Gli Inglesi nell’agosto 1942 attaccarono il porto di Dieppe in quella che fu definita una ricognizione a lungo raggio, impiegando circa 5000 uomini per lo più canadesi. In parte l’operazione riuscì in quanto le forze sbarcate riuscirono a raggiugere gli obiettivi a loro assegnati, ma la reazione tedesca fu tale che l’impresa fallì proprio perchè fu attaccato il porto e i colleganti con le navi in rada. I tedeschi si convinsero che questa operazione era la prova generale per uno sbarco in Europa e che solo la conquista e la difesa del porto scelto in modo baricentrico allo sbarco avrebbe permesso allo sbarco si avere successo. In Normandia, constatando che le truppe sbarcate, anche consistenti, erano lontani dai porti, dedussero che era un semplice sbarco diversivo e non principale, con lo scopo di attirare le riserve tedesche. In realtà era lo sbarco principale in quanto gli Alleati avevano predisposto due porti artificiali, che risultarono la vera e propria sorpresa strategica. Ciò determinò il mancato impiego delle forze corazzate tedesche di riserva nel primo giorno di sbarco, che permise agli alleati di sbarcare oltre 176.000 uomini e quasi tutto il materiale. I Tedeschi rimasero fermi nella loro idea fino al 21 giugno 1944, per ben due settimane. La loro reazione fu quindi tardiva e inefficace.
domenica 31 luglio 2022
mercoledì 20 luglio 2022
domenica 10 luglio 2022
Guerra in Italia. Gli sbarchi alleati I Parte
La presenza del porto fu l’elemento fondamentale e decisivo per la scelta dell’area di sbarco. Come noto, ogni operazione anfibia ha bisogno, prima, di avere successo con la presa di terra delle forze provenienti dal mare con la creazione della testa di ponte iniziale; poi dell’allargamento a 180 gradi della testa di ponte con la progressione verso l’interno; infine la penetrazione ulteriore ed il raggiungimento dell’obiettivo strategico. Per attuare le due ultime fasi è necessario alimentare la testa di ponte con l’afflusso di uomini, mezzi e rifornimenti. L’avversario farà ogni cosa in suo possesso, più che contrastare le forze sbarcare, cercare di impedire questo l’afflusso. Una volta contrastato e bloccato le forze sbarcate si possono prima contenere, poi circondare ed aspettare che esauriscono la propria capacità operativa e quindi sferrare l’attacco di annientamento.
La dottrina che sottende alla scelta dell’area di sbarco,
con al centro un porto per la alimentazione logistica e lo sgombero, giustifica
anche il nome che si dà all’operazione, ovvero si sceglie il nome del porto
principale per denominare l’operazione. Pertanto l’azione iniziata il 22
gennaio 1944 sul litorale laziale si suole chiamare “lo sbarco di Anzio”
proprio perché il porto di Anzio era il perno essenziale di tutta l’operazione.[1]
[1]
Cadono quindi tutte le supposizioni di come chiamare questa operazione fiorite
a più riprese nel dopoguerra, come ad esempio “sbarco di Nettuno” o altre
località. Il fervore campanilistico e localistico si ferma davanti ad una
dottrina di impiego estremamente chiara,
giovedì 30 giugno 2022
Indic QUADERNI ON LINE Giugno 2020
SOMMARIO
ANNO LXXXIII, Supplemento on line, VI,
n. 77
Giugno 2022
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Massimo Coltrinari, Editoriale,
Giugno 2022
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Massimo Coltrinari, Copertina, Giugno 2022
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DIBATTITI
Mario Rino Me, Mario Rino Me. Ricerche
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Valentina Trogu, La Giornata del Decorato ed il Valore
Militare. Relazione
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Antonio Trogu, Antonio Trogu. La Giornata del Decorato ed
il Valore Militare. El Alamein
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Renato Hagman, Renato
Hagman. Convegno 21 maggio 2022 Relazione
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Alessia Biasiolo, Alessia Biasiolo. Convegno 21 maggio
2022. Relazione
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Redazionale, La Guerra Finnico – Russa 12/1939 – 3/1940
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Redazionale, La Zona A e la questione dei confini
orientali
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Redazionale, Fortificazioni Bastionate. XVI -XVIII Secolo
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ARCHIVIO
Redazionale, Elenco delle Federazioni costituite alla
data del 26 marzo 1924
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Redazionale, Il Primo Statuto dell'Istituto del Nastro
Azzurro 1923
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Redazionale, Il Primo Consiglio Nazionale dell'Istituto.
