venerdì 7 agosto 2020
La crisi armistiziale del 1943 I Parte
Gli
ex alleati tedeschi
di
Osvaldo
Biribicchi
All’indomani del 25
luglio, iniziò tra tedeschi e italiani un gioco ambiguo che avrebbe portato sia
la popolazione che le forze armate italiane verso una delle peggiori tragedie
della loro storia. I primi cominciarono a far affluire nella penisola numerose unità per concorrere, apparentemente, a difenderla dagli
angloamericani sbarcati in Sicilia il 10 luglio (in
realtà per premunirsi dall’imminente cambio di schieramento del governo
Badoglio); i secondi iniziarono in segreto
febbrili trattative con gli Alleati per uscire dalla guerra continuando però,
apparentemente, a mostrarsi amici della Germania. Mentre i tedeschi portavano a
termine il posizionamento dei propri reparti, il generale Castellano, a
Cassibile in Sicilia, il 3 settembre 1943 firmava il cosiddetto armistizio corto che, nelle intenzioni
degli italiani, avrebbe dovuto essere reso di pubblico dominio il 12 settembre.
In realtà, il Generale Eisenhower decise
unilateralmente di annunciare l’armistizio, da radio Algeri, l’8 settembre alle
ore diciotto e trenta ed il Maresciallo Badoglio, colto di sorpresa, fu
costretto ad annunciarlo subito dopo, alle diciannove e quarantacinque.
Nell’annuncio radiofonico, Badoglio disse: «ogni atto di ostilità contro le
forze angloamericane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo.
Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza». Se
i reparti italiani, in patria ed all’estero, la sera dell’8 settembre furono
colti di sorpresa non lo furono quelli germanici i quali sapevano già cosa
fare, come muoversi e dove attaccare avendo ricevuto ordini esecutivi chiari.
Per gli ex alleati degli italiani iniziò la campagna del fronte meridionale, che
aveva l’obiettivo strategico di tenere il più possibile a sud, lontano dal
confine meridionale del Reich, il nemico angloamericano, nella convinzione che
la guerra si sarebbe decisa contro l’Unione Sovietica sul fronte orientale e
soprattutto impedendo uno sbarco in Europa di forze angloamericane provenienti
dalle isole britanniche. Le forze armate italiane, lasciate senza ordini o con
ordini del tutto generici e demoralizzate, si sbandarono. Decine di migliaia di
soldati, completamente ignari dell’avvenuto armistizio, all’alba del 9
settembre 1943 furono sistematicamente attaccati e fatti prigionieri dalle
truppe tedesche. La sorpresa per i soldati italiani fu dunque totale, in un
attimo si ritrovarono, sotto la minaccia delle armi dei vecchi alleati, a dover
decidere se continuare a combattere con loro oppure essere internati in
Germania. Coloro che lasciarono le proprie unità per tornare a casa od unirsi
alle formazioni partigiane, quando scoperti, furono fucilati senza processo in
quanto considerati volgari banditi. Fuori dai confini nazionali, in Corsica, in
Albania, nell’Egeo, in Grecia, in Francia in Jugoslavia alcuni reparti
riuscirono ad unirsi alle forze partigiane locali che combattevano contro i tedeschi,
altri opposero a questi una strenua resistenza. Alla data dell’armistizio, i cittadini
in armi erano circa 4 600 000. Una massa enorme che nel giro di poche ore
avrebbe perso la già ridotta capacità di combattimento. Nei vari teatri
operativi fuori dai confini nazionali stazionavano circa 900 mila uomini: 260
mila in Grecia e nelle isole dell’Egeo, 300 mila in Croazia, Slovenia,
Dalmazia, Montenegro e Bocche di Cattaro, 230 mila uomini in Francia e Corsica,
più di 100 mila in Albania. Una forza apparentemente formidabile, in realtà
terribilmente debole, senza direttive da parte del capo del governo Badoglio,
del generale Ambrosio, capo di stato maggiore generale e del generale Mario
Roatta capo di stato maggiore dell’esercito. Quel che rimaneva della marina e
dell’aeronautica si consegnò agli angloamericani in applicazione delle clausole
armistiziali, mentre il Re, il maresciallo Badoglio e le più alte autorità
civili e militari abbandonarono immediatamente Roma e si rifugiarono a Brindisi
lasciata dalle truppe tedesche e subito occupata dalle forze alleate. Nel
momento in cui il Re e Badoglio sbarcarono a Brindisi nacque il cosiddetto
Regno del Sud allo scopo di garantire formalmente la continuità, la sovranità
dello Stato italiano. In realtà con la firma, il 29 settembre 1943,
dell’armistizio lungo, l’atto nel quale vennero precisate le condizioni della
resa senza condizioni già contenute genericamente nell’armistizio di Cassibile
(armistizio corto), l’Italia fu costretta a fornire ai liberatori
angloamericani tutto ciò che rimaneva delle proprie risorse finanziarie ed infrastrutturali.
L’attività amministrativa del governo Badoglio fu sottoposta al diretto
controllo degli Alleati.
(continua con post in data 14 agosto 2020)
[1]
Carlo Cigliana, Le cinque settimane più
controverse della Guerra d’Italia, in La
Guerra di Liberazione-Scritti del Trentennale, Stato Maggiore
dell’Esercito-Ufficio Storico, 1976, pp. 61-62.
[2]
Leandro Giaccone, Considerazioni sull’armistizio,
in Otto settembre 1943 – L’armistizio italiano 40 anni dopo, Atti del
Convegno Internazionale (Milano 7-8 settembre 1983), Ministero della
Difesa-Comitato Storico «Forze Armate e Guerra di Liberazione», Roma, 1985, pp.
421-428.
[3] Carlo
Vallauri, Soldati-Le forze armate italiane dall’armistizio alla Liberazione,
UTET Libreria, Torino, 2003, p. 64.
[4]
Filippo Stefani, Storia della dottrina e
degli ordinamenti dell’esercito italiano, Roma, Ministero della Difesa
Stato Maggiore dell’Esercito-Ufficio Storico, 1984-1987, vol. IV, p.
