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mercoledì 30 gennaio 2019

La Calda estate del 1943 1 Parte



Michele Cuccaro


Il 1943 viene generalmente ritenuto come l’anno fondamentale in cui maturano quegli eventi che segneranno la continuazione di una guerra che, per le potenze dell’Asse, era, agli inizi del ’43  in una qualche maniera ancora possibile influenzare, se non altro nelle sue linee essenziali, ma che alla fine dell’anno era ormai irrimediabilmente segnata.

Il 1943 fu quindi l’anno della svolta, in cui gli eventi presero il sopravvento sulla capacità della Germania, e soprattutto dell’Italia, a determinare, od anche prevederne ed indirizzarne gli effetti. Da questo momento in poi  un insieme di avvenimenti sia militari che politici determinarono il corso degli ultimi anni di una guerra ormai irrimediabilmente perduta.

Vediamo come si presenta la situazione all’inizio del 1943 dove molti segnali sembravano addirittura indicare una  più forte reazione della Germania. Segnali che determinarono per certi versi l’idea di una guerra che poteva ancora essere vinta, quando in realtà sarebbe stato anche solo difficile per l’Italia uscirne, come infatti fu.
Albert Speer nominato nel 1942 Ministro degli Armamenti in ragione della sua capacità organizzativa e utilizzando senza alcuna remora morale lo sfruttamento di milioni di lavoratori-schiavi riuscì dal 1943 a portare la produzione di armi della Germania a livelli impensabili. Ma la grande produzione, che aumentava sotto i bombardamento alleati, veniva ingoiata dal fronte orientale dove la Wermacht ed i corpi di spedizione degli alleati tedeschi si dissanguavano su di un fronte smisurato come quei sogni di grandezza che un Fuhrer richiuso in un bunker in Prussia stava tramutando in un incubo per il mondo.

L’Armata Rossa avrebbe però inflitto a Stalingrado, la più grande e disastrosa delle sconfitte alla 6° Armata di Von Paulus che si arrese il 2 febbraio 1943. Il giorno dopo essere stato promosso feldmaresciallo Von Paulus anziché suicidarsi, come era nelle intenzioni di Hitler, si arrese ai Russi. Anche questo un segno dei tempi che andavano maturando.
E forse qualcosa avrebbe potuto anche essere diverso, se i tedeschi avessero preso Stalingrado l’Unione Sovietica si sarebbe potuta ritirare dal conflitto, ovvero le Armi segrete e la guerra sottomarina avrebbero potuto essere risolutive. Ma questo sono i “SE” della Storia e la Storia, come ben sappiamo, si costruisce sui fatti anche se i “SE” sono un utile esercizio di speculazione adatto a tratteggiare lo svolgere degli eventi.

A questo punto mi sembra opportuno citare Arrigo Petacco nella sua “Storia della II Guerra mondiale”, che afferma come:“Il 1943 insomma, si può considerare l’anno chiave del conflitto, l’anno in cui tutti i giochi vengono giocati, tutte le battaglie vinte o perdute, l’anno in cui l’esito della guerra viene deciso. “

Ed è quindi partendo da questa considerazione che ritengo centrale, che intendo affrontare il discorso sul 1943 in Italia. Un discorso che inizia alla fine del 1942 e precisamente a l’8 novembre 1942 quando, come abbiamo visto, cogliendo di sorpresa l’Alto Comando tedesco e gli Italiani, gli Alleati sbarcano in Africa settentrionale e precisamente in Marocco ed Algeria.
Dopo circa 6 mesi, a maggio del 1943, la testa di ponte dell’Asse a Tunisi crolla ed ora gli Alleati possono osservare le coste siciliane da cui solo un lembo di mediterraneo li divide. Coste ormai sguarnite perché come sottolinea Liddle Hart “Con la scomparsa di 8 divisioni catturate in Tunisia, compresi quasi tutti i veterani di Rommel e la parte migliore dell’Esercito Italiano, l’Italia e le isole italiane rimasero quasi del tutto prive di copertura difensiva.”

Da questo momento inizia per le forze dell’Asse, lo scorrere del tempo, sempre più veloce, come una frana che si trascinerà via il nostro Paese nell’arco di una estate, la fatidica estate del 1943.

L’Asse si attende quindi l’invasione della così detta “fortezza europa”. Una attesa resa sempre più nervosa anche perché l’ampiezza delle conquiste Hitleriane rendeva difficile, se non impossibile, non solo difendere ma anche soltanto prevedere il settore che sarebbe potuto divenire oggetto dell’attacco. In particolare oltre al settore della Manica, l’OberKommando der Wehrmacht (OKW) poteva attendersi uno sbarco in un punto qualsiasi del fronte meridionale tra Spagna e Grecia. Lo stesso Hitler riteneva peraltro più probabile uno sbarco in Sardegna anziché Sicilia, da considerare un trampolino per la Corsica e base ideale per poi balzare in Italia o nel Sud della Francia. A questo punto, seguendo gli scritti di Hart, mi preme sottolineare una questione che poi troveremo più in avanti. Seguendo la sua ipotesi Hitler, ingannato anche da abile manovre del controspionaggio inglese, sposta la 90° divisione Panzer Grenadier in rinforzo delle 4 Divisioni italiane in Sardegna granatier ed un intero corpo aereo l’XI, composto di due divisioni paracdutisti, nel sud della Francia, pronti a contrattaccare in caso di sbarco in Sardegna. Altro elemento che Hart sottolinea è che comunque l’intero dispositivo difensivo in Sardegna soffriva di problemi logistici perché “quasi tutte le banchine dei porti utilizzabili erano state distrutte dai bombardamenti aerei alleati.” Ritengo importante sottolineare questo, perché come sappiamo, al momento dell’armistizio la flotta italiana fu indirizzata verso la Sardegna dove avrebbe dovuto riparare, cioè precisamente dove il dispositivo tedesco era stato rafforzato. Un evento che mi limito segnalare nella sua prima evidenza lasciando a chi lo ritiene l’opportunità di approfondirlo. Ricordo che il 9 settembre proprio in quel lembo di Mediterraneo fu affondata la Corazzata “Roma”, dove trovò la morte l’Ammiraglio Bergamini.

E se “… il 1943 potrebbe essere definito sinteticamente come l’anno dell’incertezza e dell’inquietitudine.”   (Gen Blumetritt , come citato da  Hart), per quanto riguarda l’Italia, questo stato è destinato ben presto a trovare una definizione, una tragica definizione.