1923
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Redazionale, Ricerca di informazioni Medaglia del Cinquantenario
1923 - 1977
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Antonio Trogu, Antonio Trogu. 1943- Africa Settentrionale
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Redazionale, Sezioni Estere. dell'Istituto del Nastro
Azzurro nel 1923
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Redazionale, Annuario: I Vicentini decorati al Valor Militare
nella Guerra 1915-1918
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Redazionale, Corti d'Onore. Regolamento 1951- Estratto I
Parte
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Redazionale, Corti d'Onore. Regolamento 1951. Ricerca II
Parte
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Redazionale, Cronache delle Federazioni nel n. 1 del Periodico Nastro Azzurro" edito il
26 marzo 1923
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GEOPOLITICA DELLE PROSSIME SFIDE
Sergio
Benedetto Sabetta, I TRIBUNALI PER CRIMINI DI GUERRA
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CESVAM NOTIZIE
CENTRO STUDI SUL VALORE MILITARE
Redazionale, ASSOARMA
- Riunione del 22 maggio 2022 - Roma, Caserma Medici
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Redazionale, 2 giugno: Festa della Repubblica
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Redazionale, Incontro
del Sig. Ministro con le Associazioni Combattentistiche e d'Arma
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Redazionale, Non ti scordar di me
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Redazionale, Centenario del Nastro Azzurro. Materiali
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Redazionale, Collaborazione con Enti ed Istituzioni.
Proselitismo
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Redazionale, La città come comunità. La comunità come
bene comune
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AUTORI
Pecce Alessio, ricercatore
Bottoni Roberta, Istituto del Nastro Azzurro
Coltrinari, Massimo direttore CESVAM
Francesco Attanasio, Presidente della federazione di Siracusa
Mario Pereira, Vice presidente Federazione di Pistoia
Carandente Chiara, Istituto del Nastro Azzurro
Baldoni, Massimo, pseudonimo
Giorgio Lavorini, Presidente Federazione di Prato
Federico Levy, collaboratore
Elsa Bonacini, collaboratrice CESVAM
Osvaldo Biribicchi, Associato CESVAM
Alessia Biasiolo, collaboratrice CESVAM
Luigi Marsibilio, membro del Collegio dei redattori della Rivista
Giancarlo Ramaccia, vice direttore CESVAM
Giovanni Cecini membro del Collegio dei redattori della Rivista
Numero
chiuso in data 30.06. 2022
domenica 19 giugno 2022
Rivista QUADERNI, Anno LXXXII, Supplemento XXI, n. 5 21° della Rivista, novembre dicembre 2021
sito:www.istitutodelnastroazzurro.org
venerdì 10 giugno 2022
martedì 31 maggio 2022
venerdì 20 maggio 2022
Una Medaglia d'Oro dell II Fronte. Divisione Garibaldina "Chichero"
M. O. V. M. ALDO GASTALDI
“BISAGNO”
Sergio Benedetto
Sabetta
La figura
genovese di “Bisagno”, comandante della Divisione garibaldina “Cichero” ed
attualmente in corso di beatificazione, è emblematica delle contraddizioni e
dei conflitti che attraversarono la resistenza.
Nato a
Granarolo (GE) il 17.09.1921 da Paolo Gastaldi e Maria Lunetti, cresce nella
fede cattolica con un forte senso di responsabilità, perito elettrotecnico e
studente alla Facoltà di Economia e Commercio, viene chiamato alle armi nel
1941.
Sottotenente
nel 15° Reggimento Genio presso la caserma di Chiavari, l’8 settembre 1943
nasconde le armi e con pochi uomini si stabilisce alle pendici del monte
Ramaceto, in località Cichero da cui il nome dell’unità.
Eletto
comandante assume il nome di “Bisagno”, dal torrente che attraversa Genova, nei
mesi seguenti si imposta il reparto secondo ben precise regole militari e
morali, dando vita alla celebre “scuola di Cichero”.
L’unità si
accresce con nuove leve a partire dalle diserzioni a seguito dei bando di
reclutamento della R.S.I. nel 1944, ma cresce anche nella stima delle
popolazioni contadine per la correttezza nei rapporti imposta da Bisagno.
Il comando
non viene interpretato come potere o a finalità partitiche, ma quale dovere
morale e si fonda prevalentemente sull’esempio, esponendosi ai pericoli con i
propri uomini e vivendo con loro tutte le difficoltà.
La sua
capacità di comando e correttezza morale è riconosciuta anche dai nemici,
evitando sempre inutili massacri o atti di giustizia sommaria, riconoscendo la
sua capacità di mantenere la parola data e non piegarsi alla ferocia degli
ideologismi imperanti.
Si giunge
così nel novembre 1944, a seguito di ripetuti colloqui con il Maggiore Paroldo, comandante del battaglione
Vestone della Divisione “Monterosa”, al passaggio del reparto alpino tra le
file partigiane.
Nel 1945,
con l’avvicinarsi della fine della guerra, vengono a prevalere gli aspetti
partitici e vi è un continuo tentativo di politicizzazione delle formazioni
messo in atto dal Partito Comunista.