[5] Ivi, p.
martedì 28 luglio 2020
venerdì 17 luglio 2020
Corpo Italiano di Liberazione. Azione sul Musone 17 luglio 1944
Il fiume Musone nel 1944
Ma ancora più
delicata a causa della violenza del combattimento furono le azioni condotte sul
Musone (17 luglio). Nei piani strategici alla Sezione di Sanità erano stati
affidati dei compiti ben precisi: schierarsi in località avanzata, spingere i
suoi due plotoni alle calcagna delle due Brigate, prepararsi a sostenere il
lavoro di sgombero e di raccolta dei feriti.
Segue una
notte tremenda, disturbata dal fuoco intenso dei mortai nemici; il transito
delle autoambulanze è difficile, ma con sforzi inumani i portaferiti al seguito
della fanteria , riescono a raggiungere la sponda del fiume conteso; ci sono i
più alti, i più forti, poiché ci sarà la possibilità di portare la barella a
guado, il coraggio è in tutti, il più piccolo attraverso l’acqua si trascinerà
da solo un ferito sulle spalle e si meriterà una medaglia di bronzo. Le
operazioni di raccolta dei feriti continuano anche durante la notte e non
mancano fulgidi esempi di altruismo e solidarietà- Gli autieri delle
autoambulanze, fanno compiere alle loro traballanti carcasse prodigi di
equilibrio e resistenza. Sul fiume impetuoso c’è sosta obbligata, ma si vede
persino un autiere che nell’attesa del carico, anziché aspettare in una buca al
riparo, corre al di là delle stretto guado a dare una mano a portare le barelle.
martedì 14 luglio 2020
Corpo Italiano di Liberazione. 51a Sezione di Sanità Composizione
: “La 51a Sezione di Sanità, in
occasione del combattimento sul Musone, sempre al comando del capitano Gerosa,
comprendeva il s.ten. med.Franco Gasparro Rocca, il s.ten. med.Franco Cartelli,
il ten. s.ten d’amministrazione Ferdinando Movalli, il ten. cappellano
Costantino Carnevale, tutti membri del Comando; comprendeva inoltre il primo
reparto auto carreggiato al comando del s.ten. Roberto Calcanotnio, il I
plotone portaferiti al comando del ten. Pietro d’Ercole, il II plotone
portaferiti al comando del s.ten. Antonio Furino.”
Cfr.
Franco
S., Aspetti sanitari Corpo Italiano di
Liberazione (C.I.L.). in Atti del Convegno di Studi, Corinaldo 22.23.24
Giugno 1994, Sala Grande del Comune, Roma, Centro Studi e Ricerche sulla Guerra
di Liberazione, Scena Illustrata Editrice, 1996
martedì 7 luglio 2020
Corpo Italiano di Liberazione. 51a Sezione Sanità. Nota
51a Sezione Sanità
Questo reparto godeva della stima di tutti ed in
particolare del gen. Utili. Nei giorni difficili della costruzione e
dell’amalgama delle truppe del Corpo Italiano di Liberazione, quando episodi di
indisciplina anche gravi come l’ammutinamento di circa 190 allievi ufficiali
dei bersaglieri, la 51a sezione di sanità era un modello di organizzazione e
disciplina. Scrive il gen. Utili:
“Un giorni, uscendo da Sant’Agata per una delle mie
quotidiane ispezioni, incontrai un reparto che faceva sulla strada provinciale
istruzione d’ordine chiuso; e lo faceva veramente bene, con una serietà e con
una sicurezza del maneggio d’arme che mi colpirono….Questa disciplinata prestanza, indice di un equilibri morale
tanto più sorprendente considerati gli umori incerti della maggioranza ed il
fatto che si trattava di un reparto non combattente, non era che il frutto
dell’azione personale del capitano medico Gerosa, il quale funzionava da
capufficio Sanità dalla costituzione del Raggruppamento. …..Gerosa assunse,
poi, il comando della 51a Sezione di Sanità sebbene fosse previsto un ufficiale
superiore anche per questa carica. Ne fece una unità modello, che tale rimase
anche nei periodi più difficili durante la guerra ed in appresso fino al suo
scioglimento che coincise col congedamento del Gerosa. Era una gioia constatare
l’ordine, la nettezza, la serena alacrità del personale, il senso di benessere
che si leggeva subito sul volto dei ricoverati e della truppa e che faceva
spicco nell’ambiente circostante. Soprattutto era la compattezza spirituale di
quella gente e la fiducia e l’amore che essa aveva per il comandante, sebbene
questi fosse esigente e piuttosto severo che indulgente; ma era giusto,
energico, attivo e limpidamente esemplare. Mi sono dilungato perché il caso
dimostra quello che si possa ottenere dagli italiani e quello che occorre pero
ottenerlo..”
Cfr. Utili U., Ragazzi
in piedi!.... La ripresa dell’Esercito Italiano dopo l’8 settembre, Milano,
Mursia, 1979, pag. 98 e segg.
venerdì 26 giugno 2020
lunedì 22 giugno 2020
Il valore delle crocerossina nella Seconda Guerra Mondiale
Stralcio della relazione presentata alla
GIORNATA DEL DECORATO 2018
Sorella CRI Anna Cantafora
Ringrazio il Generale Carlo Maria Magnani Presidente Nazionale dell’Istituto del Nastro Azzurro per l’invito in occasione della Giornata del Decorato.
Non è conoscenza comune, che molte donne furono decorate con Medaglia al Valor Militare e tra queste numerose furono le Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana.Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana, questo il nostro nome ufficiale, ma affettuosamente e per tutti: “Crocerossine.”
