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giovedì 10 marzo 2022

A Dieci anni dalla scomparsa:

 Pro-memoria “monografico”

 

Martedì  29  Marzo  2022  -  ore 15,30

Salone di Palazzo Ghini

Corso Gastone Sozzi, 39 – CESENA

 

Ricordo di Pietro Vaenti

Il partigiano Petri e le vicende della Resistenza Italiana all’Estero, la fondazione dell’Istituto Storico “V.E.Giuntella”, l’amante dell’arte e della storia.

Nel decennale della scomparsa (2011 – 2021)

 

                                               Brevi interventi e ricordi di:

 

                              Daniele Vaienti      Roberta Ravaioli

                              Claudio Riva          Gianfranco “Miro” Gori

                              Maurizio Balestra                     Orlando Piraccini

                                               Massimo Coltrinari e altri

 

 

“Quando l'Umanità avrà ritrovato buonsenso ed equilibrio, potrà riprendere il suo cammino solo se potrà conoscere in quali disastri venne precipitata dalla assurda prepotenza di troppi potenti e dagli eccessi delle diverse ideologie.”

“Non chiediamo vendette ma il riconoscimento che nella disgraziatissima situazione nella quale ci hanno infilato gli errori anche internazionali , noi abbiamo fatto tutto il possibile. Forza e coraggio!”

 

                                                                                                                                                   Paola Del Din Carnielli

   (Medaglia d’Oro al Valor Militare, già Presidente FIVL)

 In occasione dell’invio del libro, dedicato a Pietro Vaenti (febbraio 2014)

“Il Gran Rifiuto. Storia e storie degli Internati Militari Italiani dopo l’8 settembre 1943”

domenica 20 febbraio 2022

Halfa TRACK.



Storia Militare Briefing N. 31 1 Febbraio 2022



 info: emeroteca del CESVAM. (centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org

giovedì 10 febbraio 2022

Giuseppe Alabastro il CIL: Le Operazioni Giugno 1944

 Le operazioni nelle Marche: l’avvicinamento ad Ancona. Giugno 1944

 

Dopo essere stato alle dipendenze di Francesi e Britannici, come visto, il Corpo Italiano di Liberazione, passò alle dipendenze dei Polacchi. Alle dipendenze di quest’ultimi ed in particolare al comando del gen. Anders, il Corpo Italiano di Liberazione operò fino al suo scioglimento nel settembre 1944, ovvero compì tutte le operazioni condotte nelle Marche da fine giugno 1944 al settembre successivo. Ogni operazione, movimento e combattimento, dunque, del Corpo Italiano di Liberazione deve essere inquadrato nel più ampio quadro operativo del Corpo d’Armata Polacco. Il Corpo Italiano di Liberazione non aveva alcuna autonomia operativa e doveva assecondare e operare in base alle direttive ed agli ordini del gen. Anders. Queste è un dato estremamente significativo, in termini di partecipazione.

Il giorno 17 giugno 1944 il Corpo Italiano di Liberazione fu posto alle dipendenze operative del II Corpo d’Armata Polacco, cessando quindi di essere alle dipendenze del V Corpo Britannico, tutti inquadrati nell’VIII Armata Britannica. Il Comandate Polacco si recò al Comando del Corpo Italiano di Liberazione e, con una chiarezza esemplare, al fine di evitare equivoci o errori illustrò la situazione operativa generale.

Il compito del II Corpo d’Armata Polacco, unità a livello Corpo d’Armata, in cui si era inserito il Corpo Italiano di Liberazione, era quello di inseguire il nemico dall’Abruzzo alle Marche, con l’obiettivo finale di conquistare Ancona, porto importantissimo da acquisire per dare l’assalto alla cosiddetta linea dei “Goti” ed al Nord Italia. In concomitanza con la V Armata statunitense che operava nel versante tirrenico, che il 4 giugno 1944 aveva conquistato Roma, che aveva il compito anch’essa di inseguire il nemico e conquistare il porto di Livorno, altro porto essenziale per lo sviluppo delle operazioni nel Nord Italia, il II Corpo rappresentava il braccio destro del XIV Gruppo di Armate, al comando del gen. Alexander. Si può dire pertanto che in quell’inizio d’estate del 1944 gli Alleati, attestati sulla linea Roma-Pescara, avevano come obiettivi operativi la conquista della linea Livorno–Ancona, ovvero l’acquisizione dei due porti essenziali per accorciare le loro linee logistiche e porre le premesse per l’attacco al nord Italia.

Il Corpo Italiano di Liberazione doveva costituire un raggruppamento di forze a livello di brigata, rinforzate da artiglieria, ed unità di supporto, soprattutto quelle atte ad operare per agevolare la mobilità, che doveva muovere parallelamente e contemporaneamente con le truppe della 13a divisione Carpatica, che procedeva sulla statale 16 “Adriatica”. La 5a Divisone Kresowa, la II Brigata corazzata ed il reggimento Carpatico da ricognizione sarebbero stati tenuti di riserva.

Queste disposizioni furono seguite quasi immediatamente da un ordine scritto che rappresenta la base operativa del C.I.L. per le operazioni nelle Marche.

L’ordine era il seguente:

II Corpo Polacco. Intenzioni Operative n. 1

1° Compiti: Il II Corpo polacco deve inseguire il nemico il più velocemente possibile e prendere Ancona.

2° Intenzioni: Questo compito sarà assolto su due direzioni, rotabile n. 16 che sarà percorsa dal Corpo polacco, rotabile 81 e n. 78 Chieti-Teramo, Ascoli-Macerata, che saranno percorse dal Corpo     Italiano.

  Le altre rotabili comprese fra le precedenti saranno adoperate per formare più colonne parallele. Il primo compito è quello di riattivare la rotabile costiera .

3° Modalità: La 3a divisone Carpatica meno il 12° reggimento da ricognizione, più l’11° reggimento artiglieria, più un nucleo topo cartografico del 1° reggimento e con la cooperazione di una squadriglia di aerei (A) percorrerà le rotabili Rossa e Blu fino al F. Todino e quindi per Omero (8645) punterà su Ancona. Ogni direttrice sarà percorsa da una brigata con i relativi mezzi di rinforzo. Precederanno forti nuclei di ricognizione. Il grosso si metterà in moto quando le rotabili saranno riattivate.

