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sabato 20 febbraio 2021

La battaglia di Rimini Settembre - ottobre 1944

 

Quando il maresciallo Montgomery lasciò il comando della VIII Armata nel dicembre 1943 l’Armata era attesta ad Ortona, conquista con molta fatica. Siamo negli Abruzzi. Per tutta la primavera non vi sono guadagni di terreno notevoli e le posizioni sono mantenute in attesa che il fronte tirreno avesse delle novità sostanziali. Tutti speravano che l’azione su Anzio avesse avuto successo e quindi il crollo del fronte sud tedesco. L’unica soluzione per la Germania era ritirarsi sulla linea degli Appennini. Ma il fronte tedesco a febbraio, marzo ed aprile resse con una certa sorpresa; lo sbarco di Anzio si cristallizzò nei mesi di marzo ed aprile, diventando statico. La progressione delle truppe alleate sul fronte adriatico era affidata da giugno 1944 al II Corpo Polacco, reduce vittorioso della conquista di Cassino. Mentre sul tirreno, le forze vittoriose di Cassino si unirono a quelle uscite dalla testa di ponte di Anzio, e conquistarono Roma, sorpassandola e puntando verso nord. Giugno fu speso in questa marcia, non contrasta dalle forze tedesche, che proseguì nel mese di luglio, quando iniziò a farsi sentire il salasso di unità e di truppe, ritirate dal fronte italiano per impiegarle nell’invasione della Francia meridionale. Sulla litoranea tirrena, le truppe alleate puntavano a Livorno, la cui conquista del porto era essenziale, essendo il più vicino Napoli

Sul fronte adriatico la progressione del II Corpo Polacco lungo la strada Adriatica, con i tedeschi che potevano solo permettersi a momenti di arresto temporaneo seguiti da ripiegamenti o reazioni dinamiche locali. La costa a pettine delle Marche dove i corsi dei fiumi, con andamento ovest-est, erano tra sistemi collinosi di media altezza e ampiamente popolato. Ai primi di luglio i Polacchi erano arrivati ad investire gli antemurali di Ancona, la cui conquista del porto era il loro vero obbiettivo, per alleggerire il peso logistico ormai divenuto veramente pesante in quanto tutti i rifornimenti ed i materiali arrivavano dai porti pugliesi, Bari Brindisi e Taranto. I Polacchi attaccarono le posizioni tedesche ( 1° battaglia per Ancona) con solo due divisioni e oltre 200 carri armati. La grande fiducia nelle forze corazzate fece commettere un errore di sottovalutazione delle difese tedesche. Dopo cinque giorni di combattimenti la progressione polacca era minima e le perdite notevoli, tra cui 49 carri armati, il 25% della forza. Sospesa l’offensiva, fu chiamo in linea il Corpo Italiano di Liberazione (C.I.L.) disseminato lungo la linea montana tra l’Abruzzo e le Marche. In soli due giorni le unità elementari del C.I.L. furono portate in linea, ed il 6 luglio 1944 erano attestati a ridosso di Filottrano, punto nevralgico per la conquista di Ancona. I dieci gruppi di artiglieria e i cinque battaglioni di fanteria del C.I.L. il giorno successivo assunsero le posizioni di partenza e all’all’alba del 8 luglio attaccarono le posizioni tedesche di Filottrano, difese da tre carri medi e due battaglioni di fanteria. E’ la battaglia che consacra il C.I.L., la prima condotta con rapporti di forza accettabili (artiglieria/fanteria 2:1, i con il nemico il rapporto in termini di battaglioni di 5:2), la prima con esito vittorio dopo quattro anni di sconfitte. Il 9 mattina, dopo che nella notte i tedeschi si erano ritirati con pesanti perdite (un battaglione fu letteralmente distrutto), il tricolore svettava su Filottrano e si apriva lo scenario per la manovra canonica di attacco di corpo d’armata, a cui partecipò come terza divisone a pieno titolo il C.I.L. per la conquista di Ancona. Il 18 luglio 1944 l’azione fu lanciata e a sera i Polacchi avevano conquistato la città dorica ed il porto, mentre due giorni dopo, il 20 luglio, il C.I.L. conquistava Jesi, costringendo i tedeschi a ripiegare sul Cesano. Già il 23 luglio grazie ai lavori dei genieri alleanti, con unità anche italiane, la prima nave “Liberty” attraccò ed iniziò a sbarcare i materiali urgenti. Entro una settimana fu ripristinata la raffineria di Falconara Marittima, che permise alle truppe alleate di spedire più celermente, contando su rifornimenti di carburante sicuri.

Ad agosto fu raggiunta la linea del Metauro, e qui il C.I.L. fu ritirato dalla prima linea per essere riorganizzato. Dotato di equipaggiamenti e materiali britannici, diede vita ai Gruppi di Combattimento, che entrarono in linea a gennaio 1945.

Senza alcuna partecipazione di truppe italiane, gli Alleati lanciano la operazione “Olive”, in cui impiegarono altre 100.000 soldati, voluta espressamente da Churichill il quale contava di sfondare e puntare celermente su Ravenna Venezia e raggiungere in breve tempo Trieste e la soglia di Gorizia per poi dilagare su Lubiana e Vienna con l’intento strategico di arrivare al centro dell’Europa e impedire ulteriori avanzate verso occidente dell’Armata Rossa. Era un disegno prettamente britannico, che vide gli statunitensi rimanerne estranei, tutti intenti a concentrare i loro sforzi nella Francia occidentale e considerare il fronte italiano ormai secondario.

Nei mesi di settembre ed ottobre la progressione britannica non raggiunse gli obbiettivi sperati. Kesserling adottò anche in questa circostanza tecniche di difesa molte elastiche, cercando di non irrigidirsi sulla difesa fissa, e cercando di non farsi distruggere sul posto. Una sorta di ampio frenaggio che diede i suoi. L’azione tedesca fu anche agevolata dalle condizioni meteorologiche molto negative, con forti piogge che ingrossarono i fiumi nell’area intono a Rimini. La battaglia di Rimini, che molti autori locali considerano, in gran parte a ragione, la più grande battaglia non solo del fronte italiano ma anche quello degli ultimi anni di guerra sul fronte alleato. Le perdite alleate furono fra Caduti, feriti, ammalati e pochi prigionieri ammontarono a circa 30.000 uomini. Il 25 ottobre la battaglia si concluse, con i Polacchi che pochi giorni prima erano entrati a Cesena. Non solo Vienna e Lubiana, ma anche Trieste, Venezia e Ravenna erano ancora lontane.