Bisagno si
oppone a questa ideologizzazione partitica delle formazioni partigiane da lui
comandate, circostanza che lo pone ben presto in urto con parte del CLN, fino
ad arrivare allo scontro avvenuto nel marzo 1945 nella riunione sul Monte
Fascia.
Il Comando
militare unico della Liguria chiede a Bisagno di cedere il comando della
“Cichero” e di trasferirsi dalla Sesta Zona alla Quarta Zona, i sui uomini
venuto a saperlo fanno irruzione con le armi nella sede della riunione. Lo scontro
viene evitato grazie anche alla mediazione dello stesso Bisagno che raffredda
gli animi, si giunge a dividere indebolendola la Divisione “Cichero”.
Durante la
liberazione di Genova vi sono innumerevoli regolamenti di conti che Bisagno,
sceso in città con le formazioni di montagna, disapprova pubblicamente.
Rifiuta
eventuali incarichi di governo a lui offerti, per questo entra in ulteriore
conflitto con i settori più ideologizzati del CLN, viene consigliato dai propri
uomini di ritirarsi in montagna dove è più facile proteggerlo da eventuali
attentati.
A maggio
decide di accompagnare gli alpini del Vestone nelle loro case in Lombardia e
Veneto, al fine di evitare possibili rappresaglie.
Nel ritorno,
a Desenzano del Garda, dopo che tutti i suoi uomini sono tornati a casa, il 21
maggio cade in viaggio dal tetto del camion e rimane ucciso. L’incidente viene
attribuito a disgrazia nella relazione del commissario politico della
Divisione, restano tuttavia molti dubbi.
A Bisagno è
attribuito il titolo di “primo partigiano d’Italia” e recentemente viene
iniziato il processo di beatificazione, su impulso del Cardinale Angelo
Bagnasco, già Arcivescovo di Genova.
La figura di
Bisagno e la sua tragica fine rientra a pieno titolo nei conflitti e nelle
tensioni che sconvolsero l’Italia nel 1945 con la fine della guerra, basti
pensare i tragici avvenimenti di Porzus nel Friuli e alle vicissitudini dei
confini orientali.
Bibliografia
·
AA.VV.,
a cura di Marco Gandolfo, Bisagno. La Resistenza di Aldo Gastaldi, edizione
Itaca 2018;
·
E.
A. Rossi, L’Italia tra le grandi potenze, Il Mulino 2019.
mercoledì 4 maggio 2022
sabato 30 aprile 2022
Il Processo di Tokyo 1946
Il processo di Tokyo
rappresenta un naturale controaltare al processo di Norimberga. Il 3 maggio 1946,
si insedia a Tokyo il Tribunale Militare
per l’Estremo oriente. Undici sono le nazioni partecipanti ciascuna con un
proprio rappresentante: Gran Bretagna, Stati Uniti, Australia, Unione
Sovietica, Cina, Francia Canada, Paesi bassi, Nuova Zelanda, India e Filippine.
I capi di accusa per il processo sono uguali a quelli di Norimberga:
crimini contro la pace, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Ma il
profilo operativo del processo ha delle precise connotazioni. Il Tribunale
Militare giudicherà solo gli individui
responsabili di crimini contro la pace. Lascerà alle nazioni i cui territori
sono stati invasi dal Giappone la possibilità di giudicare, ed eventualmente
condannare, individui accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Sotto accusa è la politica
aggressiva ed imperialistica del Giappone dal 1931 al 1945 e per questo sono
incarcerati e tradotti nella prigione di Sagomo
a Tokyo oltre 250 persone. Tra queste sono individuate i 28 imputati che
si dovranno presentare e rispondere al Tribunale Internazionale. Sono per lo più militari e diplomatici. Tutti
hanno avuto un ruolo primario nella politica giapponese. Oltre a Hirota Koki,
Tojo Hideki, il principe Konoe Fuminaro, che si suiciderà prima dell’inizio del
processo, , nella lista degli impatati figura Okawa Shumei, che viene
considerato uno dei massi responsabili, come ideologo, indiretti delle violenze
della guerra di agrressione giapponese.
In cima alla lista ci
dovrebbe essere l’imperatore Hiro Hito: la formula di questa assenza è
individuta nel fatto che teoricamente era un monarca costituzionale e quindi
“irresponsable” nelle decisioni prese dal governo; in realtà il non mettere
sotto accusa l’imperatore deriva da un preciso accordo tra Alleati e Giappone
al momento della resa. Sarebbe stata un onta, quasi un aprire il vaso di
pandora in termini di ribellione e resistenza da parte del popolo giapponese se
avesse assistito al processo di un Imperatore che era considerato quasi un
semidio.. Capofila degli imputati rimase il generale Tojo Hideki, che dal 1941
al 1944 fu uno dei maggiori artefici della conduzione della guerra del
Giappone.