Tre Crocerossine furono decorate con medaglia d’oro, più di 60 con medaglia d’argento, più di duecento con medaglia di bronzo. Arduo scegliere quali figure ricordare! Illustrerò brevemente i profili della Duchessa d’Aosta, nostra prima Ispettrice Generale, delle tre sorelle perite nell’affondamento della nave Po e di Sorella Maria Cristina Luinetti. Figure lontane e vicine nel tempo , ma sempre e per sempre nel cuore degli Italiani
L’affondamento della Nave PO
La nave ospedale Po faceva servizio tra l’Italia e l’Albania, i marinai di lungo corso la chiamava “la spedaliera-“ Era il 14 marzo 1941 alle ore 23,00 buona parte dell’equipaggio, comprese le crocerossine, si era già ritirato nelle cabine, , “una splendida luna brillava nel cielo sereno[…]la luna era tanto limpida e la luce diffusa tanto chiara, da permetterci la lettura del giornale. La bianchissima nave “Po”che portava molto chiare le sue croci, sui fianchi e sui due grossi fumaioli, doveva essere ben visibile dal porto e a una certa distanza dal mare” Dal diario di sorella Amelia Corberi Mascoli (superstite) - alle 23,13 la ex nave passeggeri, trasformata in ospedale galleggiante, in attesa di imbarcare dal porto di Valona centinaia di feriti da riportare in patria, venne centrata da un siluro inglese sganciato da un velivolo Fairey Swordfish (pescespada) che colpì la nave ospedale. L’attacco fu compito da 5 aereosiluranti decollati da una baia segreta della RAF.La nave cominciò a sbandare e venne impartito l’ordine di abbandono. Vennero calate le scialuppe, ma una di queste si rovesciò. La “spedaliera” colò a picco in meno di dieci minuti.
I soccorsi furono subito attivati e vennero tratte in salvo 219 persone, sulle 240 in forza.
Dalle comunicazioni desecretate di Supermarina, risultò che i morti in quell’occasione furono 21, tra i quali anche tre crocerossine.
Tali comunicazioni rivelano anche che la nave ospedale aveva le luci spente e questa forse fu la motivazione per cui gli aerei inglesi aprirono il fuoco, non potendo vedere le grandi croci rosse dipinte sui fianchi e sui fumaioli.
Maria Federici, Vanda Sechi ed Ennia Tramontani furono le infermiere volontarie che perirono nell’affondamento della nave Po.
Maria Federici di Brescia classe 1908, nipote di Pietro Beretta, si diplomò infermiera Volontaria nel 1939. Partì da Gardone Valtrompia ai primi di febbraio del 1941 e venne assegnata alla nave ospedale che faceva servizio tra l'Italia e l'Albania. Fu scelta come capogruppo.
Maria Federici verrà insignita di ben 3 onorificenze: Medaglia d’argento al Valor Militare, Medaglia d’oro della Croce Rossa Italiana, Medaglia di bronzo al Valor Civile.
Vanda Sechi di 27 anni nativa di Roma, si era poi trasferita a Brescia e aveva ottenuto di essere tra le 11 infermiere bresciane chiamate negli ospedali da campo, negli ospedali territoriali e sulle navi ospedale.
Si era diplomata infermiera volontaria insieme a Maria Federici nel 1939.
Ennia Tramontani classe 1910, milanese, frequentava il quinto anno di medicina; doveva raggiungere l’Ospedale da campo al quale era stata assegnata sul fronte greco.
Furono decorate tutte e tre con la medaglia d’Argento al Valor Militare con la seguente motivazione:
"Infermiera volontaria della C.R.I. imbarcata in missioni di guerra sulla nave ospedale PO, colpita durante un attacco aereo notturno, teneva contegno fermo e sereno, incoraggiando e sostenendo i naufraghi con ammirevole altruismo e spirito di sacrificio. Perdeva la vita inabissandosi con la nave, sulla quale con dedizione assoluta al dovere, compiva la sua alta missione di bontà verso i soldati in armi, dei quali era sorella silenziosa e serena."
Baia di Valona 14 marzo 1941
martedì 16 giugno 2020
Toscana. Radicofani 16-20 Giugno 1944
di ALESSANDRO ANDO'
Avanzata della 1° Divisione Francia Libera (DFL)
da Roma a Radicofani nel giugno del 1944
Bombardamento operato dall’artiglieria
alleata sulle linee tedesche asserragliate a Radicofani
Panzer Tiger II tedesco colpito durante il
combattimento di Radicofani.
16 giugno 1944. Sullo sfondo la rocca del paese.
La Commemorazione
Viene ricordato il 73° anniversario della presa di Radicofani con gli
onori ai caduti della Legione Straniera francese: 16 giugno del 2017 monumento
in località La Mossa. Sullo sfondo la rocca.
Monumento in località La
Mossa che ricorda i 108 Legionari caduti durante lo sfondamento della Linea
Albert avvenuto a Radicofani nel giugno del 1944.
mercoledì 10 giugno 2020
La Dichiarazione di guerra dell' Italia
10 giugno 1940: 80
anni fa l’Italia entra in guerra
Il progetto di
Memoria dell’Associazione “Un ricordo per la pace”
10 giugno 1940, ore 18. Sono
trascorsi 80 anni da quel caldo pomeriggio estivo quando Mussolini dal balcone
di piazza Venezia a Roma annunciò l'entrata in guerra dell'Italia.
Nella triste ricorrenza
l’Associazione “Un ricordo per la pace” comunica un nuovo progetto di memoria
sulla deportazione nei lager nazisti. In redazione un volume con le
testimonianze di deportati ed Internati Militari Italiani insigniti recentemente di Medaglia
d’onore. Storie raccolte in oltre 10 anni di attività dell’associazione
apriliana.
Particolare rilievo nella pubblicazione le vicissitudini di Ennio
Borgia deportato a soli 16 anni quale prigioniero politico a Dachau. La sua storia
emersa grazie alle ricerche di
“Un ricordo per la pace” è stata divulgata nelle scuole del territorio
grazie alla presenza dell’instancabile testimonial ed attraverso un
documentario prodotto dall’associazione. Il video “ENNIO BORGIA 697991: UN
SOPRAVVISSUTO A DACHAU” nel 2015 aveva ottenuto la concessione del logo
ufficiale del 70° Anniversario della Resistenza e della Guerra di Liberazione.
