Sammucro che controllavano la stretta di Mignano e 1'ingresso alla valle del Liri, erano ancora in mano al nemico. La stretta valle compresa tra queste due montagne era molto ben difesa, contro San Pietro ai piedi del Sammucro come centro di resistenza. Perché un attacco contro San Pietro avesse successo occorreva che Monte Lungo e quota 1205, la sommità del Sammucro, fossero conquistati (21).
Si trattava di un compito non facile, al punto che occorsero due tentativi per avere ragione della tenace e ben organizzata resistenza tedesca; cosicché la seconda fase dell'attacco alla «Winterline» si sdoppiò nelle due battaglie di San Pietro, secondo la definizione degli americani. Questo compito, come detto, era stato assegnato al II Corpo d'Armata e, in particolare, alla 36a Divisione americana («Texas») alla quale a partire dal 4 dicembre fu aggregalo il 1° Raggruppamento motorizzato che si doveva tenere pronto a muovere la forza necessaria all'operazione (..) la sera del 6 dicembre, secondo le indicazioni del comunicato del II Corpo d'Armata americano inviato al comandante del Raggruppamento il 3 dicembre (22). Il generale Dapino a tale scopo prendeva immediatamente contatto col comandante della 36a Divisione americana per istruzioni e per coordinare dei piani di azione. I risultati dei colloqui furono poi riassunti dal generale Walker in un Memorandum per il generale Dapino nel quale si prevedeva che:
- il Raggruppamento doveva occupare i pendii orientali di Monte Lungo dando il cambio ad elementi del 141° fanteria ed avanzare poi per conquistare Monte Lungo ad un'ora che verrà designata la mattina del 7 dicembre
- allo scopo di compiere il cambio di cui sopra, il Raggruppamento sarebbe andato in posizione durante la notte del -5-6 dicembre: la notte del 6-7 dicembre poi, la fanteria dell'unità italiana avrebbe dato il cambio al battaglione di sinistra del 141° fanteria, che ora occupa i pendii orientali di Monte Lungo.
- il battaglione del 141° fanteria al momento in posizione su Monte Rotondo, sarebbe invece rimasto sul posto fin dopo la conquista di Monte Lungo; sui pendii meridionali di Monte Rotondo poteva sistemarsi a riserva anche il battaglione di riserva del Raggruppamento motorizzato.
- l'appoggio diretto alla fanteria del 1 Raggruppamento motorizzato sarebbe stato fornito dal reggimento di artiglieria dell'unità italiana stessa;
- l’azione si sarebbe svolta su un terreno limitato a sinistra dal ruscello «Fosso di Lupo», e a destra dalla SS 6(Casilina);
- dopo la conquista di Monte Lungo, si sarebbe provveduto a organizzare a difesa i pendii occidentali del monte stesso per respingere possibili contrattacchi, specialmente da nord-ovest (23).
Erano come si vede indicazioni preliminari riguardanti i compiti spettanti al Raggruppamento e il settore ad esso assegnato nell'azione imminente. Il 6 dicembre giunse dal comando della 36a Divisione americana l'ordine di operazione n. 39 relativo all'attacco a Monte Lungo e Sammucro alle ore 6,20 dell'8 dicembre (24). Questo il piano d'azione predisposto dal generale Walker:
- sulla destra, il 143 fanteria doveva attaccare con non meno di un battaglione principalmente ad ovest dei pendii meridionali di M. Sammucro e conquistare S. Pietro e l'altopiano a nord-ovest di S. Pietro; un altro battaglione del 143 fanteria, cominciando ad avanzare alle prime oscurità del 7 dicembre lungo il corso d'acqua ad ovest di Ceppagna, doveva essere in grado, all'alba dell'8 dicembre di sistemarsi a difesa del Monte Sammucro; su ordine della Divisione, doveva continuare l'attacco per conquistare S. Vittore e l'altopiano a nord e ad est.
-al centro, secondo gli accordi presi, il I Raggruppamento, dopo avere dato il cambio ad elementi del 141 fanteria (..) in posizione sui pendii sud-orientali di Monte Lungo, alle ore 6,20 dell'8 dicembre doveva attaccare, conquistare e mantenere le posizioni di Monte Lungo, intanto,
- a sinistra, il 142 fanteria, che già la sera del 7 avrebbe provveduto a rastrellare la cima del M. Maggiore ( .. ) occupando con avamposti la linea Peccia, appoggiava l'attacco del I Raggruppamento motorizzato italiano con fuoco di armi leggere nella valle tra M. Lungo e M. Maggiore.
- L'artiglieria della 36a Divisione avrebbe appoggiato il 142° e 143° fanteria con priorità alla richiesta del 143 (..) nell'azione di appoggio generico. Il 636 battaglione anticarro era pronto ad azioni di fuoco in appoggio del I raggruppamento motorizzato dietro richiesta.
Il 6 dicembre, dopo aver ricevuto le istruzioni della 36a Divisione americana, il generale Dapino inviava ai comandanti dipendenti l'Ordine di operazione n. 1 nel quale affermava che il Raggruppamento avrebbe attaccato preponderando le forze 1ungo il costone q. 253-343-351 (25). La colonna, dal colonnello Bonfigli comandante il 67° reggimento fanteria comprendeva il LI battaglione bersaglieri, il V battaglione controcarri, 2 plotoni artieri con elementi specializzati nella ricerca di mine, e 2 sezioni da 20, m/m. L'attacco principale sarebbe stato condotto da un battaglione fanteria in primo scaglione, mentre l'altro battaglione, in secondo scaglione, restava sulle pendici sud di Monde Rotondo. Sulla sinistra il LI bersaglieri avrebbe operato in appoggio con un attacco sussidiario contro Colle San Giacomo. Complessivamente la fanteria combattente ammontava a circa 1500/1600 uomini, 600 circa per ciascuno dei due battaglioni del 67, ai quali andavano aggiunti i circa 350 del LI bersaglieri (26).
Il giorno successivo, con l'Ordine d'operazione n. 2 si prevedevano alcune modifiche riguardanti l'aggregazione di una sola compagnia di bersaglieri al 67 da impiegare per proteggere dalle provenienze della zona di Colle San Giacomo l'azione del battaglione in primo scaglione (27). Le altre compagnie dovevano rimanere sul rovescio di Monte Rotondo per costituire riserva del Raggruppamento. Quanto all'artiglieria erano previsti tiri di preparazione a partire da 45 minuti prima dell'ora «H» fissata per l'attacco ad opera dell'11° reggimento artiglieria su Monte Lungo, limitatamente al settore compreso fra la ferrovia e la rotabile nazionale n. 6. Mezz'ora prima dell'ora «H» l'artiglieria americana avrebbe aperto il fuoco su Monte Lungo, Colle San Giacomo e zona retrostante a questo. A partire dall'ora «H», mentre l’11 ° artiglieria continuava a tirare su Monte Lungo, l'artiglieria americana teneva sotto il fuoco Colle San Giacomo, pronta ad allungare il tiro su Monte Lungo dietro richiesta italiana (28).
Tutto sembrava dunque predisposto per l'attacco italiano su Monte Lungo, dosso allungato, scoperto e roccioso ( .. ) vera e propria altura carsica, spezzata in una serie di ondulazioni di altezza crescente man mano che si procede verso le posizioni nemiche (29).
Per quanto riguarda la situazione del nemico, va osservato che le notizie in possesso di italiani e americani presentavano una discrepanza che avrebbe dovuto essere tenuta in maggiore considerazione: l'Ufficio «I» del II Corpo d'Armata americano riteneva che la linea tedesca partisse da q. 100 della ss. n. 6 a nord-est di Monte Rotondo per tagliare le pendici orientali di Monte Lungo, attraversare il Torrente Peccia, risalire a Colle S. Giacomo e attestarsi alle basse pendici settentrionali di Monte Maggiore; secondo le informazioni in possesso degli italiani, che alla prova dei fatti risulteranno esatte, invece la linea risultava più a sud, passando per Monte Rotondo q. 253, per scendere a Ponte Primo Peccia (30).
Queste posizioni erano tenute, secondo le informazioni ricavate da prigionieri e disertori, poi verificate direttamente, dal III battaglione del 15° reggimento della 29^ Divisione granatieri corazzati: in tutto 4 compagnie, la 9^, la 10^, l’1l^, e 12^. Le prime due, ai margini orientali di Monte Lungo, le altre due su quelli settentrionali: complessivamente circa 500 uomini. A sinistra del III era schierato il I battaglione dello stesso reggimento, mentre il II era in secondo scaglione. Sul monte si trovavano numerose postazioni di mitragliatrici e mortai (31).

La prima azione su Monte Lungo (schizzo n. 4)

La sera del 7 dicembre, poche ore prima dell'attacco italiano, ebbero inizio le operazioni per la conquista degli obiettivi sulla destra di Monte Lungo: il Monte Sammucro e il paese di San Pietro Infine (32).
Le truppe della 36a Divisione americana, e precisamente il I battaglione del 143° reggimento fanteria, mossero all'attacco della quota 1205 del Sammucro, mentre il III battaglione «Rangers» puntava su quota 950. Conquistati i due obiettivi con un riuscito attacco a sorpresa, le unità americane erano ricacciate sulle posizioni di partenza da un contrattacco tedesco la mattina dell'8 dicembre. Soltanto un nuovo duro attacco permetteva al I battaglione di riprendere quota 1205 alla metà di quella mattina, mentre quota 950 era riconquistata dai «Rangers» soltanto all'alba del giorno successivo, 9 dicembre. Occupate le quote dominanti il giuoco sembrava fatto: invece i tedeschi mantenevano il controllo della valle e di San Pietro grazie alle loro posizioni sulle pendici inferiori del monte (33).
Quanto a San Pietro, le cose andarono ancora peggio. Qui il II battaglione partì all'attacco contemporaneamente al I Raggruppamento motorizzato, esattamente alle 6,20 dell'8 dicembre, ma, percorsi poco più di 400 metri, i fanti americani dovettero arrestarsi di fronte a un fuoco di mortai pesanti, artiglierie e mitragliatrici (34). Neppure le due compagnie del III battaglione inviate in soccorso del II battaglione riuscirono a raddrizzare la situazione durante la notte le posizioni tedesche furono sottoposte a un intenso fuoco di artiglieria. All’alba del 9 fu ripreso l’attacco che si protrasse dalle 7 alle 19 ma con risultati insignificanti. La fanteria fu costretta ancora una volta a tornare sulle posizioni di partenza lasciando all'artiglieria la magra soddisfazione di far piovere bombe sulle pressoché inespugnabili postazioni nemiche (35).
Mentre questi fatti accadevano sulla sua destra, il I Raggruppamento motorizzato si preparava ad attaccare all'ora «H» Monte Lungo coperto da una fitta nebbia che impediva l'osservazione del fuoco dell'artiglieria. Secondo Dapino questo risulterà comunque abbastanza soddisfacente essendo stati eseguiti tiri di ínquadramento nel giorno precedente (36). Tiro preciso forse ma, certamente, non altrettanto efficace come vedremo. Alle 6,20, come previsto, ha inizio l'attacco. I fanti del I battaglione in primo scaglione cominciano ad avanzare verso quota 253. Sulla sinistra è schierata la 2a compagnia bersaglieri, che procede a cavallo della ferrovia (37).
L'avanzata dei fanti è subito ostacolata da alcune contrarietà, sebbene di lieve entità per il momento, così descritte dal capitano Enzo Corselli comandante della compagnia:
Iniziammo il movimento durante il fuoco di preparazione, ancora in una fitta oscurità. Ma, a causa di questa e del terreno compartimentato e rotto, i nostri plotoni si disunivano e perdevano la direzione. Sciupammo così del tempo prezioso, sfasando la nostra azione rispetto al fuoco d'artiglieria, col quale era sincronizzata in base all'orario, non essendo possibile l'osservazione date le condizioni di visibilità (38).