Se i nuclei di ricognizioni si troveranno innanzi ad una organizzazione nemica debole attaccheranno per sopraffarla, se l’organizzazione nemica è forte la riconosceranno e cercheranno poi, se è possibile, effettuare un movimento avvolgente possibilmente per l’ovest.

4° Il Corpo Italiano di liberazione costituirà un raggruppamento della forza di una brigata rinforzata da artiglierie e mezzi sussidiari, che seguirà la rotabile n. 81 Teramo-Ascoli e quindi la rotabile 78 per Amendola-Macerata. Il movimento sarà contemporaneo e parallelo a quello delle truppe polacche di cui il raggruppamento italiano proteggerà il fianco sinistro. Il Corpo italiano terrà un battaglione rinforzato all’Aquila per assicurare il possesso del nodo stradale. Il battaglione di Aquila distaccherà degli elementi verso Ascoli per riconoscere la rotabile Aquila-Accumoli-Ascoli. I rimanenti reparti del Corpo italiano raggiungeranno la zona di Teramo-Ascoli solo quando le condizioni delle rotabili lo permetteranno.

5° Limiti di settore :

a. con l’VIII Armata: Celano-Aquila-Campobasso-Accumoli-Risi-S. Quirico - località incluse fra la 3a divisione Carpatica ed il C.I.L.: rotabile Blu, Piacciano Bozza (località incluse alla 3a Carpatica  B 0246 – B 8646 –B 8351 – B7555 B 7667 B 7470 (località incluse al C.I.L.  F. Chifente per B 6681 –B6184 –X 6193 Macerata- S. 550127 per S.Maria Nuova-Macerata Jesi (rotabile Macerata-Jesi inclusa al C.I.L.);

b. La 3a divisione Carpatica si collegherà al C.I.L.a mezzo delle rotabili trasversali

c. Sia la 3a divisione Carpatica che il C.I.L. si scambieranno le novità relative alle interruzioni ed alla loro probabile riattivazione. Tale novità saranno inviate anche al II Corpo

6° Riserve:

a. la 5a divisione Kresowa sarà concentrata nella regione a sud-est del Sangro

b. la II Brigata corazzata sarà concentrata tra S. Vito e Lanciano

c. il reggimento Carpatico di ricognizione sarà concentrato anche frà San Vito e Lanciano

7° Artiglieria: Ordine a parte del Comando di Artiglieria

8° Genio: Ordine a parte del Comando Genio

9° Impiego dell’aviazione: interverrà su richiesta del Comando II Corpo (tramite l’organizzazione di collegamento Moru B.) LA richiesta di intervento da parte del II Corpo, della 3a divisine Carpatica, della I brigata, della II brigata e del Corpo italiano sarà rivolta al “Moru B” a mezzo radio (esistente anche presso il C.I.L.)

10° Ogni giorno saranno trasmesse le novità delle ricognizione aeree

11° Dislocazioni:

       Il II Corpo il 20 giugno si sposterà a sud di Pescara:

       - la 3a divisione Carpatica il 18 giugno si sposterà a Pineto

       - la 5a divisione Kresowa il 20 giugno si sosterà a Casalbordino

       - la II Brigata corazzata dal 17 giugno sarà a C. 335068

       - il C.I.L. a Chieti

       - la 3a divisione Carpatica ed il C.I.L. si scambieranno gli ufficiali di collegamento con stazioni  

         radio il 19 corrente.”

 

Questo ordine di operazione si tradusse nel comando di inseguire da vicino i Tedeschi in ritirata, non dando loro tregua, su due direttrici: quella marittima, che sarebbe stata usata dai Polacchi e quella medio-montana, che sarebbe stata utilizzata dagli Italiani ed avrebbe avuto anche il compito di proteggere il fianco sinistro del Corpo Polacco. Dal 17 al 22 giugno, le unità italiane dalla zona di Teramo avrebbero dovuto avanzare verso Ascoli Piceno, mentre elementi celeri avrebbero dovuto avere il compito di andare alla ricerca del contatto con il nemico.

Il 23 giugno 1944 il Comando del II Corpo Polacco ordinò che la 3a Divisione Carpatica proseguisse verso Ancona, che la 5a divisione Kresowa si inserisse alla sinistra della Carpatica raggiungendo per Fermo e Macerata le posizioni ad est di Ancona e che il Corpo Italiano di Liberazione dovesse occupare la zona di Tolentino e muovere verso la zona di Serra San Quirico-Castelbellino-Passo Imperatore mettendo in sicurezza il fianco sinistro delle forze avanzanti.

Il 26 giugno una azione di reparti del 183° Nembo in collaborazione con elementi Polacchi verso Macerata, determinò una violenta reazione tedesca, costringendo i reparti della Nembo a ritornare sulle posizioni di partenza. L’azione servì a chiarire, in ogni caso, le posizioni tedesche a nord del parallelo di Tolentino e dette il via ad un’intensa azione di pattugliamento da entrambe le parti.

In questa attività furono impiegate anche unità partigiane come la banda Ferri e la banda Janko, nonché in particolare la brigata partigiana Majella, al comando del ten. col. Lewski, che in quei giorni aveva una forza di circa un centinaio di uomini.

 

   

 

 

 

 

 

 

 

 

lunedì 31 gennaio 2022

Giuseppe Alabastro. L' Ordinamento Definitivo del Corpo Italiano di Liberazione

 L’ordinamento definitivo del Corpo Italiano di Liberazione.

