mercoledì 30 gennaio 2019
La Calda estate del 1943 1 Parte
Il
1943 viene generalmente ritenuto come l’anno fondamentale in cui maturano
quegli eventi che segneranno la continuazione di una guerra che, per le potenze
dell’Asse, era, agli inizi del ’43 in
una qualche maniera ancora possibile influenzare, se non altro nelle sue linee
essenziali, ma che alla fine dell’anno era ormai irrimediabilmente segnata.
Il
1943 fu quindi l’anno della svolta, in cui gli eventi presero il sopravvento sulla
capacità della Germania, e soprattutto dell’Italia, a determinare, od anche
prevederne ed indirizzarne gli effetti. Da questo momento in poi un insieme di avvenimenti sia militari che
politici determinarono il corso degli ultimi anni di una guerra ormai
irrimediabilmente perduta.
Vediamo
come si presenta la situazione all’inizio del 1943 dove molti segnali
sembravano addirittura indicare una più
forte reazione della Germania. Segnali che determinarono per certi versi l’idea
di una guerra che poteva ancora essere vinta, quando in realtà sarebbe stato
anche solo difficile per l’Italia uscirne, come infatti fu.
Albert
Speer nominato nel 1942 Ministro degli Armamenti in ragione della sua capacità
organizzativa e utilizzando senza alcuna remora morale lo sfruttamento di
milioni di lavoratori-schiavi riuscì dal 1943 a portare la produzione di armi della
Germania a livelli impensabili. Ma la grande produzione, che aumentava sotto i
bombardamento alleati, veniva ingoiata dal fronte orientale dove la Wermacht ed i corpi di
spedizione degli alleati tedeschi si dissanguavano su di un fronte smisurato
come quei sogni di grandezza che un Fuhrer richiuso in un bunker in Prussia
stava tramutando in un incubo per il mondo.
L’Armata
Rossa avrebbe però inflitto a Stalingrado, la più grande e disastrosa delle
sconfitte alla 6° Armata di Von Paulus che si arrese il 2 febbraio 1943. Il
giorno dopo essere stato promosso feldmaresciallo Von Paulus anziché
suicidarsi, come era nelle intenzioni di Hitler, si arrese ai Russi. Anche
questo un segno dei tempi che andavano maturando.
E
forse qualcosa avrebbe potuto anche essere diverso, se i tedeschi avessero
preso Stalingrado l’Unione Sovietica si sarebbe potuta ritirare dal conflitto,
ovvero le Armi segrete e la guerra sottomarina avrebbero potuto essere
risolutive. Ma questo sono i “SE” della Storia e la Storia , come ben sappiamo,
si costruisce sui fatti anche se i “SE” sono un utile esercizio di speculazione
adatto a tratteggiare lo svolgere degli eventi.
A
questo punto mi sembra opportuno citare Arrigo Petacco nella sua “Storia della
II Guerra mondiale”, che afferma come:“Il
1943 insomma, si può considerare l’anno chiave del conflitto, l’anno in cui tutti
i giochi vengono giocati, tutte le battaglie vinte o perdute, l’anno in cui
l’esito della guerra viene deciso. “
Ed è
quindi partendo da questa considerazione che ritengo centrale, che intendo affrontare
il discorso sul 1943 in
Italia. Un discorso che inizia alla fine del 1942 e precisamente a l’8 novembre
1942 quando, come abbiamo visto, cogliendo di sorpresa l’Alto Comando tedesco e
gli Italiani, gli Alleati sbarcano in Africa settentrionale e precisamente in
Marocco ed Algeria.
Dopo
circa 6 mesi, a maggio del 1943, la testa di ponte dell’Asse a Tunisi crolla ed
ora gli Alleati possono osservare le coste siciliane da cui solo un lembo di
mediterraneo li divide. Coste ormai sguarnite perché come sottolinea Liddle
Hart “Con la scomparsa di 8 divisioni
catturate in Tunisia, compresi quasi tutti i veterani di Rommel e la parte
migliore dell’Esercito Italiano, l’Italia e le isole italiane rimasero quasi
del tutto prive di copertura difensiva.”
Da
questo momento inizia per le forze dell’Asse, lo scorrere del tempo, sempre più
veloce, come una frana che si trascinerà via il nostro Paese nell’arco di una
estate, la fatidica estate del 1943.
L’Asse
si attende quindi l’invasione della così detta “fortezza europa”. Una attesa
resa sempre più nervosa anche perché l’ampiezza delle conquiste Hitleriane
rendeva difficile, se non impossibile, non solo difendere ma anche soltanto
prevedere il settore che sarebbe potuto divenire oggetto dell’attacco. In
particolare oltre al settore della Manica, l’OberKommando der Wehrmacht (OKW) poteva
attendersi uno sbarco in un punto qualsiasi del fronte meridionale tra Spagna e
Grecia. Lo stesso Hitler riteneva peraltro più probabile uno sbarco in Sardegna
anziché Sicilia, da considerare un trampolino per la Corsica e base ideale per
poi balzare in Italia o nel Sud della Francia. A questo punto, seguendo gli
scritti di Hart, mi preme sottolineare una questione che poi troveremo più in
avanti. Seguendo la sua ipotesi Hitler, ingannato anche da abile manovre del
controspionaggio inglese, sposta la 90° divisione Panzer Grenadier in rinforzo
delle 4 Divisioni italiane in Sardegna granatier ed un intero corpo aereo l’XI,
composto di due divisioni paracdutisti, nel sud della Francia, pronti a
contrattaccare in caso di sbarco in Sardegna. Altro elemento che Hart sottolinea
è che comunque l’intero dispositivo difensivo in Sardegna soffriva di problemi
logistici perché “quasi tutte le banchine
dei porti utilizzabili erano state distrutte dai bombardamenti aerei alleati.”
Ritengo importante sottolineare questo, perché come sappiamo, al momento
dell’armistizio la flotta italiana fu indirizzata verso la Sardegna dove avrebbe
dovuto riparare, cioè precisamente dove il dispositivo tedesco era stato
rafforzato. Un evento che mi limito segnalare nella sua prima evidenza
lasciando a chi lo ritiene l’opportunità di approfondirlo. Ricordo che il 9
settembre proprio in quel lembo di Mediterraneo fu affondata la Corazzata “Roma”, dove
trovò la morte l’Ammiraglio Bergamini.
E se
“… il 1943 potrebbe essere definito
sinteticamente come l’anno dell’incertezza e dell’inquietitudine.” (Gen Blumetritt ,
come citato da Hart), per quanto
riguarda l’Italia, questo stato è destinato ben presto a trovare una
definizione, una tragica definizione.