La perdita di tempo si rivela dannosa anche perché impedisce di approfittare dell'oscurità fino in fondo; nel frattempo il nemico ha avuto modo di capire le intenzioni italiane e di correre ai ripari: ben presto i reparti del Raggruppamento sono sottoposti a raffiche sempre più intense (..) e i proiettili, impattando sul terreno roccioso, generavano miriadi di schegge (39).
Per fortuna la nebbia è ancora fitta e serve a proteggere gli uomini della compagnia che scendono di corsa da quota 253 con le squadre ancora in fila (40). Ben presto un nuovo grave contrattempo viene a turbare l’avanzata: la perdita del collegamento col comando di battaglione, assicurato a mezzo di un telefono volante; isolati dal resto del reggimento, i fanti del I battaglione continuano l’attacco mentre cresce di intensità il fuoco nemico, sia di mortai, sia di armi leggere (14). Bisogna stringere i tempi, anche perchè intanto la nebbia va diradandosi.
Lasciamo di nuovo la parola al capitano Corselli:
La compagnia spiegò le squadre diradandosi sul terreno, poiché l'aumentata visibilità lo consentiva senza che il reparto si disunisse, ed assunse la formazione di attacco con due plotoni avanzati ed uno di rincalzo.
Superammo, senza incontrare il nemico, l'obiettivo intermedio (quota senza indicazione di numero) (42).
La risposta a questa apparente anomalia la forniscono immediatamente gli stessi tedeschi con un fuoco micidiale di armi automatiche proveniente da Monte Maggiore: Evidentemente - commenta il Corselli - quell'obiettivo era «tenuto» col fuoco accuratamente predisposto su di esso (43).
E’ appunto questo fuoco inatteso che sta seminando strage sulla sinistra fra i bersaglieri: particolarmente sotto tiro è il fianco sinistro del fronte d'attacco del battaglione bersaglieri dove agisce la 2a compagnia. Questa è letteralmente presa fra due fuochi, quello frontale e d'infilata sulla sinistra, per l'improvviso svelarsi da questa parte di un reparto tedesco che per evitare di essere tagliato fuori dalla nostra azione frontale stava ritirandosi dalle basse pendici di Monte Maggiore per ricongiungersi al bastione di Montelungo (44). L'improvviso attacco tedesco provoca il vuoto fra le file della compagnia che in breve tempo perde gran parte dei suoi effettivi, compresi 4 ufficiali (45).
Frattanto sul Monte Lungo la la e la 2a compagnia, seguite dalla 3a di rincalzo, proséguono l'avanzata. Fino ad ora le perdite non sono state sensibili, secondo Corselli, per via della nebbia e della nostra corsa senza respiro che ci aveva fatto superare lo sbarramento del fuoco dei mortai avversari (46).
A questo punto la svolta. Mentre sfumava la nebbia (e) il sole decembrino si levava scialbo a illuminare la fase conclusiva ( .. ) la reazione nemica raggiungeva l'apice della sua violenza. Il terreno era spazzato dal fuoco delle mitragliatrici, frontalmente, dalle Posizioni di quota 343, e d'infilata e di schiancio da Monte Maggiore (47). E’ lo stesso fuoco che a valle, sulla sinistra del fronte principale d'attacco ha decimato i bersaglieri del LI battaglione. Per i fanti del 67, più defilati, le cose per il momento vanno meglio.
Essi poi sono ormai sotto l'obiettivo; ha ora inizio un duello a bombe a mano che vede gli italiani svantaggiati rispetto ai tedeschi costretti come sono a lanciare le bombe dal basso verso l’alto, stando allo scoperto. Inoltre, dispongono soltanto dl bombe tipo SRCM contro le più efficaci bombe Mod. '24, che i tedeschi, lanciano legate a grappoli di tre (48). È in questa fase che i reparti del 67° subiscono le perdite più pesanti. Ciò nonostante, con un ultimo sforzo elementi della la compagnia riescono a conquistate numerose postazioni di q. 343: a meno di due ore dall'inizio dell'attacco, l'obiettivo sembra essere stato raggiunto (49); è però una vittoria effimera:
Prima ancora che potessimo pensare ad oltrepassare le postazioni espugnate ed a consolidarci sul terreno, un fuoco violentissimo c'investì (50).
La reazione tedesca coglie di sorpresa gli italiani non tanto per la sua violenza, peraltro prevedibile, quanto per la sua natura insolita che il capitano Corselli così descrive:
Non era il classico fuoco di repressione effettuato da artiglieria e da mortai. Era il tiro mirato, diretto al singolo avversario da brevissima distanza, effettuato da un nemico che non riuscivamo ad individuare. In tre anni di guerra su diversi fronti . e contro eserciti diversi, mai avevamo subito una tale forma di contrattacco (..). I tedeschi strisciavano a terra vicinissimi, fra roccia e roccia, si frammischiavano a noi . e ci bersagliavano con raffiche di mitra e bombe di pistola'(5l).
Anche da parte tedesca si sottolinea la sorpresa provocata negli italiani dal contrattacco inarrestabile lanciato dai cacciatori che avevano ormai superato l'iniziale momento di paura (52). Di fronte alla reazione dei tedeschi che ora escono al contrattacco, i fanti del 67°, esaurite le scorte di bombe a mano, non disponendo che del lento fuoco dei ( .. ) moschetti '91, sono costretti a ripiegare (53). La ritirata delle truppe italiane è protetta dalle artiglierie del 141° inviate per la circostanza su Monte Rotondo e dagli obici del 194° e del 155° artiglieria campale che battono la sommità di Monte Lungo e in particolare le posizioni di quota 343 per scoraggiare i tedeschi dall'approfittare del successo (54). Mentre i resti della 1a e 2a compagnia e della 3a del I battaglione rimasta di rincalzo, sono ricacciati verso le posizioni di partenza, su quota 253 vengono inviate le compagnie 6, e 7a del II battaglione che era stato lasciato in secondo scaglione. Questa unità si era nel frattempo ridotta di forze, sia per alcune perdite dovute al tiro dei mortai tedeschi, sia, soprattutto, perchè molti del suoi componenti si erano sbandati impressionati dalle voci allarmistiche provenienti dalla prima linea: soltanto a sera inoltrata erano ripresi alla mano e inviati su quota 253 dove giungevano a1le 19,30 (55).
Alla fine della giornata il bilancio risultava molto grave per le perdite di uomini e per la profonda depressione morale provoca nelle truppe dall'esito negativo della prova. La situazione, per la verità, apparve anche peggiore di quanto realmente fosse perché la confusione del momento fece lievitare fin quasi a raddoppiarle le perdite del Raggruppamento che a un primo esame sembravano ammontare a circa 500 fra morti, feriti e dispersi (56). Successivi più attenti controlli dettero il seguente quadro definitivo, certamente non lieve, ma meno tragico della situazione: 47 morti, 102 feriti, 151 dispersi (57).
Impossibile tradurre in termini concreti la portata del danno morale che fu comunque profondo e duraturo, come vedremo in seguito.

Le cause di un fallimento

A questo punto è d'obbligo domandarsi perché sia fallita un'azione come quella su Monte Lungo che sulla carta appariva facile e alla quale gli italiani si erano apprestati pieni di entusiasmo e grandi speranze di successo, secondo le testimonianze degli stessi americani (58). A questo interrogativo cercarono di rispondere subito i protagonisti della vicenda per trarne insegnamenti che permettessero di ritentare con successo l'operazione.
Il generale Dapino fu il primo a muoversi in questa direzione. Le sue considerazioni, scritte a caldo, individuano le cause dell'insuccesso nella mancata realizzazione di alcune condizioni preliminari ritenute dagli stessi alleati indispensabili per il buon esito dell'intera operazione. Il pensiero di Dapino si può così sintetizzare: contrariamente a quanto ripetutamente affermato dai comandi del II Corpo d'Armata e della 36a Divisione, 1) le posizioni di Monte Maggiore non erano completamente in mano alleata al momento dell'attacco italiano su Monte Lungo, 2) l'attacco del 143° reggimento non ebbe successo nella conquista di San Pietro e del monte Sammucro (sulla destra di Monte Lungo), 3), Monte Lungo non era difeso da un velo di fuoco, ma da forze consistenti e ben equipaggiate, 4)l’artiglieria fu meno efficace del previsto, 5) i reparti del raggruppamento furono portati in linea per motivi di sicurezza, soltanto il giorno precedente l'azione, senza concedere loro il necessario periodo di orientamento, 6) per questo stesso motivo non ebbero il tempo di raccogliere informazioni di prima mano e di vagliare l'esattezza di quelle che erano state loro fornite (59).
L'esito negativo della prova diveniva in queste condizioni pressoché inevitabile.
Dapino riconosce tuttavia che vi furono anche da parte italiana alcune carenze che attribuisce in parte al collasso provocato in alcuni dalla sorte toccata al I battaglione fanteria, ma in parte anche alla deficienza dei  quadri, particolarmente avvertita nel II battaglione del 67° fanteria nel quale effettivamente il fenomeno dello sbandamento fu più rilevante (60).
Da parte loro gli americani tendono generalmente a individuare le cause del fallimento nei limiti soggettivi delle truppe italiane e negli errori commessi dai comandi del Raggruppamento piuttosto che nelle pur riconosciute difficoltà oggettive presentate dall'azione. È un'impostazione che possiamo cogliere, come è stato giustamente affermato, già dal messaggio inviato il 10 dicembre al generale Dapino dal generale Walker comandante la 36a Divisione che dopo aver elogiato le truppe italiane per l'entusiasmo, lo spirito ed il magnifico coraggio che hanno dimostrato, così conclude:
Sono sicuro che le vostre truppe, come le nostre, integreranno il loro entusiasmo con una maggiore esperienza per portare a termine l'opera di distruzione del nostro comune nemico (61).
Ma quello che qui è appena un cenno, attenuato dalle espressioni di cortesia e dall'accostamento delle vicende dei soldati italiani a quelle dei cobelligeranti americani, in sede storiografica è divenuta una precisa impostazione interpretativa. Martin Blumenson, uno degli storici ufficiali dell'Esercito degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, insiste, oltreché sull'inesperienza, su errori e disorganizzazione; errori riscontrabili 1) nella scelta tattica di avanzare in formazione compatta, fidando più del dovuto nell'azione demolitrice dell'artiglieria; 2) nella carenza di munizioni verificatasi nel vivo della battaglia a causa delle errate valutazioni di Dapino circa 1e necessità del raggruppamento in proposito. La disorganizzazione fu particolarmente grave nei collegamenti fra fanteria, artiglieria e servizi. Inoltre Blumenson ritiene di dover sottolineare come alla vigilia dell'azione il generale Walker perdesse gran parte della sua fiducia nel successo in seguito alla visita dd generale Dapino che lo impressionò meno che favorevolmente. Con la qual cosa Blumenson sembra voler suggerire, senza troppi sottintesi, un'altra possibile concausa del fallimento (62).
Va detto però che a conclusione della sua analisi sulle cause del mancato successo del Raggruppamento motorizzato italiano, Blumenson riconosce che Monte Lungo, e in particolare la sua estremità meridionale, non era un obiettivo facile per una unità che intraprendeva la sua prima azione operativa (63).
Questa verità evidente, che costituisce agli occhi dello storico americano una grossa attenuante, non sposta i termini del problema rispetto all'impostazione di Dapino: in sostanza per Blumenson è pur sempre per proprie carenze soggettive che l'unità italiana non colse l'obiettivo propostole; obiettivo difficile certamente, ma tale, sembra dire Blumenson, da poter essere conseguito da un reparto esperto e bene addestrato.