 

Il Corpo Italiano di Liberazione, pur  avendo acquisito attraverso le esperienze di Montelungo, Monte Marrone e le operazioni nelle Mainarde una valida ed omogenea consistenza organica, necessitava dell’adozione di una snodatura in grado di facilitare il funzionamento del Comando. A tale riguardo, il Comandante del Corpo Italiano di Liberazione, come da sua già consolidata intenzione, al momento di lasciare la zona delle Mainarde, ritenne opportuno costituire due brigate, la I e la II, in via provvisoria ed in attesa della superiore approvazione, a partire dal 1 giugno 1944, fermo restando che il provvedimento avrebbe interessato tutte le truppe ed i reparti non inquadrati nella divisione Nembo. Della I Brigata, al comando del col. Fucci, con base il 4° reggimento bersaglieri ed il 3° reggimento alpini; della II Brigata, al comando del col. Moggio, con base il 68° reggimento fanteria, ed il IX Reparto d’Assalto (fanteria paracadutista). Veniva, inoltre, costituito un comando artiglieria del Corpo Italiano di Liberazione, agli ordini del gen. Moro, con base l’11° reggimento artiglieria. L’ordinamento venne nelle settimane successive affinato ed a partire dal 20 giugno 1044 il Corpo Italiano di Liberazione assunse un ordinamento con base il Comando, la Divisione Nembo, la I e la II Brigata. Si trattava nella sostanza di brigate miste nelle quali, parimenti alla stessa divisione Nembo, il rapporto tra elemento di manovra (fanteria) ed elemento di fuoco (artiglieria) era tutto a favore del primo, quasi a sottolineare l’importanza attribuita alla manovra degli uomini in un momento in cui l’offensiva stava per assumere un ritmo celere. La manovra dei proietti pesanti veniva, peraltro, accentrata tenendo alla mano, per ogni eventuale bisogno, ben sei gruppi di artiglieria.

 

In totale i gruppi di artiglieria erano dieci, compresi quelli della divisione Nembo, a fronte di 14 battaglioni di fanteria; il rapporto tra fanteria ed artiglieria era dunque all’incirca di 1,5 ad 1. Desiderando, tuttavia, dare anche alle unità dipendenti la possibilità di disporre in proprio di un maggiore volume di fuoco pesante, nel corso delle operazioni fu prevista l’assegnazione del III gruppo da 75/18 dell’11° Reggimento artiglieria alla divisione Nembo e del IV gruppo da 75/18, pure dell’11° Reggimento artiglieria, alla II Brigata. Salvo qualche variante di non grande rilievo, fu questo l’ordinamento che il Corpo Italiano di Liberazione mantenne fino al suo scioglimento ed, in relazione a questo volume, con questo ordinamento affrontò le operazioni sul Musone tra il 10 ed il 20 luglio 1944.

L’ordinamento sopra descritto era nel dettaglio il seguente, come risulta dalla disposizione n. 404 di prot. Ord. emanata in data 16 giugno 1944, avente per oggetto: Ordinamento del Corpo Italiano di Liberazione, segreto, che si riporta integralmente nel documento n.3 [2].

 

 (articolo 3) Continua

giovedì 20 gennaio 2022

GIuseppe Alabastro. Il CIL dalle Mainarde alle marche

 

Dalle Mainarde alle Marche e l’’ordinamento definitivo del Corpo Italiano di Liberazione.

 

Con il cambio di dipendenza operativa, per il Corpo Italiano di Liberazione inizia il ciclo operativo nel settore adriatico che si svolgerà dal 1 giugno al 16 agosto e che sarà caratterizzato da un’avanzata profonda di oltre 350 chilometri e si attuerà in una serie di combattimenti di tallonamento ai Tedeschi in ripiegamento.

Il vero motivo per cui i reparti Italiani furono dirottati nel settore adriatico risiede nella determinazione britannica e dunque statunitense, di non offrire opportunità di risonanza mediatica agli Italiani. Il Corpo Italiano di Liberazione non doveva andare a Roma, così da sgombrare il campo da ogni presente e futura speculazione.

 

 Se guardiamo con occhi sereni a questa ingrata decisione, ed oggi è abbastanza facile vedervi due componenti, strettamente intrecciate. La prima è il desiderio, abbastanza giustificato e comprensibile di far partecipi di una vittoria-simbolo soltanto i reparti di quelle Nazioni che nel settembre 1939 avevano affrontato il peso ed i rischi di una guerra durissima, prima contro Hitler e poi contro Mussolini. La seconda componente, più sofisticata storicamente, è il malumore alleato, soprattutto britannico, per il non desiderato, improvviso e pericoloso irrompere nella scena italiana di un “appoggio” sovietico alla causa della Monarchia, di peso diplomatico e politico rilevantissimo. Dall’arrivo di Togliatti in Italia, marzo 1944, con la sua “svolta di Salerno”, si profila evidentemente, benché ancora in germe, una situazione assai più articolata politicamente di quanto immaginato e desiderato. La si può accettare “obtorto collo”, ma Roma no.”[1]

 

Spostato dalle Mainarde alla zona di Lanciano, fu inquadrato nel V corpo d’Armata britannico al comando del gen. Allfrey. ed operava con la 4a divisione indiana a destra e la D. Force a sinistra. Conquistata Chieti, l’11 giugno liberava Sulmona, mentre nel periodo dal 12 al 16 giugno vennero raggiunte L’Aquila, Penne, Castiglione, che erano state appena sgombrate dai Tedeschi. Il 16 giugno Utili impartì direttive per il prosieguo delle operazioni verso nord e verso ovest. Iniziava la seconda fase del ciclo operativo nel settore adriatico che si concluderà a metà agosto sul fiume Cesano, tra Corinaldo e Loretello, nelle Marche, con il clou nei combattimenti di Filottrano e l’avanzata ed occupazione di Jesi nel quadro della battaglia per Ancona.

Il 17 giugno venne di nuovo inquadrato nel corpo d’Armata Polacco, fino al suo scioglimento.

(articolo 3) Continua 

 


 

 

 



[1] Bandini F., Il dirottamento del Corpo Italiano di Liberazione (C.I.L.) al settore adriatico. in Atti del Convegno di Studi, Corinaldo 22.23.24 Giugno 1994, Sala Grande del Comune, Roma, Centro Studi e Ricerche sulla Guerra di Liberazione, Scena Illustrata Editrice, 1996, pag. 81.