 L’arrivo dell’inverno costrinse gli Alleati a non lanciare più offensive. La Linea Gotica allestita e difesa dai tedeschi aveva resistito ed un altro anno di guerra si prospettava per il fronte italiano.

 

 

lunedì 1 febbraio 2021

Osvaldo Biribicchi La Guerra di LIberazione e la campagna d'Italia

 

1943-1945: il ruolo dei reparti regolari dell’Esercito nella Campagna d’Italia al fianco degli Alleati

di

Osvaldo Biribicchi

 

Nella primavera del 1943 le forze armate italiane, dopo la tragica ritirata dalla Russia e la resa in Nord Africa, il 12 maggio 1943, non erano più in grado di tener testa agli avversari. Di ciò erano consapevoli Mussolini, il Re e milioni di cittadini ormai stanchi di lutti ed inutili sacrifici. Prolungare un conflitto ormai perduto avrebbe significato solamente aggravare la già critica situazione economica e sociale, rinviare la sconfitta finale, esporre l’Italia ad ulteriori perdite di vite umane e distruzioni apocalittiche. Fu in questa atmosfera che gli anglo-americani si prepararono ad invadere la penisola. La caduta di Lampedusa e Pantelleria l’11 ed il 12 giugno 1943 fu la premessa dello sbarco degli Alleati in Sicilia, che avvenne il 10 luglio tra Siracusa e Licata, in attuazione della operazione Husky. Iniziava la cosiddetta Campagna d’Italia che per i tedeschi invece sarebbe iniziata la sera dell’8 settembre 1943 nel momento in cui Badoglio annunciò l’armistizio. Per entrambi terminerà il 2 maggio 1945 con la firma nella Reggia di Caserta della resa di tutte le forze tedesche in Italia. In Sicilia, il 12 luglio la linea di difesa costiera italo-tedesca fu sfondata. Pochi giorni dopo, il 19, Mussolini si incontrò a Feltre con Hitler con l’intenzione di esporre all’alleato la drammatica situazione in cui versava l’Italia e l’impossibilità a poter continuare la guerra. Di fronte a Hitler, determinato a proseguire ad oltranza la lotta fino alle estreme conseguenze, Mussolini che ormai aveva esaurito ogni energia non trovò la forza di esporre ciò che i suoi più stretti collaboratori, fra questi il Capo di Stato Maggiore Generale Ambrosio, gli avevano suggerito. Nelle stesse ore in cui si svolgeva quell’incontro, Roma veniva bombardata pesantemente (dalle ore 11,05 alle 14,20) da circa 200 bombardieri americani che, in sei successive ondate, colpirono i quartieri San Lorenzo e Tiburtino, sedi di importanti scali ferroviari, Prenestino, Tuscolano e Casal Bertone. Fu colpito anche il Cimitero del Verano. Le vittime accertate furono 1.486. L’impatto sul morale della popolazione già provata fu notevole; Pio XII uscì dal Vaticano e si recò nei luoghi del bombardamento invocando la pace e la fine del conflitto. In Sicilia le forze italo-tedesche continuavano a combattere contro gli anglo-americani che il 22 luglio entravano a Palermo, prima grande città europea ad essere liberata dagli Alleati. Due giorni dopo fu tenuto il Gran Consiglio del Fascismo[1] che si concluse a tarda notte con l’approvazione di un Ordine del Giorno (il cosiddetto Ordine del Giorno Grandi) in cui si imponeva al Capo del Governo di rimettere ogni potere nelle mani del Re. Tutti erano convinti che una volta rimosso Mussolini, eventualmente sostituto dallo stesso Grandi ex ambasciatore a Londra, ci sarebbero state concrete possibilità di intavolare trattative con gli Alleati per una pace onorevole, salvando l’integrità nazionale, la monarchia ed il fascismo stesso. Il 25 luglio, una data che rimarrà ben incisa nella storia recente d’Italia, Mussolini si recò presso la residenza del Re, a Villa Savoia, per partecipargli la decisione del Gran Consiglio. Vittorio Emanuele III, dopo oltre 22 anni di stretta collaborazione, lo fece arrestare dai carabinieri ed affidò il Governo al Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio, ex Capo di Stato Maggiore Generale, che nel suo proclama agli italiani dichiarò: «Per ordine di S.M. il Re e Imperatore assumo il Governo militare del Paese, con pieni poteri. La guerra continua […]  La consegna ricevuta è chiara e precisa […] chiunque si illuda di poterne intralciare il normale svolgimento o tenti di turbare l’ordine pubblico, sarà inesorabilmente colpito». In pratica si assistette ad un rivolgimento tutto interno all’ambiente monarchico-fascista, la monarchia abbandonava il fascismo a sé stesso, togliendogli ogni potere. Questo è uno dei punti cruciali di quello che sarà il momento delle scelte all’indomani della crisi armistiziale e delle sue tragiche conseguenze. Pietro Badoglio formò un governo di militari ed alti funzionari dello Stato, tutti fino a poche ore prima di “provata fede fascista”. Il comportamento ambiguo, le incertezze ed i ritardi con cui il governo Badoglio avviò contatti segreti per trovare un accordo con gli Alleati furono così tanti e persistenti da ingenerare in questi ultimi seri dubbi sulle reali intenzioni degli italiani. Badoglio, che non voleva rivelare ad Hitler le proprie intenzioni, non predispose nulla dal punto di vista militare per evitare l’afflusso in Italia, dopo la destituzione di Mussolini, di ingenti forze tedesche. Dal 26 luglio al 18 agosto, infatti, in attuazione del piano di operazioni Alarico[2] predisposto già da maggio del 1943, i tedeschi fecero affluire in Italia attraverso il Brennero, il Passo di Tarvisio e gli altri valichi alpini 17 divisioni e 2 brigate in rinforzo a quelle già presenti. Formalmente queste truppe scendevano nella penisola in aiuto degli italiani impegnati a contrastare gli anglo-americani in Sicilia[3], in realtà si predisponevano ad occuparla nel caso in cui il governo Badoglio si fosse ritirato dalla guerra. Il 31 luglio il governo italiano decideva segretamente di avviare colloqui attraverso i normali canali diplomatici con gli Alleati. Nelle ore pomeridiane del 3 settembre 1943, sotto una tenda piantata negli aranceti nella piana di Cassibile in Sicilia, veniva firmato l’armistizio, passato alla storia come Armistizio