Per
fronteggiare un possibile sbarco in Sicilia i Tedeschi offrirono comunque 5
divisione fresche e bene equipaggiate, ma Mussolini fu sempre riluttante,
perché così come ricorda Liddell Hart nella sua “Storia militare della II
guerra mondiale”, “Mussolini non voleva
che il mondo ed il suo steso popolo vedessero che egli era ridotto a dipendere dall’aiuto tedesco….. Ma
c’era anche una altra ragione: non gli sorrideva affatto l’idea che i tedeschi
acquistassero in Italia una posizione dominante. Ansioso come era di tenere
lontani gli Alleati, egli era altrettanto ansioso di tenere lontano i
tedeschi”. Questa riserva mentale continua ad essere oggettivamente
importante, così mentre il Gen Roatta Capo di Stato Maggiore dell’Esercito
spingeva per avere rinforzi, e quindi valutava l’aspetto militare; le scelte di
strategia generale erano indubbiamente di natura politica, di una particolare
natura politica che sottaceva una sempre mal celata cautela nei confronti
dell’alleato tedesco anche da parte del Capo del Fascismo. Interessante a
questo proposito è il testo del promemoria “segretissimo” del Duce per il Re,
del 31 marzo 1940, citato negli scritti di Coltrinari-Prinzi “L’Italia
dell’armistizio”, laddove emerge una visione peculiare della posizione dell’Italia
che “non è lontana dai teatri di
operazione, come il Giappone o gli Stati Uniti, l’Italia è in mezzo ai
belligeranti, tanto in terra, quanto in mare. Anche se l’Italia cambiasse
atteggiamento e passasse armi e bagagli ai franco inglesi, essa non eviterebbe
la guerra immediata con la
Germania , guerra che l’Italia non può sostenere da sola, ed è
solo l’alleanza con la
Germania , cioè uno Stato che non ha ancora bisogno del nostro
concorso militare e si contenta dei nostri aiuti economici e della nostra
solidarietà morale, che ci permette il nostro attuale stato di no
belligeranza.” Una Alleanza imposta
dalla necessità che si cerca di far fruttare con la definizione di una “terza
via” della “guerra parallela a quella
della Germania per raggiungere i nostri obiettivi che si compendiano in questa
affermazione: libertà sui mari, finestra sull’oceano”. Una “terza via”
piuttosto esile che non resse alla prova dei fatti.
Ma
torniamo agli eventi del 1943, l’anno in cui i conti di una “terza via” dovettero
essere saldati da parte di un regime che si muoveva sempre più in difficoltà
nell’ambito di spazi di manovra che la crisi dell’Asse rendeva sempre più
esigui.
Ed
il regime inizia il suo percorso di consapevolezza, “Si dice che io sarei finito, svanito, spacciato. Ebbene lo si vedrà.
Da sabato prossimo comincia la terza ondata”, (Arrigo Petacco, “La seconda
guerra mondiale”), queste sono le parole di Mussolini il 14 aprile 1943 dopo
aver provveduto ad un rimpasto di governo, esonerando Galeazzo Ciano ed
assumendo anche l’incarico di Ministro degli Esteri (6 febbraio 1943), ed alla
vigilia della nomina a segretario del Partito Nazionale Fascista di Carlo Scorza (19 aprile 1943).
Poco
più di tre mesi dopo, il 25 luglio 1943, il Gran Consiglio del Fascismo, organo
che il regime ha voluto inserire all’interno dell’ordinamento costituzionale
dello Stato, chiederà al Re di riassumere il suo incarico di Comandante delle
Forze Armate.
Gli
Alleati erano sbarcati il 10 luglio 1943 in Sicilia ed il 17 agosto 1943 il Gen.
Patton entrerà a Messina.
Il
26 luglio 1943 il Re “accetta” le dimissioni di Mussolini che esclama:“Allora tutto è finito?..Tutto è finito! E
che ne sarà di me e della mia famiglia?”. (Arrigo Petacco, “La seconda
guerra mondiale”).
Con
questo inizia una lunga fase di disgregazione di un Paese disorientato, in cui
la guerra continua a fianco dell’alleato germanico, e dove, da ora in poi,
nulla è più quello che sembra, o quello che sembra non è quello che è. Inizia
una lunga partite di simulazioni e dissimulazioni che vede al tavolo di gioco
il governo Badoglio che cerca, secondo schemi logici e politici probabilmente
non più adeguati ai tempi, di portare fuori il Paese della sabbie mobili,
cercando di non pagare alcun conto salvando contemporaneamente l’Italia, la
casa regnante e la classe dirigente compromessa in una sconfitta i cui effetti
sono ancora solo parzialmente visibili.
All’altro
lato del tavolo siedono gli Alleati di un tempo che si prestarono alla commedia
che diveniva tragedia per guadagnare tempo “Badoglio
insiste nel dire che nulla è cambiato nei nostri confronti. Naturalmente io non
ci credo ma forse è opportuno agire in maniera da non destare sospetti” dice
Hitler nella riunione del suo quartier generale il 26 luglio 1943 quando
progetta di “….occupare la città, e di
arrestare tutta la baracca: il governo, il Re e tutto quel marciume.” (Arrigo
Petacco, “La seconda guerra mondiale”).
E
quindi iniziano a far entrare divisioni in Italia dai passi alpini, tanto che,
nella guerra degli equivoci, il Gen. Ambrosio Capo di stato Maggiore Generale,
disse al feldmersciallo Keitel “abbiamo
l’impressione che voi abbandoniate le forze nell’Italia meridionale, ne
concentriate attorno a Roma e le allineate dalla liguria lungo l’Appennino come
se, cambiando il concetto operativo, consideraste il territorio italiano solo
un bastione della difesa della Germania” (Arrigo Petacco, “La seconda
guerra mondiale”).
Infine
le Nazioni Unite, già perché solo quattro giorni dopo la caduta del fascismo il
Gen. Eisenhower si rivolse all’Italia in un messaggio radio in questi termini “Ci compiaciamo con il popolo italiano e con
Casa Savoia per essersi liberati da Mussolini, l’uomo che li ha coinvolti in
guerra come strumento di Hitler e li ha portati sull’orlo del disastro. Il più
grande ostacolo che divideva il popolo italiano dalla Nazioni Unite è stato
rimosso dagli italiani stessi… voi volete la pace, voi potete avere
immediatamente una pace a condizioni onorevoli… il vostro ruolo consiste nel
cessare immediatamente ogni assistenza alle forze germaniche nel vostro Paese”
(Arrigo Petacco, “La seconda guerra
mondiale”). Un esempio di comunicazione efficace che avrà ripercussioni molto
maggiori della situazione contingente laddove, per motivi tattici che
diverranno strategici, si preoccupa di dividere le responsabilità del regime da
quelle dello Stato e del popolo, una modello pratico e su larga scala di
psicologia delle masse che contemporaneamente pone la nuova dirigenza italiana
in una situazione difficile nei confronti dei Tedeschi, e, soprattutto, nei
confronti del popolo italiano.
Gli
Alleati accettano pertanto di giocare una partita complicata che per loro ha
una valenza soprattutto interna per le proprie opinioni pubbliche “Non badi alla durezza della clausole di
armistizio, esse sono fatte per l’opinione pubblica dei nostri Paesi più che
per il vostro. Se voi starete lealmente al nostro fianco, i termini reali di
esso saranno ben diversi da quelli formali. Abbiate fiducia in noi e questo
sarà il modo migliore per averla in voi stessi.” (Gen.Badell Smith Capo di
Stato Maggiore di Eisenhower, citato da Arrigo Petacco, “La seconda guerra
mondiale”).