[2] Tale Documento, Corpo Italiano di Liberazione. Ufficio Operazioni. Sezione Ordinamento, è tratto da Crapanzano E. ( a cura di), Il Corpo Italiano di Liberazione. Aprile-Settembre 1944. Narrazione-Documenti, Roma, Ministero della Difesa-Esercito, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, 1971, 2° Edizione, Allegato 26. E’ riportato nel Documento n. 3

lunedì 10 gennaio 2022

Il Terzo fronte della Guerra di Liberazione. L'Internamento


 E' la resistenza del NO. Il rifiuto delle giovani generazioni appartenenti alla Gioventù Italiana del Littorio che come soldati furono internati in Germania rifiutarono di aderire alla RSI

venerdì 31 dicembre 2021

venerdì 10 dicembre 2021

Il Fronte dell'Internamento: i dati quantitativi

 


Secondo studi recenti[1] l'Italia schierava, alla data dell'armistizio oltre  1 milione e mezzo di uomini; complessivamente ne sono stati disarmati 1006730, mentre i rimanenti 493.000 sono riuscite a sfuggire alla cattura tedesca, o a raggiungere la montagna, o le proprie case oppure, se all'estero, i movimenti di resistenza  già attivi contro la coalizione antihitleriana.

 

Secondo le stesse fonti i 10076780 militari italiani catturati dai tedesci, sono stati presi dai seguenti reparti germanici: Comando gruppo Armate B, Rommel, in Italia, 415.682, Comando 19° Armata, in  Francia, 58722, Comando Sud Italia, Kesserling, 102.342, Comdando gruppo Armate Est, Grecia ed Egeo, 265.000 e Comando  2a Armata Corazzata, Balcani, 164.986.

 

La stessa fonte offre il seguente quadro generale di situazione sui militari italiaani internati in  Geermania:

-         militari italiani alle armi, oltre 1.500.000

-         militari italiani sfuggiti alla cattura, 493.000

-         militari italiani catturati, 1006.780

-         militari italia sfuggiti ai tedeschi dopo la cattura, 190.000

-         militari italiani internati, 725.000

-         militari italiani che hanno aderito alla RSI dopo l'ingresso nei lager, 114.500

-         militari italianiconsiderati prigionieri ed inviatial fronte dell'est come ausiliari, 12000

-         militari italiani internati nei lagr del III Reich e territori occupato, 598.000

 

Da questo riepilogo emerge che il 19% ( 190.000) del totale di 1.006730 militari disarmati sono sfuggiti ai tedeschi o col loro consenso o per abilità personale, mentre circa il 20% hanno collaborato con i tedeschi sia la momento del disarmo (90.000) sia con le successive adesioni dall'ottobre 1943 al gennaio 1944 (114.500), cifra che rappresenta il 16% degli italiani internati nei campi di concentramento (725.000).

 

I dati che sono stati riuportati presentano discrepanze dell'ordine dell1% e quindi dovrebbero corrispondere o essere quanto meno piuttosto vicine alla relatà storica.

 


[1] Schreiber G., I Militari Italiani Internati nei campi di concentramento del Terzo Reich 1943 -1945, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell'esercito, ufficio Storico, Roma, 1992

sabato 20 novembre 2021

mercoledì 10 novembre 2021

Ricerche sulla Brennero

 

Generale Coltrinari buonasera

domani è il mio compleanno, compio sessant’anni, e lei puoi farmi un regalo gradito.

Sono figlio di un militare appartenente alla 4a compagnia – IV Battaglione Mitraglieri – 232° Reggimento -  Divisione Brennero. Credo avrà già compreso che sto ricercando notizie che commemorino mio padre, che fortunatamente è ritornato dalla guerra, ma poco ha raccontato della sua odissea ed è poi morto, quando non avevo ancora dieci anni.

Ho letto su internet delle vicende da lei raccontate occorse alla divisione dopo l’8 settembre 1943 dove sostanzialmente afferma che tale unità è forse l’unica che “rientrò in Italia nel settembre 1943, in modo organico, dai Balcani”.

Su “11ª Divisione fanteria "Brennero" - Wikipedia “ leggo inoltre

“Nel febbraio del 1943 la divisione, alle dipendenze del IV Corpo della 9ª Armata, viene ritrasferita in Albania, presso Durazzo, dove muta nuovamente organico…. Consegnate le armi ai tedeschi, i suoi uomini riescono a reimbarcarsi per l'Italia, tranne il III Battaglione/231º Reggimento fanteria di

stanza a Porto Edda che si imbarca per Corfù, dove seguirà le sorti di quel presidio, ed il I Btg /231º Regg. (insieme ad altri elementi isolati della divisione) che si unisce ai partigiani albanesi.”

Ora mio padre, plausibilmente a Durazzo (PM49) dopo essere stato di presidio nell’isola di Zante per sedici mesi come da testimonianze di commilitoni, non era un persona che prendeva facilmente ed in modo autonomo decisioni di abbandonare il reparto, ritengo abbia seguito altri compagni. Dai pochi racconti che ha fatto a mia madre è stato sicuramente preso prigioniero dai tedeschi ma poi, dopo vari trasferimenti, si troverà a vivere alla macchia per altri 37 mesi sulle montagne albanesi.

Le chiedo per quanto è a sua conoscenza se conosce altri reparti organici della divisione che abbiano seguito i partigiani e soprattutto se abbia conoscenza specifica del IV Battaglione Mitraglieri, che sembra “figlio di nessuno” in quanto solo all’inizio del ’43 ritornava in subordine al 232° reggimento.

A tal proposito allego un organigramma che ho ricostruito su qualche documentazione in possesso di mamma, se le può essere di aiuto.

Le sarò infinitamente grato per gli aiuti che si sentirà e potrà darmi e

nel ringraziarla ancora in fiducia le porgo i miei più cordiali saluti.

Graziano Olivetto

goolivetto@gmail.com

 

 

 

domenica 31 ottobre 2021

Seconda Guerra Mondiale. Le Grandi Battaglie

 La battaglia di Iwo Jima

 

di Anastasia Latini

 

Mentre in Europa l’inizio del 1945 segnava il tramonto del Terzo Reich, la battaglia ancora infuriava nell’Oceano Pacifico e gli Stati Uniti stentavano a piegare la resistenza giapponese.