Corto, un documento ambiguo (tra l’altro non vi era alcun cenno al trattamento dei prigionieri italiani in mano alleata), approvato da Badoglio il quale sperava di poterlo rinegoziare da posizioni migliori in futuro. Tale armistizio fu poi annunciato da Eisenhower da Radio Algeri alle ore 16,30 dell’8 settembre 1943. Badoglio, sconcertato in quanto si aspettava erroneamente l’annuncio non prima del 12 settembre, si risolse a proclamarlo con una trasmissione che l’EIAR (Ente Italiano Audizioni Radiofoniche, la progenitrice della odierna RAI) mise in onda alle 19,45. All’annuncio dell’armistizio, ai tedeschi non restò che mettere in atto senza più indugi il piano Alarico. In un clima di grandissima confusione, iniziò quella che è passata alla storia come la fuga di Pescara. Il Re, Badoglio ed i massimi vertici militari abbandonarono precipitosamente Roma alla volta di Pescara e subito dopo di Ortona per imbarcarsi sulla corvetta Baionetta. Gli Alleati intanto proseguivano la lenta ma inarrestabile risalita della penisola continuando ed intensificando i bombardamenti aerei; furono particolarmente colpite le città di Napoli, Salerno, Foggia, Bologna, Torino, Genova e soprattutto Milano[4]. Non solo le grandi, ma anche decine di piccole città e paesi che non erano sedi né di fabbriche né di caserme furono oggetto di bombardamenti aerei. A Frascati, piccolo centro dei Castelli Romani, ove si trovava il quartier generale di Kesselring, il giorno dell’armistizio 130 bombardieri americani sganciarono 1.300 bombe che causarono 500 morti tra i civili e 200 fra i militari tedeschi. Il tributo pagato dalla popolazione a causa dei bombardamenti aerei nel corso di tutta la Campagna d’Italia fu altissimo[5]. Nelle stesse ore in cui il convoglio con le massime cariche dello Stato si dirigeva indisturbato verso la costa adriatica le forze armate italiane, disorientate ed in mancanza di disposizioni operative chiare e precise, iniziavano a sfaldarsi progressivamente. La nuovissima corazzata Roma, con a bordo l’ammiraglio Bergamini, veniva affondata nelle vicinanze dell’Isola dell’Asinara in Sardegna da aerei tedeschi decollati da Istres in Francia; nella capitale avvenivano i primi scontri tra reparti del regio esercito e tedeschi; la 5a armata americana al comando del generale Clark sbarcava nel golfo di Salerno dove incontrava una accanita difesa tedesca. La mattina dell’11 settembre il Re e Badoglio sbarcarono a Brindisi, a partire da quel momento nacque il cosiddetto Regno del Sud al fine di garantire formalmente la continuità della sovranità dello Stato italiano[6]. Il giorno dopo, il 12 settembre, paracadutisti tedeschi liberavano Mussolini tenuto prigioniero in un albergo sul Gran Sasso in Abruzzo. Ebbene, in quel periodo convulso e travagliato gli Alleati acconsentirono non senza diffidenza e dietro insistente richiesta del governo Badoglio, che voleva concorrere attivamente alla liberazione del Paese dall’occupazione tedesca, alla costituzione di una unità combattente. Il 27 settembre 1943 in Puglia, diciannove giorni dopo l’armistizio, nasceva il 1o Raggruppamento Motorizzato, l’embrione del nuovo esercito, formato con unità prelevate dal LI Corpo d’Armata e dalle Divisioni “Legnano”, “Piceno” e “Mantova” oltre a 2 battaglioni e due sezioni Carabinieri. L’unità fu posta al comando del generale Dapino. Intanto, la situazione politico-militare progrediva rapidamente: il 29 settembre fu firmato l’Armistizio Lungo o armistizio di Malta l'atto con il quale vennero precisate le condizioni della resa senza condizioni già contenute genericamente nell'armistizio di Cassibile (armistizio corto) che rimarranno in vigore fino al 10 febbraio 1947 quando il Primo Ministro De Gasperi firmerà a Parigi il Trattato di pace. Con la firma del cosiddetto armistizio lungo l’Italia liberata fu costretta a fornire agli anglo-americani tutto ciò che rimaneva delle proprie risorse finanziarie ed infrastrutturali. Il 13 ottobre il governo Badoglio, la cui attività amministrativa era stata sottoposta al diretto controllo anglo-americano, al fine di chiarire la propria condotta politico-militare dichiarò guerra alla Germania. A partire da questa data, il Regno del Sud assunse la posizione di cobelligerante ovvero non fu più considerato nemico ma neanche alleato nel senso stretto del termine. I tedeschi, a loro volta, riconobbero ai militari del Regno del Sud, fino a quel momento considerati alla stregua di banditi, lo status di combattenti nemici “legali”.             L’8 dicembre 1943, il 1o Raggruppamento Motorizzato ebbe il battesimo del fuoco a Monte Lungo in Campania. L’attacco non riuscì a conseguire l’obiettivo prefissato e fu ripetuto, questa volta con successo, il 16 dicembre con il supporto degli americani. Alla fine di gennaio 1944, il comando dell’unità operativa fu assegnato al generale Umberto Utili che il 31 marzo la guidò in un’altra battaglia importante della Campagna d’Italia quella di Monte Marrone della catena montuosa delle Mainarde al confine tra Lazio e Molise. Dopo i successi di Monte Lungo e di Monte Marrone gli Alleati autorizzarono la trasformazione del 1° Raggruppamento Motorizzato in una unità più consistente. Il 18 aprile 1944 nasceva il Corpo Italiano di Liberazione (C.I.L.) con una consistenza di 25.000 uomini, espressione della ferma volontà del Regno del Sud di impegnarsi al fianco degli Alleati contro i tedeschi. Il C.I.L. operò prima sulle Mainarde, inquadrato nel Corpo di Spedizione Francese, poi sul litorale adriatico alle dipendenze del V Corpo d’Armata britannico. Negli stessi giorni in cui il generale Utili assumeva il comando del 1° Raggruppamento Motorizzato il VI Corpo d’Armata americano sbarcava a sud di Roma tra Anzio e Nettuno. I tedeschi furono sul punto di ricacciare in mare gli Alleati i quali impiegarono più di quattro mesi prima di riuscire, il 4 giugno 1944, ad entrare a Roma distante solo una cinquantina di chilometri.