Come si vede l'impostazione è affatto opposta a quella del generale Dapino per il quale le cause del fallimento sono, per così dire, esterne all'operato della propria unità e, in definitiva, dovute a circostanze tali da mettere in difficoltà qualunque tipo di truppa, a prescindere dall'addestramento e dall'esperienza.
Quale di queste due linee interpretative è quella corretta? È quello che cercheremo di chiarire avendo come punti di riferimento nella nostra analisi le indicazioni fornite dai due autori citati.
Tornando a Dapino, abbiamo visto che il comandante del Raggruppamento motorizzato sottolineava (punti 5 e 6) come molto grave il fatto che le truppe italiane fossero condotte in linea soltanto alla vigilia del combattimento, cosa che impedì loro di prendere confidenza con il terreno e informazioni di prima mano sui tedeschi. Su quest'ultimo punto torneremo fra poco. Per quanto riguarda il primo, si tratta di un fattore la cui importanza ai fini della riuscita dell'operazione si commenta da sola. La scarsa, o per meglio dire nulla, dimestichezza con il campo di battaglia ebbe effetti disastrosi sulla fanteria che iniziò l'attacco in una totale crisi di disorientamento (64).
Circa l’azione di fuoco dell’artiglieria (Dapino, punto 6) essa fu breve ma di intensità eccezionale, come scrive il capitano Corselli che così precisa:
Però, come constatammo una volta che fummo sulle postazioni nemiche, il tiro della nostra artiglieria risultò corto e quello de11'artiglieríá americana lungo (65).
Intanto però l'enorme sfoggio di potenza da parte dell'artiglieria americana aveva avuto l'effetto di far sorgere negli italiani ingiustificate aspettative negli effetti del tiro preparatorio, con conseguenze nefaste per gli attaccanti. A questo stato d'animo si dovrebbe dunque l'adozione di un piano d'attacco preparato e condotto secondo una tecnica da passeggiata da effettuarsi lungo 1a linea di massima pendenza, come lo definisce Cesare Medeghini: un giudizio forse un pò forte ma che conferma quanto scritto dal Blumenson circa l'indisciplina d'attacco con la quale le nostre truppe si lanciarono alla conquista di Monte Lungo (66). Un atteggiamento non giustificabile ma nella circostanza spiegabile con la convinzione di trovare su Monte Lungo una resistenza se non vinta per lo meno notevolmente ammorbidita dalla serenade americana che aveva preceduto l'attacco (67).
In tal modo si spiegherebbe anche la sottovalutazione di quelli che il Medeghini definisce eventuali imprevisti, anche di carattere meteorologico, che avrebbero potuto verificarsi durante lo svolgimento dell'azione. In particolare la nebbia che, presente sul monte al momento dell'attacco, si sollevò all'improvviso nel corso della battaglia lasciando allo scoperto gli attaccanti, dopo aver protetto le prime fasi dell'azione. In tal modo, fanti e bersaglieri (che avevano marciato con tanta sicurezza tenendo i fianchi completamente scoperti) si trovarono circondati non appena la nebbia si dileguò, divenendo oggetto come si è visto, di un vero e proprio tiro al bersaglio da parte dei tedeschi (68).
Qui Medeghini tocca due punti già citati dal generale Dapino e precisamente il fatto che le nostre fanterie furono sottoposte a intenso fuoco proveniente dai fianchi che dovevano essere liberi e l'inattesa intensità del fuoco tedesco. Cominciamo da questo secondo aspetto. I tedeschi, scriveva Dapino (punto 3), non disponevano su Monte Lungo di un semplice velo di fuoco; erano invece numerosi e bene equipaggiati. In realtà il numero assoluto dei tedeschi non era elevatissimo e, come abbiamo visto in precedenza, le loro forze erano sufficientemente note ai comandi del raggruppamento alla vigilia dell’attacco.
Le posizioni di Monte Lungo erano tenute dal III battaglione del 15° reggimento granatieri corazzati su quattro compagnie per complessivi 500 uomini circa, ai quali si opponevano i poco meno di 1000 tra fanti e bersaglieri del 67° in primo scaglione. Sulla carta dunque un rapporto di 2 a 1. Nella realtà le cose andarono molto diversamente perché i difensori di quota 343 poterono contate sull'apporto di elementi della «Goering» e sul fuoco inatteso dei reparti lasciati sulle pendici di Monte Maggiore; per contro le unità del 67° in secondo scaglione non furono quasi di alcun aiuto ai reparti in ritirata (69). Nonostante ciò è probabile che i tedeschi impegnati nella difesa di Monte Lungo furono inferiori numericamente agli italiani ma sufficienti, date le favorevoli condizioni logistiche e di armamento, per rovesciare i rapporti di forza a proprio vantaggio. In particolare, i tedeschi si rivelarono superiori per quanto riguarda l'armamento. Di ciò gli italiani vennero a conoscenza alla immediata vigilia dell'attacco, forse troppo tardi per correre ai ripari. Furono gli stessi americani, ai quali stavano dando il cambio, a informarli:
( .. ) i tedeschi sono relativamente pochi, ma dispongono di un grande volume di fuoco e tirano assai bene. Avrete di fronte truppe scelte della 29 Divisione Panzergrenadiere (70).
Queste truppe di prima qualità si erano organizzate a difesa in formidabili postazioni ( .. ) di forma circolare, scavate nella viva roccia con esplosivo, munite di un parapetto costituito da sacchetti di sabbia inframmezzati da pezzi di rotaia divelti dalla strada ferrata che correva a fondo valle ( .. ). Ciascuna postazione era presidiata da due soli uomini che però disponevano di un MG 42, due fucili Mauser con cannocchiale, due pistole mitragliatrici, per la difesa vicina, e casse di bombe a mano (71).
Da questo punto di vista invece da parte italiana vi erano carenze che si rivelarono particolarmente gravi proprio al momento del contrattacco tedesco allorchè, esaurite le bombe a mano, ci si dovette difendere con i poco efficaci moschetti «91», perché —scrive Corselli — la compagnia aveva ricevuto solo tre mitra 38 A, al momento di andare in linea, destinati ai soli comandanti di plotoni fucilieri (72).
Per quanto riguarda il fuoco inatteso sui fianchi che falcidiò le truppe attaccanti, esso proveniva dunque da Monte Maggiore dato per certo in mano agli americani. Per l’esattezza Dapino sottolinea che anche sul fianco destro riteneva alla vigilia di non avere nulla temere avendogli assicurato gli americani che l’obiettivo previsto da quella parte (Monte Sammucro-San Pietro Infine) sarebbe stato attaccato e sicuramente conquistato.
L'ordine di operazione n. 6 della 362 Divisione americana, datato 6 dicembre, prevedeva, come abbiamo visto, si dovesse attaccare e conquistare Monte Lungo e Monte Sammuero (sic) alle ore 6,20 dell'8 dicembre (73). Un attacco simultaneo dunque nel quale ciascuno dei due attaccanti avrebbe potuto trarre beneficio dal successo dell'altro. Se ciò non avvenne fu appunto per il contemporaneo fallimento del I Raggruppamento motorizzato e del 143° fanteria americano dovuto in gran parte a cause comuni. C'è da osservare anzi che la relazione ufficiale della 5a Armata affronta in modo alquanto diverso l'episodio sostenendo che il fallimento del tentativo di prendere San Pietro mediante una manovra di aggiramento sulla sinistra (Monte Lungo) e sulla destra (Monte Sammucro) fu dovuto appunto al mancato successo delle operazioni condotte sui fianchi: a sinistra dal Raggruppamento italiano, del quale peraltro si riconosce il coraggio nella battaglia, a destra, dal II battaglione del 143 reggimento (74).
Questa unità americana fu letteralmente inchiodata dal fuoco di fianco che proveniva dalle posizioni tedesche sul Monte Sammucro. Così commenta la relazione ufficiale americana:
Ogni accesso a San Pietro era protetto dal fuoco di fianco che proveniva dalle posizioni ancora tenute dal nemico su Monte Sammucro e Monte Lungo. Il villaggio non poteva essere preso finché il nemico non fosse stato sloggiato da queste posizioni di fianco (75).
Il mancato successo del Raggruppamento motorizzato viene dunque inserito all'interno del complessivo fallimento dell'intera azione e messo in stretto rapporto a quello del II battaglione del 143° reggimento sulla destra e il ragionamento di Dapino viene ad essere rovesciato per quanto riguarda il fianco destro del Monte Lungo: non è stato, secondo gli americani, il fuoco proveniente da destra a impedire il successo italiano, ma, al contrario, la mancata conquista del monte da parte dei fanti del Raggruppamento ha impedito per la sua parte al 143 impegnato nell'attacco a San Pietro di avere il fianco sinistro libero. Il ragionamento della relazione ufficiale americana è formalmente ineccepibile traendo forza dalla stessa impostazione tattica della battaglia che aveva come obiettivo principale lo sfondamento del centro su S. Pietro (ed eventualmente la successiva conquista di San Vittore) da ottenere appunto mediante l'aggiramento sui fianchi.
Ma se è vero che- i reparti americani operanti al centro dello schieramento d'attacco possono lamentarsi di non aver ricevuto l'aiuto sperato dai loro compagni di Divisione sulla destra e dagli italiani sulla sinistra, questi, a loro volta, hanno diritto di recriminare per essersi trovati di fronte a una situazione sul fianco sinistro talmente imprevista e difficile da fronteggiare, da causare il fallimento dell'azione e impedire loro di assolvere il compito che gli era stato affidato. Ed è proprio la seconda battaglia di San Pietro che conforta le affermazioni di Dapino su questo punto, che riteniamo effettivamente una delle chiavi di volta per comprendere il fallimento del primo tentativo: il 16 dicembre infatti l'occupazione, questa volta completa, di Monte Maggiore faciliterà la conquista di Monte Lungo, preludio alla definitiva ritirata tedesca dalla stretta di Mignano.
Per quanto riguarda la presenza tedesca sulle pendici di Monte Maggiore, la maggior parte degli autori ha sottolineato l'inesattezza delle informazioni in possesso degli americani: questi per la verità, sapevano che i tedeschi tenevano ancora numerose posizioni sul monte e alla vigilia dell'attacco su Monte Lungo se ne accorsero anche gli italiani. La mattina del 7 dicembre infatti, il capitano Corselli andò in ispezione con un suo ufficiale oltre la quota 253 per rendersi conto del terreno sul quale si sarebbe dovuto attaccare (76). Ecco la testimonianza del comandante della 1 a compagnia che si esprime in terza persona:
La giornata era chiara: appena i due ufficiali ebbero superata strisciando la quota 253, sul lato ovest raffiche rabbiose e qualche colpo isolato di fucile li accolsero
Corselli si sorprese del fatto, dal momento che la posizione occupata e i numerosi ripari rocciosi offerti dal terreno facevano escludere l'avvistamento dalle posizioni tedesche sulla quota 343. Appena qualche attimo di incertezza poi una raffica con cartucce traccianti, chiarì la situazione: il fuoco proveniva dalla loro sinistra, da Monte Maggiore. Ma questo monte ci era stato dato occupato dagli americani, , possibile che fossero loro a sparare? Essi sapevano che il terreno su cui sparavano era occupato da noi : non erano gli americani ovviamente, ma i tedeschi e poi il ritmo delle mitragliatrici ’42, le mitragliatrici dai 200 colpi al minuto che noi chiamavamo la voce di Hitler era inconfondibí1e: quindi su M. Maggiore, dal quale si dominava tutto il percorro che la compagnia avrebbe dovuto effettuare attaccando, vi erano i tedeschi! (77).
La preoccupazione di Corselli è comprensibile: l'inattesa novità poteva sconvolgere tutti i piani di attacco. Il comando italiano informato della cosa cercò chiarimenti presso gli americani ottenendo una risposta apparentemente rassicurante:
( .. ) la situazione a Monte Maggiore era fluttuante, essendovi ancora delle residue postazioni tedesche in caverna, ma gli americani avrebbero effettuato delle azioni contro di esse nel corso del nostro attacco, per cui non sarebbero state in condizioni di nuocerci (78).