Una battaglia che per molti aspetti segnò il passo fu quella combattuta sull’isola di Iwo Jima, il cui esito fu immortalato dalla celebre foto Raising the Flag on Iwo Jima scattata da Joe Rosenthal che gli valse il Premio Pulitzer e che divenne una delle immagini più rappresentative della seconda guerra mondiale.

Iwo Jima è un’isola appartenente all’arcipelago Volcano, all’epoca abitata da circa 1.200 persone, tutte evacuate per renderla una roccaforte della difesa giapponese dopo l’arretramento del fronte, dovuto alla pressione degli americani sugli arcipelaghi occupati. 

Iwo Jima era un obiettivo strategico fondamentale per gli Stati Uniti che si preparavano ad un’invasione del territorio nazionale giapponese: l’isola faceva parte della sottoprefettura di Ogasawara che a sua volta era parte dell’amministrazione metropolitana di Tokyo, e la sua occupazione avrebbe procurato uno shock psicologico notevole ai giapponesi.

Altre motivazioni risiedevano nella sua posizione: era ad una distanza dalla capitale che permetteva di inviarvi gli aerei bombardieri B-29 con la scorta dei caccia North American P-51 Mustang, una scelta necessaria visto che questi ultimi avevano bisogno di una base di rifornimento   in prossimità dell’obiettivo da raggiungere, e facendone a meno i caccia giapponesi a difesa del territorio nipponico avrebbero costretto i Superfortess a volare a quote molto elevate, rendendo impreciso il bombardamento.

Il problema del rifornimento è stato centrale nella scelta di occupare Iwo Jima, che poteva diventare una base intermedia perfetta per il rifornimento dei B-59 di stanza nelle isole Marianne, così che fossero in grado di caricare più del doppio delle bombe, alleggeriti da meno carburante e che in caso fossero stati colpiti potevano atterrarvi senza dover attraversare un tratto consistente di oceano.

I giapponesi avevano dotato infine l’isola di due aeroporti, Motoyama 1 e 2, mentre un terzo era in costruzione e venne in seguito completato proprio dalle forze statunitensi che così potevano contare di un’isola fortificata e dotata di uno snodo aereo in pieno territorio nemico.

Nel giugno del 1944 la difesa di Iwo Jima veniva affidata al generale Tadamichi Kuribayashi che doveva prepararsi a difenderla senza la possibilità di ricevere rinforzi in caso di attacco.

Da circa 5.000 uomini si arrivò ad una guarnigione di 22.000 soldati, supportati da un consistente numero di cannoni antiaerei e anticarro, carri armati 97/Chi Ha e 95/Ha Go e mortai di ogni tipo.

Il vero capolavoro della difesa dell’isola tuttavia era la rete di tunnel e postazioni sotterranee che il generale Kuribayashi fece costruire: 18 km di gallerie rese possibili dalla conformazione vulcanica del terreno, che ne rese d’altro canto difficoltosa la costruzione a causa dei vapori sulfurei che si sprigionavano durante gli scavi.

La struttura sotterranea collegava bunker, casematte, trincee coperte e artiglierie, il tutto protetto da cemento armato e porte blindate e reso pressoché invisibile alle forze di invasione.

Questo fu il motivo che spinse i giapponesi a difesa dell’isola a non contrattaccare al consueto bombardamento che precedeva lo sbarco, cosicché le postazioni degli artiglieri rimanessero celate fino all’inizio della battaglia.

L’esercito nipponico poteva contare sulla preparazione e la superiorità strategica contro un nemico che aveva dalla sua possibilità di rifornimento quasi infinite e un maggior numero di uomini e mezzi da usare per la conquista dell’avamposto.

Kuribayashi sfruttò le ridotte dimensioni dell’isola, che ha un’area di 20 km², una lunghezza di 8 km e una larghezza di soli 730 m, predisponendo la divisione in tre settori di difesa: l’estremità meridionale in cui si trova il monte Suribachi, dotato di postazioni fortificate, collegato alla parte settentrionale da uno stretto istmo affidato alla fanteria, e infine le colline al centro e al nord dove si concentrava il maggior numero di soldati, chiamato Meat Grinder (tritacarne).

La battaglia come previsto venne anticipata da un violento bombardamento americano iniziato l’8 dicembre 1944 che proseguì in crescendo fino al giorno dello sbarco, procurando comunque pochi danni all’organizzata rete di protezione giapponese benché sia stato il più intenso e lungo operato dalla U.S. Navy in tutta la guerra.

Il piano difensivo di Kuribayashi prevedeva di iniziare l’azione contro gli invasori non sulla spiaggia, ma lungo l’area dove si trovavano le principali opere di difesa, carri armati, casematte e postazioni di artiglieria.

Il 19 febbraio i marines della IV e V Divisione (con la III nelle retrovie) sbarcarono sull’isola, preceduti da intensi bombardamenti di sei corazzate e cinque incrociatori della Marina e 120 aerei Vought e Curtiss, che disseminarono l’isola di bombe per ore prima che venisse dato il via libera alle truppe di terra.

Un errore dei giapponesi fu nella tempistica, infatti si diede il tempo ai marines di portare sull’isola tutto il necessario per costruire una testa di ponte in grado di assicurare il rifornimento di uomini e mezzi; nonostante la perfetta coordinazione del fuoco incrociato giapponese, sarebbe stato impossibile cacciare indietro gli americani.

Il 23 febbraio il monte Suribachi e l’aeroporto Motoyama 1 erano caduti, grazie all’uso dei lanciafiamme e dei carri armati Sherman dotati di questa arma che neutralizzò gli attacchi delle artiglierie sotterranee dei giapponesi, provati già da pesanti perdite dei primi giorni della battaglia.

Dal quinto giorno l’offensiva statunitense si concentrò nella zona centrale, la cosiddetta Meat Grinder, una delle maggiormente difese e che non si prestavano ad un uso efficiente dei carri dato il terreno roccioso.

Dopo un avanzamento a colpi di bombe a mano e lanciafiamme per contrastare gli attacchi dalla rete sotterranea giapponese, i difensori uscirono allo scoperto lanciandosi in un corpo a corpo tra i più sanguinosi del conflitto che si prolungò fino al 10 marzo.