Il C.I.L. nel 1944 affrontò tre cicli operativi risalendo la penisola dal Sangro al Metauro. Il primo ciclo lo possiamo inquadrare nel periodo 18-31 maggio, nella zona delle Mainarde come detto. Il secondo dal 1° giugno al 16 agosto nel settore adriatico che si concretizzò in una avanzata di 350 chilometri. Nei giorni dall’8 all’11 giugno il C.I.L. liberò Chieti, successivamente raggiunse l’Aquila e Teramo, città sgomberate dai tedeschi poche ore prima dell’arrivo delle avanguardie italiane. Il 17 giugno passò alle dipendenze del Corpo d’Armata polacco; il giorno seguente venne liberata Ascoli Piceno, il 30 giugno Macerata. Nel periodo 6-9 luglio si svolse la battaglia di Filottrano propedeutica alla liberazione di Ancona che avvenne il 18 luglio. Il terzo ed ultimo ciclo, 17-31 agosto, fu caratterizzato dallo spostamento dei settori di combattimento verso la media ed alta collina marchigiana; tra il 28 ed il 30 agosto furono liberate Urbino e Pegli ove il C.I.L. concluse la sua attività operativa[7] ed il 24 settembre fu sciolto. Dai suoi reparti fu avviata la costituzione dei Gruppi di Combattimento «Legnano» e «Folgore» a cui si sarebbero aggiunti i Gruppi “Cremona”, «Friuli», «Mantova» e «Piceno», tutti armati ed equipaggiati con materiale inglese. Il 31 luglio 1944, infatti, la Commissione Alleata di Controllo aveva autorizzato la preparazione di sei Gruppi di Combattimento, unità di livello divisionale con un organico di circa 9.500 uomini. Il Gruppo di Combattimento «Piceno» fu trasformato in centro di addestramento complementi e pertanto non prese parte ai combattimenti. Dei cinque gruppi operativi, quattro: il «Cremona», il «Friuli», il «Folgore» ed il «Legnano», furono impiegati in combattimento nel periodo 14 gennaio –                                                          23 marzo 1945 mentre il «Mantova» rimase in riserva. Gli Alleati vi inserirono delle unità di collegamento, le British Liaison Units (B.L.U.), che avevano il duplice compito di facilitare tecnicamente le comunicazioni tra comandi anglo-americani ed italiani e controllare l’operato di questi ultimi verso i quali nutrivano ancora scarsa fiducia. Successivamente, di fronte all’impegno, al valore ed al sacrificio dei soldati italiani queste riserve furono spazzate via lasciando il posto ai più ampi attestati di stima ed amicizia da parte degli Alleati.                ...............................................................................................                        All’inizio del 1945 la sconfitta della Germania appariva ormai inesorabile. La Campagna d’Italia volgeva al termine ed uno degli obiettivi principali era quello di impedire, in vista del dopoguerra, che i tedeschi distruggessero ciò che di ancora efficiente era rimasto dell’apparato industriale nel nord Italia. Il piano alleato prevedeva di sfondare le difese della linea Gotica con una manovra a tenaglia su Bologna, l’infiltrazione rapida di truppe nel cuore della Valle Padana ed una contemporanea puntata offensiva su Venezia, Trieste, La Spezia e Genova. L’offensiva venne lanciata il 9 aprile 1945, preceduta da un intensissimo bombardamento di artiglieria ed aereo. Le difese tedesche, fisse ed ancorate al terreno, furono investite e travolte in più punti. Il 21 aprile Bologna fu raggiunta dalle unità polacche e dai Gruppi di Combattimento, la rotta tedesca assunse proporzioni sempre più gravi. Il 30 aprile gli Alleati entrarono a Torino, Milano e Venezia, due giorni dopo a Trieste. La progressione degli Alleati e la contemporanea convergenza di tutte le forze insurrezionali che liberarono le grandi città prima dell’arrivo degli anglo-americani, impedì la temuta distruzione generale minacciata dai tedeschi di ogni infrastruttura economicamente utile. L’annuncio della resa di tutte le forze tedesche in Italia, firmata il 29 aprile, fu annunciata il 2 maggio. La Campagna d’Italia terminava sei giorni prima della fine della guerra in Europa, convenzionalmente fissata l’8 maggio con la firma a Reims della resa generale tedesca, e una settimana dopo la fine della Guerra di Liberazione, conclusasi il 25 aprile nel giorno in cui il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia proclamava l’insurrezione generale. Il senso della Campagna d’Italia vista dagli Alleati è racchiuso nelle parole del Generale Alexander: «Quali che siano le valutazioni che possono farsi sull’importanza della Campagna, esse vanno espresse non in termini di terreno conquistato, poiché il terreno non era vitale, nel ristretto senso della parola, né per noi né per il nemico, ma considerando le conseguenze che essa ebbe sulla guerra nel suo complesso. Le armate alleate in Italia non vennero impegnate contro le principali armate nemiche, e i loro attacchi non furono diretti, come lo furono quelli degli alleati a ovest e dei russi ad est, contro il cuore della Patria tedesca e i centri nevralgici dell’esistenza nazionale della Germania. Il nostro ruolo fu subordinato e preparatorio. Dieci mesi prima che da ovest venisse lanciato il grande assalto, la nostra invasione dell’Italia, all’inizio condotta con forze molto moderate, attirò in quelle remote regioni truppe che, se impiegate in Francia, avrebbero potuto far pendere la bilancia dall’altra parte. Col progredire della Campagna, un sempre crescente numero di forze tedesche affluì a contrastarci il passo. I supremi amministratori della strategia alleata ebbero sempre cura di provvedere affinché le nostre forze non superassero mai il minimo necessario a consentire di assolvere i nostri compiti; durante quei 20 mesi, non meno di 21 divisioni vennero sottratte al mio comando a beneficio di altri teatri d’operazioni. I tedeschi non operarono detrazioni paragonabili alle nostre. Tranne che per un breve periodo della primavera del 1944, essi ebbero in Italia un numero di formazioni sempre superiore al nostro, e noi sapemmo fare così buon uso di quel breve ed eccezionale periodo che nell’estate del 1944, il momento critico della guerra, i tedeschi furono costretti a dirottare otto divisioni verso il nostro teatro d’operazioni secondario. A quel tempo, quando l’importanza del nostro contributo strategico aveva raggiunto il suo punto massimo, 55 divisioni tedesche furono inchiodate nel Mediterraneo dalla minaccia, effettiva o potenziale, costituita dalle nostre armate in Italia. I dati comparati sulle perdite ci dicono la stessa storia. Da parte tedesca, esse ammontarono a 536.000 uomini. Le perdite alleate furono 312.000 uomini. La differenza è ancora più notevole se si considera che fummo sempre noi ad attaccare. Quattro volte effettuammo quella che è la più difficile operazione della guerra, uno sbarco anfibio. Tre volte lanciammo un’offensiva preordinata con la forza di un intero gruppo di armate. In nessun’altra parte di Europa i soldati affrontarono un terreno più difficile e avversari più decisi. La conclusione è che la Campagna d’Italia assolse la sua missione strategica».

