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lunedì 10 febbraio 2020

Lo Sbarco di Salerno 4 Pianificazione


4.    LA RICOSTRUZIONE STORICA DELL’OPERAZIONE “AVALANCHE”

a.   Pianificazione
Con l’Operazione “Avalanche” gli Alleati intendono conquistare Napoli per poi procedere alla successiva liberazione di Roma, costringere i tedeschi ad abbandonare rapidamente il sud dell’Italia ed acquisire le infrastrutture portuali e aeroportuali site nel meridione ritenute essenziali non solo per il prosieguo della campagna d’Italia ma anche per le attività da attuarsi nei Balcani.  Per contro, secondo la pianificazione di Kesserling, i tedeschi mirano, dopo aver attuato il disarmo degli italiani, a mantenere il controllo della maggior parte del territorio della penisola allo scopo di ritardare il più a lungo possibile la progressione alleata. Coscienti delle difficoltà insite nella difesa della Puglia e della Calabria, ove appare inopportuno schierare ingenti quantità di truppe a causa dell’elevato rischio che queste possano rimanere imbottigliate in conseguenza di rapide azioni di sbarco alleate a nord della “punta” e del “tacco” dello stivale italiano, i tedeschi contano di attestarsi sulla linea di difesa Salerno-Bari, salvo lasciare un esiguo contingente di truppe in prossimità di Castrovillari a fungere da “esca” per gli alleati.
Il piano elaborato dal Generale Mark W. Clark per la citata operazione “Avalanche” (Valanga), prevede l’impiego delle seguenti unità:


–        X Corpo d’Armata britannico al comando del Generale Mc Creery, costituito dalle Divisioni di fanteria britanniche 46a (con 1°, 3° e 4° battaglione Ranger USA e 2° e 41° battaglioni Commandos UK) e 56a, 7a Divisione Corazzata e 23a Brigata Corazzata;

–        VI Corpo d’Armata statunitense del Generale Dawley, composto dalla 36a Divisione, 45a Divisione (di cui due reggimenti in riserva a bordo delle navi), 3a Divisione e 44a Divisione;

–        82a Divisione Aviotrasportata (USA);

–        7a Divisione britannica, il cui sbarco è previsto il D+4, da impiegare per la conquista di Napoli.

Il Golfo di Salerno fu diviso in due settori di sbarco: quello posto a nord del fiume Sele venne affidato al X Corpo d’Armata britannico e quello a sud al VI Corpo d’Armata statunitense.
A questo punto è giusto chiedersi per quale motivo gli Alleati preferirono la zona di Salerno rinunciando a quella di Gaeta o allo sbarco diretto nel porto di Napoli (opzioni considerate in fase di pianificazione). A tal fine occorre indicare le valutazioni che gli Alleati espressero, in termini di vantaggi e svantaggi, che portarono alla scelta di Salerno:
(1)  Vantaggi:
–        accesso dal mare esente da problemi, con spiagge piatte ed assenza di secche;
–        la piana del Sele, dopo la bonifica operata dal regime fascista, risulta facilmente percorribile ed insiste, nell’area, un buon asse viario che adduce alla città  Potenza[1];
–        Napoli risulta raggiungibile, attraverso il valico di Chiunzi, partendo dalla località costiera di Vietri sul mare;
–        l’area è servita da un’efficiente rete ferroviaria ed è provvista di aeroporto (all’epoca di Montecorvino oggi di Salerno-Pontecagnano);
–        la zona di Salerno, contrariamente a quella di Gaeta, non risultava troppo lontana dalla Sicilia e consentiva di garantire il necessario supporto aereo mentre il Golfo di Napoli doveva ritenersi escluso dalle operazioni, in quanto i suoi approdi erano minati;
–        presenza di alture dominanti (cime che in taluni casi sfiorano i 1000 metri) che circondano una sorta di “triangolo” pianeggiante e che, se conquistate, avrebbero consentito una validissima difesa da contrattacchi nemici.