Costretti a ripiegare lungo la costa nord-orientale, i giapponesi sferrarono un attacco kamikaze a discapito del parere contrario del generale Kuribayashi, che causò ulteriori perdite alle poche forze nipponiche rimaste, le quali si disgregarono definitivamente nell’ultima fase della battaglia.

Il 26 marzo le truppe giapponesi avevano capitolato e Kuribayashi era morto insieme alla maggior parte dei suoi soldati, su circa 22.000 uomini posti a difesa di Iwo Jima i morti erano superiori ai 18.000, mentre dalla parte statunitense si attestavano intorno ai 6.000, più l’affondamento della portaerei Bismarck Sea ad opera di un attacco kamikaze.

L’Operation Detachment (Operazione Distacco) era durata 35 giorni, impegnando 70.000 soldati americani di cui 30.000 sul campo di battaglia, in uno scontro frontale senza tregua tipico più del primo conflitto mondiale che del secondo.

Alla fine non bastò larte bellica e la volontà ferrea di morire per la difesa della propria patria ai giapponesi per battere un nemico in grado di schierare risorse materiali e supporto di navi e aerei enormemente maggiori in quella che è stata una delle battaglie

mercoledì 20 ottobre 2021

Le operazioni alleate nel giugno 1944

 


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Il 7 giugno 1944 il Maresciallo Alexander diramò un piano operativo che doveva accelerare l’inseguimento delle forze tedesche in ritirata verso nord. Unità della VIII Armata britannica dovevano raggiungere la zona di Firenze-Bibiena-Arezzo, utilizzando le direttrici rappresentate dalle strade statali n. 3 e n. 4. Unità della V Armata statunitense dovevano raggiungere la zona Pisa-Lucca–Pistoia, utilizzando le direttrici rappresentate dalle strade statali n. 1 e n. 2. Il V Corpo d’Armata britannico non doveva spingersi troppo avanti e non accelerare la ritirata tedesca, in modo da economizzare al massimo gli equipaggiamenti da ponte e, in generale, i mezzi da trasporto, che necessitavano in modo urgente alla V ed alla VIII Armata nel settore tirrenico. Il piano prevedeva anche, come ipotesi operativa, che se l’avanzata generale ad ovest degli Appennini non avesse persuaso i Tedeschi ad abbandonare Ancona volontariamente, il II Corpo d’Armata Polacco sarebbe stato portato avanti oltre le principali linee di avanzata della VIII Armata ad ovest degli Appennini ed avrebbe attaccato la piazzaforte dorica da ovest.

Fino al 15 giugno 1944 l’avanzata alleata fu veloce e promettente, poi la resistenza tedesca si irrigidì sempre più. Il 20 giugno le due Armate alleate erano di fronte alla principale linea di resistenza tedesca, la linea del Trasimeno, che nelle intenzioni germaniche doveva proteggere i porti di Ancona e di Livorno e fungere da antemurale alla linea posta sui crinali degli Appennini, che poi diverrà famosa con il nome di “Linea dei Goti” o “Linea Gotica”. Mentre queste operazioni erano in atto sul terreno, fra gli Stati Maggiori Statunitense e Britannico iniziò il dibattito su che cosa fare nell’immediato futuro, dibattito che vale la pena di vedere più da vicino in quanto direttamente incidente sulle vicende del Corpo Italiano di Liberazione e la sua azione nelle Marche.

 

domenica 10 ottobre 2021

Gli Alleati e la popolazione italiana

 

La popolazione  italiana ha sempre accolto, dal settembre 1943 alla fine della guerra, le truppe alleate, a prescindere dalla loro appartenenza, con ammirazione ed entusiasmo, vedendo il loro arrivo come la fine di un incubo e l’inizio di un periodo di vita materiale e morale, migliore.

La convinzione di tutti gli Italiani, a quel tempo, era che la alleanza delle Nazioni Uniti, gli Alleati come venivano chiamati,  era solida, granitica, potente, invincibile.

In realtà, al vertice della organizzazione militare alleata, sul piano strategico, dalla fine della conquista della Sicilia e per tutta la durata della Campagna d’Italia, esistettero tra Statunitensi e Britannici profonde divergenze in tema strategico, ovvero come condurre la guerra in Europa e, conseguentemente , in Italia.

Queste divergenze portarono a dolorose e significative sconfitte sul piano strettamente tattico, come l’arresto della offensiva sul Sangro, le prime tre battaglie per Cassino, e lo sbarco sul litoraneo pontino, solo per citare quelle dell’autunno 1943 – primavera 1944.[1]

Nel maggio-giugno 1944, superato l’ostacolo di Cassino e conquistata Roma, mentre le truppe alleate sbarcavano in Normandia, le divergenze strategiche in Italia fra Statunitensi e Britannici, molto gravi fino a quel momento, raggiunsero il massimo. Il pomo della discordia consisteva nella attuazione, o meno, della operazione “Anvil”, ovvero lo sbarco nel sud della Francia, in sostegno e supporto a quello che era già stato effettuato con successo in Normandia. Per “Anvil” i quesiti a cui si doveva rispondere erano:  deciso lo sbarco, quante forze vi si dovevano impiegare? Da dove si dovevano prendere queste forze? Chi avrebbe alimentato le successive operazioni di penetrazione in profondità? La risposta a questi interrogativi non facevano che acuire i contrasti fra i due Stati Maggiori, contrasti che erano la diretta conseguenza delle differenti vedute strategiche tra gli  Alleati.

Gli Statunitensi, un volta che l’Italia era stata sconfitta e costretta ad uscire dalla guerra, settembre 1943, e resisi gli Alleati padroni delle rotte del Mediterraneo, non ritenevano utile impegnare ulteriori forze nel scacchiere italiano. Essi rimanevano, in tema di strategia, fermi alla loro convinzione che, per conseguire la vittoria finale, ci si doveva concentrare sull’obiettivo principale, perseguirlo con il massimo della concentrazione degli sforzi nel momento e nel punto decisivo, limitando al massimo, se non per operazioni diversive, di inganno e sussidiarie, ogni operazione su obiettivi collaterali. Questa strategia era direttamente discendente dalla loro politica che voleva essere distante da quello che loro consideravano antiquati poteri politici europei e vedevano con diffidenza e circospezione il colonialismo britannico in tutte le sue forme. In più non volevano essere coinvolti in operazioni nel centro Europa né tantomeno nell’Europa Orientale, impegno che consideravano solo un sperpero di risorse e di vite umane. Il loro desiderio era quello di terminare il più velocemente possibile la guerra in Europa e concentrarsi totalmente contro il Giappone.