 

 



[1] All’interno del Partito Nazionale Fascista si era creata una fronda che faceva capo a Ciano, Grandi e Bottai.

[2] Il piano Alarico a sua volta prevedeva una serie di specifiche operazioni: Schwarz, occupazione e controllo dei principali nodi stradali e ferroviari; Achse, occupazione della base navale di La Spezia; Student, occupazione di Roma e cattura del governo; Eiche, liberazione di Mussolini.

[3] L’operazione Husky,  iniziata il 10 luglio 1943, terminò il 16 agosto con l’ingresso degli Alleati a Messina.

[4] Milano fu bombardata da 916 bombardieri della RAF i quali sganciarono 4.284 tonnellate di bombe su tutta l’area della città nelle notti dell’8, del 13, del 15 e 16 agosto 1943. Fu colpito il 50% degli edifici; le vittime furono 2.000 ed oltre 250.000 gli sfollati. I principali monumenti milanesi furono semidistrutti, il teatro La Scala fu centrato in pieno da una bomba di grosse dimensioni.

 

[5] Secondo l’Istituto Centrale di Statistica, i morti civili per bombardamenti aerei furono 18.376 dal 10 giugno 1940 al 7 settembre 1943 e 41.420 dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945.

 

[6] Il 4 giugno 1944, con la liberazione di Roma, si concluse la breve parentesi del Regno del Sud.

 

[7]Complessivamente il Corpo Italiano di Liberazione nel periodo aprile-agosto 1944 ebbe 377 caduti e 880 feriti.

 

sabato 23 gennaio 2021

mercoledì 13 gennaio 2021

Osvaldo Biribicchi Pagine eroiche di guerra partigiana

 

 

LA LIBERA REPUBBLICA DELL’OSSOLA

 

L'armistizio dell’8 settembre 1943 segnava per l'Italia l’inizio di un periodo particolarmente drammatico. «Una tragedia, in particolare, delle forze armate: fuggiasco il re, al quale l’ordine del giorno Grandi nel Gran Consiglio aveva rivendicato la “suprema iniziativa di decisione” in materia di politica estera e di guerra; fuggiasco il suo governo; nessun piano operativo coordinato per far fronte alla prevedibile reazione germanica; cancellato all’ultima ora quello di un intervento aeronavale angloamericano»[1]. Otto mesi dopo, il 4 giugno 1944, gli americani entravano a Roma ed iniziavano una lenta ma inarrestabile risalita della penisola. Contemporaneamente, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, che dirigeva la lotta politica e l’attività militare della Resistenza nelle regioni settentrionali, intensificava gli attacchi contro le forze nazifasciste con il duplice obiettivo di: liberare il territorio dai tedeschi ed al tempo stesso creare, nelle zone liberate, forme di governo indipendente. In piena Guerra di Liberazione, pertanto, nel cuore della Repubblica Sociale Italiana nacquero molte piccole repubbliche partigiane – che ebbero durata e incidenza molto diverse fra loro – ma una in particolare, quella dell’Ossola, si impose su tutte come laboratorio politico-sociale in cui fu sperimentata una forma di Stato democratico. In Piemonte, nella provincia del Verbano Cusio Ossola già provincia di Novara, a nord del Lago Maggiore laddove il territorio italiano si incunea in quello svizzero, nel 1944 fu realizzata la Repubblica dell’Ossola.

Questa si diede un governo, una capitale (Domodossola) ed un esercito; in sostanza si dotò di poteri autonomi riuscendo a resistere dal 10 settembre al 23 ottobre del 1944.