Ma non fu così e lo stesso Corselli commenta amaramente: Invece l'indomani, proprio il fuoco proveniente da questo monte, doveva costarci caro (79).
Come si spiega tutto ciò? È sufficiente a tale scopo l'ipotesi di un equivoco (?) sull'interpretazione delle quote avanzata, peraltro senza molta convinzione, dal colonnello Castelli? (80). In ogni caso mancò un'altra delle premesse sulle quali si basavano i piani di operazione elaborati dai comandi americani: vale a dire, l'appoggio dalla sinistra all'attacco del Raggruppamento da parte del 142 reggimento fanteria. Infatti contrariamente alle assicurazioni l'attacco contemporaneo sulle pendici di Monte Maggiore ( .. ) non venne nemmeno tentato dai fanti americani, lasciando così sguarnito il settore (81).1 fanti italiani si trovarono a dover combattere sotto gli sguardi di gente che dall'anfiteatro circostante li osservava curiosamente con le armi ai piedi (82).
Queste vicende belliche e, ancor più le conseguenze «politiche» che queste ebbero di lì a poco, (vale a dire la decisione americana di ritirare il Raggruppamento dal fronte e utilizzarne la maggior parte degli effettivi per servizi ausiliari) hanno spinto qualche autore ad avanzare l'ipotesi che da parte americana ci sia stata la precisa volontà di provocare proprio quel tipo di risultato. Secondo Filippo Frassati e Pietro Secchia infatti, le stesse truppe italiane furono le prime ad avere la scoraggiante sensazione di essere state deliberatamente mandate allo sbaraglio dagli alleati, in base al calcolo che un insuccesso iniziale avrebbe costituito un ottimo pretesto per liquidare ogni ulteriore pretesa italiana di contribuire efficacemente alla guerra, sia potenziando que11'esiguo corpo, sia costituendo altre unità da combattimento, e non solo fornendo uomini per lavoro di manovalanza (83).
L'ipotesi non è priva di suggestioni anche perché permetterebbe di dare una spiegazione logica a una serie di punti oscuri finora esaminati, a cominciare dalla precipitazione con la quale l'unitá italiana fu portata in linea e mandata a combattere praticamente «al buio», per finire col modo sconcertante con il quale fu lasciata sola nel momento cruciale della battaglia. Ma in casi di questo genere è bene fare attenzione alle troppo facili suggestioni. Senza voler prendere in considerazione le ragioni politiche che al momento consigliavano una partecipazione, seppure soltanto simbolica, degli italiani alla guerra, basterebbe ricordare che furono gli stessi americani ad offrire al I Raggruppamento la possibilità di ritentare la prova una settimana più tardi; nella circostanza parvero addirittura forzare la mano allo scoraggiato generale Dapino che da parte sua avrebbe voluto rinunciare e ritirare anzitempo il Raggruppamento (84).
Ma ancora prima di ogni altra considerazione, ci sembra valgano a ridimensionare l'ipotesi che stiamo discutendo alcuni riscontri obiettivi sui metodi di guerra messi in mostra dagli americani in questa fase della campagna d'Italia e alcune vicende che, anche in conseguenza di quei metodi, videro protagoniste negative le loro truppe. A cominciare da quelle del 143 fanteria che nell'assalto a San Pietro Infine ebbe una sorte non dissimile da quella toccata al Raggruppamento motorizzato (anche per quanto riguarda i danni dovuti al previsto fuoco di fianco). Non era la prima volta del resto che questo accadeva, né sarebbe stata l'ultima se si pensa al tentativo di attraversare il Fiume Rapido effettuato il 20 e 22 gennaio 1944 che vide ancora una volta la 36 Divisione comandata dal generale Walker andare incontro a un clamoroso insuccesso (85). Per questo episodio, a guerra finita, Clark fu sottoposto a una inchiesta voluta dai reduci della Divisione «Texas» che ritenevano di essere stati sprecati senza un motivo in una operazione che non aveva possibilità di successo (86). Un ragionamento non molto diverso da quello che fa giungere il generale Utili alla affermazione che a Monte Lungo gli italiani furono impiegati come cavie: un’ipotesi che abbiamo preso in considerazione per gli italiani, ma che evidentemente non è neppure pensabile per le truppe americane. Dunque la spiegazione di questi fallimenti va cercata altrove; e l'analisi in parallelo delle due battaglie, di San Pietro e del Rapido, ci è estremamente utile a tale scopo, tante e tali sono in questi due episodi le analogie per quanto riguarda gli errori commessi dagli americani e le incertezze e i limiti da loro messi in mostra in entrambe le occasioni nella impostazione prima e nell'esecuzione poi dell'attacco. Questo infatti, in entrambi i casi non fu preceduto da una scrupolosa ricognizione delle posizioni nemiche, né da piani per trarre in inganno il nemico, né da prove, generali; mancò insomma del tutto quell'intenso lavoro di preparazione che gli americani, a detta del generale inglese Jackson, consideravano alquanto retrogrado (87).
A rendere più difficile l'azione contribuì inoltre una consistente rigidità ( .. ) del sistema di comando americano secondo il quale i piani operativi . erano elaborati nei minimi dettagli dal comando di divisione e reggimenti e battaglioni dovevano seguire tassativamente i . relativi ordini scritti; questi vincoli diventavano tanto più pesanti quando, come sostiene lo storico inglese Fred Majdalany riferendosi al caso della battaglia del Rapido, la divisione aveva ( .. ) opinioni che si potrebbero definire «stravaganti» sul modo di condurre le operazioni (88).
Quest'ultimo giudizio per la verità non ci sentiremmo di applicarlo alle decisioni adottate dal comando della 36 a Divisione per la prima battaglia di San Pietro; parlare di idee stravaganti ci sembra in questo caso un po' forte, ma certamente come nel caso della battaglia del Rapido, si trattò di una operazione mal condotta dal comando e dallo stato maggiore della 36a divisione americana (89).
Questo comportamento denota nei comandi americani una leggerezza non spiegabile se non ipotizzando da parte loro un clamoroso errore di calcolo circa le reali difficoltà del compito che li attendeva; a cominciare dalla sottovalutazione della tenacia dei tedeschi nell'azione difensiva, con l'inverno quale loro alleato (90). Probabilmente coglie nel segno Puddu quando sostiene che nel dicembre del 1943 gli americani non avevano ancora smaltito l'euforia della conquista della Sicilia, la quale fece ritenere possibile di condurre la guerra solo a cavaliere delle grandi vie di
Comunicazione a mezzo di grandi colonne motorizzate precedute da avanguardie di carri armati e, di aerei limitando al massimo l'impiego della fanteria (91). Era la mentalità africana sulle grandi possibilità di manovra, utile a vincere le battaglie nel deserto, in Russia, nell'Europa centrale, ma incapace di capire la diversa natura della guerra di montagna; abituati all'idea che tutto si . sarebbe risolto rapidamente con l'intervento di mezzi corazzati e artiglieria, gli americani, scrive ancora il Puddu, finirono persino per dimenticare la norma elementare di assumere preventivamente informazioni sul nemico (92).
È appunto questo misto di incredulità e faciloneria, per dirla ancora col Puddu, che governa i comandi americani nelle fasi preparatorie dell'attacco alla «Winter Line» per quanto riguarda l'attività informativa. Secondo la testimonianza insospettabile di Martiri Blumenson, alla vigilia dell'attacco i generali Keyes e Walker, rispettivamente comandante del II Corpo d'Armata e della 36a Divisione, non erano ancora a conoscenza: 1) della reale entità delle forze nemiche, 2) delle loro intenzioni operative, al punto da ritenere che si preparassero a una ritirata. (93).
Sul finire di novembre i due generali erano convinti che San Pietro e Monte Lungo non sarebbero stati oggetto di una accanita difesa da parte tedesca, essendo Monte Lungo completamente dominato da Monte Maggiore e da Monte Rotondo. Quanto a San Pietro, e all'intero Monte Sammucro, addirittura apparivano liberi da truppe tedesche. (!)
Dunque, i servizi di informazione alleati non soltanto non erano riusciti a conoscere l'entità delle forze tedesche, ma, quel che è più grave, avevano equivocato sulle loro intenzioni, ritenendo che intendessero ritirarsi da una posizione che i tedeschi si preparavano invece a difendere a oltranza.
Al servizio informazioni americano, conclude significativamente Blumenson, era sfuggito quanto San Pietro fosse inaccessibile.
Tutto questo, nonostante quanto era toccato in sorte a un battaglione Rangers che nella notte del 29 novembre, nel tentativo di avvicinarsi appunto a San Pietro, era stato inchiodato dal fuoco tedesco proveniente dal villaggio riportando ben l0 morti e 14 feriti. In questa circostanza il generale Walker attribuì il fallimento alla mancanza di determinazione del comandante, ritenendo che una rapida manovra avrebbe portato i «rangers» in San Pietro.
Nei giorni successivi, durante la settimana che precedette l’attacco a Monte Lungo, questa situazione non subì sostanziali modifidie. Gli ulteriori tentativi di ottenere informazioni contribuirono anzi a confermare i generali americani nell’errore; in particolare, le perlustrazioni effettuate da pattuglie nelle notti del 2 e del 4 dicembre, senza incontrare nemici, dovettero convincere definitivamente il generale Keyes che i tedeschi erano pronti . a ritirarsi   dopo avere effettuato una dimostrazione di forza.
Ma la stessa notte del 4 dicembre, scrive ancora Blumenson, una pattuglia del 143 fanteria riferì che (San Pietro) era pieno di truppe nemiche. Dunque, i segnali d'allarme non mancarono per i generali americani i quali non seppero o non vollero ascoltarli perché troppo fermi nella loro convinzione. In definitiva, come scrive Blumenson con una affermazione che si commenta da sola, Keyes e Walker ancora non conoscevano la forza delle difese tedesche quando organizzarono la successiva fase delle operazioni. 
Tutto questo potrebbe spiegare l'equivoco in cui caddero i comandi americani circa le reali difficoltà dell'attacco alla stretta di Mignano e, in particolare a Monte Lungo considerato un obiettivo facile, scelto apposta per reparti alla prima azione, e rivelatosi invece una noce dura da schiacciare, secondo la più appropriata definizione di Alexander.
In questo errore, secondo Lombardi, sarebbe caduto lo stesso comandante del Raggruppamento il quale, sedotto dalla portata spirituale di un possibile successo, non valutò forse a pieno tutte le difficoltà (94).
Questo è appunto quanto rimprovera al generale Dapino anche il generale Basso, comandante delle Forze Armate della Campania, dal quale dipendeva il Raggruppamento, che individua le cause dell'insuccesso:
- nella mancanza di una accurata, severa organizzazione preventiva, non basata soltanto su informazioni verbali sulla situazione di fatto preesistente, ma controllata con accurati accertamenti da parte del Comando Italiano in posto, per garantire al reparto operante la cornice di inquadramento tattico sì da evitargli, con opportune predisposizioni concomitanti, la possibilità di forti reazioni frontali e fiancheggianti.
- nell'essere stato assegnato al Raggruppamento un compito tattico notevolmente superiore alle sue possibilità, organiche e di armamento; infatti il voler affrontare con azione, a se stante., come fu fatto, la conquista di Monte Lungo, quando non si é garantiti dal possesso di Monte Maggiore a sud-ovest e del costone di San Pietro Infine a nord est, è azione avventata che non può dare, garanzia di successo se non con notevole sacrificio di sangue e con la assicurata possibilità di alimentazione della battaglia, disponendo di numerosi reparti di riserva ed un potente, sicuro appoggio di mezzi di fuoco (95).