I Britannici, di contro, adottavano anche in questa guerra la loro tradizionale strategia indiretta e pragmatica, ovvero, per le operazioni terrestri, la strategia del Debole verso il Forte. Era una strategia che aveva dato, al momento in cui la Gran Bretagna era stata chiamata a combattere potenze continentali, copiosi frutti, primi fra tutti la vittoria su Napoleone un secolo mezzo prima. Partendo dal principio che la Gran Bretagna non aveva forze terrestri paragonabili a quelle della Germania, la Gran Bretagna riteneva necessario ed utile attaccare la periferia della potenza nemica, cioè tedesca, cercare di creare discordie fra la coalizione nemica (l’Asse italo-tedesco), porre il blocco navale[2] ed attenderne gli effetti; intensificare i bombardamenti aerei, minare il fronte interno nemico, evitare ogni scontro diretto di vaste proporzioni in cui si sarebbero arrischiate le relativamente poche forze terrestri; tutto in attesa di assestare, al momento e luogo opportuno, il colpo risolutivo finale, che avrebbe dato la vittoria. Questa strategia era anche in gran parte giustificata dal ricordo ancora vivissimo della carneficina della Prima Guerra Mondiale, il cui solo pensiero faceva abortire ogni progetto di attacco diretto.

Con l’uscita dell’Italia dalla guerra, e severamente impegnata dalla Unione Sovietica, la Germania stava iniziando a cedere; basta attendere il momento opportuno e la vittoria sarebbe stata conseguita. Non erano necessari sbarchi in Francia: tutte le forze dovevano essere tenute in Italia, da cui, crollata la Germania, sarebbero state indirizzate su Vienna ed il centro Europa a fermare e contrastare l’avanzata sovietica.

Lo scontro tra queste due opposte visioni strategiche era costante. Nel giugno 1944, quando conquistata e superata Roma, e le truppe Alleate entravano nelle Marche, si avvicinava sempre più il momento di decidere. I termini del problema strategico-operativo erano chiari: o proseguire speditamente verso Nord e, superati gli Appennini, arrivare alle Alpi, avendo conquistato la Pianura Padana, oppure destinare le migliore forze presenti in Italia alla operazione “Anvil”, cioè lo sbarco in Provenza, sottraendole naturalmente al fronte italiano. La disputa su questi termini, aggravata dal fatto che le forze sottratte al fronte italiano dovevano essere sostituite e si balenava quello che i Britannici non volevano nemmeno prendere in considerazione, ovvero armare ed equipaggiare forze italiane, alterava ed avvelenava tutti i rapporti fra Alleati. La disputa su questa questione e le decisioni conseguenti avrebbero condizionato le operazioni in Italia nell’estate 1944 ed anche dopo.[3]



[1] Questi temi sono stati dibattuti al convegno “Gli Alleati da Salerno ad Anzio” tenutosi il 24 gennaio 2004 alla sala delle Conchiglie di Villa Adele ad Anzio organizzato dalla Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia, dall’Internamento e dalla Guerra di Liberazione (A.N.R.P., coordinato e presieduto dal Prof. Enzo Orlanducci.)

[2] In campo marittimo la Gran Bretagna attuava la strategia del Forte verso il Debole, con l’obiettivo finale quello di “strangolare” la potenza continentale, privandola di ogni aiuto esterno. Questa strategia, nel 1943, stava per essere messa fortemente in crisi dall’azione dell’arma sottomarina tedesca, a un passo dal divenire vincitrice della Battaglia dell’Atlantico. La Gran Bretagna, senza gli aiuti statunitensi e quelli provenienti dal resto dell’Impero, aveva risorse per poco più di un mese di sopravvivenza.

[3] Il famoso e quanto mai discutibile messaggio del Comandante in Capo del XV Gruppo di Armate in Italia, Maresciallo Alexander al movimento di Resistenza nel Nord Italia nell’autunno 1944 con il quale si invitavano i “Partigiani”alla stasi invernale, ovvero a deporre le armi e ritornare a casa, ha le sue lontani e chiare origini da queste discussioni.

giovedì 30 settembre 2021

52°Reggimento Fanteria Garibaldi.

 Si riporta la Post fazione al Volume di Mario di Spirito dedicato al 52° Reggimento Fanteria "Garibaldi"

 


Postfazione

 

Stampare un volume scritto ed edito negli anni trenta del secolo scorso, in un clima totalmente diverso da quello di oggi può sembrare una attività inutile e nostalgica. In realtà riportare alla luce e presentare ai Soci dell’UNUCI e a quanti hanno interesse a questi argomenti può essere utile per comprendere lo spirito e il senso di identità che sono una struttura portante della architettura della nostra Nazione.

 

Il Reggimento “Obbedisco” era una entità anche nel 1934 al di sopra di tutto e di tutti. Ho sentito mille volte racconti come quello dell’amico Montagano, che finirà in un campo di concentramento tedesco, in un KZ quelli peggiori di tutti per la sua avversione al fascismo ed al nazismo, essere orgoglioso di portare quella cravatta rossa segno di italianità in un panorama fosco e nero. Come quello offerto dal regime mussoliniano.

 

Richiamare alla attenzione quei momenti significa anche viverli e partecipare a quella operazione di conoscenza della memoria che è uno degli scopi statuari dell’UNUCI, Unione Nazionale Ufficiali di Complemento in Congedo. Non solo storia risorgimentale, in cui il 52° Reggimento affonda le sue radici di tradizione storica, ma anche storia del novecento, in cui la tradizione garibaldina ha avuto un suo sviluppo ed un suo rinnovarsi.