Per fronteggiare un possibile sbarco in Sicilia i Tedeschi offrirono comunque 5 divisione fresche e bene equipaggiate, ma Mussolini fu sempre riluttante, perché così come ricorda Liddell Hart nella sua “Storia militare della II guerra mondiale”, “Mussolini non voleva che il mondo ed il suo steso popolo vedessero che egli era  ridotto a dipendere dall’aiuto tedesco….. Ma c’era anche una altra ragione: non gli sorrideva affatto l’idea che i tedeschi acquistassero in Italia una posizione dominante. Ansioso come era di tenere lontani gli Alleati, egli era altrettanto ansioso di tenere lontano i tedeschi”. Questa riserva mentale continua ad essere oggettivamente importante, così mentre il Gen Roatta Capo di Stato Maggiore dell’Esercito spingeva per avere rinforzi, e quindi valutava l’aspetto militare; le scelte di strategia generale erano indubbiamente di natura politica, di una particolare natura politica che sottaceva una sempre mal celata cautela nei confronti dell’alleato tedesco anche da parte del Capo del Fascismo. Interessante a questo proposito è il testo del promemoria “segretissimo” del Duce per il Re, del 31 marzo 1940, citato negli scritti di Coltrinari-Prinzi “L’Italia dell’armistizio”, laddove emerge una visione peculiare della posizione dell’Italia che “non è lontana dai teatri di operazione, come il Giappone o gli Stati Uniti, l’Italia è in mezzo ai belligeranti, tanto in terra, quanto in mare. Anche se l’Italia cambiasse atteggiamento e passasse armi e bagagli ai franco inglesi, essa non eviterebbe la guerra immediata con la Germania, guerra che l’Italia non può sostenere da sola, ed è solo l’alleanza con la Germania, cioè uno Stato che non ha ancora bisogno del nostro concorso militare e si contenta dei nostri aiuti economici e della nostra solidarietà morale, che ci permette il nostro attuale stato di no belligeranza.”  Una Alleanza imposta dalla necessità che si cerca di far fruttare con la definizione di una “terza via” della “guerra parallela a quella della Germania per raggiungere i nostri obiettivi che si compendiano in questa affermazione: libertà sui mari, finestra sull’oceano”. Una “terza via” piuttosto esile che non resse alla prova dei fatti.

Ma torniamo agli eventi del 1943, l’anno in cui i conti di una “terza via” dovettero essere saldati da parte di un regime che si muoveva sempre più in difficoltà nell’ambito di spazi di manovra che la crisi dell’Asse rendeva sempre più esigui.
Ed il regime inizia il suo percorso di consapevolezza, “Si dice che io sarei finito, svanito, spacciato. Ebbene lo si vedrà. Da sabato prossimo comincia la terza ondata”, (Arrigo Petacco, “La seconda guerra mondiale”), queste sono le parole di Mussolini il 14 aprile 1943 dopo aver provveduto ad un rimpasto di governo, esonerando Galeazzo Ciano ed assumendo anche l’incarico di Ministro degli Esteri (6 febbraio 1943), ed alla vigilia della nomina a segretario del Partito Nazionale Fascista  di Carlo Scorza (19 aprile 1943).
Poco più di tre mesi dopo, il 25 luglio 1943, il Gran Consiglio del Fascismo, organo che il regime ha voluto inserire all’interno dell’ordinamento costituzionale dello Stato, chiederà al Re di riassumere il suo incarico di Comandante delle Forze Armate.
Gli Alleati erano sbarcati il 10 luglio 1943 in Sicilia ed il 17 agosto 1943 il Gen. Patton entrerà a Messina.

Il 26 luglio 1943 il Re “accetta” le dimissioni di Mussolini che esclama:“Allora tutto è finito?..Tutto è finito! E che ne sarà di me e della mia famiglia?”. (Arrigo Petacco, “La seconda guerra mondiale”).

Con questo inizia una lunga fase di disgregazione di un Paese disorientato, in cui la guerra continua a fianco dell’alleato germanico, e dove, da ora in poi, nulla è più quello che sembra, o quello che sembra non è quello che è. Inizia una lunga partite di simulazioni e dissimulazioni che vede al tavolo di gioco il governo Badoglio che cerca, secondo schemi logici e politici probabilmente non più adeguati ai tempi, di portare fuori il Paese della sabbie mobili, cercando di non pagare alcun conto salvando contemporaneamente l’Italia, la casa regnante e la classe dirigente compromessa in una sconfitta i cui effetti sono ancora solo parzialmente visibili.

All’altro lato del tavolo siedono gli Alleati di un tempo che si prestarono alla commedia che diveniva tragedia per guadagnare tempo “Badoglio insiste nel dire che nulla è cambiato nei nostri confronti. Naturalmente io non ci credo ma forse è opportuno agire in maniera da non destare sospetti” dice Hitler nella riunione del suo quartier generale il 26 luglio 1943 quando progetta di “….occupare la città, e di arrestare tutta la baracca: il governo, il Re e tutto quel marciume.” (Arrigo Petacco, “La seconda guerra mondiale”).
E quindi iniziano a far entrare divisioni in Italia dai passi alpini, tanto che, nella guerra degli equivoci, il Gen. Ambrosio Capo di stato Maggiore Generale, disse al feldmersciallo Keitel “abbiamo l’impressione che voi abbandoniate le forze nell’Italia meridionale, ne concentriate attorno a Roma e le allineate dalla liguria lungo l’Appennino come se, cambiando il concetto operativo, consideraste il territorio italiano solo un bastione della difesa della Germania” (Arrigo Petacco, “La seconda guerra mondiale”).
  
Infine le Nazioni Unite, già perché solo quattro giorni dopo la caduta del fascismo il Gen. Eisenhower si rivolse all’Italia in un messaggio radio in questi termini “Ci compiaciamo con il popolo italiano e con Casa Savoia per essersi liberati da Mussolini, l’uomo che li ha coinvolti in guerra come strumento di Hitler e li ha portati sull’orlo del disastro. Il più grande ostacolo che divideva il popolo italiano dalla Nazioni Unite è stato rimosso dagli italiani stessi… voi volete la pace, voi potete avere immediatamente una pace a condizioni onorevoli… il vostro ruolo consiste nel cessare immediatamente ogni assistenza alle forze germaniche nel vostro Paese”  (Arrigo Petacco, “La seconda guerra mondiale”). Un esempio di comunicazione efficace che avrà ripercussioni molto maggiori della situazione contingente laddove, per motivi tattici che diverranno strategici, si preoccupa di dividere le responsabilità del regime da quelle dello Stato e del popolo, una modello pratico e su larga scala di psicologia delle masse che contemporaneamente pone la nuova dirigenza italiana in una situazione difficile nei confronti dei Tedeschi, e, soprattutto, nei confronti del popolo italiano.

Gli Alleati accettano pertanto di giocare una partita complicata che per loro ha una valenza soprattutto interna per le proprie opinioni pubbliche “Non badi alla durezza della clausole di armistizio, esse sono fatte per l’opinione pubblica dei nostri Paesi più che per il vostro. Se voi starete lealmente al nostro fianco, i termini reali di esso saranno ben diversi da quelli formali. Abbiate fiducia in noi e questo sarà il modo migliore per averla in voi stessi.” (Gen.Badell Smith Capo di Stato Maggiore di Eisenhower, citato da Arrigo Petacco, “La seconda guerra mondiale”).