Il Tribunale
Internazionale fu presieduto dal giudice Willian Webb, di formazione
anglosassone, ma australiano di nazionalità. Gli altri giudici sono i
rappresentanti dei Paesi che hanno subito le violenze giapponesi.
La difesa degli impuati è
basata, nella sostanza, nel fatto che le decisioni erano prese in seno al
Governo, in modo collegiale, e che nessuno di loro avrebbe potuto opporre una
qualsiasi resistenza alle decisioni del governo stesso. E’ una difesa che in
pratica riverbera quella degli imputati di Norimberga ( gli ordini dovevano
essere eseguiti).
Il dibatto è seguito con
molta enfasi dalla stampa internazionale, soprattutto da parte di quella
statunitense; a tratti il processo pare una vera a propria sottolineatura del
ruolo dei vincitori.
I testimoni ascoltati sono
419, mentre vengono raccolte oltre 800 deposizioni. I documenti acquisiti agli
atti sono circa 4300, mentr eil processo verbale consta di circa 48.000
pagine. Le udienze terminano il 16
aprile 1948, le sentenze vengono emesse il 12 novembre dello stesso anno, in un
mondo che ormai ha capito che la guerra conclusa anni prima non ha risolto
praticamente nulla e nuovi venti di guerra si profilano all’orizzonte. Tutti gli accusati, ad eccezione di due, sono
considerati colpevoli. 7 vengono condannati alla pena di morte, mentre i
rimanenti all’ergastolo. La sentenza finale è raccolta in un volume di 1218
pagine.
Non vi è spazio per
approfondire l’azione parallela e seguente alla attività del Tribunale
Internazionale di Tokyo. Nei territori occupati
dal Giappone gli individui accusati di crimini di guerra e crimini contro
l’umanità perseguiti dalla Giustizia nazionale del paese invaso, saranno 5700,
di cui 920 saranno condannati, con sentenza eseguita, a morte.
In generale, suddivisi in
Criminali di categoria A, B,C, saranno oltre 200.000 glaccusati che verranno
sottoposti a provvedimenti di vario genere, in una gamma che va dalla pena
capitale alla epurazione dai pubblichi impieghi.
Il valore del processo di
Tokyio, come quello di Norimberga sta nel fatto, più volte sottolineato
che un Governo o un vertice politico può
essere chiamato a rispondere delle sue azioni. Questo ha avuto un significato
rilevante in Europa, ma ancor più in Giappone, ove i governanti quasi erano
sfiorati dalla concezione religiosa in cui si ammantava l’imperatore.
Il processo di Norimberga
ed il processo di Tokyo, come ebbe a dichiare il capo degli accusatori a
Norimberga Robert Jackson , avevano l’aspirazione di “apparire ai postei come
l’adempimento dell’aspirazione una man alla giustizia”. In parte questa
aspirazione è andata delusa, in virtù della violazione dei principi della
irretroattività della legge penale e della giustizia uguale per tutti . Altro
aspetto controverso il fatto che sia a Norimberga che a Tokyo fu sollevata
dalla difesa la questione della giustizia dei vincitori sui vinti. E’ facile
constatare che nessun processo per crimini di guerra e contro l’umanità fu
intentato a carico degli Alleati.
Ma i processi di
Norimberga e di Tokyo, pur nelle loro limitazioni giuridiche e limitazioni certamente censurabili, sono
processi che, forse, erano il meglio che
Due i punti fondamentali
di questa eredità: l’ordine superiore non libera nessuno dalla propria
responsabilità penale; la legittimazione della giurisdizione penale universale.
Dai processi di Norimberga
e Tokyo si potevano, però, trarre ammaestramenti che sono stati ignorati nei
decenni successivi: il fattore tempo ed il fattore luogo . Norimberga durò meno
di un anno, Tokyo poco più di due anni.
I processi si svolsero lì dove aveva un significato: a Norimberga furono emanate
nel 1935 le leggi sul sangue e sull’onore tedesco, simbolo del potere e del
programma nazista.
Processi che hanno aiutato
a superare “il passato che non passa” in Germania e in Giappone, che hanno
inciso nella coscienza storica di una Nazione e che hanno evidenziato la necessità di riflettere su certe ideologie
e soprattutto che si pongono come una barriera al rifiorire di simili ideologie
e quindi di rivivere le violenze che hanno prodotto. Processi utili alla Nazione. Al contrario
dell’Italia, in cui la cosiddetta” mancata Norimberga italiana” ha generato
revisionismi, negazionismi e rifioriture
di tutte le risme, come se i disastri le violenze i lutti e il loro
corollario che hanno marchiato due generazioni
fosse passato inutilmente.
mercoledì 20 aprile 2022
Il Processo di Norimberga 1946.