 

La partecipazione alla Prima Guerra Mondiale, di cui in questi mesi si sta celebrando la data anniversaria intesa come momento di unione, di identità e di partecipazione collettiva, è una tappa fondamentale di questa tradizione. Aver deciso di accorre nel 1914, in Francia, per combattere il tedesco, con la Legione Garibaldina nel solco dell’interventismo, è stato un segno eclatante per influire nella scelta da che parte l’Italia doveva stare. L’Italia del primo novecento era incapsulata nella Triplice Alleanza ed appariva sempre più evidente che questa alleanza poteva essere accettata come strumento di equilibrio europeo. Quando Germania ed Austria oltrepassarono questo limite e vogliono ricorrere, in una visione prettamente ottocentesca dell’uso della guerra, l’Italia è chiamata a scegliere.

 

Germania ed Austria sono convinte, nel 1914, di vincere la guerra, supponendo che la Gran Bretagna rimanga neutrale; e sono convinte di riuscire a sconfiggere la Francia, prima, la Russia, poi, fidandosi ciecamente nella forza dei loro eserciti. L’Austria è convinta di avere ragione della Serbia in poche settimane. Troppo convinte della loro superiorità pensano di non avere bisogno dell’Italia e volutamente la vogliono lasciare fuori per non dividere con lei le conquiste territoriali che sono date per scontate.

 

Qui finisce nella sostanza la Triplice Alleanza. L’Italia non deve partecipare alla costruzione del nuovo ordine europeo scaturito dalla guerra. La Triplice Alleanza aveva terminato il suo compito: fin quando è una alleanza per mantenere gli equilibri europei va bene; quando questi equilibri devono essere alterati a favore di Germania ed Austria, l’Italia è messa da parte.

 

Mascheravano Germania ed Austria questa loro scelta con le solite parole di propaganda: parlarono di “tradimento” dell’Italia con cui marcarono di tradimento il nostro Paese al momento della dichiarazione di neutralità.

 

Davanti a tutto questo, al fallimento della politica della Triplice, di cui il capofila era il Marchese di San Giuliano, ministro degli Esteri, non vi era che la strada dell’Interventismo, della partecipazione alla guerra per avere quei vantaggi territoriali che mettesse in sicurezza il confine orientale, con la acquisizione di Trieste, concludendo il processo unitario Italiano.

 

In questo contesto lo spirito garibaldino fu essenziale. . L’esempio  ed il significato storico del 52° Reggimento fanteria “Obbedisco”, è eclatante.

In questa chiave la ristampa del volume, il voler aver dato spazio a nomi e cognomi di chi fu partecipe e protagonista, che è forse il segmento più importante del volume, rappresenta un omaggio ed un dovuto ricordo a chi fecero, con il loro dovere, l’Italia, prima come Stato, poi come Nazione.

 

Massimo Coltrinari

domenica 19 settembre 2021

Rivista QUADERNI n. 2 del 2021 Aprile - Giugno 2021

 


Nota redazionale

Come noto, questa rivista, espressione del sostegno ai master di primo livello attivati, per l’area forze armate, presso la Università degli Studi N. Cusano Telematica Roma, sui temi di storia militare e politica militare, è articolata, conseguentemente, su due versanti, il primo dedicato alla storia ed il secondo dedicato alla geografia, e, per estensione alla geografia politica economica e quindi alla geopolitica.

 

Questo numero, per la parte di storia, ospita contributi relativi alla data centenaria della traslazione del Milite Ignoto, sulla scia dei contributi pubblicati nei numeri precedenti. Da sottolineare la pubblicazione integrale del Calendario Azzurro del 2021 dedicato al Milite Ignoto, sintesi felice ed eccellente predisposta da Antonio Daniele. Seguono gli articoli di tre laureati al Master di Storia Militare, uno, di Augusto Angelini (epoca napoleonica) sulla ricostruzione della battaglia di Salamanca, l’altro di Sotorios E. Drokalos (seconda guerra mondiale) che ci dà la versione greca della nostra aggressione al suo paese nel 1940. Infine il terzo contributo di Romano Olevano dedicato ad un tema, il soldati del primo tricolore che la copertina del numero passato aveva preannunciato come tema di trattazione.

 

Per la parte geografica l’articolo Valentina Trogu che tratta del rapporto tra la sociologia e scienze strategiche, è rinviato al numero 4 del 2021 per ragioni di spazio, mentre in geopolitica delle prossime sfide si tratta dell’impatto del Governo Draghi nei rapporti internazionali dell’Italia. In Scenari una breve scheda della influenza che ancora oggi hanno i principi e dogmi dell’Impero romano e della sua eredità.

 

Nelle rubriche, quelle relative al CESVAM si riportano alcune peculiari attività del Centro, con la pubblicazione dei Bandi relativi alle due nuove iniziative, ovvero l’attivazione del Master dedicato al Terrorismo e all’Antiterrorismo Internazionale, e al Corso di Aggiornamento e Specializzazione sempre sullo stesso argomento riservato anche ai diplomati, mentre gli Indici della rivista QUADERNI ON LINE si riferiscono al I trimestre del 2021 Ulteriori notizie sulla attività del CESVA sono possibili trovarle sulla home page della piattaforma www.cesvam.org alla rubrica “Eventi” ed alla rubrica “Notizia CESVAM”, La rubrica di chiusura riporta la iconografia della Brigata “Caltanisetta”, della prima guerra mondiale, come tradizione di questa rivista.

Da ultimo, l’editoriale del Presidente Nazionale ed il Post editoriale del Direttore del Periodico anche per questo numero sono intonati al tema della celebrazione del Milite Ignoto, nel solco delle scelte sopra dette, e dei contenuti evidenziati nella pubblicazione consorella.

(massimo coltrinari)

Il prossimo numero 3 del 2021, 20° della Serie, sarà dedicato, come continuazione del n. 3 del 2019, 16° della Serie, al CESVAM Report. Settembre 2019- Agosto 2021 ove si illustreranno le attività e le realizzazioni dell’ultimo biennio.  (massimo Coltrinari)

 

In I di Copertina: Il Milite Ignoto Cerimonia del 4 Novembre 1921 all’Altare della Patria.

 

Il presente numero è stato chiuso in tipografia il 30 giugno 2021