Borgia nato il 10 giugno 1927 a Roma e deceduto nel maggio dello scorso anno è
stato cittadino apriliano dai primi anni 70 Nel giorno del tredicesimo
compleanno era a Piazza Venezia ad ascoltare il discorso del Duce, non
immaginando cosa gli sarebbe accaduto dopo poco più di tre anni: nel febbraio
1944 la fuga da Roma occupata dai nazisti alla volta di Torino con l’intento di
ricongiungersi con il fratello maggiore che aveva aderito alla R.S.I., le
rocambolesche peripezie con il gruppo di partigiani monarchici della “Brigata
Davide” che culminarono con la cattura e la deportazione nel campo di Dachau.
sabato 30 maggio 2020
Tesi di Laurea: Dalla guerra dell'asse alla guerra di liberazione.Esperienze personali sui vari fronti
Il Dottor Sergio Sabetta, nell'anno accademico 2018-2019 per il Master di 1° Liv in Storia Militare Contemporanea 1796 - 1960 nella sessione autunnale ha discusso la tesi qui indicata. La predetta tesi è disponibile presso l'Emeroteca dell'Istituto del Nastro Azzurro, Roma Piazza Galeno 1, e può essere consultata, previa autorizzazione dell'Autore. (segreteriagenerale@istitutonastroazzurro.org)
sabato 23 maggio 2020
Giornata del decorato 2018 Roma. Istituto del Nastro Azzurro
DISCORSO DEL VICEPRESIDENTE GEN PICCA
ROMA, GIANICOLO
DOMENICA 15 APRILE 2018 ORE. 12
La giornata del
Decorato, celebrata ogni anno in una città diversa, rappresenta per il nastro Azzurro
uno dei momenti fondamentali della attività annuale. Ricordare e celebrare
tutti i decorati significa ribadire alla società il significato del Valore
Militare.
Quest'anno,
centenario della conclusione della 1° GM, è stata scelta Roma, città che nel
1949 (centenario della caduta della Repubblica Romana) fu decorata di medaglia
d’oro al VM. La decorazione è stata concessa per premiare il valore militare
dei cittadini di Roma, sia per le gesta del primo risorgimento (la repubblica
Romana 1849) sia per quelledel Secondo risorgimento (1943-1945).
Ieri il
Presidente Nazionale ha reso omaggio ai martiri delle Fosse Ardeatine, immolati
nel Secondo Risorgimento. Oggi noi concludiamo la Giornata del Decorato
rendendo omaggio ai martiri del Primo Risorgimento, quelli di Forte Bravetta
che, ispirati dall’infaticabile apostolo dell'Unità Giuseppe Mazzini, e guidati
dall’Eroe Nazionale Giuseppe Garibaldi, difesero la Repubblica Romana contro le
truppe agguerrite di quattro eserciti.
La Repubblica
Romana è stata la fucina dei nostri valori risorgimentali, è stata la culla dei
principi che oggi stanno alla base della nostra Carta Costituzionale. Carta
Costituzionale che, mi piace ricordare, è stata condivisa da tutti gli Italiani
ed è, per noi del Nastro Azzurro, un costante punto di riferimento.
Ricordando oggi i
Caduti della Repubblica Romana, noi abbiamo voluto rendere omaggio non solo ai
Romani, ma anche ai cittadini di tutto il Centro Italia che concorsero alla
difesa perché, è doveroso dirlo, quello fu un vero e proprio moto di popolo.
Qui sul Gianicolo abbiamo visto le erme dei protagonisti di allora, e ne
abbiamo ricordato le gesta perché il loro esempio, il loro sacrificio siano
sempre di monito a tutti e non cadano mai nella palude dell'oblio.
In questi tre giorni abbiamo parlato a lungo del
Valore, e del Valore Militare in particolare. Per il nostro Istituto, questo è
un Fattore fondamentale nella società, senza il quale diventa più difficile
progredire e raggiungere i traguardi desiderati. Auspicando che le nostre
classi dirigenti, le classi politiche in genere, vogliano ispirare la loro
azione a questo principio, pongo la parola fine a questa edizione della giornata del Decorato
(La Giornata ha visto i suoi momenti alla Fosse Ardeatine, a Forte Bravetta ed al Gianicolo)
domenica 17 maggio 2020
Tesi di Laurea: Il Dodecanneso italiano
Il Dottor Olevano Romano, nell'anno accademico 2018-2019 per il Master di 1° Liv in Storia Militare Contemporanea 1796 - 1960 nella sessione autunnale ha discusso la tesi qui indicata. La predetta tesi è disponibile presso l'Emeroteca dell'Istituto del nastro Azzurro, Roma Piazza Galeno 1, e può essere consultata, previa autorizzazione dell'Autore. (segreteriagenerale@istitutonastroazzurro.org)
domenica 10 maggio 2020
lunedì 20 aprile 2020
Osvaldo Alasonatti, MOVM
Alasonatti Osvaldo,
(1922-1944), sottotenente dell’Aeronautica in servizio presso l’aeroporto di
Torino Caselle la sera dell’8 settembre 1943. Dopo un primo momento di
smarrimento, si sottrasse alla cattura dei tedeschi ed entrò a far parte delle
formazioni Garibaldi, con il nome di battaglia Pippo. Ricoprì l’incarico di
capo di stato maggiore della 46a brigata M. Vassallo della 2ª divisione Piemonte,
che operava nelle Valli di Lanzo. In queste valli piemontesi al confine con la
Francia, subito dopo l’armistizio si costituirono le prime bande partigiane
composte per lo più da militari, in maggior parte alpini profondi conoscitori
di quei territori. Alasonatti assolse brillantemente il proprio incarico a
fianco del comandante Gardoncini nel corso di tutti i principali combattimenti
in cui fu coinvolta l’unità. L’11 settembre 1944, reparti fascisti, tra i quali
anche elementi della X MAS, guidati dal segretario del partito nazionale
fascista, Alessandro Pavolini, lanciarono un poderoso attacco contro le
formazioni partigiane schierate nelle Valli di Lanzo. Dopo diciassette giorni
di accanita resistenza, i reparti partigiani furono sopraffatti e Alasonatti, unitamente
ad altre figure quadro, catturato e condotto alle carceri Nuove. Il 12 ottobre
1944 fu fucilato, assieme ad altri otto partigiani detenuti, in rappresaglia ad
un attentato partigiano che aveva provocato il ferimento di 10 militari
tedeschi. A Osvaldo Alasonatti fu intitolata la 8a Brigata SAP (Squadre
di Azione Patriottica) operante a Torino nel secondo settore (la città era
stata divisa in cinque settori). Insignito di Medaglia d’Oro al Valor Militare
alla Memoria. Osvaldo Biribicchi (osvaldobiribicchi@virgilio.it)
mercoledì 15 aprile 2020
venerdì 10 aprile 2020
La Battaglia di Monte Marrone 10 aprile 1944
Conquista con una epica impresa nella notte tra il 31 marzo ed il 1 aprile dal battaglione Piemonte
nei dieci giorni che seguirono si provvide al rafforzamento delle posizioni, sicuri che i tedeschi sarebbero venuti in forze per scacciare gli alpini.Lo scontro avvenne nella domenica di Pasqua, 10 aprile 1944, e la lotta fu cruenta. Al termine, i tedeschi furono costretti a ritirarsi
L'importanza dello scontro di Monte Marrone sta nel fatto che, una posizione ritenuta non conquistabile da americani, francesi e britannici, fu raggiunta grazie alla abilità degli alpini del Battaglione Piemonte.La successiva difesa, dimostrò che gli Italiani avevano capacità uniche per la guerra in montagna
Nel periodo molto delicato successivo l ritiro del I° Raggruppamento Motorizzato dalla linea e in fase di riordino, dove l'idea britannico di impiegare gli italiani solo nel settore logistico. l'impresa di Monte Marrone fu una leva per il maresciallo Messe ed il gen. Berardi per ottenere non solo il non scioglimento delle unità combattenti italiane, ma addirittura di potenziarle. Gli Italiani sapevano fare la guerra in montagna, cosa che gli Statunitensi apprezzarono moltissimo, data la loro scarsissima esperienza in questo settore.