(Continua al post seguente)

venerdì 18 gennaio 2019

La Calda estate del 1943 2° parte


Michele Cuccaro


(continuazione dal post precedente)
Ma la fiducia era proprio la cosa che più scarseggiava in quei tempi ed i processi decisionali italiani per troppo tempo incanalati in angusti spazi di manovra non riuscivano, in così poco tempo, a riprendere l’iniziativa perdendosi in una moltitudine di valutazioni molto spesso fini a se stesse.
La ricostruzione fatta da Arrigo Petacco delle trattative sull’Armistizio ne tratteggia l’atmosfera. Il governo Badoglio pensò, per la durata dei negoziati, di avere delle carte in mano da giocare, considerazione questa che il Gen. Castellano che condusse le trattative più volte chiari come effimera. Il Governo continuava a chiedere di essere difeso dai Tedeschi ed a chiedere uno sbarco nei pressi di Roma per la difesa della città. Gli Alleati avevano posto i termini di un armistizio e l’unica cosa che volevano sentire era un si oppure un no. Avrebbero aviotrasportato una divisione per la difesa di Roma a patto che gli italiani avessero assicurato il loro appoggio, ma ciò non fu possibile, le forze italiane non sarebbero state in grado di difendere la capitale e supportare la divisone americana. Lo stesso Gen. Taylor, vice comandante della “Airborne”, si recò a Roma per discutere i termini dell’aiuto Alleato alla difesa della Capitale, ma si trovò di fronte uno strano atteggiamento dei vertici, lo stesso Badoglio disse che “..Le nostre truppe non sono in grado di difendere Roma. Non solo ma aggiungo anche una altra cosa: se l’armistizio viene annunciato ora i tedeschi occuperanno subito la città e vi insedieranno un regime fascista.” (Arrigo Petacco, “La seconda guerra mondiale”). Badoglio stesso chiese un rinvio dell’annuncio dell’armistizio che doveva coincidere con la sbarco degli Alleati che sarebbe avvenuto a Salerno. Questo nella convinzione che tutto sarebbe avvenuto il 12 settembre. Ma questa convinzione da dove nasceva? Probabilmente da considerazione del Gen. Castellano tratte da sue valutazioni, anche se non deve essere comunque escluso che mai gli Alleati si fidarono degli italiani e che quindi nulla fu detto in merito allo sbarco ed alle sue modalità.
Gli Alleati non si fidavano e quindi tacerono informazioni importanti, gli italiani tentarono un ultimo disperato doppio gioco chiedendo l’aiuto alleato per la difesa della capitale, ma siccome non si fidavano, non vollero probabilmente prendere parte diretta sin dall’inizio all’operazione di difesa, per non scoprirsi apertamente nei confronti dei tedeschi. Dove finisca la verità e dove inizi la ricostruzione che, siccome fatta a posteriori, è necessariamente carente, forse a questo punto non siamo più in grado di dirlo.

I Tedeschi avevano già spostato la 2° divisione paracadutisti del Gen Student a Ostia che, assieme alla 3° divisione granatieri avrebbe avuto il compito di disarmare le forze italiane ed entrare a Roma (Liddle Hart, Storia militare della seconda guerra mondiale). Ma l’esito avrebbe potuto essere molto differente se, come dice Hart, “…gli italiani fossero stati altrettanto abili nell’agire quanto lo erano stati nel recitare..” dissimulando i loro reali propositi, ma, e questa è la tesi centrale del libro Coltrinari-Pizzi, per chi era la recita, cosa dovevano dissimulare, e fin dove, aggiungo, gli attori hanno pensato di arrivare? Forse si sono spinti altre la soglia in cui chi recita non riesce più a distinguere tra finzione e realtà fino a divenire prigionieri del proprio ruolo, proprio come accade a quegli attori che per troppo tempo hanno recitato un solo ruolo di successo e qualsiasi tentativo di uscirne non si traduce in altro che in un fallimento. Forse.

Il 3 settembre 1943 gli uomini di Montgomery attraversano lo stretto di Messina, e gli italiani firmano alle 17.15 l’armistizio a Cassibile.

Alle 18.30 del 8 settembre 1943 la radio di Algeri da notizia dell’armistizio, messaggio ripetuto dalla BBC alle 19.20. Alle 19.45 Badoglio alla radio annuncia la capitolazione. Alle ore 04.00 della mattina del 9 settembre un corteo di auto con targa diplomatica lascia Roma. E’ interessante notare che, secondo la ricostruzione di Arrigo Petacco, ancora il 5 settembre 1943 il piano era quello di difendere il Ministero della Guerra dove si sarebbero recati Badoglio ed il re in caso di attacco, ma che già il 6 settembre tutto fu superato perché era stato deciso di recarsi fuori Roma. Importante sottolineare che il Gen. Taylor svolse il suo sopralluogo per l’avio sbarco  a Roma il 7 settembre. Quindi, stando a questo dati, sembrerebbe che quando giunse a Roma il Gen.Taylor per discutere la fattibilità del piano americano di difesa della capitale, l’idea della difesa di Roma era già stata abbandonata dal governo sin dal giorno prima.
All’annuncio dell’armistizio le forze italiane si ritirano a Tivoli e dopo una trattativa con i tedeschi si arrendono nel quadro di un accordo che considererà Roma “città aperta”. 

Inizia questo punto la storia ancora più drammatica della guerra sul territorio del nostro Paese dove fino alla fine della conflitto si affronteranno Alleati, Tedeschi ed Italiani contro italiani.
Si è dissolto il regime fascista quel regime che gli scritti di Coltrinari-prizzi hanno identificato come l’ultimo, estremo, tentativo di fermare l’evoluzione dei tempi, di restaurazione delle antiche forme in cui il progresso tecnologico che ha fatto il suo ingresso nel corso della I guerra mondiale viene vissuto come sfida verso il futuro ma contemporaneamente come fattore di sovversione da tenere sotto controllo per la possibilità di accesso che lo stesso promuove nei confronti di vasti strati sociali che fanno della conoscenza uno strumento di promozione sociale. Lo stesso Aldo valori nel 1923 affermava che “L’ultima guerra ha avuto carattere democratico, nel senso che per combatterla si è dovuto fare appello alla collaborazione di tutte le forze e di tutti gli starti sociali…..si vuole accentuare nel futuro questa tendenza? Oppure si vuole, e volendo di può, ricondurre quei rapporti verso antiche forme…”[1].

Si chiude a questo punto un anno che porta con se una epoca e probabilmente un tentativo di imporre alla storia un corso diverso. Un tentativo che si è svolto in Europa da parte di due regimi che fecero del progresso un arma contro il progredire dei tempi credendo di poter imporre una direzione al corso degli eventi che si sviluppano sull’onda della Storia e che l’uomo può solo tentare di interpretare con l’illusione di guidare la storia ma più spesso guidato dalla Storia che in certi uomini, in determinate epoche, trova unicamente i suoi interpreti, anche tragici.    