Ora, tutte queste condizioni non sussistevano già prima del difficile impegno il quale, a parere di Basso, fu assunto perciò con poca ponderatezza e con misure precauzionali assai limitate; questo perché il Comando del Raggruppamento si era fatto convincere facilmente che l'azione nella quale si impegnava era facile in quanto su Monte Lungo si sarebbe trovato di fronte ad un'occupazione nemica leggera (96).
Il giudizio di Basso era molto severo, ma viene da chiedersi quale alternativa aveva effettivamente il comando del Raggruppamento all'entrata in linea. È evidente che un rinvio non soltanto era inopportuno, ma, al momento, appariva del tutto ingiustificato. Non era opportuno per motivi politici fin troppo evidenti: un nostro rifiuto, pur motivato, di combattere ora che ce ne veniva offerta l'occasione, dopo settimane di pressanti richieste in tal senso, avrebbe senz'altro avuto conseguenze di gravità imprevedibile nei rapporti con gli alleati. Certamente le considerazioni di natura politica sarebbero state messe da parte di fronte a insuperabili deficienze di carattere tecnico-militare: ma da questo punto di vista non vi erano guasti irreparabili o, comunque, tali da mettere in discussione addirittura la partecipazione all'azione su Monte Lungo. Vi erano, come detto, carenze di materiale, munizioni soprattutto, che si stava provvedendo a colmare; l'azione era presentata ostentatamente come facile e quasi scelta apposta per una unità che entrava in linea per la prima volta, gli uomini erano pronti a battersi, e poi sui fianchi avrebbero avuto la presenza rassicurante di due collaudati reggimenti della 36a Divisione americana. Col senno di poi possiamo dire che si trattava di impressioni fallaci, che le lacune si rivelarono più gravi del previsto. Ma in quel momento le condizioni complessive del Raggruppamento, sia materiali, sia spirituali, non sembravano tali da impedire il battesimo del fuoco della prima unità operativa italiana rinata dopo la catastrofe nazionale dell'8  settembre.


La seconda azione su Monte• Lungo (schizzo n. 5)

Ammaestrato dall’esperienza dell’8 dicembre e ormai consapevole della reale difficoltà dell'azione, il Walker preparò questa volta un piano d'attacco su larga scala, coordinato e progressivo contro i tre obiettivi immediati: San Pietro, Monte Lungo e San Vittore (97).
L'azione si sarebbe aperta con l'attacco alle pendici del Monte Sammucro, un miglio a occidente della quota 1205 il cui possesso ben poco aveva giovato agli americani. Una volta conquistato il triangolo costituito dalle quote 816, 730 e 687, Walker avrebbe definitivamente circondato San Pietro e cercato di tagliare ai tedeschi la via della ritirata da Monte Lungo (..)Inoltre avrebbe avuto truppe inoltre avrebbe avuto truppe in buona posizione per una avanzata verso San Vittore (98). Questi compiti erano affidati al I battaglione del 143 fanteria e al 504 paracadutisti che avrebbero attaccato nella notte sul 15 dicembre (99). A questo punto, a mezzogiorno del 15 dicembre, poteva avere inizio la successiva fase nella quale lo sforzo principale era rappresentato da un movimento a tenaglia contro San Pietro operato da carri avanzanti da est e appoggiati dall'avanzata del 141 fanteria da Monte Rotondo, a sud (100).
Una volta messi fuori gioco i difensori di San Pietro, o, almeno, impegnatili in combattimento in modo che non potessero minacciare Monte Lungo, Walker intendeva dare inizio a quella che nei suoi piani doveva essere la fase conclusiva dell'intera operazione: nella sera del 15 dicembre il 142 reggimento fanteria americano avrebbe attaccato Monte Lungo da occidente, dalle posizioni di Colle San Giacomo e dalle quote 141 e 72, preventivamente occupate nei giorni precedenti l'azione, per conquistare la sommità centro-settentrionale del monte. La parte meridionale era lasciata al 1 Raggruppamento motorizzato che avrebbe attaccato all'alba del giorno 16: in tal modo l'unità italiana rientrava in linea a una settimana dal sanguinoso esordio dell'8 dicembre (101).
La realtà dei fatti sconvolse il piano del generale Walker che ebbe si successo, ma, per ironia della sorte, trovando una realizzazione, per così dire, a rovescio rispetto alla formulazione originaria. In pratica, il contributo determinante per la vittoria finale venne proprio da quel fianco sinistro che nei piani doveva agire per ultimo, nella speranza di poter beneficiare dei progressi degli altri settori. Infatti i reparti del I battaglione del 143° fanteria operanti sul Monte Sammucro, partiti all'attacco nella notte fra il 14 e il 15, non soltanto non riuscirono a raggiungere l'obiettivo, ma subirono una durissima lezione dai tedeschi e furono costretti a ritirarsi sulle posizioni di partenza: a giorno fatto allorché il generale Walker contava di avere in mano i tre colli posti nella parte occidentale del Sammucro, il battaglione di fanteria non soltanto aveva fallito il proprio obiettivo, ma era ridotto a 155 effettivi, per di più privi di munizioni (102 ).
Sorte analoga toccò al 504 battaglione paracadutisti che dopo un'avanzata di poche centinaia di metri, fu costretto a ritornare sulle posizioni di partenza e non potè fare altro che sistemarsi sulle pendici inferiori di q. 681 (103).
La prima fase dell'azione che aveva come obiettivo il triangolo del Sammucro sulla destra del fronte d'attacco, si era dunque conclusa con un nuovo fallimento. Più o meno analogo l'esito della seconda, iniziata nonostante ciò alle ore 11 del 15 dicembre come previsto dal piano. Questa volta furono i carri «Sherman», usati per l'occasione nell'attacco su San Pietro, a subire i duri colpi del nemico: dei 16 carri utilizzati, soltanto 4 fecero ritorno alla base di partenza (104). Anche peggio andarono le cose per i fanti del II battaglione del 141. Partiti all'attacco alle 12 dello stesso giorno riuscirono ad avvicinarsi all'estremità meridionale del villaggio ma qui poterono salvarsi dal micidiale fuoco tedesco soltanto grazie a un provvidenziale muretto di pietra dietro il quale trovarono riparo. Tra la notte del 15 e l'alba del 16, il battaglione, spinto dal quartier generale del reggimento a prendere San Pietro a qualsiasi costo, ritentò nonostante le gravissime perdite subite, ben due assalti; gruppi di soldati riuscirono attorno alla mezzanotte del 15 a raggiungere le prime case del villaggio a colpi di granate e di baionetta ma, privi di rinforzi non poterono resistere. Quelli che furono in grado di farlo, tornarono al muretto di pietra (105). All'alba del 16 il drammatico epilogo:
Con una forza effettiva di non più di 130 uomini, il 2° battaglione del 141 fanteria rinnovò il tentativo (..) nello stesso momento in cui il I battaglione del 143, sulla cima del Sammucro, tentava di nuovo di raggiungerei suoi due obiettivi presso l'estremità occidentale della montagna. Nessuno dei due battaglioni compì progressi. Nel pomeriggio il II battaglione del 141 tornò battuto su monte Rotondo. La mattina successiva, il 17 dicembre l'esausto I battaglione del 143 fu sostituito dal I del 141 e gli stanchi uomini discsero da M. Sammucro e furono inviati nelle retrovie per un periodo di riposo ( 106).
L'intera stretta di Mignano e non soltanto Monte Lungo si stava dunque rivelando una noce dura da schiacciare! Ancora una volta l'assalto all'obiettivo principale era fallito: sembrava destinato che la sorte della battaglia di San Pietro fosse legata a Monte Lungo.
Nella notte sul 16 dicembre il 142° partì all'attacco dalle posizioni di Monte Maggiore e Colle San Giacomo conquistate nei giorni precedenti: il II battaglione puntò verso l'estremità settentrionale di Monte Lungo, il I si diresse verso la parte centrale dello stesso. Entrambi ottennero un immediato successo:
Presero il nemico di sorpresa, snidarono dalle trincee il battaglione di ricognizione della 29 Divisione panzer e raggiunsero la sommità della montagna all'alba (107).
A questo punto scattò l'ordine per l'entrata in azione del I Raggruppamento motorizzato. Alle 7,40 del 16 dicembre il comando tattico dell'unità italiana comunicò al comandante del 67°reggimento fanteria che il II/142' aveva occupato le quote 141 e 351 su Monte Lungo e disponeva che il reggimento di fanteria e il LI battaglione bersaglieri si tenessero pronti . a iniziare l'attacco secondo i piani prestabiliti (108).
Questi piani erano stati comunicati al generale Dapino il 13 dicembre. In base all'ordine d'operazione n. 40 della 36a Divisione il Raggruppamento italiano doveva attaccare a giorno fatto, il mattino del 16, su ordine della Divisione, per prendere e tenere quota 343 e rastrellare le pendici di Monte Lungo ad ovest della ordinata 960 (109).
Il giorno successivo, 14 dicembre, il comando del 142 fanteria precisava: I Raggruppamento motorizzato darà il cambio a questo reggimento su ordine del generale comandante la Divisione dopo che il 142 fanteria avrà finito di spezzare ogni resistenza nel suo settore (110).
Sulla base di queste direttive Dapino emanava l'ordine di operazione n. 4, in data 15 dicembre che prevedeva:
Il I Raggruppamento motorizzato inquadrato a sinistra con il 142 fanteria americano e a destra con il 141 fanteria americano, riprenderà l'attacco su Monte Lungo (111).
Dapino chiariva i suoi intenti operativi in questi termini: in primo luogo occorreva impadronirsi dell’altura senza indicazione di quota sita a circa 300 metri a nord-est di quota 253 mediante azioni sui due lati di gruppi di combattimento di fanteria. L'attacco, che sarebbe stato preceduto da 30 minuti di fuoco della artiglieria, doveva essere appoggiato nel suo svolgimento dal fuoco delle arni di accompagnamento schierate sulla base di partenza e da quello delle armi schierate sui pendii di Colle San Giacomo (112).
In secondo tempo occorreva puntare su quota 343, l'obiettivo principale, mediante azioni di gruppi di combattimento di bersaglieri provenienti da Ponte Peccia, operanti in stretto contatto con le fanterie che sarebbero partite dalle pendici meridionali del monte. Contemporaneamente si doveva provvedere a mantenere i contatti con il 142 fanteria sulla sinistra e con il 141 sulla destra rispettivamente con pattuglie di bersaglieri e di fanti (113).
La scelta del piano era questa volta per alcuni aspetti obbligata o, almeno, condizionata dalla necessità di coordinare le proprie mosse con quelle delle unità americane che agivano sui fianchi del Raggruppamento. A tale proposito gli americani stessi posero alcune limitazioni alla nostra azione: in particolare, la fanteria italiana non doveva nella propria azione superare le pendici nord di Monte Lungo ad ovest della quota senza numero, 300 metri ad ovest di q. 253. Quanto all'artiglieria non doveva eseguire tiri ad ovest di q. 343 affinché il nostro fuoco non danneggiasse le colonne del 142° reggimento americano (114).
Particolarmente gravi risultarono i limiti imposti all'artiglieria, anche perché all'ultimo momento si dovette rinunciare all'aiuto americano: infatti un gruppo da 155 dato in appoggio al Raggruppamento venne all'ultimo momento distolto. Come se non bastasse, un gruppo di mortai da 107 sollevò obiezioni per la difficoltà tecnica di effettuare tiri su un obiettivo tanto vicino alla linea di fanteria (quando si decise, l'occupazione della quota era ormai un fatto compiuto). (!)
Insomma, gli italiani ancora una volta dovettero fare praticamente da soli, e stavolta fecero le cose per bene. Scrive Dapino:
Si decise allora di eseguire la preparazione sulla quota con tutti i mortai da 81 del 67°fanteria (12 pezzi), con un gruppo da 75/18 che prese posizione in località completamente dominata e scoperta onde eseguirei tiri di infilata. Si crearono inoltre due basi di fuoco, con armi di accompagnamento, completamente al di fuori del nostro settore, sulla vetta di M. Rotondo e su cole S. Giacomo. Da esse le posizioni nemiche potevano essere colpite anche sui rovesci. I rimanenti gruppi di artiglieria avrebbero eseguito concentramenti tra quota precedente e la q. 343.