MARRONE MARRONE 10 APRILE 1944
domenica 5 aprile 2020
Tesi di Laurea: 1944. La Repubblica dell'Ossola
Il Dott. Luca Bordini, socio dell'Istituto del Nastro Azzurro, nella sessione invernale dell'Anno Accademico 2018-2019, la Tesi su:
1944. La Repubblica dell'Ossola, un popolo che attuò uno stato per liberare non solo la Patria dallo straniero ma volle anche esprimere un ordine nuovo della società simbolo incorruttibile di generosità e riscatto"
La tesi è disponibile, previa autorizzazione scritta dell'Autore
presso la Emeroteca
dell'istituto del Nastro Azzurro
Roma, piazza Galeno 1
(info: segreteriagenerale@istitutonastroazzurro.org)
martedì 31 marzo 2020
Ricorrenza di Monte Marrone 31 marzo 1944
Ricorre oggi la ricorrenza della impresa del Battaglione Piemonte
della ascesa a Monte Marrone
Su tre compagnie, con tre itinerari diversi
gli alpini del Battaglione Piemonte
riuscirono a raggiungere la cresta del monte, superando un dislivello di oltre 1400 metri
con difficoltà di 5°, 6° grado e più
portando con se armi, munizioni e materiale di armamento
Una impresa ritenuta impossibile dai francesi ed autorizzata dai polacchi
che avevano più equilibrio di giudizio nei confronti dei soldati italiani
Tra di loro in quella epica impresa vi era
Sergio Pivetta
Medaglia d'Argento al Valor Militare
combattente della Guerra di Liberazione
mercoledì 25 marzo 2020
Lo Sbarco di Salerno 11 Bibliografia
7. BIBLIOGRAFIA
–
W. G. F. JACKSON, “La battaglia
d’Italia”, Bardini & Castaldi, Milano, 1970;
–
J. KEEGAN, “Uomini e battaglie
della Seconda Guerra Mondiale, Rizzoli editore, Milano, 1989;
–
Center of Military History (CMH Pub 100-7), “Salerno, American Operations from the beatches of the Volturno 9
September – 6 October 1943”, United States Army, WDC1990;
–
e-book tratto dal
Museo Navale americano: “campaign
summaries of world war , italian campaign 1943-1945 including Sicily, Salerno
& Anzio landings”;
–
naval war collage:
“Operation Avalanche: prelude to
stalemate a case study in operational art”;
venerdì 20 marzo 2020
Lo sbarco di Salerno 10 Conclusioni
Lo sbarco
di Salerno non ha beneficiato dell’ampio risalto dato, ad esempio, a quello di
Anzio. È un po’ come lo sbarco in Provenza rispetto a quello in Normandia. Pur
trattandosi di operazioni su vasta scala, talune grandi battaglie combattute
sulle spiagge europee sono state stranamente ritenute secondarie rispetto ad
altri eventi. Così, se oggi chiediamo informazioni sull’Operazione “Avalanche”
abbiamo serie difficoltà nell’ottenere una risposta da un pubblico non tecnico
o non composto da appassionati di storia militare. Eppure, l’evento in
argomento ha avuto un notevole rilievo nella vita delle popolazioni calabresi,
lucane e pugliesi, se non altro perché ha, di fatto, contribuito in modo
determinante allo spostamento del fronte italiano verso il centro della
penisola risparmiando al profondo meridione ulteriori sofferenze e lutti.