Bibliografia

-       “Storia militare della seconda guerra mondiale”, B.H. Liddle Hart, Mondadori 2009;
-       “La seconda guerra mondiale”, Arrigo Petacco, Armando Curcio editore 1979;
-       “L’Italia dell’Armistizio”, Coltrinari, Prinzi







[1] Aldo Valori “Problemi militare della nuova Italia” Casa Editrice PNF, Milano 1923 citato da Coltrinari-Prizzi “L’Italia dell’Armistizio”.

martedì 8 gennaio 2019

Indici Statistici alla data del 18 dicembre 2018


Aperto nel 2008 ha un totale di 12318 visitatori,
con una media mensile di 100/150 contatti mensili.

Sono stati pubblicati 215 post, 

 mentre
I paesi di origine dei visitatori vede

la Russia con 103 contatti, gli Stati Uniti con 13, la Polonia con 5
 e poi altri paesi sull’ordine delle unità
(info: centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org)

venerdì 28 dicembre 2018

Ruggero Zangrandi. Settembre 1943

Si riporta la dedica al volume
"1943  25 luglio - 8 settembre 1943"

DEDICO QUESTO LAVORO
A MIA FIGLIA GIOVANNA
ED AI GIOVANI DELLA SUA ETA'
NELLA FIDUCIA
CHE UNA CONOSCENZA NON CONVENZIONALE
DI QUEL CHE ACCADDE
INTORNO AL 8 SETTEMBRE 1943
CONCORRA A FAR LORO IMPARARE PRIMA
IL MALE CHE POSSONO ARRECARE AD UN PAESE
LE CATTIVE AZIONI DI CAPI VILI
E QUANTO POCO
IL SACRIFICIO DI MIGLIAIA DI UOMINI SEMPLICI
RIESCA POI A PORVI RIPARO


centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org

lunedì 24 dicembre 2018

La crisi armistiale del 1943. I Prodomi


I fallimenti  di una politica insensata,
 gli errori e le incongruenze
alla fine portano solo a disastri
ed il destino presenta il conto

chi realmente pagò il prezzo più alto degli errori e delle incongruenzeù
 della politica estera italiana 