(2)  Svantaggi
–        la citata parte pianeggiante, se in mano ai tedeschi, avrebbe consentito (come in effetti avvenne) a questi di godere di una perfetta visuale su tutta l’area avvedendosi di ogni manovra avversaria;
–        il litorale interessato all’operazione è diviso in due dal fiume Sele (è presente anche un suo affluente, il Calore) troppo profondo per essere guadato, che dividendo in due la zona avrebbe creato grossi problemi di collegamento tra le teste di sbarco (come si verificò);
–        le acque del Golfo di Salerno, come tutte quelle prospicienti importanti zone portuali o suscettibili di sbarchi e/o incursioni, erano minate.
La protezione del fianco settentrionale della testa di sbarco prevedeva l’impiego dei tre battaglioni di rangers e due di commandos britannici che sarebbero sbarcati davanti a Majori e a Marina di Vietri per poi bloccare le due strade che da Napoli portavano a sud e tramite le quali era probabile sarebbero affluiti i rinforzi tedeschi. Stabilite le teste di sbarco, i due Corpi d’Armata avrebbero sfruttato l’iniziale successo spingendosi verso l’interno per costituire un saldo perimetro difensivo basato sull’arco delle colline sovrastante le spiagge. La loro linea essenziale di demarcazione sarebbe stata costituita dal fiume Sele, mentre il loro punto perimetrale di congiunzione sarebbe stato Ponte Sele, sulla statale 18. Al X Corpo d’Armata era affidato il compito di occupare il piccolo porto di Salerno e l’aeroporto di Montecorvino (oggi di Pontecagnano) dal quale il generale Clark sperava di far operare, dal giorno D+1 reparti di caccia. Successivamente, il X Corpo d’Armata avrebbe sfondato a Nord e proseguito per Napoli onde occuparla entro il 21 settembre, data entro la quale era previsto l’arrivo del primo contingente di rincalzo. I punti chiave da conquistare, quindi, risultavano essere: l’aeroporto di Montecorvino e l’importante nodo stradale-ferroviario di Battipaglia posto a sud, il porto di Salerno ed il passo di Chiunzi a Nord, essenziale per poter successivamente puntare in direzione di Napoli.
Come era avvenuto per l’Operazione “Husky”, anche per la “Avalanche” vi fu una forte parcellizzazione dei comandi e reparti impegnati nella stessa, che dovettero imbarcarsi da porti diversi. Tale problematica fu risolta grazie all’ottimo coordinamento attuato da Clark e dai suoi comandanti ai vari livelli che, non essendo coinvolti nelle operazioni in atto, poterono dedicarsi alla preparazione dell’operazione. Su questa influirono, invece, negativamente le incertezze connesse alla scelta del piano da attuarsi (tra i diversi proposti) e all’imponderatezza relativa al tonnellaggio disponibile (in termini di naviglio). Anche Clark contribuì a complicare la pianificazione apportando cambiamenti che influirono sulle tabelle orarie dei convogli e delle varie ondate d’assalto. La protezione navale, in funzione di un’eventuale mancata resa della flotta italiana, fu decisamente potente, come nel caso dell’Operazione “Husky”, poiché affidata alla Forza “H” dell’Ammiraglio Willis, che contava quattro corazzate, due portaerei e la 12a squadriglia incrociatori, costituita da quattro unità. Questo schieramento doveva contrastare eventuali unità italiane provenienti da La Spezia e Genova, mentre una forza a parte, costituita da quattro corazzate, avrebbe fatto altrettanto nei confronti di unità provenienti da Taranto e dall’Adriatico. Per quanto concerne l’appoggio alle forze a terra, a favore del X Corpo d’Armata di terra era orientata la 15a squadriglia incrociatori britannica, articolata su tre unità, mentre a sostegno del VI Corpo d’Armata erano disponibili quattro incrociatori USA ed un monitore britannico. Il comando delle unità navali d’assalto fu assunto dall’Ammiraglio Hewitt che issò le sue insegne su nave “Alcon” (USA) a bordo della quale salì anche Clark.
Dato che il golfo di Salerno risultava minato, navi cacciamine avrebbero ripulito le zone di ancoraggio delle unità e creato corridoi per l’accesso alle spiagge.
Per quanto concerne l’impiego della componente aerea, costituita da circa 1300 bombardieri pesanti, 1400 caccia e caccia-bombardieri e 406 aerei da trasporto; questa si basava su tre principi (che avrebbero in seguito costituito una costante nelle operazioni alleate):

–        neutralizzazione della Luftwaffe (in modo da costringerla a retrocedere su aeroporti lontani) tramite massicce incursioni di caccia e bombardieri;

–        riduzione/annullamento della possibilità tedesca di far affluire rinforzi nella zona d’operazione bombardando i punti nevralgici della rete stradale, ferroviaria e i porti;

–        protezione, con l’impiego di caccia, delle zone d’assalto fin quando le forze di terra non fossero uscite dalle loro teste di sbarco, le navi d’assalto non si fossero disperse e l’intera zona avesse costituito, per la Luftwaffe, un obiettivo pagante.