Si riporta un articolo scritto nel 2006 per la rivista "Patria Indipendente"
I Processi ai
Nazisti
IL PROCESSO DI
NORIMBERGA
1946 –2006
Massimo Coltrinari
Sessant’anni fa a Norimberga
si concludeva il processo che vide il vertice nazista chiamato a rispondere dei
suoi atti e dei suoi crimini. Per la prima volta nella storia, coloro che erano
al vertice di uno Stato e attori di una guerra senza leggi e senza limiti,
erano chiamati, nel quadro di garanzie processuali riconosciute, a dare conto
delle loro decisioni; decisioni che in sei lunghi anni avevano procurato al
loro popolo ed ai popoli europei indicibili sofferenze e lutti, oltre danni
materiali immensi. Tenuto a Norimberga, la città tedesca culla della legalità
apparente nazista ( Le famose “leggi di Norimberga” sulla quali si fondò fino
al 1942 la giurisprudenza tedesca, travolta poi dalle decisioni della
Conferenza di Wansee) questo processo rappresenta la pietra miliare nel Diritto
Internazionale per chiamare, in qualche caso, a rispondere dei loro atti tutti
i dittatori ed oppressori che si alternano in folla sulla scena di questo
martoriato mondo. Ma non solo.
Con la dizione di “processo di
Norimberga” intendiamo anche le azioni procedurali messe in atto dai vincitori
della seconda guerra mondiale, oltre che del vertice anche dei maggiori
esponenti della dirigenza tedesca. Sono una serie di processi che si svolsero
dalla fine della guerra agli inizi degli anni cinquanta durante i quali si
cercò di ripristinare un minimo di legalità di fronte alla violenza esercitata,
oltre i canoni della accettata violenza bellica, dai tedeschi contro
popolazioni nemiche i cui componenti non erano belligeranti. Questi processi si
tennero non solo in Germania ma anche nei paesi già occupati dai nazisti, come
URSS, Polonia, Cecoslovacchia, Jugolsavia, ecc.
Parallelamente a questi processi, che si svolsero in un arco
temporale che va dal 1945 agli inizi degli anni cinquanta, si svolsero processi
in seno all’ordinamento giudiziario della Germania Federale, per imputati
minori. Questa ultima categoria di
processi si qualifica per il fatto che sono corti composte da Tedeschi che
giudicano altri tedeschi, ovvero viene meno la composizione internazionale e straniera
dell’organi giudicante.
Dopo il processo Eichmann
svoltesi nel 1961, che rappresenta uno spartiacque fra i processi di Norimberga
e la residuale azione processuale nei confronti di coloro che per vari motivi
si sottrassero al giudizio, si svolsero dagli anni ottanta in poi alcuni
processi contro responsabili nazisti di crimini oggetto di imputazione a
Norimberga, più per una questione di principio e di coerenza che di reale
giustizia. Qui si tenta di tracciare un quadro generale di questi avvenimenti,
come premessa introduttiva al problema della punibilità o meno di comportamenti
non accettai in guerra o in situazioni conflittuali estreme.
Gli Alleati iniziarono a
pensare sui trattamenti da riservare ai nemici dell’Asse già nell’autunno del
1943. Inizialmente si pensò di sottoporre i responsabili ad un “consiglio
militare di guerra”; poi, acquisti ulteriori dati, si decise di sottoporli a
regolare processo.
Alla conferenza di Londra
dell’estate del 1945 si prese in esame tre categorie di “crimini”: la prima
“crimini contro la pace”, tesi sostenuta da americani ed inglesi, in cui si
sottolinea che l’aggressione tedesca ha leso i diritti di tutto il mondo; la
seconda “crimini contro la guerra”, tesi sostenuta da sovietici e francesi, in
cui si inseriscono i maltrattamenti, le uccisioni, i lavori forzati,
l’assassinio e le violenze sui prigionieri di guerra, l’esecuzione di ostaggi,
le razzie, la distruzione ingiustificata di villaggi, non sostenuta da esigenze
militari.
Nonostante tutti gli sforzi
queste tesi non riuscivano ad includere quello che era il più grande problema
del tappeto: l’Olocausto. Già la definizione di ebreo era un problema; se non
si trovava una soluzione, il genocidio ebraico e le vessazioni subite dagli
ebrei in Europa rimanevano fuori da ogni processo. Fu quindi necessario ricorre
alla tesi di “crimini contro l’umanità, cioè lo sterminio, la deportazione e
qualsiasi atto disumano commesso contro le popolazioni civili, prima e durante
la guerra, fuori della violenza bellica, e le persecuzioni per motivi etnici,
religiosi, politici, razziali, di sicurezza od occasionali.
I crimini contro l’umanità per
poterli definire hanno bisogno di essere correlati alla tesi del “complotto”
ordito per sostenere una aggressione o un crimine di guerra, altrimenti la mera
definizione di “crimine contro l’umanità” rischia di esulare dalla prassi
processuale. In altre parole si accetta il principio che i “crimini contro
l’umanità” non possono essere perpetrati prima della guerra, ovvero a partire dal
1 settembre 1939.