(Continua al post seguente)
venerdì 18 gennaio 2019
La Calda estate del 1943 2° parte
Michele Cuccaro
(continuazione dal post precedente)
Ma
la fiducia era proprio la cosa che più scarseggiava in quei tempi ed i processi
decisionali italiani per troppo tempo incanalati in angusti spazi di manovra
non riuscivano, in così poco tempo, a riprendere l’iniziativa perdendosi in una
moltitudine di valutazioni molto spesso fini a se stesse.
La
ricostruzione fatta da Arrigo Petacco delle trattative sull’Armistizio ne tratteggia
l’atmosfera. Il governo Badoglio pensò, per la durata dei negoziati, di avere
delle carte in mano da giocare, considerazione questa che il Gen. Castellano
che condusse le trattative più volte chiari come effimera. Il Governo
continuava a chiedere di essere difeso dai Tedeschi ed a chiedere uno sbarco
nei pressi di Roma per la difesa della città. Gli Alleati avevano posto i
termini di un armistizio e l’unica cosa che volevano sentire era un si oppure
un no. Avrebbero aviotrasportato una divisione per la difesa di Roma a patto
che gli italiani avessero assicurato il loro appoggio, ma ciò non fu possibile,
le forze italiane non sarebbero state in grado di difendere la capitale e
supportare la divisone americana. Lo stesso Gen. Taylor, vice comandante della
“Airborne”, si recò a Roma per discutere i termini dell’aiuto Alleato alla
difesa della Capitale, ma si trovò di fronte uno strano atteggiamento dei
vertici, lo stesso Badoglio disse che “..Le
nostre truppe non sono in grado di difendere Roma. Non solo ma aggiungo anche
una altra cosa: se l’armistizio viene annunciato ora i tedeschi occuperanno
subito la città e vi insedieranno un regime fascista.” (Arrigo Petacco, “La
seconda guerra mondiale”). Badoglio
stesso chiese un rinvio dell’annuncio dell’armistizio che doveva coincidere con
la sbarco degli Alleati che sarebbe avvenuto a Salerno. Questo nella
convinzione che tutto sarebbe avvenuto il 12 settembre. Ma questa convinzione
da dove nasceva? Probabilmente da considerazione del Gen. Castellano tratte da
sue valutazioni, anche se non deve essere comunque escluso che mai gli Alleati
si fidarono degli italiani e che quindi nulla fu detto in merito allo sbarco ed
alle sue modalità.
Gli
Alleati non si fidavano e quindi tacerono informazioni importanti, gli italiani
tentarono un ultimo disperato doppio gioco chiedendo l’aiuto alleato per la
difesa della capitale, ma siccome non si fidavano, non vollero probabilmente
prendere parte diretta sin dall’inizio all’operazione di difesa, per non scoprirsi
apertamente nei confronti dei tedeschi. Dove finisca la verità e dove inizi la
ricostruzione che, siccome fatta a posteriori, è necessariamente carente, forse
a questo punto non siamo più in grado di dirlo.
I
Tedeschi avevano già spostato la 2° divisione paracadutisti del Gen Student a
Ostia che, assieme alla 3° divisione granatieri avrebbe avuto il compito di
disarmare le forze italiane ed entrare a Roma (Liddle Hart, Storia militare
della seconda guerra mondiale). Ma l’esito avrebbe potuto essere molto
differente se, come dice Hart, “…gli
italiani fossero stati altrettanto abili nell’agire quanto lo erano stati nel
recitare..” dissimulando i loro reali propositi, ma, e questa è la tesi
centrale del libro Coltrinari-Pizzi, per chi era la recita, cosa dovevano
dissimulare, e fin dove, aggiungo, gli attori hanno pensato di arrivare? Forse
si sono spinti altre la soglia in cui chi recita non riesce più a distinguere
tra finzione e realtà fino a divenire prigionieri del proprio ruolo, proprio
come accade a quegli attori che per troppo tempo hanno recitato un solo ruolo
di successo e qualsiasi tentativo di uscirne non si traduce in altro che in un
fallimento. Forse.
Il 3
settembre 1943 gli uomini di Montgomery attraversano lo stretto di Messina, e
gli italiani firmano alle 17.15 l’armistizio a Cassibile.
Alle
18.30 del 8 settembre 1943 la radio di Algeri da notizia dell’armistizio,
messaggio ripetuto dalla BBC alle 19.20. Alle 19.45 Badoglio alla radio
annuncia la capitolazione. Alle ore 04.00 della mattina del 9 settembre un
corteo di auto con targa diplomatica lascia Roma. E’ interessante notare che,
secondo la ricostruzione di Arrigo Petacco, ancora il 5 settembre 1943 il piano
era quello di difendere il Ministero della Guerra dove si sarebbero recati
Badoglio ed il re in caso di attacco, ma che già il 6 settembre tutto fu
superato perché era stato deciso di recarsi fuori Roma. Importante sottolineare
che il Gen. Taylor svolse il suo sopralluogo per l’avio sbarco a Roma il 7 settembre. Quindi, stando a questo
dati, sembrerebbe che quando giunse a Roma il Gen.Taylor per discutere la
fattibilità del piano americano di difesa della capitale, l’idea della difesa di
Roma era già stata abbandonata dal governo sin dal giorno prima.
All’annuncio
dell’armistizio le forze italiane si ritirano a Tivoli e dopo una trattativa
con i tedeschi si arrendono nel quadro di un accordo che considererà Roma
“città aperta”.
Inizia
questo punto la storia ancora più drammatica della guerra sul territorio del
nostro Paese dove fino alla fine della conflitto si affronteranno Alleati,
Tedeschi ed Italiani contro italiani.
Si è
dissolto il regime fascista quel regime che gli scritti di Coltrinari-prizzi
hanno identificato come l’ultimo, estremo, tentativo di fermare l’evoluzione
dei tempi, di restaurazione delle antiche forme in cui il progresso tecnologico
che ha fatto il suo ingresso nel corso della I guerra mondiale viene vissuto
come sfida verso il futuro ma contemporaneamente come fattore di sovversione da
tenere sotto controllo per la possibilità di accesso che lo stesso promuove nei
confronti di vasti strati sociali che fanno della conoscenza uno strumento di
promozione sociale. Lo stesso Aldo valori nel 1923 affermava che “L’ultima guerra ha avuto carattere
democratico, nel senso che per combatterla si è dovuto fare appello alla
collaborazione di tutte le forze e di tutti gli starti sociali…..si vuole
accentuare nel futuro questa tendenza? Oppure si vuole, e volendo di può,
ricondurre quei rapporti verso antiche forme…”[1].
Si
chiude a questo punto un anno che porta con se una epoca e probabilmente un
tentativo di imporre alla storia un corso diverso. Un tentativo che si è svolto
in Europa da parte di due regimi che fecero del progresso un arma contro il
progredire dei tempi credendo di poter imporre una direzione al corso degli
eventi che si sviluppano sull’onda della Storia e che l’uomo può solo tentare
di interpretare con l’illusione di guidare la storia ma più spesso guidato dalla
Storia che in certi uomini, in determinate epoche, trova unicamente i suoi
interpreti, anche tragici.