La mattina del 16 l'artiglieria aprì il fuoco:
Alle ore 8,30 iniziò il tiro di preparazione che si rivelò subito di una precisione meravigliosa: quello sulla quota senza numero 300 metri a nord-est di q. 343, a non più di 200-250 metri dalle, nostre linee, destò l'ammirazione degli osservatori americani.
L'attacco delle fanterie ebbe inizio alle ore 9,15. Partirono il II battaglione fanteria e una compagnia della LI bersaglieri:
Il nemico, stordito dal tiro della nostra artiglieria, minacciato sul tergo dall'azione del 142 fanteria, non offrì questa volta una resistenza tenace.
Alle 10,20 la quota senza numero era conquistata e alle 12,30 le prime pattuglie del 11/67 giungevano sulla quota 343 mentre più a nord i bersaglieri prendevano contatto sul costone di Monte Lungo col 142 reggimento fanteria americano.
Questa volta tutti gli obiettivi assegnati al primo raggruppamento motorizzato erano stati raggiunti. Le perdite si rivelarono relativamente contenute: 6 morti e 30 feriti.
Furono presi prigionieri 5 tedeschi, ma molti di più se ne potevano catturare se gli americani non avessero limitato il nostro raggio di azione sul versante nord, cosa che permise ai tedeschi di ritirarsi verso San Pietro. La seconda azione del I Raggruppamento motorizzato su Monte Lungo si concludeva dunque con un successo; un esito peraltro prevedibile già alla vigilia, come riconosceva lo stesso Dapino. Secondo il generale italiano infatti questa volta le condizioni erano favorevoli, principalmente per due. motivi:
1) il fatto che era sgombra dal nemico tutta la zona di Colle San Giacomo dalla quale proveniva in precedenza un micidiale, fuoco di armi automatiche sui fianchi meridionali di Monte Lungo;
2) L'attacco di due battaglioni del 142 reggimento fanteria americano contro le quote settentrionali di Monte Lungo che ne minacciava l'intera occupazione.


Note

(1) Sulla campagna, d'Italia si vedano G.A.,Shepperd La campagna d’Italia 1943 1945, Garzanti, 1970, A. Jackson, La battaglia d’Italia, Baldini e Castaldi, Milano, 1970, M. Puddu, Guerra in Italia, 1943 '45, Roma, s.d. ma 1965 e inoltre il già citato rapporto di Alexander - del quale si può utilmente consultare anche Le Memorie del generale Alexander, 1940-45, Garzanti, Milano, 1963. Sulla natura e gli scopi della campagna d'Italia nell'ambito della strategia complessiva anglo-americana, cfr. anche D.D. Eisenhower, Crociata in Europa, Mondadori, Milano, 1949, e G.C. Marshall. La vittoria in Europa e nel Pacifico, Rattero Editore, Torino, 1948 (si tratta del Rapporto del Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Americano al Ministero della Guerra per il periodo dal 1 ' luglio 1943 al 30 giugno 1945).
(2) M.W. Clark, op. cit. pag. 225. Per le vicende della 5^ Armata in Italia e quindi indirettamente anche per il Raggruppamento, relativamente al periodo che da essa dipese, cfr. la già citata Fifth Army History relazione ufficiale in 9 volumi pubblicata a Firenze nel corso della guerra, opera indispensabile per la ricchezza dei dati ricavabili da una ricostruzione sempre essenziale ed esauriente. In mancanza di questa, si può utilmente ricorrere al volume From Salerno to the Alps. A History of the Fifth Army. 1943-'45, edited by Lieutenant colonel Chester G. Starr, Washington, Infantry Journal Press, 1948, compendio fedele dell'opera maggiore dovuto appunto al colonnello Starr dell'Ufficio storico dell'Esercito americano. Analogo ragionamento vale per alcuni opuscoli pubblicali dal Ministero della Guerra degli Stati Uniti dedicati a singole fasi della campagna. In particolare, per il periodo che ci interessa, si vedano, War Department, From the Volturno to the Winter Line, e Fifth Army at the Winter Line, American Forces in Action Series, Military Intelligente Division,. U.S. War Department, Washington D.C, rispettivamente dicembre 1944 e giugno 1945.
(3) M.W. Clark, op. cit. pp. 225-6.
(4) Fifth Army History, cit. part. III, The Winter Line, pp. 5-6. Cfr. anche A. Alexander, Supplement, pp. 59-60. A. Kesselring, Memorie di guerra, Garzanti, Milano, 1954, pp. 205-6.
(5) Ibidem. Oltre alle due linee principali esistevano numerosi raddoppi, come si può vedere dallo schizzo n. 3. Sulla definizione delle linee non tutti gli autori concordano. Il Puddu, ad esempio, considera «linea Gustav» soltanto il raddoppio alle spalle della «linea Bernhard», la posizione di resistenza che correrebbe dal Tirreno all'Adriatico. La differenza nella terminologia non muta ovviamente la sostanza della questione.
(6) Ibidem. F. Von Senger Und Etterlin, Combattere senza paura e senza speranza. Longanesi, Milano, 1968, p. 311, parla di «Linea Bernhard»; invece «Linea Reinhardt» la definisce A. Kesserling, op. cit, pp. 205-6 e «Linea Reinhard» R. Bóhmler, Monte Cassino, Edizioni Accademia, Milano, 1979, p. 190.
(7) Fifth Army History, cit., pp. 5-6.
(8) Ibidem.
(9) M.W. Clark, op. cit., pp. 221-3.
(10) È il caso della 56a Divisione britannica dipendente dal X Corpo d'Armata inglese. Cfr. A. Alexander, Supplement, p. 72 e M.W. Clark op. cit. pp. 231-2.
(11) Fifth Army History, cit. Operations Instructions, n. 10, 16 nov. '43.
(12) ibidem
(13) Ibidem, Opriations Istructions n. 11, 24 nov 43 e M.W. Clark, op.cit, p. 236.
(14) Ibidem.
(15) Fifth Army History, cit. P. 36, e M. Blumenson, op. cit. pp. 252-3.
(16) Per le forze tedesche cfr. F. Senger, op. cit. pp. 312-319, passim, R. Bohmler, op. cit. pp. 313-4, M.W. Clark, op. cit. p. 237.
(17) M.W. Clark, op. cit. p. 237, e Fifth Army History, cit. p. 26.
(18) M.W. Clark, op. cit. p. 237.
(19) Fifth Army History, cit., pp. 25-26, analogo è il giudizio di R. Bóhmler, op, cit., pp. 314-5 e F. Senger, op. cit. p. 320, che parla di un fuoco tambureggiante quale non avevo più visto dopo la prima guerra mondiale.
(20) Per questa fase dell'attacco alla linea d'inverno, si vedano in particolare M. Blumenson, op. cit. pp. 262-9, Fifth Army History, cit. pp. 20-33, M.W. Clark, op. cit.,pp. 236-8.
(21) Fifth Army History, cit., p. 35.
(22) Diario storico, 3 dicembre '43, e allegato n. 90; ora allegato n. 13 al presente volume.
(23) Diario storico, 4 dicembre '43 e allegato 91; ora allegato n. 14 al presente volume.
(24) Diario storico, 6 dicembre '43 e allegato n. 97; (cfr. allegato n. 15). Secondo quanto scrive Robert, L. Wagner, The Texas Army. A History of the 36th Division in the Italian Campaign, Austin, Texas, 1972, p. 56, la scelta di Walker era in una certa misura obbligata poiché il terreno non offriva possibilità di operare manovre sui fianchi che permettessero di aggirare la «Winter Line». Soltanto con la buona riuscita di operazioni localizzate era possibile strappare poco alla volta terreno alle difese tedesche fino alla conquista di M. Lungo a sinistra e M. Sammucro a destra, indispensabile per il superamento della stretta di Mignano. Si tratta evidentemente di una sostanziale modifica, per non dire del rovesciamento, degli intendimenti tattici manifestati dal generale Truscott, comandante la 3a Divisione poco prima che l'unità americana fosse ritirata. Si veda quanto riportato nella nota 94 del capitolo precedente.
(25) Diario storico, e allegato n. 98, IRM, 6 dicembre '43, n. 603, Ordine di operazione n. 1, oggetto Attacco di Monte Lungo; (cfr. allegato n. 16)
(26) Diario storico, allegato n. 106, IRM, 10 dicembre '43, n. 630.
(27) Diario storico, allegato n. 99, IRM, 7 dicembre '43, n. 613.
(28) Ibidem.
(29), Diario storico allegato n. 107, IRM, 11 dicembre 43 è la relazione compilala dal generale Dapino sull'azione svolta 1'8 dicembre
(30) Diario storico, 7 dicembre '43.
(31) Ibidem. Cfr. anche R. Bóhmier, op. cit. pp. 313-4. Per l'esattezza, il III battaglione del 15° reggimento granatieri corazzati, (Pz. Gr. Rgt. 15) era costituito da cacciatori (jáger). Lo si può vedere in J. Lemelsen, 29 Division, Podzun-Verlag, Bad Nauheim, 1960, p. 480. Si tratta della storia della Divisione protagonista della difesa della stretta di Mignano, dalle origini alla fine della guerra. L'opera è dovuta a più autori tra i quali il generale Walter Fries, già comandante della Divisione dal 1° marzo '43 al 30 agosto '44, il quale ricostruisce appunto le vicende della campagna d'Italia.
(32) Per queste vicende cfr. M.Blumenson, op. cit. p. 275 e sgg., Fifth Army History, p. 37 e sgg.
(33) Cfr. le considerazioni di Blumenson, op. cit. pp. 274-5.
(34) Ibidem e Fifth Army History, cit. p. 37.
(35) Fifth Army History, cit., p. 37.
(36) Diario storico, allegato 107 cit.
(37) Ibidem.
(38) E. Corselli, I dettagli tecnici, trascurati, si vendicano, in «Rivista Militare», anno VIII, n. 6, giugno 1952, pp. 722-3. Nonostante il titolo e, presumibilmente, le intenzioni dell'autore che voleva farne un semplice studio dell'importanza della cura dei particolari tecnici nell'addestramento, la preparazione e l'impiego dei minori reparti, l'articolo costituisce una preziosa testimonianza di prima mano sull'azione di Monte Lungo. L'autore infatti, comandante della 1^ compagnia del 67° fanteria, ferito gravemente e decorato con medaglia d'argento per l'azione dell'8 dicembre, ricostruisce nei particolari l'esperienza della propria unità in quella occasione.
(39) E. Corselli, op. cit., p. 723.
(40) Ibidem.
(41) Ibidem.
(42) Ibidem.
(43) Ibidem, 723-4.
(44) E. Castelli, op. cit., pp. 45-6.
(45) Ibidem, p. 46. Cfr. anche Diario storico, allegato n. 107, relazione del generale Dapino cit. dove si legge: che la 2^ compagnia bersaglieri colpita dal tiro di numerose mitragliatrici tedesche rimaste illese dopo la preparazione in breve decimata e costretta a ripiegare.
(46) E. Corselli, op, cit., p. 724.
(47) Ibidem Cfr. anche Diario Storico, allegato n. 10
(48) h. Corselli, op. cit. p. 724.