Il Processo di Norimberga
contro il vertice nazista.
Il 18 ottobre
I principali impuati però sono
assenti perché deceduti. Hitler, in primo luogo, suicidatosi il 30 aprile 1945,
Himmler, suicidatosi il 23 maggio 1945, Heydrich, ucciso da patrioti
cecoslovacchi a Praga nel 1942, e Muller, capo della Gestapo e martin Bormann,
capo del partito eclissatosi al momento del crollo della Germania.
I capi di accusa sono: “cimini
contro la pace”, “crimini di guerra”, “crimini cntro l’umanità”, nella
accezione detta sopra.
Il dibattimento fa emergere
schiaccianti prove documentali e testimoniali nei confronti di tutti i
deputati, portate per lo più da loro collaboratori subordinati, oltre che da
protagonisti oculari. La linea difensiva adotta è semplice: si dichiarono “non
a conoscenza dei crimini commessi contro chiunque, ebrei compresi; se qualcuno
di loro vi ha partecipato lo ha fatto senza rendersene conto. In pratica hanno
solo ubbidito agli ordini, emanati da uno solo, Hitler.
Le condanne
La maggior parte delle prove e
dei dossier di accusa sono presentati dalla parte americana, che nella sostanza
ha promosso e gestito l’intero processo.
I processi verso la dirigenza
nazista
Parallelamente al processo di
Norimberga sono istruiti processi contro funzionari di vario livello della
dirigenza tedesca. Il 26 aprile 1945 gli Alleati ordinano di arrestare
d’ufficio gli appartenenti ai seguenti gruppi: 1° Dignitari del partito dal grado più basso
della gerarchia. 2° Funzionari e Dirigenti della Gestapo e del
Sicherheitsdienst. 3° Waffen-SS dal grado più basso di sottufficiale. 4°
Ufficiali di Stato Maggiore delle Tre Forze Armate. 5° Ufficiali di Polizia. 6°
SA dal grado più basso di ufficiale. 7° Ministri ed alti funzionari,
responsabili territoriali e comandanti civili e militari dei territori
occupati. 8° Nazisti e simpatizzanti nazisti dell’industria e del commercio. 9°
Giudici e procuratori dei Tribunali speciali. 10° Traditori Alleati passati al
servizio dei Nazisti.
La data di riferimento per i
capi di accusa è il 1 settembre 1939, ove emerge che i “crimini contro
l’umanità” non possono essere stati perpretati prima della guerra. Con questo
vengono dichiarate non criminali le seguenti organizzazioni: le SA, perché nel
corso della guerra le sue attività furono insignificanti; il Consiglio di
Gabinetto, perché ristretto di numero, e l’Alto Comando dello Stato Maggiore
Generale nella sua generalità ( l’accusa riguarda solo alcune decine di generali).
Quindi non sono dichiarate criminali il Corpo degli Ufficiali e quello della
Funzione Pubblica
Con questi criteri si
individuano circa 5000 persone. Ma il numero si riduce a circa
Costoro sono raggruppati in
dodici procedimenti d’accusa, che vale la pena di elencare: 1° contro i medici
nazisti; 2° contro il maresciallo dell’aeronautica Eberhard Milch. 3° contro il
ministro della giustizia Franz Schlegelberger e i suoi collaboratori. 4° contro
Oswal Pohl e la burocrazia dei campi di concentramento e sterminio. 5° contro
gli industriali del gruppo Flick. 6° contro
In totale, sono posti sotto
processo 185 persone, 15 per diverse cause esclusi.
domenica 10 aprile 2022
giovedì 31 marzo 2022
Icaro: Il volo su Roma e la beffa al fascismo
in LA CIVILTA' CATTOLICA N.4117 GENNAIO 2022 ABSTRAC
«I:atteggiamento che consiste
nell'ammirare il fàscismo pur deplorandone gli eccessi non ha senso. Ilfascismo non può esistere
che grazie ai suoi eccessi:
sono la sua logica)). Esordisce così il nuovo romanzo
storico di Giovanni Grasso, Icaro, il volo su Roma, che
tocca uno dei periodi
più tragici della nostra storia.
Il volo su Roma di Lauro De Bosis, trentenne, poeta e letterato, il 3 ottobre 1931 fu una clamorosa beffa a Mussolini, che assistette impotente
a un lancio di 400.000 volantini: portavano un messaggio
di libertà a un popolo schiavo. Purtroppo
il successo si trasformò in tragedia, perché
l'aereo, finito
il carburante, s'inabissò nel Mediterraneo. La vicenda
s'intreccia con la tournée in Italia di Ruth Draper, l'attrice
teatrale più famosa di New York. Tra lei e Lauro nasce un amore travolgente, che si nutre di bellezza, di valori civili e di lotta
al fascismo.