Bibliografia
- “Storia militare della seconda guerra
mondiale”, B.H. Liddle Hart, Mondadori 2009;
- “La seconda guerra mondiale”, Arrigo
Petacco, Armando Curcio editore 1979;
- “L’Italia dell’Armistizio”,
Coltrinari, Prinzi
[1] Aldo Valori “Problemi
militare della nuova Italia” Casa Editrice PNF, Milano 1923 citato da
Coltrinari-Prizzi “L’Italia dell’Armistizio”.
martedì 8 gennaio 2019
Indici Statistici alla data del 18 dicembre 2018
Aperto nel 2008 ha un totale di
12318 visitatori,
con una media mensile di 100/150
contatti mensili.
Sono stati pubblicati 215 post,
mentre
I paesi di origine dei visitatori
vede
la Russia con 103 contatti, gli
Stati Uniti con 13, la Polonia con 5
e poi altri paesi sull’ordine delle unità
(info: centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)venerdì 28 dicembre 2018
Ruggero Zangrandi. Settembre 1943
Si riporta la dedica al volume
"1943 25 luglio - 8 settembre 1943"
centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org
"1943 25 luglio - 8 settembre 1943"
DEDICO QUESTO LAVORO
A MIA FIGLIA GIOVANNA
ED AI GIOVANI DELLA SUA ETA'
NELLA FIDUCIA
CHE UNA CONOSCENZA NON CONVENZIONALE
DI QUEL CHE ACCADDE
INTORNO AL 8 SETTEMBRE 1943
CONCORRA A FAR LORO IMPARARE PRIMA
IL MALE CHE POSSONO ARRECARE AD UN PAESE
LE CATTIVE AZIONI DI CAPI VILI
E QUANTO POCO
IL SACRIFICIO DI MIGLIAIA DI UOMINI SEMPLICI
RIESCA POI A PORVI RIPARO
centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org
lunedì 24 dicembre 2018
La crisi armistiale del 1943. I Prodomi
I fallimenti di una politica insensata,
gli errori e le incongruenze
alla fine portano solo a disastri
ed il destino presenta il conto
chi realmente pagò il prezzo più alto degli errori e delle incongruenzeù
della politica estera italiana
Da Duce a prigioniero
di Alessia Biasiolo*
Sbarcati
gli anglo-americani in Sicilia, la scelta alleata fu quella di uccidere
Mussolini, in modo che, fuori gioco il Duce, gli italiani si sarebbero resi
conto che il fascismo non poteva continuare ad essere la scelta politica giusta
per il Paese. Le missive segrete o segretissime correvano da un comando all’altro
e, mentre gli Americani erano convinti di continuare a bombardare Roma allo
scopo di arrivare non solo a piegare la resistenza dei nervi degli Italiani, ma
anche a radere al suolo, possibilmente, Palazzo Venezia e Villa Torlonia,
Churchill era perplesso sulla necessità di una soluzione così drastica. Poco
importava ai comandanti come Harris di dover distruggere monumenti storici
unici al mondo, perché in quel momento risultava imperativo soltanto piegare la
dittatura italiana. Churchill si consultò con il ministro degli Esteri Anthony
Eden che, il 14 luglio 1943, gli rispose di non essere d’accordo
sull’operazione denominata “Dux”, in quanto non era sicuro che Mussolini sarebbe
stato nei suoi due siti (Palazzo Venezia e la Villa), non era certo che il
bombardamento ne avrebbe causato la morte e, in caso l’operazione non fosse
riuscita, si rischiava di tramutare la causa dei problemi in un idolo
ulteriore. Il rischio, inoltre, di causare pesanti danni al patrimonio storico
di Roma senza successi militari e politici, oltre all’estrema sofferenza
inferta alla popolazione civile, avrebbe tramutato i “liberatori” in nemici
assoluti del popolo italiano. Questo era il clima dei nemici, mentre Mussolini
e Hitler si incontravano a Feltre e, come abbiamo letto, i bombardamenti su
Roma non smettevano. Infatti, se si fermavano a terra gli aerei inglesi,
recuperavano terreno quelli americani, che a loro volta organizzarono
bombardamenti sulla Città Eterna per il 19 luglio, pur senza l’intento di
colpire Mussolini, fatto comunque inutile, dato che era a Feltre per l’incontro
con l’alleato tedesco. I risultati furono, invece, di distruggere numerosi
siti, in modo particolare intorno a Ciampino, mentre i quartieri civili
distrutti furono molti, inutilmente. Gli anglo-americani, inoltre, avevano
abbandonato l’operazione “Brimstone” sulla Sardegna, per concentrarsi
nell’avanzata verso Napoli e Salerno. Alternativamente, inglesi e americani organizzavano
incursioni aeree che sfiancavano la resistenza italiana, sia sul piano militare
che psicologico.
Rientrato
a Roma, Mussolini si trovò a dover affrontare un clima pessimo. Il generale Vittorio
Ambrosio si era già incontrato con il Re prima dell’incontro di Feltre, per
discutere della destituzione di Mussolini. Ambrosio era convinto che, a fronte
dell’iniziativa di sganciarsi dall’alleato tedesco, sostituendo all’occorrenza
Mussolini con Badoglio o Caviglia, sarebbe riuscito a convincere il Duce a
dichiarare una pace separata con gli aglo-americani, ma dopo l’incontro di
Feltre, rivelatosi infruttuoso, era evidente che l’unica soluzione possibile
era destituire Mussolini. Nel frattempo, un’iniziativa simile venne presa dal
Partito Fascista, nella persona dei componenti del Gran Consiglio del Fascismo.
Vittorio Ambrosio dal 20 luglio 1943 seppe che, essendo stato vano ai fini
delle mire reali l’incontro con Hitler, Vittorio Emanuele III voleva
sostituirlo con il Maresciallo Badoglio, ma non seppe rompere gli indugi fino
alla decisione del Gran Consiglio.
Il
20 luglio, Mussolini si recò a visitare le zone di Roma colpite dai
bombardamenti soprattutto americani del giorno prima. Al mattino verificò gli
esiti del raid aereo all’aeroporto del Littorio e all’Università, nel
pomeriggio all’aeroporto di Ciampino, dove non mancarono manifestazioni in suo
favore. Quindi dovette recarsi dal Re a riferirgli dei colloqui di Feltre con
l’alleato. Il clima non era dei migliori. Trovò il Re accigliato, nervoso, gli
disse che la situazione era tesa e: “Non può più a lungo durare”. La Sicilia
perduta, il morale delle truppe scaduto, tanto che gli avieri di Ciampino erano
fuggiti a Velletri durante l’attacco, sostenne: “I Tedeschi ci giocheranno un
colpo mancino”, ma del resto era stato chiesto loro di inviare truppe per
contenere l’avanzata nemica. Aggiunse: “L’attacco dell’altro giorno io l’ho
seguito da Villa Ada, sulla quale le ondate sono passate. Non credo che fossero
come si è detto quattrocento gli apparecchi incursori. Erano la metà. Volavano
in perfetta formazione”, ciò a dire che nessuno li aveva in qualsiasi modo
infastiditi, contrastati da terra. “La storia della ‘città santa’ è finita.