Nell’agosto 1944, infatti, le divisioni partigiane di ispirazione cattolico-liberale Valdossola, Piave, Valtoce e Beltrami, composte in prevalenza da militari delle disciolte forze armate e da giovani che non avevano aderito alla chiamata alle armi della Repubblica Sociale Italiana, iniziarono una sistematica e risoluta attività militare contro le milizie fasciste e le unità tedesche. Detta attività portò, ad un anno dalla sigla dell'armistizio con gli anglo–americani, alla liberazione di tutta la Val d'Ossola e dei suoi abitanti ad eccezione di Domodossola. Il 9 settembre 1944 le divisioni partigiane Valdossola e Valtoce al comando, rispettivamente, del maggiore Dionigi Superti e del tenente Alfredo Di Dio, cinsero d’assedio la città in cui si erano rinchiuse le milizie fasciste insieme a qualche centinaio di soldati tedeschi. I due comandanti partigiani, al fine di evitare un inutile spargimento di sangue, soprattutto tra le famiglie al seguito dei fascisti, consentirono agli avversari, con un atto di rara umanità in quei drammatici momenti, di mettersi in salvo. Entrati in città, i partigiani costituirono una giunta comunale, trasformata subito dopo in Giunta Provvisoria di Governo della Zona liberata dell'Ossola, a capo della quale fu posto Ettore Tibaldi, un medico e professore di patologia che a causa della sua militanza socialista era stato costretto a riparare in Svizzera. Nel governo della repubblica partigiana erano rappresentati tutti i partiti antifascisti presenti nel Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia. «La Repubblica dell’Ossola è certamente la più nota e celebrata: in essa si dispiegò un’attività straordinaria di progettazione e di realizzazione in tutti i campi. Non solo si ebbe la consueta attività di governo delle risorse, ma si procedette alla creazione di una Giunta che investì con i suoi provvedimenti l’intero arco della vita civile e politica della Valle. Dalla giustizia alla scuola, all’organizzazione sindacale la costruzione del nuovo ordine fu condotta con ampiezza di vedute e capacità di interpretare nel miglior modo le necessità di rinnovamento della società italiana. Il limite di questa esperienza, riconosciuto fin dai primi studi, fu che essa venne prodotta dall’inserzione dall’esterno degli attori principali, provenienti in gran parte dall’esilio nella vicina Svizzera, personalità d’alto profilo culturale e morale. La popolazione fu chiamata a collaborare, ma senza che ci fosse il tempo (e la capacità progettuale) di creare le strutture attraverso cui essa potesse esprimere le proprie istanze. Sorsero sì i CLN, ma i loro componenti furono per lo più indicati in base alla appartenenza ai partiti, senza  che,  in  molti  casi,  questo  dato  fosse  basato  su una verifica»[2]. Fra gli esponenti di spicco della giunta, Gisella Floreanini, la prima donna in Italia a ricoprire una carica di governo (nel 1946 avrebbe fatto parte dell’Assemblea Costituente) e l’avvocato socialista Ezio Vigorelli a cui fu affidata la delicata amministrazione della giustizia. In questo particolare incarico, il Vigorelli pose particolare attenzione alla tutela dei diritti degli imputati, fascisti compresi. Molti progetti, tuttavia, restarono sulla carta data la brevità dell’esperienza maturata nella zona liberata. Fra le varie e molteplici esigenze della popolazione, le più urgenti erano indubbiamente quelle relative all’approvvigionamento alimentare ed alla sanità. «La prima responsabilità delle amministrazioni –  civili o partigiane che siano –  è il rifornimento di generi alimentari per le popolazioni e le unità combattenti. Con l’Italia divisa in due, con strade e linee ferroviarie costantemente bombardate, le normali vie di scambio sono interrotte e i mercati totalmente disarticolati. Resistono solo i mercati locali, alimentati dai contadini che ormai rifiutano di consegnare i loro prodotti all’ammasso fascista, dove venivano pagati a un prezzo inferiore ai costi di produzione.  Prima cura delle amministrazioni civili è quella di fissare un prezzo ragionevole per il grano. Una seconda preoccupazione comune a tutte le Zone Libere è la sanità pubblica: si tratta di riattivare i servizi sanitari necessari sia per la popolazione che per i partigiani feriti. Non è difficile farlo nelle grandi aree, dove si trovano ospedali in grado di operare; è il caso di Domodossola»[3].             Pur fra tante difficoltà ripresero i collegamenti ferroviari con la Svizzera, i servizi postali, telegrafici e telefonici. Purtroppo, nonostante i migliori propositi e la ferma volontà della giunta di portare avanti i tanti progetti, la scarsità di generi alimentari, che affluivano solo dal vicino Canton Ticino, il mancato rifornimento di armamenti e munizioni da parte degli Alleati, spianarono la strada ai tedeschi ed ai fascisti per lanciare un’offensiva che avrebbe cancellato definitivamente la repubblica partigiana.

Il 9 ottobre 1944, reparti della X Mas, della Muti, battaglioni della Guardia Nazionale Repubblicana ed altre formazioni similari furono lanciati all’attacco della zona libera dell’Ossola; «in tutto circa 3.600 uomini, come al solito scarsamente armati, contro 25.000 fascisti e tedeschi dotati di artiglieria, carri e mortai in abbondanza e favoriti dalla nebbia e dal maltempo. Il combattimento è impari, tanto più che viene a mancare, benché più volte richiesto, l’aiuto aereo alleato»[4]. Il comandante Alfredo Di Dio, Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria, fu tra i primi a cadere. I partigiani, isolati e senza alcuna possibilità di rifornimenti, furono costretti dopo aspri combattimenti a cedere e ritirarsi. Migliaia di civili, soprattutto donne e bambini, ripararono nella vicina Svizzera dove la Croce Rossa aveva predisposto strutture di accoglienza. Il 14 ottobre, i primi reparti fascisti rientrarono a Domodossola e decretarono definitivamente la fine di quell'esperimento di democrazia che, seppur breve, lasciò degli insegnamenti politici e sociali che sarebbero stati ripresi dall’Assemblea Costituente nella stesura della nostra attuale Costituzione. L'esistenza della libera repubblica dell'Ossola si concluse definitivamente il 23 ottobre. Nel 1945 venne conferita alla Valle dell'Ossola la Medaglia d'Oro al Valor Militare con la seguente motivazione: "Mentre più spietata infieriva l’oppressione germanica e fascista, con il valore e con il cruento sacrificio delle formazioni Partigiane e con l'entusiastico concorso delle popolazioni, insorgeva animosamente. Liberato il primo lembo di territorio alle frontiere, costituitasi in libero reggimento di popolo, l'uno e l'altro difendeva contro un nemico inferocito e preponderante per numero e per mezzi. Ravvivava così negli Italiani la fede nell’avvento della democrazia e additava la via alla insurrezione nazionale liberatrice".                  

           

 

 

 

 

Bibliografia

 

Augeri Nunzia, I cento e cento Fiori delle Giunte repubblicane, da periodico Patria Indipendente, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, numero speciale, 2014.