Gli
Alleati maturarono, dall’operazione “Avalanche” ulteriore indubbia esperienza
che, se comunque non si rivelerà particolarmente proficua per quanto concerne
lo sbarco di Anzio-Nettuno, lo sarà senz’altro per quello in Normandia. Dopo i
(relativamente) facili sbarchi operati in Sicilia essi ebbero modo di rendersi
conto della grande capacità che i tedeschi avevano di operare, spesso con
esigue unità, in settori molto ampi. Non si trattava solo dei frutti di
un’esperienza maturata in anni di guerra su diversi fronti ma, più
propriamente, di attitudine alla manovra estremamente dinamica ed incentrata,
alla bisogna, sull’iniziativa. Ove per tale termine non si deve intendere
l’agire di testa propria ma il saper prendere decisioni (assumendosene la
responsabilità) tenendo sempre a riferimento gli obiettivi (End State) del
Comando sovraordinato. La capacità di concentrare mezzi e uomini in ristretti
settori d’intervento preservandone sempre, per quanto possibile, l’efficienza e
rifuggendo l’inutile difesa ad oltranza fecero il resto. Ciò presuppose
disciplina e reciproca fiducia a tutti i livelli della catena di comando, unica
garanzia per la rapida e fedele esecuzione degli ordini. Questo è ciò che i
tedeschi, pur perdendo la battaglia di Salerno, ci insegnano. Gli alleati, pur
vincendola, furono sottoposti, durante la maggior parte della fasi della
stessa, a dura prova e corsero il rischio, lo stesso incontrato ad Anzio, di
doversi reimbarcare. Essi risolsero l’imbarazzante situazione con la potenza di
fuoco navale ed aerea di cui disponevano riuscendo a conseguire, nel contempo:
la ritirata tedesca dalle regioni più a meridione d’Italia senza dover
affrontare ben più duri combattimenti, l’avvicinamento a città come Napoli e
Roma la cui conquista costituì un grande risultato dal punto di vista mediatico
e non solo militare, il logoramento di unità (alcune delle quali d’elite)
nemiche difficilmente ripianabili in termini di personale e mezzi, l’afflusso
nel settore di Salerno di unità nemiche distolte dal loro originario compito
per far fronte alla minaccia portata in tale area. Se i tedeschi si dimostrano
eccellenti tattici non risultarono essere, almeno nella campagna d’Italia,
altrettanto bravi pianificatori a livello operativo e strategico. Infatti,
l’aver rinunciato al piano di Rommel (resistenza in corrispondenza
dell’Appennino tosco-emiliano o addirittura sulle Alpi) comportò l’impiego di
molte unità altrimenti impiegabili nella difesa del territorio tedesco dalle
armate sovietiche avanzanti da est e da quelle alleate provenienti da ovest.
domenica 15 marzo 2020
Lo Sbarco di Salerno 9 La controffensiva tedesca
(3) La controffensiva tedesca
Il 13 ed il 14 settembre furono giornate assai difficili. Il punto focale del contraccolpo tedesco fu la confluenza tra il Sele ed il Calore, quindi nel settore statunitense[2] ove gli Alleati subirono umilianti sconfitte, ma fallì nel suo obiettivo finale di raggiungere il mare e di rivoltarsi sui fianchi dei due Corpi d'Armata alleati per eliminarli dalla testa di ponte. Molti reparti alleati si sbandarono e furono catturati molti prigionieri. I tedeschi riconquistarono posizioni importanti strategicamente come Battipaglia e, come anzidetto, già nel pomeriggio del 12, Altavilla.
Per fronteggiare l'urto delle forze tedesche, Clark decise di far intervenire l’82a Divisione aviotrasportata con il compito di piazzare a terra radiofari, radar-guida e luci al crypton per guidare gli aerei. Tale provvedimento non sortì effetto e la controffensiva tedesca raggiunse il suo culmine sul fianco sinistro del VI Corpo d’Armata e nel vuoto tra il VI ed il X, coperto da poche truppe, giungendo in vista del mare.
La sera del 13 settembre, il Generale Clark, considerando critica la situazione, chiese all’Ammiraglio Hewitt di preparare un piano per imbarcare il VI Corpo d’Armata e trasferirlo nel settore del X ed un altro per la manovra inversa: trasferire il X nel settore del VI.
Era ormai chiaro che in tale situazione l’elemento essenziale della resistenza alleata era costituito dal supporto aeronavale. In tal senso, l’Ammiraglio Cunningham non esitò a mettere a disposizione una potente squadra navale (tre incrociatori e due navi da battaglia) che lasciò Malta diretta verso Salerno; essa comprendeva anche le corazzate "Warspite", "Valiant", "Nelson" e "Rodneu".
Il Generale Alexander decise di optare per l'intervento della squadra navale e di abbandonare il piano di trasferire un Corpo d’Armata nel settore dell’altro. Per la prima volta la Marina veniva impegnata in una battaglia campale.
Un duro risvolto della crisi che investì il settore USA si ebbe sulla popolazione civile a causa dei bombardamenti aerei[3], apocalittici per entità, terrore ed orrori. Nella notte tra il 14 ed il 15 i bombardieri alleati gettarono nel caos le comunicazioni tedesche, compromisero la mobilità delle truppe, danneggiarono o distrussero molti obiettivi militari, ma, purtroppo, non mancarono di far strage tra la popolazione civile. Una vera e propria valanga di fuoco si abbatté sul salernitano. I bombardamenti dell'aviazione alleata continuarono prepotentemente per tutto il giorno 15. La contraerea tedesca era del tutto inadeguata a fronteggiare l'attacco nemico e veniva utilizzata in funzione antinave, contro navi cariche di rifornimenti e rinforzi.
Alle ore 14.00 circa del giorno 16 le prime pattuglie dell’Armata di Montgomery presero contatto a 25 km a sud di Agropoli con le pattuglie USA che erano andate loro incontro.
Il Generale Heinrich von Vietinghoff (Comandante della X Armata) ricevette l'ordine da Kesselring di avviare un piano di ripiegamento graduato facendo perno su Salerno e distruggendo tutte le strade e le vie di comunicazione dirette a Napoli ed Avellino. Con tale atto la battaglia di Salerno era ormai vinta dagli alleati.
Le navi da guerra avevano sparato 11.000 tonnellate di proiettili, il corrispettivo di 71.000 proiettili di artiglieria da campagna e gli aerei avevano lanciato 3020 tonnellate di bombe.
Il rischio di essere ricacciati in mare per gli Alleati era stato grave, ma le perdite subite non furono eccessive.
giovedì 5 marzo 2020
martedì 25 febbraio 2020
LO Sbarco di Salerno 7 Il Mancato riodino e consolidamento
A tre giorni dallo sbarco, con molto ottimismo, il Generale Clark giudicò che la testa di ponte fosse ormai consolidata. Le navi potevano tranquillamente scaricare carri armati ed automezzi, i rinforzi riuscivano ad affluire regolarmente sulla spiaggia; per questo assicurò al generale Alexander che avrebbe presto iniziato la marcia verso Napoli. Tale rosea previsione fu smentita il giorno 12, quando la situazione mutò a seguito del contrattacco tedesco. Era evidente che i tedeschi stavano rafforzandosi in tutto il settore e questa situazione determinò un’ondata di pessimismo: qualcuno parlava di una nuova Gallipoli. Contro il X Corpo britannico intervenne una parte della Divisione “Goering” e la 15^ Divisione corazzata, mentre la 16^ Divisione corazzata da Battipaglia avanzava lungo il Sele contro la 45a Divisione USA che stava cercando di stabilire un collegamento tra il X Corpo britannico ed il VI Corpo d’Armata USA.