Bisogna porre il dilemma ai Tedeschi…”. Questo fu l’ultimo colloquio di lavoro
tra il Re e Mussolini, che si incontravano regolarmente due volte la settimana
dal novembre 1922 al Quirinale, il lunedì e il giovedì, Mussolini accompagnato
dal Sottosegretario alla Presidenza. Altri incontri avvenivano in altre
giornate, e in estate praticamente tutti i giorni, come quel mercoledì; il
rapporto tra i due era cordiale, ma non divenne mai amichevole. Vittorio
Emanuele III si era sempre dimostrato restio nelle scelte di guerra, tranne per
la dichiarazione del 1940, da come ne scrisse Mussolini. Quello stesso
mercoledì, a mezzogiorno, il segretario del partito Scorza portò a Mussolini
l’ordine del giorno del Gran Consiglio del Fascismo di Grandi. Il Duce lo lesse
e lo considerò inammissibile e vile. Scorza parlò a Mussolini di un “giallo”,
ma non fu ben chiaro. Nel pomeriggio, Mussolini ricevette Grandi che trattò
diversi argomenti, ma non affrontò quello dell’ordine del giorno.
L’indomani,
Scorza parlò ancora a Mussolini di giallo in corso, ma sempre senza
precisazioni, tanto che di nuovo il Duce pensò si trattasse di una delle solite
voci di cambio ai vertici; verso sera, Grandi ipotizzò di rinviare la riunione
del Gran Consiglio, come manovra ennesima e, forse, tentativo di crearsi un
valido alibi, ma Scorza non ebbe conferma del rinvio quando telefonò a
Mussolini. Questi sostenne che, ad inviti diramati e giorno fissato, si doveva
arrivare ad un chiarimento. E così fu.
La
riunione del Gran Consiglio ebbe luogo a Palazzo Venezia il 24 luglio, sabato,
alle ore 17, alla presenza di 28 membri, su ordine del giorno di Grandi che
recitava queste parole, dattiloscritte: “Il Gran Consiglio del Fascismo
riunendosi in questi giorni di supremo cimento, volge innanzi tutto il suo
pensiero agli eroici combattimenti d’ogni arma che, fianco a fianco con la
fiera gente di Sicilia in cui più alta risplende l’univoca fede del popolo
italiano, rinnovano le nobili tradizioni di strenuo valore e l’indomito spirito
di sacrificio della nostre gloriose Forze Armate.
Esaminata
la situazione interna e internazionale e la condotta politica e militare della
guerra:
proclama
il
dovere sacro per tutti gli italiani di difendere ad ogni costo l’unità,
l’indipendenza, la libertà della Patria, i frutti dei sacrifici e degli sforzi
di quattro generazioni dal Risorgimento ad oggi, la vita e l’avvenire del
popolo italiano:
afferma
la
necessità dell’unione morale e materiale di tutti gli italiani in quest’ora
grave e decisiva per i destini della Nazione;
dichiara
che
a tale scopo è necessario l’immediato ripristino di tutte le funzioni statali,
attribuendo alla Corona, al Gran Consiglio, al Governo, al Parlamento, alle
Corporazioni i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi
statutarie e costituzionali;
invita
il
Governo a pregare la Maestà del re, verso il quale si rivolge fedele e
fiducioso il cuore di tutta la Nazione, affinché Egli voglia per l’onore e per
la salvezza della Patria assumere con l’effettivo comando delle forze armate di
terra, di mare e dell’aria, secondo l’articolo 5° dello Statuto del Regno,
quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui
attribuiscono e che sono sempre state in tutta la nostra storia nazionale il
retaggio glorioso della nostra Augusta Dinastia di Savoia”.
Seguono
la data e le firme dei partecipanti: Grandi, Presidente della Camera; Federzoni, Presidente dell'Accademia; De
Bono, quadrumviro; De Vecchi, quadrumviro; il genero di Mussolini Ciano, membro
a titolo personale; De Marsico, Ministro della Giustizia; Acerbo, Ministro
delle Finanze; Pareschi, Ministro dell'Agricoltura; Cianetti, Ministro per le
Corporazioni; Balella, della Confederazione dei Datori di Lavoro
dell'Industria; Gottardi, Confederazione dei Lavoratori dell'Industria;
Bignardi, Confederazione degli Agricoltori; De Stefani, Alfieri, Rossoni,
Bottai membri a titolo personale; Marinelli, ex-segretario amministrativo del
Partito fascista; Albini, Sottosegretario agli Interni; Bastianini,
Sottosegretario agli Esteri. Albini e Bastianini erano stati invitati, pur non
appartenendo al Gran Consiglio. Mentre Farinacci, membro a titolo personale non
firmò, ma si astenne anche di presentare il suo ordine del giorno in difesa del
regime. Non firmarono il documento Scorza, Segretario del Partito fascista;
Biggini, Ministro dell'Educazione; Polverelli, Ministro della Cultura Popolare;
Tringali Casanova, Presidente del Tribunale Speciale; Frattari, della
Confederazione dei Datori di Lavoro dell'Agricoltura; Buffarini, membro a titolo
personale; Galbiati, Comandante della Milizia. Si astenne il Presidente del
Senato Suardo. Anche l’ordine del giorno di Scorza, che voleva difendere
l’operato del regime, non venne preso in considerazione.
In realtà, il documento
riporta il principale ruolo italiano al Re, ma senza citare la cancellazione
del regime. Sembra che i membri del Gran Consiglio non si fossero resi conto
che, volendo deporre Mussolini come scelta per cercare di migliorare le sorti
dell’Italia, sarebbero stati strumento del Re che aveva già preso le sue
decisioni e che non aspettava fors’altro che il momento opportuno per attuarle.
Sembra che ognuno riponesse fiducia in ciò che doveva fare qualcun altro,
nell’intento forse di creare un triunvirato o di cercare il modo di salvare il
partito e l’Italia, sacrificando soltanto la posizione di Mussolini. Il quale
viene messo in minoranza dal Gran Consiglio per 19 voti a sfavore, 8 a favore e
1 astenuto. Sono quasi le tre di notte del 25 luglio. L’ordine del giorno
Grandi viene approvato, Mussolini deve rimettere il mandato al Re. Cianetti
cambiò idea di lì a poche ore, ma il risultato non cambiava lo stesso. Grandi
affidò al Ministro della Real Casa Pietro d’Acquarone, lo stesso portavoce tra
il re e il generale Ambrosio, il compito di informare il Re della decisione del
Gran Consiglio.
Cos’era
accaduto? Intanto, la riunione si doveva tenere come al solito alle 22, e
invece era stata debitamente anticipata, prevedendo che la discussione sarebbe
stata lunga. Negli intenti di Mussolini, doveva essere quasi una riunione
segreta per chiarirsi tra loro, invece tutti i membri del Gran Consiglio erano
puntuali, in uniforme, la classica sahariana nera. Non mancava nessuno. Il
discorso iniziò da Mussolini, che espose una serie di documenti.