(49) Diario storico, allegato 107, relazione Dapino 11 dicembre '43 cit. dove si legge: Alle 8,10 q. 343 è raggiunta. Anche i tedeschi, dal loro punto di vista, erano giunti alla stessa conclusione; secondo il generale Fries gli italiani, dopo avere abilmente utilizzato le favorevoli condizioni atmosferiche, e in particolare la nebbia abbastanza fitta che lasciava la visuale soltanto nelle vicinanze, avevano lanciato un attacco massiccio contro le deboli postazioni di sicurezza tedesche. Gli uomini del III battaglione, in particolare la 9^ compagnia, si erano difesi disperatamente; spararono tutto ciò che era possibile, tirarono bombe a mano contro il nemico all'attacco, ma tutto fu inutile. In pochi tumuli i nostri ragazzi furono sopraffatti. La maggior parte cadde e già il nemico irrompeva sicuro della vittoria ( .. ) Era una crisi che difficilmente poteva risolversi in nostro favore, nè era difficile prevedere quali conseguenze avrebbe avuto Cfr. J. Lemelsen, op. cit. p. 342.
(50) E. Corselli, op. cit., p. 725 Dapino nella sua relazione dell'11 dicembre scrive: A questo punto si scatena il fuoco infernale di mitragliatrici e mortai: di fronte, dalle postazioni della quota, molte delle quali sono in caverna, di fianco, dalle pendici di Monte Maggiore e da Colle San Giacomo. È a questo punto, sempre secondo Dapino, che si può constatare come il tiro di artiglieria non ha avuto pratico effetto.
(51) E. Corselli, op. cit. p. 725. Lo stesso Corselli scrive che a dar man forte ai difensori della q. 343 sarebbero affluiti perfino gli equipaggi della divisione Goering, rimasti in fondo valle, perché i mezzi blindati non potevano inerpicarsi su per il monte!. Cfr. anche A. Ricchezza, Qui si parla di voi, cit. p. 68 e più diffusamente L'esercito del sud, cit. p. 64.
(52) J. Lemelsen, op. cit. p. 343, che così descrive l'attacco dei cacciatori: arrivano improvvisamente da ogni parte (..); senza pietà il loro fuoco colpisce il nemico in fuga solo un pensiero «avanti, avanti» (.). Il contrattacco si svolge come un'esercitazione, Il nemico è così confuso che non riesce a mettere in piedi una difesa (.). Enfasi descrittiva a parte, la versione tedesca conferma sostanzialmente quanto scritto da Corselli circa l'esplosione improvvisa e inopinata della reazione nemica: la cosa si spiegherebbe, sempre a detta del generale Fries, con la prova di coraggio data nella circostanza da un caporale maggiore pluridecorato, Ewald Scherling, che postosi alla testa dei suoi compagni, li avrebbe rinfrancati con il suo esempio riuscendo a ribaltare le sorti ormai in apparenza segnate della battaglia.
(53) R. Corselli, op. cit. p. 725. Oltretutto, in questa fase particolarmente delicata della battaglia, gli attaccanti vennero a trovarsi praticamente senza ufficiali comandanti: Gli attaccanti (..) cercavano i loro capi, ma non c'erano più capi, non c'era più nessuno che in questo momento decisivo potesse guidarli, potesse spingerli in avanti: possiamo leggerlo in Lemelsen, op. cit. p. 343; e Corselli, op. cit. 725: La 1^ compagnia ripiegava stremata e senza ufficiali dopo due ore di attacco che l'aveva portata vittoriosa su q. 34.3.
(54) Fifth Army History, cit. p. 38 e M. Blumenson, op. cit. p. 276.
(55) Diario storico, allegato 107, relazione Dapino 11 dicembre cit.
(56) Questi dati si diffusero rapidamente. Anche B. Croce, nel suo diario alla data del 24 dicembre scriveva che nell'attacco di Monte Lungo i soldati italiani avevano lasciato cinquecento morti.
(57) Diario storico, 8 dicembre '44. Sulle perdite del Raggruppamento nel periodo settembre '43- aprile '44. e in particolare nel mese di dicembre vi è una grossa confusione dovuta per lo più al fatto che i vali autori, riferendosi a periodi di tempo diversi l'uno dall'altro, forniscono dati non omogenei e quindi non raffrontabili. Alcuni esempi per tutti: M. Blumenson, op. cit., p. 276, parla di 84 morti, 122 feriti, 170 dispersi in relazione alla battaglia di Monte Lungo; Fifth Army History, vol. III cit. p. 95, fornisce le seguenti cifre riferite al periodo 16 novembre - 15 gennaio: 113 morti, 191 feriti, 282 dispersi (le cifre desunte dal Diario storico per lo stesso periodo sono rispettivamente: 78, 255 e 166). A. e G. Ricchezza, L'Esercito del sud, cit. pp. 67 e 74, riportano la cifra di 47 morti per la prima battaglia di Monte Lungo (come il Diario storico); ma alla p. 79 dello stesso libro parlano di 79 morti, 190 feriti e 150 dispersi riferendosi alla stessa battaglia. E. Castelli, op. cit. pp. 47 e 50 fornisce due cifre complessive: 360 perdite per la prima battaglia di Monte Lungo e 428 per la conquista del colle. Per quanto ci riguarda ci atteniamo alle cifre quotidianamente riportate nel Diario storico, in base alle quali abbiamo appunto elaborato l'elenco delle perdite complessive del Raggruppamento che costituisce l'allegato 38 al volume. Elenchi nominativi dei caduti del Raggruppamento si possono trovare in A. Ricchezza, La verità sulla battaglia di Cassino e l'apporto del Corpo Italiano di Liberazione, Fratelli Pozzo Editori, Torino, 1958, appendice, p. 5, (81 nomi) e nel più recente L'esercito del sud, pp. 214-5 (85 nomi). Per i bersaglieri cfr. l'elenco fornito da E. Castelli, op. cit. pp. 85-86 (31 nomi); notizie molto precise sono fornite per quanto riguarda i fanti dalla pubblicazione 67° Reggimento Fanteria «Legnano», Caserta, 1944, pp. 21-2, dove compaiono i nominativi di 49 caduti, con la data del decesso.
(58) M. Blumenson, op. cit., p. 276.
(59) Cfr. allegato 107 relazione Dapino
(60) Ibidem
(61) Il testo del messaggio in allegato n.108 a Diario Storico.Per le considerazioni cfr A. Buzzi, Quelli di Monte Lungo, in Rivista Militare, 1969, n. 12, p. 1514
(62) Per le considerazioni di Blumenson, cfr. l'opera citata alle pagine 275-6. In netto contrasto con le impressioni ricevute da Walker, risulta il giudizio del capo ufficio personale (G-1) del II Corpo d'Armata americano, il quale, in un rapporto per il generale Keyes su una visita al Raggruppamento, così scrive: lungo tempo venne passato con il Generale Dapino che appare essere un ottimo comandante. Cfr. Comando del II Corpo d'Armata, G-1, 13 novembre 1943, allegato n. 51 a Diario storico
(63) M. Blumenson, op. cit. pp. 275-6. In genere neppure questo riconoscimento troviamo nelle opere degli autori stranieri (americani, francesi, inglesi) i quali, pur differenziandosi nei toni e nei contenuti del giudizio hanno in comune la tendenza a isolare l'azione del Raggruppamento dal contesto in cui si svolse, facendone un episodio a sé stante difficilmente comprensibile. Questo vale per la citata Fifth Army History, vol. III, pp. 36-8, che pure dedica all'avvenimento una certa attenzione sottolineando anche la forza delle postazioni difensive tedesche e il coraggio messo in mostra dagli italiani nella circostanza; così come vale per E. Linklater, The Campaign in Italy, H.M.S.O., London, 1951, pp. 145-6, che si limita a mettere in evidenza il primo dei due fattori sopra indicati. Anche peggiore il trattamento riservato all'unità italiana nella relazione ufficiale britannica sulla campagna d'Italia dove l'autore, dopo aver dichiarato di essere costretto per motivi di spazio a dedicare un riassunto alle operazioni della 5a Armata nell'attacco alla «Winter Line. Tanto breve quanto feroce il riferimento al Raggruppamento contenuto nell'opera di M. Carpentier, Les Forces Allies en Italie, Editions Berger-Le Vrault, Paris, 1949, pp. 50-51. Il generale francese, all'epoca Capo di S.M. di Juin scrive infatti che a M. Lungo una brigata motorizzata italiana, aggregata al 2° C.A.americano, fece un'apparizione tanto breve quanto poco brillante. (!)
(64) E. Castelli, op. cit. p. 45
(65) E. Corselli, op. cit. p. 722
(66) C. Medeghini, op. cit. p. 23. Secondo Robert Jars, La campagne d'Italie, l'Oyol, Paris, 1954, p. 74, si sarebbe trattato di un attacco lanciato con poco lodevole precipitazione, questa, insieme al fatto che Monte Maggiore non era del tutto liberato, sarebbe stata la causa del fallimento. Il maggiore Edmund Ball, ufficiale della 51 Art. scrive che il Raggruppamento era tanto desideroso di ottenere un successo, che si comportò, con coraggio e in modo spettacolare, ma senza molto giudizio. E. F. Ball, Staff Officer wilh the Fifth Army, New York, 1958, pp 251-2. Al giornalista del «New York Times Herberth Matthews, l'attacco italiano su Monte Lungo avrebbe ricordato addirittura la  carica di Balaclava: vedilo citato in E. Castelli, op. cit. p. 16 e G. Anselmi, Monte Lungo, gloria d'Italia, in «Rivista Militare», 1946, I, pp. 11-12.
rimasero intatte.
(67) E. Castelli, op. cit. p. 45 scrive: L'attacco avvenne di slancio perché fidavamo nella preparazione delle artiglierie e nella nebbia incombente che nascondeva gli attaccanti al nemico.
(68) C. Medeghini, op. cit. p. 23
(69) E. Corselli, op. cit. pp. 727-8, scrive: Avevamo la superiorità numerica, non c'erano reticolati, non c'erano mine, non si verificò un massiccio tiro da parte dell'artiglieria avversaria; i tedeschi avevano però dalla loro: (il) terreno particolarmente, vantaggioso per la difesa; (la) superiore conoscenza ed abitudine allo stesso; e inoltre, la superiorità dell'armamento individuale che sviluppava uno straordinario volume di fuoco e si plasmava a tutte le fasi del combattimento.
(70) E. Corselli, op. cit. p. 718. Fatta eccezione per Martin Blumenson, sul quale ritorneremo più avanti, gli americani sono alquanto reticenti sull'esattezza delle informazioni di cui disponevano alla vigilia della battaglia di San Pietro, circa la reale consistenza delle forze tedesche. Robert Porter, all'epoca Vice Capo di Stato Maggiore del genclale Keyes, è il solo, a quanto ci risulta, a fare propria la versione ufficiale. Secondo la sua testimonianza, che si può leggere in Robert H. Adleman-George Walton, Oggi è caduta Roma, Mondadori, Milano, 1968, pp. 207-8, la collina era tenuta da 2 sole compagnie, di un battaglione del genio (sic): tutto lasciava prevedere, secondo l'ufficiale americano, una vittoria facile, che avrebbe dato agli italiani una spinta morale. Se ciò non avvenne, la colpa fu degli italiani stessi: Sembra che qualcuno, nell'unita italiana, parlasse: sta di fatto che quando fu lanciato l'attacco, le due compagnie del genio non c'erano più e al loro posto (..) c'era una divisione corazzata (!) Una versione a dir poco disinvolta degli avvenimenti (a cominciare dal riferimento curioso alle due compagnie del genio), che non meriterebbe di essere ricordata, se non fosse riportata, pur con alcune diversità, da M. Clark, op. cit. p. 240, il quale scrive che la notte prima dell'attacco alcuni soldati italiani si erano avvicinati alle linee germaniche ed avevano gridato minacce e insulti, promettendo che avrebbero punito i nazisti che durante la campagna d'Africa avevano abbandonato le truppe italiane.Il comandante della 5^ Armata non fa riferimento alle forze tedesche su Monte Lungo e si limita a sottolineare che in tal modo mancò la sorpresa.Il particolare riferito dai due ufficiali americani non trova riscontro in alcun altro autore; volendo avanzare un'ipotesi, si può pensare al gonfiamento, presurnibilmente avvenuto nelle retrovie, di una voce che aveva peraltro un fondamento di verità. Gli italiani, quasi certamente, effettuarono il cambio in modo non abbastanza silenzioso: secondo E Corselli, op. cit. pp. 718-9 gli americani avrebbero sottolineato il particolare al momento di lasciare le posizioni su M. Lungo. La assoluta silenziosità e compostezza dei movimenti dimostrata dagli americani andava attribuita, secondo Corselli, al fatto che si muovevano in un terreno che ormai conoscevano a memoria, e all'equipaggiamento di cui disponevano, studiato nei particolari affinché fosse evitato ogni rumore, ogni tintinnio. I1 particolare non ci sembra comunque sufficiente a spiegare la mancata sorpresa tedesca riferita da Clark e, addirittura, il fantomatico rafforzamento delle postazioni di cui parla Porter. Stando a quando si legge in J. Lemelsen, op. cit. 342, da parte tedesca si era potuto accertare a mezzo di pattuglie la presenza di notevoli raggruppamenti di nemici su M. Lungo: ciò avvenne la notte dell'8 dicembre, ma la notizia non turbò più di tanto i comandi tedeschi i quali, anzi, furono sorpresi dall'improvviso attacco italiano, come scrivevamo in precedenza.