Da Duce a prigioniero

di Alessia Biasiolo*

Sbarcati gli anglo-americani in Sicilia, la scelta alleata fu quella di uccidere Mussolini, in modo che, fuori gioco il Duce, gli italiani si sarebbero resi conto che il fascismo non poteva continuare ad essere la scelta politica giusta per il Paese. Le missive segrete o segretissime correvano da un comando all’altro e, mentre gli Americani erano convinti di continuare a bombardare Roma allo scopo di arrivare non solo a piegare la resistenza dei nervi degli Italiani, ma anche a radere al suolo, possibilmente, Palazzo Venezia e Villa Torlonia, Churchill era perplesso sulla necessità di una soluzione così drastica. Poco importava ai comandanti come Harris di dover distruggere monumenti storici unici al mondo, perché in quel momento risultava imperativo soltanto piegare la dittatura italiana. Churchill si consultò con il ministro degli Esteri Anthony Eden che, il 14 luglio 1943, gli rispose di non essere d’accordo sull’operazione denominata “Dux”, in quanto non era sicuro che Mussolini sarebbe stato nei suoi due siti (Palazzo Venezia e la Villa), non era certo che il bombardamento ne avrebbe causato la morte e, in caso l’operazione non fosse riuscita, si rischiava di tramutare la causa dei problemi in un idolo ulteriore. Il rischio, inoltre, di causare pesanti danni al patrimonio storico di Roma senza successi militari e politici, oltre all’estrema sofferenza inferta alla popolazione civile, avrebbe tramutato i “liberatori” in nemici assoluti del popolo italiano. Questo era il clima dei nemici, mentre Mussolini e Hitler si incontravano a Feltre e, come abbiamo letto, i bombardamenti su Roma non smettevano. Infatti, se si fermavano a terra gli aerei inglesi, recuperavano terreno quelli americani, che a loro volta organizzarono bombardamenti sulla Città Eterna per il 19 luglio, pur senza l’intento di colpire Mussolini, fatto comunque inutile, dato che era a Feltre per l’incontro con l’alleato tedesco. I risultati furono, invece, di distruggere numerosi siti, in modo particolare intorno a Ciampino, mentre i quartieri civili distrutti furono molti, inutilmente. Gli anglo-americani, inoltre, avevano abbandonato l’operazione “Brimstone” sulla Sardegna, per concentrarsi nell’avanzata verso Napoli e Salerno. Alternativamente, inglesi e americani organizzavano incursioni aeree che sfiancavano la resistenza italiana, sia sul piano militare che psicologico.
Rientrato a Roma, Mussolini si trovò a dover affrontare un clima pessimo. Il generale Vittorio Ambrosio si era già incontrato con il Re prima dell’incontro di Feltre, per discutere della destituzione di Mussolini. Ambrosio era convinto che, a fronte dell’iniziativa di sganciarsi dall’alleato tedesco, sostituendo all’occorrenza Mussolini con Badoglio o Caviglia, sarebbe riuscito a convincere il Duce a dichiarare una pace separata con gli aglo-americani, ma dopo l’incontro di Feltre, rivelatosi infruttuoso, era evidente che l’unica soluzione possibile era destituire Mussolini. Nel frattempo, un’iniziativa simile venne presa dal Partito Fascista, nella persona dei componenti del Gran Consiglio del Fascismo. Vittorio Ambrosio dal 20 luglio 1943 seppe che, essendo stato vano ai fini delle mire reali l’incontro con Hitler, Vittorio Emanuele III voleva sostituirlo con il Maresciallo Badoglio, ma non seppe rompere gli indugi fino alla decisione del Gran Consiglio.
Il 20 luglio, Mussolini si recò a visitare le zone di Roma colpite dai bombardamenti soprattutto americani del giorno prima. Al mattino verificò gli esiti del raid aereo all’aeroporto del Littorio e all’Università, nel pomeriggio all’aeroporto di Ciampino, dove non mancarono manifestazioni in suo favore. Quindi dovette recarsi dal Re a riferirgli dei colloqui di Feltre con l’alleato. Il clima non era dei migliori. Trovò il Re accigliato, nervoso, gli disse che la situazione era tesa e: “Non può più a lungo durare”. La Sicilia perduta, il morale delle truppe scaduto, tanto che gli avieri di Ciampino erano fuggiti a Velletri durante l’attacco, sostenne: “I Tedeschi ci giocheranno un colpo mancino”, ma del resto era stato chiesto loro di inviare truppe per contenere l’avanzata nemica. Aggiunse: “L’attacco dell’altro giorno io l’ho seguito da Villa Ada, sulla quale le ondate sono passate. Non credo che fossero come si è detto quattrocento gli apparecchi incursori. Erano la metà. Volavano in perfetta formazione”, ciò a dire che nessuno li aveva in qualsiasi modo infastiditi, contrastati da terra. “La storia della ‘città santa’ è finita. Bisogna porre il dilemma ai Tedeschi…”. Questo fu l’ultimo colloquio di lavoro tra il Re e Mussolini, che si incontravano regolarmente due volte la settimana dal novembre 1922 al Quirinale, il lunedì e il giovedì, Mussolini accompagnato dal Sottosegretario alla Presidenza. Altri incontri avvenivano in altre giornate, e in estate praticamente tutti i giorni, come quel mercoledì; il rapporto tra i due era cordiale, ma non divenne mai amichevole. Vittorio Emanuele III si era sempre dimostrato restio nelle scelte di guerra, tranne per la dichiarazione del 1940, da come ne scrisse Mussolini. Quello stesso mercoledì, a mezzogiorno, il segretario del partito Scorza portò a Mussolini l’ordine del giorno del Gran Consiglio del Fascismo di Grandi. Il Duce lo lesse e lo considerò inammissibile e vile. Scorza parlò a Mussolini di un “giallo”, ma non fu ben chiaro. Nel pomeriggio, Mussolini ricevette Grandi che trattò diversi argomenti, ma non affrontò quello dell’ordine del giorno.
L’indomani, Scorza parlò ancora a Mussolini di giallo in corso, ma sempre senza precisazioni, tanto che di nuovo il Duce pensò si trattasse di una delle solite voci di cambio ai vertici; verso sera, Grandi ipotizzò di rinviare la riunione del Gran Consiglio, come manovra ennesima e, forse, tentativo di crearsi un valido alibi, ma Scorza non ebbe conferma del rinvio quando telefonò a Mussolini. Questi sostenne che, ad inviti diramati e giorno fissato, si doveva arrivare ad un chiarimento. E così fu.
La riunione del Gran Consiglio ebbe luogo a Palazzo Venezia il 24 luglio, sabato, alle ore 17, alla presenza di 28 membri, su ordine del giorno di Grandi che recitava queste parole, dattiloscritte: “Il Gran Consiglio del Fascismo riunendosi in questi giorni di supremo cimento, volge innanzi tutto il suo pensiero agli eroici combattimenti d’ogni arma che, fianco a fianco con la fiera gente di Sicilia in cui più alta risplende l’univoca fede del popolo italiano, rinnovano le nobili tradizioni di strenuo valore e l’indomito spirito di sacrificio della nostre gloriose Forze Armate.
Esaminata la situazione interna e internazionale e la condotta politica e militare della guerra:
proclama
il dovere sacro per tutti gli italiani di difendere ad ogni costo l’unità, l’indipendenza, la libertà della Patria, i frutti dei sacrifici e degli sforzi di quattro generazioni dal Risorgimento ad oggi, la vita e l’avvenire del popolo italiano:
afferma
la necessità dell’unione morale e materiale di tutti gli italiani in quest’ora grave e decisiva per i destini della Nazione;
dichiara
che a tale scopo è necessario l’immediato ripristino di tutte le funzioni statali, attribuendo alla Corona, al Gran Consiglio, al Governo, al Parlamento, alle Corporazioni i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi statutarie e costituzionali;
invita
il Governo a pregare la Maestà del re, verso il quale si rivolge fedele e fiducioso il cuore di tutta la Nazione, affinché Egli voglia per l’onore e per la salvezza della Patria assumere con l’effettivo comando delle forze armate di terra, di mare e dell’aria, secondo l’articolo 5° dello Statuto del Regno, quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono e che sono sempre state in tutta la nostra storia nazionale il retaggio glorioso della nostra Augusta Dinastia di Savoia”.
Seguono la data e le firme dei partecipanti: Grandi, Presidente della Camera; Federzoni, Presidente dell'Accademia; De Bono, quadrumviro; De Vecchi, quadrumviro; il genero di Mussolini Ciano, membro a titolo personale; De Marsico, Ministro della Giustizia; Acerbo, Ministro delle Finanze; Pareschi, Ministro dell'Agricoltura; Cianetti, Ministro per le Corporazioni; Balella, della Confederazione dei Datori di Lavoro dell'Industria; Gottardi, Confederazione dei Lavoratori dell'Industria; Bignardi, Confederazione degli Agricoltori; De Stefani, Alfieri, Rossoni, Bottai membri a titolo personale; Marinelli, ex-segretario amministrativo del Partito fascista; Albini, Sottosegretario agli Interni; Bastianini, Sottosegretario agli Esteri. Albini e Bastianini erano stati invitati, pur non appartenendo al Gran Consiglio. Mentre Farinacci, membro a titolo personale non firmò, ma si astenne anche di presentare il suo ordine del giorno in difesa del regime. Non firmarono il documento Scorza, Segretario del Partito fascista; Biggini, Ministro dell'Educazione; Polverelli, Ministro della Cultura Popolare; Tringali Casanova, Presidente del Tribunale Speciale; Frattari, della Confederazione dei Datori di Lavoro dell'Agricoltura; Buffarini, membro a titolo personale; Galbiati, Comandante della Milizia. Si astenne il Presidente del Senato Suardo. Anche l’ordine del giorno di Scorza, che voleva difendere l’operato del regime, non venne preso in considerazione.