Mussolini
dichiarò che la guerra era giunta ad una fase critica, dato che l’ipotesi che
sembrava assurda di invasione del territorio metropolitano si era avverata. La
vera guerra era iniziata dalla perdita di Pantelleria.
“In
una situazione come questa tutte le correnti ufficiali, non ufficiali, palesi e
sotterranee ostili al Regime fanno massa contro di noi e hanno già provocato
sintomi di demoralizzazione nelle stesse file del Fascismo, specialmente tra
gli ‘imborghesiti’, cioè fra coloro che vedono in pericolo le loro personali
posizioni”.
E
aggiunse: “In questo momento io sono certamente l’uomo più detestato, anzi
odiato in Italia, il che è perfettamente logico, da parte della masse ignare,
sofferenti, sinistrate, denutrite, sottoposte alla terribile usura fisica e
morale dei bombardamenti ‘liberatori’ e dalle suggestioni della propaganda
nemica”.
Egli
era il responsabile della guerra ed era anche stato delegato al comando delle
Forze Armate dal Re, ma su idea di Badoglio. A quel punto, Mussolini ricordò le
varie fasi della decisione del Re, la volontà di Badoglio di avere un ruolo di
primo piano nel conflitto, e molti altri dettagli della sua attività politica
ultima, mettendo infine in chiaro che l’ordine del giorno Grandi sarebbe stato
un pericoloso passo per l’esistenza del Fascismo stesso. Grandi prese la parola
con notevole violenza, come volesse sfogarsi da tempo per ruoli interni. La
discussione divenne accesa, fino a quando, verso mezzanotte, il Segretario
Scorza propose il rinvio, che venne negato, e anche Mussolini era di
quell’avviso. Dopo una pausa di un quarto d’ora, necessaria alla lettura dei
telegrammi dalle zone operative, la seduta riprese, continuando la discussione,
che finì con le parole di Mussolini stesso, alla lettura dell’esito della
votazione dell’ordine del giorno Grandi da parte di Scorza: “Voi avete
provocato la crisi del regime. La seduta è tolta!”. Dispensò anche i presenti
dal saluto al Duce che Scorza voleva chiamare e si ritirò nel suo studio, dove
venne raggiunto dai membri del Gran Consiglio che avevano votato in suo favore.
Mussolini lasciò Palazzo Venezia verso le 3, accompagnato a Villa Torlonia da
Scorza stesso.
La
mattina della domenica, 25 luglio, Mussolini si recò come al solito al lavoro a
Palazzo Venezia, dove arrivò per le 9. Alle 11 gli portarono il mattinale con
la brutta notizia del bombardamento di Bologna. Arrivò notizia del ripensamento
di Cianetti, mentre Grandi era irreperibile e Albini venne interrogato
direttamente dal Duce circa la decisione di votargli contro, fatto non
concesso, dato che non era membro del Gran Consiglio, e Albini, tra le scuse e
il rossore, ammise solo l’ipotetico errore, ma anche l’assoluta fedeltà. In
realtà elemosinerà un posto a Badoglio nel giro di poco tempo.
Mussolini
incaricò quindi il suo segretario particolare di telefonare al generale Puntoni
per chiedere quando il Re sarebbe stato disposto a riceverlo, in abiti civili.
L’appuntamento venne fissato a Villa Ada per le 17 dello stesso giorno.
Alle
13, incontrò l’ambasciatore giapponese Hidaka, al quale riferì l’incontro di
Feltre, quindi si recò in visita al quartiere Tiburtino, particolarmente
colpito dal bombardamento del 19 luglio. Rientrò a Villa Torlonia per le 15,
dove, alle 16.50, giunse il segretario particolare che lo accompagnò a Villa
Ada.
Il
suo animo era tranquillo, pensava di riferire sui fatti della notte e di
rimettere il comando delle Forze Armate, se il Re lo avesse richiesto, o forse
anche lo stesso, come pensava di fare da tempo. Il Re lo aspettava sulla porta
della Villa, vestito da maresciallo; in giro un rinforzo di Carabinieri. Lo
fece accomodare in salotto, il volto teso, e gli disse: “Caro Duce, le cose non
vanno più. L’Italia è in tocchi. L’esercito è moralmente a terra. I soldati non
vogliono battersi. Gli alpini cantano una canzone nella quale dicono che non
vogliono più fare la guerra per conto di Mussolini”, e canticchiò dei versi
della canzone in dialetto piemontese. Aggiunse che a Mussolini non era rimasto
altro amico che lui stesso, con la rassicurazione che lo avrebbe fatto
proteggere. L’uomo della situazione, in quel momento, era il maresciallo
Badoglio che avrebbe cominciato a formare un Ministero di funzionari per
l’amministrazione e avrebbe continuato la guerra. Tutti si attendevano un
cambiamento, essendo venuti a conoscere della notte del Gran Consiglio e si
sarebbe visto cosa sarebbe accaduto di lì a sei mesi. Mussolini mise davanti al
Re le sue perplessità sulla scelta politica e militare, che avrebbe significato
la sensazione di una vittoria per i nemici e per gli italiani l’idea che la
guerra stava finendo, ma il Re lo congedò, livido in volto. Erano le 17.20.
Mussolini, andando verso la sua automobile, venne avvicinato da un carabiniere
che gli comunicò la volontà del Re di proteggere la sua persona, e lo fece
salire su un’ambulanza. Si unirono il segretario De Cesare, un capitano, un
tenente, tre carabinieri e due agenti in borghese. Erano armati di mitra. Dopo
mezz’ora di tragitto, l’ambulanza si fermò ad una caserma dei carabinieri
circondata da sentinelle con fucili a baionetta innestata; dopo una sosta di
un’ora, venne portato alla caserma degli allievi carabinieri.
Ancora
convinto di essere sotto protezione, Mussolini ricevette la visita di alcuni
carabinieri che gli dimostravano simpatia, ma non toccò cibo. Di notte, arrivò
un messaggio di Badoglio che scriveva: “Il sottoscritto Capo del Governo tiene
a far sapere a V. E. che quanto è stato eseguito nei Vostri riguardi è
unicamente dovuto al Vostro personale interesse essendo giunte da più parti
precise segnalazioni di un serio complotto contro la Vostra Persona. Spiacente
di questo, tiene a farVi sapere che è pronto a dare ordini per il Vostro sicuro
accompagnamento, con i dovuti riguardi, nella località che vorrete indicare. Il
Capo del Governo: Maresciallo d’Italia Badoglio”.
Implicitamente,
si voleva rassicurare Mussolini che il regime continuava, dato che Badoglio ne
faceva parte, avendone anche ricoperto ruoli importanti, allo stesso tempo rassicurando
che la parola del Re veniva mantenuta.