 

Battaglia Roberto, Garritano Giuseppe, La Resistenza italiana – Lineamenti di storia, Editori Riuniti, Roma, 1974.

 

Ganapini Luigi, Coscienza democratica: un valore aggiunto, da periodico Patria Indipendente, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, numero speciale, 2014.

 

Spadolini Giovanni, Prolusione Convegno Internazionale (Milano 7-8 settembre 1983), Otto settembre 1943 l’armistizio italiano 40 anni dopo, Ministero della Difesa-Comitato Storico «Forze Armate e Guerra di Liberazione», Roma, 1985.

 

 

 

Sitografia

https://www.anpi.it/media/uploads/patria_70/patria_speciale_70_2.pdf

http://www.memorieincammino.it/persone/gisella-floreanini/

https://www.ilpostalista.it/tramonto_011b5.htm

https://www.repubblicadellossola.it/repubblica_ossola/

http://www.1944-repubblichepartigiane.info/repubblica-val-dossola



[1] Giovanni Spadolini, Prolusione Convegno Internazionale (Milano 7-8 settembre 1983) Otto settembre 1943 l’armistizio italiano 40 anni dopo, Ministero della Difesa-Comitato Storico «Forze Armate e Guerra di Liberazione», Roma, 1985.

[2] Luigi Ganapini, Coscienza democratica: un valore aggiunto, da periodico Patria Indipendente, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, numero speciale, 2014, p. 11.

[3] Nunzia Augeri, I cento e cento Fiori delle Giunte repubblicane da periodico Patria Indipendente, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, numero speciale, 2014, pp. 15-16.

[4] Roberto Battaglia, Giuseppe Garritano, La Resistenza italiana – Lineamenti di storia, Editori Riuniti, Roma, 1974, p. 156.

domenica 3 gennaio 2021

Piano dell''opera del Dizionario minimo della Guerra di Liberazione

 

DIZIONARIO MINIMO DELLA GUERRA

DI LIBERAZIONE

1943 - 1945

 

N.1 MASSIMO COLTRINARI

Dizionario Minimo della Guerra di Liberazione. 1943 – 1945

Una guerra su cinque fronti

N.2 MASSIMO COLTRINARI, OSVALDO BIRIBCCHI

Dizionario Minimo della Guerra di Liberazione 1943 – 1945.  Il 1943

Compendio. Il momento delle scelte

N.3 MASSIMO COLTRINARI, OSVALDO BIRIBCCHI

Dizionario Minimo della Guerra di Liberazione 1943 - 1945

Glossario

N.4 MASSIMO COLTRINARI, OSVALDO BIRIBCCHI

Dizionario Minimo della Guerra di Liberazione 1943 – 1945.  Il 1944*

Compendio. Dalla speranza alla delusione

N.5 MASSIMO COLTRINARI, OSVALDO BIRIBCCHI

Dizionario Minimo della Guerra di Liberazione 1943 – 1945. 

Glossario

N.6 MASSIMO COLTRINARI, OSVALDO BIRIBCCHI

Dizionario Minimo della Guerra di Liberazione 1943 – 1945.  Il 1945*

Compendio. Una vittoria amara

N.7 MASSIMO COLTRINARI, OSVALDO BIRIBCCHI

Dizionario Minimo della Guerra di Liberazione 1943 - 1945*

Glossario

N.8. Tomo I  MASSIMO COLTRINARI, OSVALDO BIRIBCCHI

Dizionario Minimo della Guerra di Liberazione 1943 – 1945. *

Percorsi di ricerca. Storia in Laboratorio

Ricostruzione di un evento storico

N.8 Tomo II MASSIMO COLTRINARI, OSVALDO BIRIBCCHI

Dizionario Minimo della Guerra di Liberazione 1943 - 1945*

Indici

 

 

giovedì 31 dicembre 2020

BIlancio 2020 accesso al Blog

 


Il presente blog in questo 2020 ha avuto dalla sua apertura n. 15923       accessi

La media degli accessi al blog è stata:

I Trimestre  pari a 285

II Trimestre pari a 121

III Trimestre pari a 41

IV Trimestre pari a 201

La media degli accessi annua è di  162    elementi

I Post totali dalla apertura del blog  è pari a

I Trimestre  pari a 5,23

II Trimestre pari a 4,67

III Trimestre pari a 2,89

IV Trimestre pari a 4,50

La media dei post per l’anno 2020 è di 4,5    ogni mese

domenica 20 dicembre 2020

sabato 5 dicembre 2020

1944. La guerra di liberazione all'estero Grecia Creta

 

A Creta, all’inizio del 1944 il quadro generale della situazione dei soldati italiani era sostanzialmente mutato rispetto a quello delineatosi all’indomani della fine dei combattimenti nell’autunno del 1943. Erano ancora in vita le due organizzazioni create nel novembre del 1943 create dal S. Ten Riccioni, il fronte italiano clandestino, che operava fra i soldati italiana aderenti ed “i franchi tiratori”, composto da soldati italiani non aderenti datisi alla macchia. Entrambe le organizzazioni erano dedite alla raccolta delle informazioni e quindi in contatto con ufficiali di collegamento alleati presenti sull’isola, ed al sabotaggio.