In realtà, il documento riporta il principale ruolo italiano al Re, ma senza citare la cancellazione del regime. Sembra che i membri del Gran Consiglio non si fossero resi conto che, volendo deporre Mussolini come scelta per cercare di migliorare le sorti dell’Italia, sarebbero stati strumento del Re che aveva già preso le sue decisioni e che non aspettava fors’altro che il momento opportuno per attuarle. Sembra che ognuno riponesse fiducia in ciò che doveva fare qualcun altro, nell’intento forse di creare un triunvirato o di cercare il modo di salvare il partito e l’Italia, sacrificando soltanto la posizione di Mussolini. Il quale viene messo in minoranza dal Gran Consiglio per 19 voti a sfavore, 8 a favore e 1 astenuto. Sono quasi le tre di notte del 25 luglio. L’ordine del giorno Grandi viene approvato, Mussolini deve rimettere il mandato al Re. Cianetti cambiò idea di lì a poche ore, ma il risultato non cambiava lo stesso. Grandi affidò al Ministro della Real Casa Pietro d’Acquarone, lo stesso portavoce tra il re e il generale Ambrosio, il compito di informare il Re della decisione del Gran Consiglio.
Cos’era accaduto? Intanto, la riunione si doveva tenere come al solito alle 22, e invece era stata debitamente anticipata, prevedendo che la discussione sarebbe stata lunga. Negli intenti di Mussolini, doveva essere quasi una riunione segreta per chiarirsi tra loro, invece tutti i membri del Gran Consiglio erano puntuali, in uniforme, la classica sahariana nera. Non mancava nessuno. Il discorso iniziò da Mussolini, che espose una serie di documenti.
Mussolini dichiarò che la guerra era giunta ad una fase critica, dato che l’ipotesi che sembrava assurda di invasione del territorio metropolitano si era avverata. La vera guerra era iniziata dalla perdita di Pantelleria.
“In una situazione come questa tutte le correnti ufficiali, non ufficiali, palesi e sotterranee ostili al Regime fanno massa contro di noi e hanno già provocato sintomi di demoralizzazione nelle stesse file del Fascismo, specialmente tra gli ‘imborghesiti’, cioè fra coloro che vedono in pericolo le loro personali posizioni”.
E aggiunse: “In questo momento io sono certamente l’uomo più detestato, anzi odiato in Italia, il che è perfettamente logico, da parte della masse ignare, sofferenti, sinistrate, denutrite, sottoposte alla terribile usura fisica e morale dei bombardamenti ‘liberatori’ e dalle suggestioni della propaganda nemica”.
Egli era il responsabile della guerra ed era anche stato delegato al comando delle Forze Armate dal Re, ma su idea di Badoglio. A quel punto, Mussolini ricordò le varie fasi della decisione del Re, la volontà di Badoglio di avere un ruolo di primo piano nel conflitto, e molti altri dettagli della sua attività politica ultima, mettendo infine in chiaro che l’ordine del giorno Grandi sarebbe stato un pericoloso passo per l’esistenza del Fascismo stesso. Grandi prese la parola con notevole violenza, come volesse sfogarsi da tempo per ruoli interni. La discussione divenne accesa, fino a quando, verso mezzanotte, il Segretario Scorza propose il rinvio, che venne negato, e anche Mussolini era di quell’avviso. Dopo una pausa di un quarto d’ora, necessaria alla lettura dei telegrammi dalle zone operative, la seduta riprese, continuando la discussione, che finì con le parole di Mussolini stesso, alla lettura dell’esito della votazione dell’ordine del giorno Grandi da parte di Scorza: “Voi avete provocato la crisi del regime. La seduta è tolta!”. Dispensò anche i presenti dal saluto al Duce che Scorza voleva chiamare e si ritirò nel suo studio, dove venne raggiunto dai membri del Gran Consiglio che avevano votato in suo favore. Mussolini lasciò Palazzo Venezia verso le 3, accompagnato a Villa Torlonia da Scorza stesso.
La mattina della domenica, 25 luglio, Mussolini si recò come al solito al lavoro a Palazzo Venezia, dove arrivò per le 9. Alle 11 gli portarono il mattinale con la brutta notizia del bombardamento di Bologna. Arrivò notizia del ripensamento di Cianetti, mentre Grandi era irreperibile e Albini venne interrogato direttamente dal Duce circa la decisione di votargli contro, fatto non concesso, dato che non era membro del Gran Consiglio, e Albini, tra le scuse e il rossore, ammise solo l’ipotetico errore, ma anche l’assoluta fedeltà. In realtà elemosinerà un posto a Badoglio nel giro di poco tempo.
Mussolini incaricò quindi il suo segretario particolare di telefonare al generale Puntoni per chiedere quando il Re sarebbe stato disposto a riceverlo, in abiti civili. L’appuntamento venne fissato a Villa Ada per le 17 dello stesso giorno.
Alle 13, incontrò l’ambasciatore giapponese Hidaka, al quale riferì l’incontro di Feltre, quindi si recò in visita al quartiere Tiburtino, particolarmente colpito dal bombardamento del 19 luglio. Rientrò a Villa Torlonia per le 15, dove, alle 16.50, giunse il segretario particolare che lo accompagnò a Villa Ada.
Il suo animo era tranquillo, pensava di riferire sui fatti della notte e di rimettere il comando delle Forze Armate, se il Re lo avesse richiesto, o forse anche lo stesso, come pensava di fare da tempo. Il Re lo aspettava sulla porta della Villa, vestito da maresciallo; in giro un rinforzo di Carabinieri. Lo fece accomodare in salotto, il volto teso, e gli disse: “Caro Duce, le cose non vanno più. L’Italia è in tocchi. L’esercito è moralmente a terra. I soldati non vogliono battersi. Gli alpini cantano una canzone nella quale dicono che non vogliono più fare la guerra per conto di Mussolini”, e canticchiò dei versi della canzone in dialetto piemontese. Aggiunse che a Mussolini non era rimasto altro amico che lui stesso, con la rassicurazione che lo avrebbe fatto proteggere. L’uomo della situazione, in quel momento, era il maresciallo Badoglio che avrebbe cominciato a formare un Ministero di funzionari per l’amministrazione e avrebbe continuato la guerra. Tutti si attendevano un cambiamento, essendo venuti a conoscere della notte del Gran Consiglio e si sarebbe visto cosa sarebbe accaduto di lì a sei mesi. Mussolini mise davanti al Re le sue perplessità sulla scelta politica e militare, che avrebbe significato la sensazione di una vittoria per i nemici e per gli italiani l’idea che la guerra stava finendo, ma il Re lo congedò, livido in volto. Erano le 17.20. Mussolini, andando verso la sua automobile, venne avvicinato da un carabiniere che gli comunicò la volontà del Re di proteggere la sua persona, e lo fece salire su un’ambulanza. Si unirono il segretario De Cesare, un capitano, un tenente, tre carabinieri e due agenti in borghese. Erano armati di mitra. Dopo mezz’ora di tragitto, l’ambulanza si fermò ad una caserma dei carabinieri circondata da sentinelle con fucili a baionetta innestata; dopo una sosta di un’ora, venne portato alla caserma degli allievi carabinieri.
Ancora convinto di essere sotto protezione, Mussolini ricevette la visita di alcuni carabinieri che gli dimostravano simpatia, ma non toccò cibo. Di notte, arrivò un messaggio di Badoglio che scriveva: “Il sottoscritto Capo del Governo tiene a far sapere a V. E. che quanto è stato eseguito nei Vostri riguardi è unicamente dovuto al Vostro personale interesse essendo giunte da più parti precise segnalazioni di un serio complotto contro la Vostra Persona. Spiacente di questo, tiene a farVi sapere che è pronto a dare ordini per il Vostro sicuro accompagnamento, con i dovuti riguardi, nella località che vorrete indicare. Il Capo del Governo: Maresciallo d’Italia Badoglio”.
Implicitamente, si voleva rassicurare Mussolini che il regime continuava, dato che Badoglio ne faceva parte, avendone anche ricoperto ruoli importanti, allo stesso tempo rassicurando che la parola del Re veniva mantenuta.
All’una di notte del 26 luglio, Mussolini rispose al Maresciallo, dopo averlo ringraziato, che l’unica residenza di cui poteva disporre era la Rocca delle Caminate, dove era disposto a trasferirsi anche immediatamente. Assicurava anche, in nome della collaborazione avuta precedentemente, che non avrebbe posto al lavoro di governo di Badoglio, alcuna difficoltà.
Aggiunse che era contento della decisione presa di continuare la guerra con gli alleati tedeschi, riconoscendo il grave ruolo che Badoglio aveva assunto per ordine e in nome del Re “del quale durante 21 anni sono stato leale servitore e tale rimango”. Al Re non mandò alcuna missiva.
Forse ingenuamente, Mussolini credeva che la politica di Badoglio non sarebbe cambiata, sia per quanto riguardava la politica interna, mantenendo il fascismo, sia con gli alleati tedeschi contro gli anglo-americani. La partenza che sembrava sempre imminente, tardò fino al 27 luglio, quando un carabiniere, dopo le 20,  comunicò all’oramai ex Duce che dovevano partire.
Accompagnato da alcuni ufficiali, Mussolini era sempre convinto di essere portato a Rocca delle Caminate, invece, da uno spiraglio del finestrino dell’auto, vide che la direzione non era verso la Flaminia, ma verso l’Appia. Soltanto all’imbocco della strada per Albano chiese dove stessero andando.
La risposta l’ebbe da colui che era stato comandato di accompagnarlo, il generale Polito, diventato generale da ispettore di Polizia per equiparazione di grado. Era una vecchia conoscenza, noto per avere arrestato a Campione Cesare Rossi e aver sgominato la banda Pintor in Sardegna, e tanti altri aneddoti raccontò a Benito durante il viaggio, che evidentemente aveva altra meta dall’immaginata. Mussolini, infatti, era stato inviato all’isola di Ponza, passando da Gaeta e dal Molo Ciano, quasi un’ironia della sorte. Dal molo, l’ammiraglio Maugeri accompagnò l’illustre ospite alla corvetta “Persefone” che salpò all’alba.
* Comm. Alessia Biasiolo, associata al Centro Studi sul Valore Militare CESVAM