Pietro Vaenti. Il Ricordo
Ricordare Pietro, a dieci anni dalla scomparsa significa
riflettere su un segmento della nostra storia, la resistenza dei militari
italiani all’estero, e più in generale le scelte di politica estera e
socio-economiche del nostro paese del tempo. Significa constatare che a 75 anni
di distanza quanto successo nel 1943 e negli anni successivi è stato
volutamente ignorato e, per precisa volontà, non incide nelle scelte attuali.
Trovarsi come tutti i soldati italiani, ed in particolare
quelli stanziati fuori del territorio nazionale abbandonati a se stessi, senza
più nessun alleato e nessun amico, circondati da popolazione civile ostile e
nemici feriti nell’orgoglio e pronti a sfogare in modo crudele il loro
risentimento di alleati traditi, è una situazione che metaforicamente in questi
ultimi mesi si è riproposta al popolo italiano più di una volta.
La massima espressione democratica quale è la elezione del
Capo dello Stato, si è risolta in un compromesso funzionale, quasi una scelta
obbligata, in virtù della inconsistenza di una classe politica di trovare le
soluzioni democratiche e funzionali all’interesse della nazione. L’unico
candidato alla Presidenza che si è espresso è stato un personaggio che da anni
imperversa sulla scena politica nazionale, amico di colui che oggi devasta un
paese europeo in modo violento, che frantuma ogni cardine della nostra
tradizione della famiglia, cadine della nostra società, proponendoci un matrimonio-non
matrimonio e che ha sempre dimostrato di anteporre i suoi interessi a quelli
della collettività. Vi sono larghi strati della politica che da quando sono
stati eletti al parlamento e rappresentano il partito di maggioranza relativa
dall’inizio del loro mandato hanno cambiato posizione ed atteggiamento ad ogni
annuncio di stagione (basti pensare alla campagna per uscire dall’euro); altri
ancora, con l’etichetta di “sovranismo” combattono l’Europa in ogni maniera,
per creare un regionalismo le cui prospettive sono solo fame e miseria. Infine
il revival contro cui Pietro di è battuto, il ritorno dell’uomo della
Provvidenza, che al termine di venti anni di governo, oggi indicati come
eccellenti, fu detronizzato dai suoi stessi luogotenenti, poi definiti traditori
da chi si era messo al servizio del tedesco invasore sognando un “ritorno
all’origini” senza riflette che quel ritorno stava portando ancora lutti,
divisioni, macerie e fame. Infine la classe politica ha dimostrato ancora una
volta il suo fallimento, per una parte della quale la vita umana non ha valore
con la richiesta di allentamento o cancellazione di norme anticovid, fallimento
prima morale e poi materiale nel momento in cui si è dovuto chiamare un
generale per combattere e ridurre la minaccia di questa infezione, con lo
strascico di coloro, autodefinitesi NOVAX, cioè candidati potenziali senza
difese per il suicido scelto e voluto, non solo per loro ma anche per altri.
Chi scrive è il figlio
della generazione che fece la Resistenza e deve ai tantissimi Pietro una vita,
guardandosi indietro, degna di nota, una vita che i miei figli invidiano. “Tu
avevi la certezza di…, tu hai la certezza della pensione…, tu hai avuto una
scuola che prima educava e poi istruiva…, tu sul posto di lavoro avevi diritti,
tu avevi sindacati che erano sindacati.., non venduti… tu come generazione
avevi un futuro…” Tutte cose che si sono realizzate. In pratica l’Italia degli anni del secondo
dopoguerra che un altro socialista ha iniziato a distruggere. Oggi i nostri
giovani hanno un quadro di prospettiva diverso.
Dopo una pandemia devastante, oggi viviamo con la paura della
guerra, che pensavamo fosse stata bandita dall’Europa. Il dramma dell’invasione
che nel 1939 subì la Polonia, nel 1940 La Danimarca e la Norvegia, il Belgio e
la Francia, poi nel 1941, la Russia, La Jugoslavia La Grecia, oggi lo rivediamo
in Ucraina. Stesse modalità, stessa propaganda, stessi eroismi, stesse
menzogne, stessi fiancheggiatori, un revival su vasta scala che ci terrorizza.
Ricordando Pietro, certamente a lui non farebbe piacere
sapere che anche i suoi nipoti si potrebbero trovare nelle stesse sue
condizioni del settembre 1943: dover scegliere tra essere internato o salire in
montagna o essere alla mercè di un nemico spietato.