All’una
di notte del 26 luglio, Mussolini rispose al Maresciallo, dopo averlo
ringraziato, che l’unica residenza di cui poteva disporre era la Rocca delle
Caminate, dove era disposto a trasferirsi anche immediatamente. Assicurava
anche, in nome della collaborazione avuta precedentemente, che non avrebbe
posto al lavoro di governo di Badoglio, alcuna difficoltà.
Aggiunse
che era contento della decisione presa di continuare la guerra con gli alleati
tedeschi, riconoscendo il grave ruolo che Badoglio aveva assunto per ordine e
in nome del Re “del quale durante 21 anni sono stato leale servitore e tale
rimango”. Al Re non mandò alcuna missiva.
Forse
ingenuamente, Mussolini credeva che la politica di Badoglio non sarebbe
cambiata, sia per quanto riguardava la politica interna, mantenendo il fascismo,
sia con gli alleati tedeschi contro gli anglo-americani. La partenza che
sembrava sempre imminente, tardò fino al 27 luglio, quando un carabiniere, dopo
le 20, comunicò all’oramai ex Duce che
dovevano partire.
Accompagnato
da alcuni ufficiali, Mussolini era sempre convinto di essere portato a Rocca
delle Caminate, invece, da uno spiraglio del finestrino dell’auto, vide che la
direzione non era verso la Flaminia, ma verso l’Appia. Soltanto all’imbocco
della strada per Albano chiese dove stessero andando.
La
risposta l’ebbe da colui che era stato comandato di accompagnarlo, il generale
Polito, diventato generale da ispettore di Polizia per equiparazione di grado.
Era una vecchia conoscenza, noto per avere arrestato a Campione Cesare Rossi e
aver sgominato la banda Pintor in Sardegna, e tanti altri aneddoti raccontò a
Benito durante il viaggio, che evidentemente aveva altra meta dall’immaginata.
Mussolini, infatti, era stato inviato all’isola di Ponza, passando da Gaeta e
dal Molo Ciano, quasi un’ironia della sorte. Dal molo, l’ammiraglio Maugeri
accompagnò l’illustre ospite alla corvetta “Persefone” che salpò all’alba.
* Comm.
Alessia Biasiolo, associata al Centro Studi sul Valore Militare CESVAM
(centrostudicesvam#istitutonastroazzurro.org
giovedì 29 novembre 2018
Master I Livello Storia Militare Contemporanea 1796 1960
ISTITUTO DEL NASTRO AZZURRO
FRA COMBATTENTI DECORATI AL
VALOR MILITARE
COMUNICATO
Il Presidente del Nastro Azzurro, gen.
Carlo Maria Magnani, attraverso il CESVAM – Centro Studi sul Valor Militare, in
patnerschip con l'Università degli Studi Nicolò Cusano, telematica Roma, ha
proposto ed è stato attivato un Master di I Livello in:
STORIA MILITARE CONTEMPORANEA 1796 –
1960
presso
la Facoltà di Scienze Politiche per l'anno Accademico 2018-2019, della durata
di 1500 ore e per complessivi 60 CFU.
Tale
Master propone ai partecipanti le conoscenze riguardanti un approccio
interdisciplinare alla ricostruzione ed intepretazione di un avvenimento
militare. Prevede l'erogazione dei seguenti insegnamenti: Storia del
Risorgimento, Storia Moderna, Storia Contenporanea, Storiografia, Geografia
Generale, Geografia Storica e Militare, Storia delle Dottrine ed Ordinamenti
Militari, Logistica ed Armamenti, Scienze Strategiche ed è strutturato nei
seguenti moduli. L’articolato dei Moduli è in allegato, insieme al Bando. I
Moduli saranno svolti nella modalità e-learning e saranno supportati da
apposite sinossi (da scaricare informaticamente) e da test di autovalutazione
per la verifica di apprendimento.
I
Partecipanti potranno disporre del supporto di Tutor per gli approfondimenti,
inoltre durante l'anno, saranno attivati "seminari tematici" resso la
sede nazionale dell'Istituto del Nastro Azzurro Piazza Galeno 1 sulla base
delle richieste pervenute.
L'Esame
finale consiste nella discussione di una "breve tesi" concordata con
la Direzione Scietifica del Master e seguita dai Docenti del Master.
L'Istituto
del Nastro Azzurro e la Presidenza Nazionale nel dare comunicazione alle
Federazioni di questa attività, annunciata al XXX Congresso Nazionale di
Napoli, indirizzata alla formazione e che ulteriormente aumenta il prestigio
dell‘Istituto, invita tutti i Presidenti delle Federazioni Provinciali di farsi
portavoce nei singoli territori di pertinenza di questa iniziativa, tenendo
presente che il Master è rivolto ai giovani, nella fascia di età dai
venticinque ai quaranta anni, ovvero a coloro che sono in cerca di una
occupazione e vogliono acquisire titoli, e coloro che già nel mondo del lavoro,
voglio aiutarsi nella progessione di carriera.
Detto
invito è esteso anche alle Associazioni Combattentistiche consorelle, con
messaggio analogo, consisderando che i soci di entrambi non sono, per lo più,
annoverabili ed inseribili nelle indicazioni di cui sopra; quindi questo
comunicato è inteso come il comune sforzo di colloquiare con le nuovi
generazioni, in modo costruttivo e fattivo a favore della conoscenza del nostro
mondo militare, coì poco conosciuto o male inteso nelle nostre comunità e
collettivita.
Informa
inoltre che per ogni chiarimento in merito si può contattare il CESVAM (alla e
mail: centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org) e, per chi è interessato alla
partecipazione, è possibile rivolgersi all‘Universtà degli Studi Nicolò Cusano
Segreteria Generale Master via Don Carlo Gnocchi 3 00166 Roma, infomaster@unicusano.it, oppure sul sito della Università
Nicolò Cusano www.unicusano.it/master. Inoltre si può utilizzare la email:
contatti@unicusano.it oppure
il numero verde 800.98.7373 o i telefoni 06 45678350 oppure 06 70307312,
Il
Bando del Master è pubblicato presso il sito della Universita degli Studi Nicolò
Cusano Telematica Roma (www.universitacusano.it/master). A questo comunicato è annessa la
locandina, il bando, l’articolato e la nota delle agevolazioni che l’Istituto
del Nastro Azzurro accorda ad eventuali frequentatori nell’utilizzo e impiego
del master.