(centrostudicesvam#istitutonastroazzurro.org


giovedì 29 novembre 2018

Master I Livello Storia Militare Contemporanea 1796 1960

ISTITUTO DEL NASTRO AZZURRO
FRA COMBATTENTI DECORATI AL VALOR MILITARE

COMUNICATO

Il Presidente del Nastro Azzurro, gen. Carlo Maria Magnani, attraverso il  CESVAM – Centro Studi sul Valor Militare, in patnerschip con l'Università degli Studi Nicolò Cusano, telematica Roma, ha proposto ed è stato attivato un Master di I Livello in:

STORIA MILITARE CONTEMPORANEA 1796 – 1960

presso la Facoltà di Scienze Politiche per l'anno Accademico 2018-2019, della durata di 1500 ore e per complessivi 60 CFU.
Tale Master propone ai partecipanti le conoscenze riguardanti un approccio interdisciplinare alla ricostruzione ed intepretazione di un avvenimento militare. Prevede l'erogazione dei seguenti insegnamenti: Storia del Risorgimento, Storia Moderna, Storia Contenporanea, Storiografia, Geografia Generale, Geografia Storica e Militare, Storia delle Dottrine ed Ordinamenti Militari, Logistica ed Armamenti, Scienze Strategiche ed è strutturato nei seguenti moduli. L’articolato dei Moduli è in allegato, insieme al Bando. I Moduli saranno svolti nella modalità e-learning e saranno supportati da apposite sinossi (da scaricare informaticamente) e da test di autovalutazione per la verifica di apprendimento.
I Partecipanti potranno disporre del supporto di Tutor per gli approfondimenti, inoltre durante l'anno, saranno attivati "seminari tematici" resso la sede nazionale dell'Istituto del Nastro Azzurro Piazza Galeno 1 sulla base delle richieste pervenute.
L'Esame finale consiste nella discussione di una "breve tesi" concordata con la Direzione Scietifica del Master e seguita dai  Docenti del Master.

L'Istituto del Nastro Azzurro e la Presidenza Nazionale nel dare comunicazione alle Federazioni di questa attività, annunciata al XXX Congresso Nazionale di Napoli, indirizzata alla formazione e che ulteriormente aumenta il prestigio dell‘Istituto, invita tutti i Presidenti delle Federazioni Provinciali di farsi portavoce nei singoli territori di pertinenza di questa iniziativa, tenendo presente che il Master è rivolto ai giovani, nella fascia di età dai venticinque ai quaranta anni, ovvero a coloro che sono in cerca di una occupazione e vogliono acquisire titoli, e coloro che già nel mondo del lavoro, voglio aiutarsi nella progessione di carriera.
Detto invito è esteso anche alle Associazioni Combattentistiche consorelle, con messaggio analogo, consisderando che i soci di entrambi non sono, per lo più, annoverabili ed inseribili nelle indicazioni di cui sopra; quindi questo comunicato è inteso come il comune sforzo di colloquiare con le nuovi generazioni, in modo costruttivo e fattivo a favore della conoscenza del nostro mondo militare, coì poco conosciuto o male inteso nelle nostre comunità e collettivita.

Informa inoltre che per ogni chiarimento in merito si può contattare il CESVAM (alla e mail: centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org) e, per chi è interessato alla partecipazione, è possibile rivolgersi all‘Universtà degli Studi Nicolò Cusano Segreteria Generale Master via Don Carlo Gnocchi 3 00166 Roma, infomaster@unicusano.it, oppure sul sito della Università Nicolò Cusano www.unicusano.it/master. Inoltre si può utilizzare la email: contatti@unicusano.it oppure il numero verde 800.98.7373 o i telefoni 06 45678350 oppure 06 70307312,
Il Bando del Master è pubblicato presso il sito della Universita degli Studi Nicolò Cusano Telematica Roma (www.universitacusano.it/master). A questo comunicato è annessa la locandina, il bando, l’articolato e la nota delle agevolazioni che l’Istituto del Nastro Azzurro accorda ad eventuali frequentatori nell’utilizzo e impiego del master.






venerdì 9 novembre 2018

Master alla Cusano Università


                                                             www.unicusano.it/master



giovedì 1 novembre 2018

Anniversario d ella Fondazione di Aprilia.