A nord la 45^ Divisione raggiunse Persano e sull’estrema sinistra della V Armata i rangers riuscirono a spingere alcune pattuglie fino a Castellammare di Stabia dove incontrarono una forte resistenza tedesca. Davanti alla V Armata si stavano schierando la 26a e la 29a Divisione tedesca, mentre il generale Montgomery, nonostante le sollecitazioni del generale Clark, avanzava dalla Calabria senza darsi molta premura dando a Kesserling la sensazione di poter ricacciare in mare la V Armata. Il Feldmaresciallo disponeva, oltre della 16^ Divisione corazzata e della 15^ Divisione granatieri, anche della 26^, della 29^ e della 3^ granatieri che stavano sopraggiungendo da Roma; in totale egli poteva contare su circa 600 carri e molti cannoni semoventi che gli assicuravano una momentanea superiorità di mezzi rispetto all’avversario.
Nel frattempo, la 46a Divisione britannica che operava sulle alture intorno Salerno, dovette sostenere duri scontri contro i tedeschi che riuscirono ad arrivare fino alla periferia della città mentre la 45a Divisione USA combatteva accanitamente intorno a Persano contro le accanite divisioni tedesche (26a e 29a). Rimaneva, comunque, un vuoto di 8 km fra la destra del X Corpo e la sinistra del VI Corpo d’Armata; in esso si inserirono le forze tedesche che presero Altavilla. Nel pomeriggio parte del 142° reggimento si dovette ritirare in gran disordine.
giovedì 20 febbraio 2020
Lo Sbarco di Salerno 6 Esecuzione
(1) Gli sbarchi
Nel pomeriggio dell’8 settembre 1943, Hube fu avvisato della presenza di navi nemiche a 25 miglia a sud di Capri e, conseguentemente, pose al massimo grado di prontezza le unità dipendenti. Dopo poche ore (alle 20.00) ricevette, in contemporanea, l’ordine d’attuazione del piano “Achse” inerente il disarmo immediato di tutte le truppe italiane. In molti casi, queste ultime accolsero con gioia quella che ritenevano essere la fine della guerra cedendo volentieri le armi. Diverso fu l’atteggiamento del Comando della 222a Divisione il cui Comandante, Generale Gonzaga, rifiutò la cessione delle armi, venendo trucidato all’istante dal maggiore tedesco inviato per chiederne la resa. La citata 16a Divisione ebbe appena il tempo di completare il disarmo italiano che iniziò lo sbarco dei rangers e dei commandos.
La forza da sbarco alleata fu raggiunta dalla notizia dell’armistizio (diffusa da Radio Londra) mentre era in piena navigazione. Essa ascoltò, prima degli italiani, l’annuncio del Generale Eisenhower riguardante della resa italiana. Il comunicato, trasmesso dagli altoparlanti delle navi, giunse del tutto inatteso e generò grandi manifestazioni di gioia nel personale militare, che viveva le comprensibili ore di tensione che precedono un’operazione bellica di tale importanza. Un simile annuncio, su uomini tesi al massimo nell’imminenza della battaglia, poteva generare sfortunate conseguenze psicologiche e, dopo un’iniziale euforia determinata dalla convinzione che a Salerno la gente avrebbe accolto i soldati alleati come amici e la missione si sarebbe risolta in una passeggiata, gli ufficiali provvidero a smorzare l’eccessivo ottimismo fecendo presente che, qualsiasi fosse stato l’atteggiamento italiano, non sarebbe mancata l’accanita resistenza dei tedeschi (che, come accennato, erano a conoscenza della presenza della flotta alleata nel Tirreno e consideravano, da giorni, il litorale salernitano possibile obiettivo di un’operazione anfibia). Il Comando di Kesserling aveva addirittura progettato il bombardamento delle navi interessate all’operazione nel porto di partenza (Biserta).
Le condizioni meteorologiche erano ottimali per lo sbarco: notte calma e senza vento, cielo sgombro da nuvole, mare calmo. La luna era tramontata alle 00.57 e su tale dato fu stabilità l’ora dello sbarco per le 03.30 del 9 settembre, momento di massima oscurità, utile per l'occultamento della forza da sbarco, ma, di contro, svantaggiosa per le manovre di avvicinamento alla costa e per lo sbarco che, in se, non fu particolarmente complesso ma osteggiato dalla scarsa visibilità che creava problemi di orientamento alle truppe appena sbarcate dai mezzi navali, che dovevano muoversi su un terreno piatto e privo di riferimenti. Mentre i soldati alleati prendevano terra, quasi contemporaneamente la Luftwaffe diede inizio ad una serie di attacchi sia sulle navi in rada che sui mezzi in fase di sbarco, alcuni dei quali furono centrati con conseguenti ingenti perdite umane. Lo sgombero dei feriti gravi fu affidato ad imbarcazioni con i quali raggiunsero le navi ospedale presenti in rada. In casi particolari, lo sgombero avvenne direttamente in Sicilia, Malta e nord Africa, mentre i feriti più lievi vennero curati in un ospedale da campo nei pressi della Basilicata o medicati sul posto.
Attraverso alterne vicende si giunse al levar del sole, quando i Tedeschi fecero saltare il Ponte Barizzo o Ponte alla Scafa, posto sulla S.S.18 all’altezza del Sele, ma gli uomini di Dawley e Walker, nonostante le difficoltà incontrate, riuscirono a superare il “battesimo del fuoco" e stabilire una testa di ponte ampia circa otto chilometri.