venerdì 9 novembre 2018
giovedì 1 novembre 2018
domenica 7 ottobre 2018
giovedì 20 settembre 2018
Sardegna: gli eventi del 9 settembre
Nella giornata del 9 settembre 1943, nelle acque dell’Asinara, si consuma una tragedia nazionale che
coinvolge le Forze da Battaglia della Regia Marina. Il messaggio radiofonico registrato
con cui il generale Eisenhower comunica alle 1830 del giorno 8 la “resa senza
condizioni“ del Regno d’Italia, coglie di sorpresa il governo, e ingenera sensazioni
di sbigottimento e prospettive
fallaci di fine della guerra che attraversano l’intero paese. Clima e modalità
di conduzione del processo decisionale politico-militare nonché
sottovalutazione delle conseguenze del cambio delle Alleanze, avranno pesanti
ripercussioni sulle funzioni di comando controllo delle forze Armate sparse nei
vari teatri. In
quei momenti di confusione strategica, culminata con la partenza dei vertici
istituzionali dalla capitale, prende corpo la reazione tedesca pre-pianificata
e pronta a scattare sin dalla battitura della notizia da parte dell’Agenzia
Reuters nel primo pomeriggio. La catena di comando della Regia Marina rimane in
piedi, e, pur nelle difficoltà dell’accavallarsi degli eventi e dei limiti tecnici del tempo, continua ininterrotta. Sul piano etico, superati i momenti di tentennamenti e
incertezze, prevale la bussola della lealtà istituzionale e
della subordinazione alla volontà politica. In breve, la volontà di
collocarsi dal lato giusto della storia si manifesta nel senso del dovere, fedeltà alle istituzioni e nella consapevolezza dei
risvolti dei loro atti sui destini della patria. Sono questi gli unici
riferimenti che possono garantire la salvezza del paese e prospettive di
rinascita. Dopo l’azione
mattinale della Torpediniera Aliseo (CF
Carlo Fecia di Cossato, MOVM) e, nel pomeriggio, delle Vedette AntiSom nell’Alto Tirreno (Contrammiraglio Federico Martinengo MOVM alla memoria), le Forze Navali da
battaglia, in fase di trasferimento per una missione ben diversa da quella cui
erano state preparate, lamentarono la perdita della Corazzata Roma e dei 2 CC.TT. Da Noli e Vivaldi. Questi
ultimi assegnati originariamente
alla scorta del sovrano da Civitavecchia alla Maddalena, furono dirottati per
il ricongiungimento alle Unità della Squadra e, nel primo pomeriggio, dopo aver ingaggiato mezzi con a bordo reparti
tedeschi in trasferimento verso la Corsica,
incapparono nella trappola sia delle batterie costiere piazzate sul
versante corso che di uno sbarramento minato predisposto da posamine germanici
a fine agosto, di cui le due unità non erano state messe al corrente.
Proprio la tempistica e la tragicità di questo episodio, in cui
muore in combattimento anche il Comandante in Capo, Ammiraglio di Squadra MOVM alla memoria Carlo Bergamini, e tutto il suo staff, assieme ai Comandanti e gran
parte degli Stati Maggiori e degli equipaggi , assurge, a esempio della maldestra messa in atto delle
misure soggiacenti, senza adeguata conoscenza della situazione reale. Nella
tragedia, si mettono in risalto anche personaggi ed episodi di valore, come il
ritorno a bordo a nuoto sul CT Vivaldi, da parte del CC Alessandro Cavriani e del Capo
Meccanico Virginio Fasan, per
verificare le cause della lentezza del processo di auto-affondamento; entrambi
si inabissarono con la loro nave e furono decorati MOVM alla memoria.
In un continuum
operativo-temporale, le vicende navali si intrecciano, pur nella diversità
dello scenario, con ciò che avviene nel
teatro delle operazioni Gallurese del Nord-Est della Sardegna: la tragica fine del
Ten. Col. A. Bechi Luserna, MOVM, trucidato e poi gettato in mare a
S. Teresa di Gallura da chi non accetta la collocazione con gli Alleati, e,
soprattutto, il trasferimento della 90.ma Divisione tedesca dalla Sardegna alla
Corsica con il colpo di mano di elementi di quest’ultima, finalizzato alla
disarticolazione della piazzaforte della
Maddalena. Eppure, nella base paralizzata dalla sorpresa iniziale, vi sono
tanti che in quei momenti convulsi, contravvenendo agli ordini del Comando,
rispondono al richiamo del dovere . In
questo contesto, la tragedia nazionale, di cui gli eventi in mare costituiscono
una parte significativa, diventa alla Maddalena il prologo della resistenza armata, portata avanti da
militari della Marina, dell’Esercito, dei Carabinieri e operai dell’Arsenale. Proprio
alla Maddalena, dove erano dirette le navi e che da Domenico Millelire alla reazione armata
di quei giorni sintetizza la storia della Regia Marina, si colgono quindi quei
segni di una riscossa che non può non esser riconosciuta come embrione di
quella nazionale. Essa infatti precede i successivi eventi a Napoli di fine
Settembre e i successivi sviluppi al Centro e al Nord della Penisola. Ha
origine con personaggi che, riusciti a svincolarsi dalla morsa degli occupanti,
riescono nell’intento di una
mobilitazione, che possiamo definire sia interforze di militari della Regia Marina, Carabinieri, e delle
batterie costiere dell’Esercito, che generale grazie all’attiva partecipazione
di operai militarizzati dell’Arsenale e al sostegno della popolazione, già
messa alla prova da massicci bombardamenti. Li accomuna la volontà di non
arrendersi e tanto meno collaborare con l’ex alleato. Dopo l’arresto del
tentativo di occupazione dei punti chiave, le varie azioni di guerriglia
culminate con l’ultimo assalto volto al
recupero dei punti chiave occupati della piazza, in cui trova la morte
il CV Carlo Avegno ( MOVM alla
memoria), testimoniano un rigurgito di riscatto
sostenuto dall’etica del dovere e dell’onore nazionale.
E’ bene allora ricucire i
fili di questa storia, anche perché questa pagina di Storia, conosciuta
parzialmente e per lo più nei termini negativi dell’occupazione della Base e
dell’arresto senza colpo ferire degli Ufficiali radunati all’ora della mensa, sia
riesaminata e fatta conoscere nella sua
interezza, e non lasciata all’oblio, che
suona come evento da dimenticare. Questo evento mette in luce una dimensione
oblativa dell’esistenza in cui si offre la propria vita per la salvezza del
proprio paese in un momento drammatico. Nel 75.mo anniversario delle tragiche
giornate di quel “settembre nero”, quei
caduti (tra i quali tantissimi sardi) ci chiedono che la loro resistenza armata,
opposta alle minacce e violenze di una forza straniera, sia ricordata,
raccontata nei suoi termini reali e non sminuita. Anche perché quei volenterosi
erano consci dei pericoli derivanti dal doversi confrontare con una delle più agguerrite unità militari dell’epoca.
Quest’ultima infatti, una volta trasferita nella penisola, nella prima metà del
1944 riuscì a inchiodare le forze anglo –americane sbarcate ad Anzio. Per
questo motivo gli eventi nel Nord della Sardegna, apparentemente sconnessi,
vanno ricordati, senza retorica, a
esempio della nostra identità con una narrativa e per una memoria coerente con
i fatti. Pur nei diversi orientamenti politici, il mantenimento della memoria
di ciò che unisce non può che favorire i processi di pacificazione consapevole. Si suole dire che
senza memoria, l’identità e, con essa, la nazione non poggia su solide basi ed
è anche acquisito che l’inabilità a coltivare e difendere la memoria è un segno
di decadenza.
Ammiraglio di Squadra (r) Mario Rino Me
martedì 4 settembre 2018
sabato 30 giugno 2018
martedì 26 giugno 2018
mercoledì 6 giugno 2018
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