I Tedeschi avevano provveduto a trasferire il maggior numero di soldati italiani non aderenti in continente, secondo gli ordini di Berlino, basati sulla necessità di avere mano d’opera in Germania. Nella tarda primavera del 1944 significative aliquote di forze tedesche furono trasferite da Creta bella Grecia continentale; fu questo uno dei motivi per cui il Comando tedesco concesse magnanimamente una interessata amnistia ai soldati italiani “franchi tiratori”. Le forze tedesche passarono da 10/12.000 uomini a una consistenza di 4/500 uomini. Fu costruito un perimetro difensivo di 20 km con epicentro La Canea, che formò un unico caposaldo, mentre il resto del territorio fu abbandonato dai tedeschi. Nel mese di settembre il S. Ten Riccioni ha alle sue dipendenze circa 400 uomini armati e pronti all’azione; emergono come per il resto della Grecia le difficoltà, ovvero elementi della resistenza greca e la stessa popolazione di Creta vedono negli italiani non combattenti contro i tedeschi, ma solo ed ancora come occupatori e le lor azioni vengono interpretate come un nuovo modo per poi riprendere il potere a Creta. In questo quadro, anche per il fatto che ormai il numero dei soldati italiani in armi aveva raggiunto le oltre 2000 unità, anche in virtù delle pressioni della Missione Alleata, fu creato l’Ufficio Raccolta Italiani Liberi in Creta che ebbe il compito di raccogliere tutti gli i militari italiani che vagavano per l’isola ed evacuarli in continente il più presto possibile. Questa azione diede i suoi frutti e nel mese di dicembre 1944 ci furono i primi due imbarchi con destinazione Alessandria d’Egitto. Creta fu dichiara nel settembre 1944 “piazzaforte” come Rodi e Lero. La presenza di militari italiani aderenti rimaneva consistente dando vita ad una terza fase che si concluderà solo con la fine della guerra. I soldati italiani aderenti, che inizialmente erano stati frammischiati ai reparti tedesco, nel settembre 1944 furono su decisione dei tedeschi raggruppati in un’unica unità interamente italia, che fu definita la “Legione volontari”, su tre battaglioni, che si affiancava alla Legione della M.V.S.N. che aveva aderito nei giorni armistiziali. In totale 3-400 uomini a cui dovrebbero essere sottratti tutti coloro che furono “depurati” e quindi andarono a ripopolare i campi di concentramento lasciati vuoti dagli I.M.I.  a suo tempo trasportati in continente. La “Legione” fu oggetto dell’attività dei “franchi tiratori”, come vedremo per tutti i mesi del 1945 fino alla fine della guerra

 

Nelle misure preventive per lo sgombero dell’area balcanica in relazione all’andamento delle operazioni sia ad oriente che in Grecia, i tedeschi progettarono misure per ritirare il maggior numero di propri soldati dalle isole dell’Egeo, mentre, data le difficoltà dei trasporti marittimi ed aerei inizialemnte di larga massima diedero ordini di non trasportare i soldati non aderenti che dovevano essere lasciati sul posto. Nella seconda metà del 1944 quando l’ordine di sgombero divenne attuativo, fu dato orine di non trasportare in continente anche gli aderenti, e tale ordine divenne tassativo nel settembre-ottobre 1944. Nel 1944 la Wehrmacht sgomberò le isole greche nelle date segnate tra parentesi: Lesbo e Chio (11 settembre) Zacinto (12 settembre) Cefalonia (13 settembre) Simi (26 settembre) Corfù (30 settembre) Samo (-1 ottobre) Stampalia (2 ottobre) Nisiro e Scarpanto (6 ottobre) e Lemno (18 ottobre). Per inciso i porti principali di arrivo dalle isole greche erano Atene e Salonicco. Quando a fine ottobre 1944 si rese necessario sgombrare anche Salonicco non fu più possibile recuperare i soldati tedeschi di Creta, Rodi e Lero. Queste isole furono dichiarate “piazzeforti” con l’ordine di difendersi fino all’ultima cartuccia. Rimasero così a Creta 11.828 tedeschi e 4737 italiani; a Rodi 6356 tedeschi e 4097 italiani, a Lero 3228 tedeschi e 809 italiani, a Coo 1116 tedeschi e 611 italiani e a Calino 193 tedeschi ed 1 italiano. Nelle isole greche, all’indomani della ritirata tedesca, nell’autunno del 1944 erano rimasti circa 10255 soldati italiani, dei quali 7455 aderenti e circa 2800 non aderenti.

lunedì 30 novembre 2020

Partigiani Fiamme Verdi 2

 di Alessia Biasiolo




Gastone Franchetti (Garfagnana 1920, Bolzano 1944). Arrivato sul Garda con il padre impegnato nella costruzione della Strada Gardesana Occidentale, fu tenente degli Alpini. Dopo l’8 settembre entrò nella Resistenza, tra le Fiamme Verdi, con il nome di battaglia di Fieramosca dove si dimostrò un abile organizzatore dei reparti. Arrestato il 28 giugno 1944, venne processato dal Tribunale militare tedesco di Bolzano e condannato alla fucilazione il seguente 29 agosto.

 

Luigi Masini (Firenze 1889, Bergamo 1959). Medaglia d’Argento al Valor Militare durante la prima guerra mondiale, nel 1926 viene trasferito dalla Fanteria al 5° Reggimento Alpini per poi avere l’incarico di direttore della Scuola di Specializzazione alpina di Aosta. Tenente colonnello, non essendo allineato con il regime fascista, viene trasferito al lavoro d’ufficio. Promosso generale, già nel 1942 entra in contatto con la Resistenza nella quale si trasferisce definitivamente dopo l’8 settembre 1943. Nelle Fiamme Verdi assume il nome di battaglia di A. Fiore o Fiore, comandando circa 7mila uomini soprattutto nelle Valli bergamasche, brianzole e della Val d’Ossola.

 

martedì 24 novembre 2020

Partigiani Fiamme Verdi 1

 di Alessia Biasiolo






Romolo Ragnoli (Brescia 1913, Brescia 2004). Tenente degli Alpini durante la Campagna di Russia, promosso capitano sul campo, divenne inviato del CLN in Valcamonica e operò tra questa, Brescia e Milano. Comandante militate in capo delle Brigate e Divisioni Fiamme Verdi dal 1943, assunse il nome di battaglia di Comandante Vittorio. Alla fine del conflitto proseguì la carriera militare fino al grado di generale.

 

Peppino Pelosi (Brescia 1919, San Michele-Verona-1944). Sottotenente di Fanteria, combatté contro i partigiani croati. Trovatosi in licenza a Brescia durante l’8 settembre 1943, entrò nella Resistenza. Si distinse per azioni importanti, come presso lo stabilimento “Beretta armi” di Gardone Valtrompia. Nel novembre fu tra i fondatori delle Fiamme Verdi. Arrestato dalla polizia a Costa Volpino, fu processato a Verona dal Tribunale militare tedesco e condannato alla fucilazione. Medaglia d’Argento al Valor Militare alla memoria.