81 Anniversario della fondazione di Aprilia

distrutta 
 nei combattimenti seguiti allo sbarco ad Anzio
 nel gennaio 1944

giovedì 20 settembre 2018

Sardegna: gli eventi del 9 settembre




Nella giornata del 9 settembre 1943, nelle acque dell’Asinara, si consuma una tragedia nazionale che coinvolge le Forze da Battaglia della Regia Marina. Il messaggio radiofonico registrato con cui il generale Eisenhower comunica alle 1830 del giorno 8 la “resa senza condizioni“ del Regno d’Italia, coglie di sorpresa il governo, e ingenera sensazioni di  sbigottimento  e  prospettive fallaci di fine della guerra che attraversano l’intero paese. Clima e modalità di conduzione del processo decisionale politico-militare nonché sottovalutazione delle conseguenze del cambio delle Alleanze, avranno pesanti ripercussioni sulle funzioni di comando controllo delle forze Armate sparse nei vari teatri. In quei momenti di confusione strategica, culminata con la partenza dei vertici istituzionali dalla capitale, prende corpo la reazione tedesca pre-pianificata e pronta a scattare sin dalla battitura della notizia da parte dell’Agenzia Reuters nel primo pomeriggio. La catena di comando della Regia Marina rimane in piedi, e, pur nelle difficoltà dell’accavallarsi degli eventi  e dei limiti tecnici del tempo, continua ininterrotta. Sul piano etico, superati i momenti di tentennamenti e incertezze, prevale la bussola della lealtà istituzionale e della subordinazione alla volontà politica. In breve, la volontà di collocarsi dal lato giusto della storia si manifesta nel senso del dovere, fedeltà alle istituzioni e nella consapevolezza dei risvolti dei loro atti sui destini della patria. Sono questi gli unici riferimenti che possono garantire la salvezza del paese e prospettive di rinascita. Dopo l’azione mattinale della Torpediniera Aliseo (CF Carlo Fecia di Cossato, MOVM) e, nel pomeriggio, delle Vedette AntiSom  nell’Alto Tirreno (Contrammiraglio Federico Martinengo MOVM alla memoria),  le Forze Navali da battaglia, in fase di trasferimento per una missione ben diversa da quella cui erano state preparate,  lamentarono la perdita della Corazzata Roma e dei 2 CC.TT. Da Noli e Vivaldi. Questi ultimi assegnati originariamente alla scorta del sovrano da Civitavecchia alla Maddalena, furono dirottati per il ricongiungimento alle Unità della Squadra e, nel primo pomeriggio, dopo aver ingaggiato mezzi con a bordo reparti tedeschi in trasferimento verso la Corsica,  incapparono nella trappola sia delle batterie costiere piazzate sul versante corso che di uno sbarramento minato predisposto da posamine germanici a fine agosto, di cui le due unità non erano state messe al corrente.  
Proprio la tempistica e la tragicità di questo episodio, in cui muore in combattimento anche il Comandante in Capo, Ammiraglio di Squadra MOVM alla memoria Carlo Bergamini, e tutto il suo staff, assieme ai Comandanti e gran parte degli Stati Maggiori e degli equipaggi , assurge,  a esempio della maldestra messa in atto delle misure soggiacenti, senza adeguata conoscenza della situazione reale. Nella tragedia, si mettono in risalto anche personaggi ed episodi di valore, come il ritorno a bordo a nuoto sul CT Vivaldi, da parte del CC Alessandro Cavriani e del Capo Meccanico Virginio Fasan, per verificare le cause della lentezza del processo di auto-affondamento; entrambi si inabissarono con la loro nave e furono decorati MOVM alla memoria.
In un continuum operativo-temporale, le vicende navali si intrecciano, pur nella diversità dello scenario,  con ciò che avviene nel teatro delle operazioni Gallurese del Nord-Est della Sardegna: la tragica fine del Ten. Col. A. Bechi Luserna, MOVM, trucidato e poi gettato in mare a S. Teresa di Gallura da chi non accetta la collocazione con gli Alleati, e, soprattutto, il trasferimento della 90.ma Divisione tedesca dalla Sardegna alla Corsica con il colpo di mano di elementi di quest’ultima, finalizzato alla disarticolazione della piazzaforte della Maddalena. Eppure, nella base paralizzata dalla sorpresa iniziale, vi sono tanti che in quei momenti convulsi, contravvenendo agli ordini del Comando, rispondono al richiamo del dovere . In questo contesto, la tragedia nazionale, di cui gli eventi in mare costituiscono una parte significativa, diventa alla Maddalena il prologo della resistenza armata, portata avanti da militari della Marina, dell’Esercito,  dei Carabinieri e operai dell’Arsenale. Proprio alla Maddalena, dove erano dirette le navi e  che da Domenico Millelire alla reazione armata di quei giorni sintetizza la storia della Regia Marina, si colgono quindi quei segni di una riscossa che non può non esser riconosciuta come embrione di quella nazionale. Essa infatti precede i successivi eventi a Napoli di fine Settembre e i successivi sviluppi al Centro e al Nord della Penisola. Ha origine con personaggi che, riusciti a svincolarsi dalla morsa degli occupanti, riescono nell’intento di una mobilitazione, che possiamo definire sia interforze di militari della Regia Marina, Carabinieri,  e  delle batterie costiere dell’Esercito, che generale grazie all’attiva partecipazione di operai militarizzati dell’Arsenale e al sostegno della popolazione, già messa alla prova da massicci bombardamenti. Li accomuna la volontà di non arrendersi e tanto meno collaborare con l’ex alleato. Dopo l’arresto del tentativo di occupazione dei punti chiave, le varie azioni di guerriglia culminate con l’ultimo assalto volto al  recupero dei punti chiave occupati della piazza, in cui trova la morte il CV Carlo Avegno ( MOVM alla memoria), testimoniano un rigurgito di riscatto sostenuto dall’etica del dovere e dell’onore nazionale.
E’ bene allora ricucire i fili di questa storia, anche perché questa pagina di Storia, conosciuta parzialmente e per lo più nei termini negativi dell’occupazione della Base e dell’arresto senza colpo ferire degli Ufficiali radunati all’ora della mensa, sia riesaminata e fatta conoscere  nella sua interezza,  e non lasciata all’oblio, che suona come evento da dimenticare. Questo evento mette in luce una dimensione oblativa dell’esistenza in cui si offre la propria vita per la salvezza del proprio paese in un momento drammatico. Nel 75.mo anniversario delle tragiche giornate di quel “settembre nero”,  quei caduti (tra i quali tantissimi sardi) ci chiedono che la loro resistenza armata, opposta alle minacce e violenze di una forza straniera, sia ricordata, raccontata nei suoi termini reali e non sminuita. Anche perché quei volenterosi erano consci dei pericoli derivanti dal doversi confrontare con  una delle più agguerrite unità militari dell’epoca. Quest’ultima infatti, una volta trasferita nella penisola, nella prima metà del 1944 riuscì a inchiodare le forze anglo –americane sbarcate ad Anzio. Per questo motivo gli eventi nel Nord della Sardegna, apparentemente sconnessi, vanno ricordati, senza retorica,  a esempio della nostra identità con una narrativa e per una memoria coerente con i fatti. Pur nei diversi orientamenti politici, il mantenimento della memoria di ciò che unisce non può che favorire i processi di  pacificazione consapevole. Si suole dire che senza memoria, l’identità e, con essa, la nazione non poggia su solide basi ed è anche acquisito che l’inabilità a coltivare e difendere la memoria è un segno di decadenza.

Ammiraglio di Squadra (r) Mario Rino Me


martedì 4 settembre 2018

sabato 30 giugno 2018

martedì 26 giugno 2018