Tutto quanto sopra porta ad una conclusione che potrebbe
essere un punto di riferimento delle nostre scelte future. Ruggero Zangrandi
nella dedica ad un suo volume sulla ricostruzione della crisi armistiziale
scrive:
“…Dedico questo lavoro
a mia figlia Gabriella ed ai giovani della sua età Nella fiducia che una conoscenza non
convenzionale di quel che accadde in Italia intorno all’8 settembre 1943
concorra a far loro imparare prima il male che possono arrecare a un Paese le
cattive azioni di capi vili e quanto poco il sacrifico di migliaia di uomini
semplici riesca poi a porvi rimedio”
Per me, questa è la grande eredità di Pietro, e l’ammirazione
e la stima nate fin dal primo momento che ci siamo incontrati si sono
consolidate al confronto con il tempo e con le sfide che la vita ha posto. Un
ricordo indelebile, attivo e sempre fonte di orientamento. Pietro è ancora con
noi.
domenica 20 marzo 2022
RIVISTA QUADERNI, Anno LXXXII. Supplemento XX, 2021, n.3 20° della Rivista CESVAM REPORT Settembre 2019 -Agosto 2019
SOMMARIO
Anno LXXXII, Supplemento XX, 2021, n. 3,
20° della Rivista “Quaderni”
www.istitutodelnastroazzurro.it
centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org
www.cesvam.org
CESVAM
REPORT. SETTEMBRE 2019 – AGOSTO 2021
1.
INTRODUZIONE
La necessità di un Report.
2.
STRUTTURA
DEL CESVAM
a.
Istituto
del Nastro Azzurro Ente Morale
Statuto;
Regolamento
b.
Lo
Statuto del CESVAM
c.
Il
Regolamento del CESVAM
d.
Il
Verbale costitutivo del CESVAM del
Consiglio Nazionale dell’Istituto del Nastro Azzurro
3.
ATTIVITA’
DEL CESVAM
Editoria
a.
La
Emeroteca del CESVAM
b.
L’Archivio-Biblioteca
del CESVAM
c.
I
Progetti di Ricerca. La realizzazione e la finalizzazione
Ricerca
d.
Le
attività in essere.
e.
La
Rivista “Quaderni del Nastro Azzurro”
f.
I
“Quaderni On Line”
g.
I
Blog di carattere storico, estensione di ricerca
h.
I
Blog di carattere geografico, estensione di ricerca
i.
I
Blog di carattere associativo e divulgativo
j.
I
CESVAM Papers, collana “occasional” di pubblicazioni
k.
I
Libri della Collana del Nastro Azzurro”
Didattica
l.
L’Attività
didattica per Master di 1° e 2° Livello
m. L’Attività
didattica per Corsi di Formazione
Divulgazione
n.
Il
Sito dell’Istituto del Nastro Azzurro. Concorso alla Gestione
o.
La
Piattaforma del CESVAM. Lo strumento di divulgazione al passo con i tempi
p.
I
Convegni e le Conferenze
q.
Gli
“Incontri con l’Autore”
r. Collaborazione con
Enti, Istituti, Accademie, Università. Il Confronto
4.
CONCLUSIONE
.
Lineamenti per il futuro
5.
IL
PERIODICO “NOTIZIARIO DEL NASTRO AZZURRO
Nota redazionale:
Questo numero della Rivista
“QUADERNI” come si può notare, pur mantenendo la struttura base, non porta la
tradizionale suddivisione “Il mondo da cui veniamo: la memoria” e “Il mondo in
cui viviamo: la realtà d’oggi” e le relative rubriche. Questo per lasciare lo
spazio al Report del CESVAM, Questo Report, come ampiamente si è riportato nel
Report stesso, vuole essere una documentazione fattiva della risposta che la
Presidenza Nazionale ha voluto dare, con il Report pubblicato nel 2019 (N. 3°
della Rivista, Supplemento XIII, Luglio-agosto 2019) alla lenta crisi che aveva
attanagliato l’Istituto culminata, in chiave di retrospettiva storica, con
l’anno 2014, considerando il 2015 l’anno della svolta a cui tutti hanno dato un
ampio contributo. Questo numero della Rivista vuole essere la continuazione del
Report per il biennio settembre 2019 – agosto 2021, mantenendo la stessa
articolazione ed aggiornandone i contenuti per il periodo di riferimento. Si
vogliono fornire elementi di riflessione sulle scelte fatte, sui successi
ottenuti, sugli scostamenti da correggere, per proseguire, in vista degli anni
futuri, verso una affermazione dell’Istituto sempre più ferma e decisa.
(massimo
coltrinari)
Il presente numero può essere richiesto gratuitamente in formato digitale.
Su carta (fino ad esaurimento copie ed addebito spese postali) previo
versamento di euro 5 a copia in bianco e nero e euro 10 a copia a colori da versare su conto
corrente postale n. 25938002 intestato ad Istituto del Nastro Azzurro oppure su C.C. Bancario BPER Banca Piazza
madonna di Loreto 24 C.C.703202000000002122 IBAM IT 85P0 5387 0320 200000000
2122.
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