(71) E. Corselli, op. cit. p. 718.
(72) Ibidem.
(73) Allegato n. 90 a Diario storico, cit.
(74) Fifth Army History, cit. pp. 38.-9.
(75) Ibidem. Robert L. Wagner, The Texas Army, cit. pp. 74-75, fornisce una versione parzialmente diversa della vicenda: l'attacco del II e III battaglione del 143° fanteria americano sarebbe stato ostacolato soltanto dal fuoco pesante di mortai e mitragliatrici proveniente da Monte Lungo. Lo storico texano tace sul fuoco proveniente da destra, dal Monte Sammucro appunto, del quale gli americani avevano appena occupato la q. 1205, ma non le pendici inferiori, le quote 687-730-816, la cui conquista, non a caso, sarà l'obiettivo preliminare della seconda battaglia di San Pietro, come vedremo più oltre. In definitiva, secondo lo storico della 361 Divisione «Texas», il fallimento del tentativo dell'8 dicembre sarebbe da imputare prevalentemente, se non esclusivamente al I Raggruppamento.
(76) E. Corselli, op. cit. p. 720
(77) Ibidem.
(78) Ibidem. Anche il colonnello Bonfigli, comandante del 67° fanteria, afferma di avere fatto alcune obiezioni ( .) dopo aver riconosciuto la zona; gli fu detto che prima dell'azione (avrebbe) avuto assicurato il fianco sinistro con la conquista di tutto il massiccio del Monte Maggiore. Cfr. Comando 67° Reggimento fanteria motorizzato, 29.12.1943, n. 4584, allegato a IRM, 29 dicembre '43, Situazione del Raggruppamento, allegato n. 140 al Diario storico.
(79) E. Corselli, op. cit. p. 720. Anche Lord Strabolgi, The conquest of Italy, Hutchinson, London, 1944, p. 91, attribuisce un peso determinante a questa inattesa circostanza della quale gli italiani non erano colpevoli: a causa di un cattivo lavoro dello SM (l’errore non fu italiano) essi avanzarono lungo la collina nella convinzione che il fianco sinistro fosse sicuro.Nonostante le, notevoli perdite-, gli italiani incalzarono, e giunsero a combattere corpo a corpo con baionette e granate. Gli italiani raggiunsero 1'obiettivo, ma più tardi furono costretti a cedere parte del terreno. In questa e in successive, operazioni ci conportarono con bravura e coraggio.
(80) E. Castelli, op. cit. pp. 44-45. L'interrogativo è nel testo.
(81) E. Castelli, op. cit. pp. 44-45; G. Lombardi, op. cit. pp. 25-6; A. Bezzi, op. cit. p. 1514.
(82) La citazione di Utili è in A. e G. Ricchezza, L'esercito del sud, cit. p. 68.
(83) F. Frassati - P. Secchia, Storia della Resistenza. La guerra di liberazione in Italia 1943-45, Editori Riuniti, Roma, 1965, vol. 2°, p. 513.
(84) Stando a quanto scrive il capitano Butcher, Clark avrebbe dovuto insistere con il generale Dapino affinché il Raggruppamento ritentasse insieme agli americani la conquista del Monte Lungo dopo il fallimento della prima prova. La testimonianza dell'ufficiale americano è confermata da Berardi il quale parla di affettuoso cameratismo da parte di Clark il quale, all'indomani dell'8 dicembre, avrebbe detto a Dapino: voi non tornerete indietro, per ora, voi ripeterete l'azione meglio aiutati; dopo che avrete riconquistato Monte Lungo, sarete ritirati e riordinati. In tal modo, secondo il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, Clark riconosceva implicitamente l'errore di impostazione da parte americana e al tempo stesso, Senza mortificanti espressioni per gli italiani, suppliva, con la sua buona energia, allo scoramento del comando italiano. Cfr. H. Butcher, op. cit. p. 450 P. Berardi, Memorie, cit. p. 81.
(85) F. Majdalany La battaglia di Cassino, Garzanti, Milano 1976 p. 76 scrive: la battaglia di Cassino cominciò la notte del 7 gennaio (..) ma il combattimento entrò nel vivo quando la 36^ divisione americana Texas entrò nei campi allagati, pieni di mine, per raggiungere la riva del Rapido, e nei due giorni e due notti drammatici che un giornalista americano descrisse poi, forse esagerando un poco, come il maggior disastro delle armi americane dopo Pearl Harbour.
(86) Ibidem.
(87) W.G. F. Jackson, op. cit. p. 227.
(88) F. Majdalany, op. cit. p. 83. Anche Utili, op. cit., p. 36, sostiene che senza alcuna pretesa di istituire dei confronti, appariva evidente che la mentalità militare americana era assai più formale, più incasellata e più metodica della nostra.
(89) F. Majdalany, op. cit. p. 83. Nella prefazione al citato The Texas Army, Robert Wagner difende l'operato del generale Walker in relazione al disastro sul Rapido. Dopo aver accusato Fred Majdalany di non aver compreso, come molti altri inglesi del resto, il significato della partecipazione americana alla campagna d'Italia, riferendosi in particolare all'episodio del Rapido, l'autore se la prende con Martin Blumenson la cui opera rifletterebbe il punto di vista ufficiale della 5° Armata e del generale Clark. Se vi fu un piano insensato, per l'attraversamento del fiume, la responsabilità, sostiene Wagner, non fu di Walker ma di Clark e Keyes. Questa polemica, nel merito della quale non entriamo per ovvi motivi.Quanto alle affermazioni di Wagner circa il carattere ufficiale dell'opera di Blumensol è fin troppo facile dimostrare che il lavoro dell'autore texano, pur non avendo i caratteri dell'ufficialità, è una difesa ad oltranza della 36 Divisione «Texas» e dei suoi Comandanti.
(90) W.G.F. Jackson, op. cit. p. 227.
(91) M. Puddu; op. cit., p. 299. Analogo il giudizio di Paolo Berardi secondo il quale gli anglo-americani si presentarono ad affrontare una guerra di montagna con truppe che erano state preparate per la lotta nei deserti africani. Cfr. Il contributo dell'Esercito italiano alla guerra delle Nazioni Unite, in «Rivista Militare», 1947, VII, pp. 745-6.
(92) M. Puddu, op. cit. p. 299.
(93) M. Blumenson, op. cit. pp. 270-4, donde sono tratte, anche le successive citazioni. Lo stesso Blumenson riporta (alle pagine 276-7) una testimonianza del generale Walker che non depone certo a favore della serietà del comando della 36a Divisione nella condotta della battaglia di San Pietro. La mattina dell'8 dicembre, scrive Blumenson, mentre un battaglione di fanteria americano stava respingendo un contrattacco su quota 1205, mentre il battaglione Rangers veniva ricacciato da q. 950 e l'attacco italiano su Monte Lungo stava andando incontro a un disastro, un gruppo di dignitari era in visita al posto comando divisione del generale Walker; c'erano tutti, da Clark ad Alexander, da Keyes al principe Umberto, e intorno a loro una folla di giornalisti e fotografi. In questa calca di visitatori che andavano e venivano, il generale Walker, stando a quel che confidava al suo diario il 9 dicembre, avrebbe avuto le sue difficoltà nell'occuparsi delle esigenze tattiche della battaglia! Sebbene la cosa possa apparire incredibile, doveva trattarsi di una situazione abbastanza frequente: anche Clark, op. cit. p.228, lamenta di essere stato più volte sopraffatto dai visitatori; tra questi soprattutto i VIP (Very Important Persons) in giro per il fronte senza seri motivi, secondo il comandante della 5 a Armata.
(94) Cfr. G. Lombardi, Il Corpo Italiano di Liberazione, 28 settembre 1943 - 25 settembre 1944, Magi Spinetti, Roma, 1945., p. 21. Cronaca documentata ed essenziale delle vicende delle due unità, il libro fu scritto per desiderio del generale Utili, nei mesi di ottobre e novembre 1944, in Piedimonte d'Alife, presso il comando del Gruppo di Combattimento «Legnano», sulla base del diario storico e di tutti i documenti originali del IRM e del Corpo Italiano di Liberazione che il comando del Gruppo «Legnano» aveva ancora presso di sé. Lo scrive lo stesso Lombardi nella premessa, p. 18, al libro di Utili citato.
(95) SME, Ufficio Storico, 1-3, 92/1-5, Comando Forze Armate della Campania, 12 dicembre '43, n. 650. Inoltre l'azione secondo Basso, era stata da parte del comando del Raggruppamento, male organizzata e condotta con poca previdenza, basata soltanto sullo spirito aggressivo della truppa; questo era stato veramente lodevole nei reparti avanzati, mentre si era dimostrato deficiente in quelli retrostanti, conseguenza inevitabile del disorientamento di fronte a una situazione manifestatasi contraria a ogni aspettativa.
(96) Ibidem. Proprio per evitare il ripetersi di simili spiacevoli dannosissime sorprese, per il futuro il comando del Raggruppamento avrebbe fatto bene, secondo il generale Basso, ad essere più prudente nell'assumere impegni (.).
(97) M. Blumenson, op. cit. p. 279; sulla seconda battaglia di S. Pietro anche Fifth Army History, III, cit. p. 39-41, Diario, storico, allegato n. 111, 36' Divisione, 13 dicembre '43, ora allegato n. 18 al presente volume.
(98) M. Blumenson, op, cit. pag.279
(99) M. Blumenson, op, cit. pag.280
(100) Ibidem.
(101) Ibidem.
(102) M. Blumenson, op, cit. p. 280 e Fifth Army History, p. 39•
(103) Fifth Army History, cit. p. 39•
(104) Ibidem. Cfr. anche M. Blumenson, op. cit. p. 283.
(105) Fifth Army History, cit. p. 39-40. M. Blumenson, op. cit. pp. 283-4.
(106) Fifth Army History, cit. pp. 40-41.
(107) M. Blumenson, op. cit. pp. 284-5.
(108) Diario storico, allegato n. 117.
(109) Diario storico, allegato n. 111, cit.
(110) Diario storico, allegato n. 114.
(111) Diario storico, allegato n. 115, ora allegato n. 19 al presente volume.
(112) Ibidem.
(113) Ibidem.
(114) IRM, 18 dicembre '43, n. 569, Relazione sull'azione del giorno 16 dicembre per la conquista di Monte Lungo, allegato n. 124 a Diario storico dalla quale sono tratte le successive citazioni.








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