Contemporaneamente, rangers ed commandos, rapidamente sbarcati a Maiori e Marina di Vietri, penetrarono nell’interno per circa due chilometri fin quando non incontrarono una forte resistenza tedesca che, con tiri di cannone e mortai, fece sospendere per parecchie ore l’afflusso di rifornimenti ed ogni ulteriore azione. Solo a giorno fatto il fuoco navale poté intervenire contro i tedeschi respingendoli verso l’interno ed infliggendo loro ingenti perdite in uomini, pezzi d’artiglieria e mezzi corazzati. Alle 16.30 le truppe alleate attraversarono le strade deserte di Salerno e proseguirono verso Cava dei Tirreni, incontrando i Commandos a Marina di Vietri.
In contemporanea, la 46a Divisione del X Corpo d’Armata effettuò sbarchi a nord di Battipaglia sulle spiagge “rossa” e “verde” e la 56a Divisione sulle spiagge “Sugar” e “Roger” situate a sud della predetta località. Lo sbarco non avvenne secondo quanto pianificato, in quanto due battaglioni della 46a Divisione sbarcarono sulla spiaggia assegnata a due battaglioni della 56a Divisione creando notevole confusione. Man mano che schiariva, le artiglierie tedesche effettuavano tiri sempre più efficaci contro i mezzi da sbarco e le spiagge. La situazione mutò quando intervenne il fuoco navale a supporto del X Corpo d’Armata, che iniziò a contrastare efficacemente, con i cannoni da 381 mm, le forze tedesche.
Nonostante le difficoltà incontrate durante la prima giornata, nel settore affidato ai britannici furono sbarcati 1600 veicoli e 50 tonnellate di materiali.
Per quanto concerne lo sbarco della 36a divisione USA a Paestum, le spiagge interessate furono a Nord quella “Rossa” e “Verde” affidate al 142° reggimento e a Sud quella “Gialla” ed “Azzurra” assegnata al 141°.
Le prime ondate di mezzi da sbarco giunsero a terra all’ora prestabilita (03.30). Ben presto però i tedeschi concentrarono un violento fuoco di cannoni, mortai e mitragliatrici, unitamente ad attacchi aerei sui mezzi da sbarco del 142° reggimento. Anche in questo caso fu risolutivo il fuoco navale grazie al quale gli statunitensi riuscirono a portare a terra le artiglierie campali che si rivelarono efficaci contro i carri tedeschi. L’azione navale permise il successivo sbarco anche del 143° fanteria e consentì al 142° di inoltrarsi verso l’interno delle spiagge “Rossa” e “Verde”, fino a raggiungere la stazione di Capaccio.
Il 141° reggimento incontrò grosse difficoltà sulle spiagge “Gialla” ed “Azzurra” ove rimase inchiodato per circa 20 ore. Comunque, il caposaldo tedesco presso Paestum cadde in possesso degli statunitensi, i quali poterono avanzare e raggiungere, alle ore 11.00, Monte Soprano.
Intanto nel settore britannico i primi carri armati cominciavano a sbarcare (10.30 del 9 settembre). Un battaglione della 169a Brigata raggiunse le vicinanze dell’aeroporto di Montecorvino che comunque rimase nelle mani dei Tedeschi.
Al termine della giornata, nonostante fossero stati raggiunti gli obiettivi prefissati e conseguiti, soprattutto nel settore britannico, progressi che inducevano ad un cauto ottimismo, regnava nei Comandi alleati una grande preoccupazione di carattere strategico: i circa 15 km di distanza tra i due Corpi d'Armata ed, in particolare, il corridoio compreso tra il punto in cui il Calore si getta nel Sele e la S.S.19 (già citata come asse d’afflusso dei rinforzi nemici provenienti dalla Calabria). Per colmare il gap occorreva riparare il Ponte Barizzo per permettere alle truppe della 45a Divisione di ridurre la distanza tra i due Corpi.
Nella giornata del 10 settembre, commandos e rangers si scontrarono, sui monti alla base della penisola di Sorrento, contro una parte della divisione “Goering”, riuscendo a conservare le posizioni raggiunte, sebbene a costo di forti perdite. Ciò consentì alla 46a Divisione di consolidare la propria posizione.
Gli attacchi tedeschi dell’11 si svolsero proprio nella "terra di nessuno” esistente tra i due Corpi alleati, un vero e proprio tallone d'Achille, che fece riscontrare numerose perdite di materiali ammucchiati sulle spiagge.
Nel settore del VI Corpo d’Armata la resistenza tedesca si fece estremamente efficace, anche grazie all’arrivo della 29a Divisione granatieri corazzata tedesca proveniente dalla Calabria. Ciò malgrado la 36a Divisione riuscì ad attestarsi sulla linea Agropoli – Altavilla.
Fu un giorno non facile per la marina statunitense: i Tedeschi miravano sulla nave ammiraglia di Hewitt, inconfondibile sia per la stazza che per la quantità di antenne che la sovrastavano, facendole cambiare posizione.
Comunque il fronte alleato, nelle prime 48 ore, era avanzato di circa 16 chilometri nel punto di massima progressione, ma soltanto di 1.5 km sulla sua sinistra.
Sui muri della città di Salerno, venne affisso il Proclama numero 1: un manifesto a firma di Alexander, Comandante Supremo del 15° Gruppo d'Armata, nel quale si informava la cittadinanza che il Colonnello Thomas Aloysius Lane dell'Esercito USA avrebbe assunto ufficialmente la carica di governatore militare della città. I rapporti con la popolazione locale furono incentrati sulla collaborazione, il rispetto e l'aiuto reciproci: non mancarono giovani donne disposte a lavare le divise impolverate dei soldati, furono evacuati interi villaggi a rischio di bombardamenti ed alla popolazione fu distribuito "Meat & Vegetable Stew", il mitico stufato di carne e legumi in scatola. Tra le forze d'occupazione e le autorità locali nacquero rapporti di grande cordialità ma mancò completamente il supporto dei reparti italiani, sul quale Clark contava, almeno per impedire il libero movimento dei tedeschi nella zona dei combattimenti.
Carta dello Sbarco pubblicata con post in data 21 agosto 2019 su questo blog
(ricerca.cesvamòistitutonastroazzurro.org)
sabato 15 febbraio 2020
Iscriviti a:
Post (Atom)

