Stretto appoggio sarebbe stato fornito alle truppe da sbarco con le restanti risorse dopo che i suddetti compiti primari fossero stati soddisfatti. Inoltre, sarebbero stati compiuti attacchi su vasta scala per evitare di rivelare il vero punto di attacco da reiterare, dopo lo sbarco, nella zona di Napoli per sospingere la Luftwaffe al nord e tagliare tutte le strade che portavano al campo di battaglia.
Grave omissione, fatta in fase di pianificazione, fu non prevedere il bombardamento delle difese presenti sulla spiaggia di Salerno. L’esperienza siciliana portò, infatti, a ritenere improbabile che il nemico potesse, stante il fattore sorpresa, predisporre per tempo un’energica difesa dell’ampio litorale salernitano. Il momento critico di qualunque sbarco, è infatti quello in cui il nemico prende visione del punto in cui esso sta avvenendo e predispone, di conseguenza, un vigoroso contrattacco. La forza dell’attaccante sta proprio nella capacità di ritardare e impedire tale evento. Se vi fosse stata una preparazione d’artiglieria navale, sarebbe stato necessario bonificare dalle mine navali una determinata zona di mare dando ai tedeschi la possibilità di intuire, con circa 24 ore di anticipo, le spiagge scelte per lo sbarco. Inoltre, è probabile che Clark abbia considerato inopportuno colpire città e villaggi di un Paese non più nemico (e distruggere gli antichi templi e le vestigia della città di Paestum) e preferito contare sul fattore sorpresa e sull’aiuto degli italiani. Sulla scorta di tale scelta, Mc Creery predispose, per il suo X Corpo d’Armata, un appoggio navale ravvicinato specificamente programmato, da attuarsi in caso d’assenza del fattore sorpresa. Diversamente fece il Dawley per il VI Corpo d’Armata, ritenendo sufficiente poter contare, alla bisogna, sul generico fuoco d’appoggio navale.
Per quanto concerne le forze germaniche, parrebbe che il Generale Hube, Comandante del XIV Corpo d’Armata corazzato, fosse informato sulla possibilità di uno sbarco nella zona di Salerno. In tal senso, fece affluire nel suo settore, proveniente dal versante adriatico, la 16a Divisione corazzata per rafforzare le difese italiane. Tale unità, già impiegata a Stalingrado, poteva contare su 4000 reduci dalle campagne di Polonia, Francia oltre che sovietica e possedeva un’alta motivazione. La grande unità aveva rapidamente adattato le sue tattiche al nuovo teatro d’operazioni predisponendo, nella zona di Salerno, una serie di capisaldi dominanti le più probabili zone di sbarco, unico sistema per poter difendere i 50 chilometri di costa ad essa affidati. I varchi, sarebbero stati protetti da campi minati, ostruzioni in filo spinato e sorvegliati da forti pattuglie costituite da fanteria, carri e cannoni semoventi mentre alla 222^ Divisione costiera italiana toccava il compito di difendere i settori meno suscettibili di sbarco presenti nel golfo di Salerno.

 Vds Carta  pubblica con post in data 14 agosto 2019 su questo blog 
      (ricerca.cesvam@istitutonastroazzurro.org)


[1] La S.S.18, proveniente da Napoli, attraversa Salerno, da dove si diparte la S.S.88 per Avellino, poi Battipaglia, da dove partiva la S.S.19 per Eboli e Potenza.
[2] Nel settore britannico la situazione rimaneva pressoché invariata.
[3] "I Tedeschi assisteranno stamane a qualcosa che non si sarebbero mai aspettati. Oggi gliele daremo di santa ragione. Gli lanceremo addosso tutto quello che è a portata di mano ad eccezione dei lavandini"; così dichiarò il generale Edwin J. House, Comandante del XII Comando Supporto Aereo, coordinatore delle azioni aeree alleate a Salerno. (“Salerno 1943, operazione Avalanche”, A. PESCE, Ermanno ALBERELLI editore, 2000)

mercoledì 5 febbraio 2020

Lo Sbarco di Salerno 3

        

           LO SCENARIO POLITICO-STRATEGICO

“…….l’alternativa fra l’Italia meridionale e la Sardegna implicava la differenza fra la gloriosa campagna e la pura convenienza” W. S. Churchill, da The Hinge of Fate. Con queste parole il più importante statista britannico del XX secolo sintetizza la scelta operata a favore dell’invasione della Sicilia (Operazione Husky). La volontà di colpire al cuore la parte più debole dell’Asse non è ovviamente casuale. Con la perdita della Tunisia, inutilmente difesa da italiani e tedeschi con grande dispendio di residue energie (che avrebbero potuto trovare migliore impiego nella difesa del territorio metropolitano italiano) viene meno il fronte africano e per gli Alleati si palesa l’opportunità di attuare operazioni volte a eliminare l’Italia dal conflitto ed impegnare il maggior numero di unità tedesche nel teatro che per Washington costituisce il fronte europeo secondario, un fronte “a tempo”, cioè da attivarsi in funzione dello sbarco in Normandia per poi diminuire d’importanza in contemporanea con l’inizio di “Overlord”, per la quale si renderà necessario reperire il maggior numero di unità, anche a costo di sottrarle al teatro italiano.
È, questa, una visione che si discosta di molto da quella di Londra che, invece, prevede di prendere Roma prima dell’inverno del 1943, anche a scapito di “Overlord”, allo scopo di puntare verso l’Europa centrale ed evitare che tale regione possa ricadere sotto la sfera d’influenza sovietica. Non è un caso, se nelle conferenze di Teheran e Yalta gli intenti di Stalin, volti a ottenere il controllo dell’Europa centro-orientale trovano proprio nel lungimirante premier britannico, ma non in quello statunitense (Roosevelt), iniziale disappunto successivamente celato solo per esigenze dettate da mera opportunità politica. L’idea di iniziare l’assalto alla “Fortezza Europa” iniziando dal territorio italiano è, comunque, seppur con intenti diversi, condivisa dagli Alleati che si mostrano uniti anche nei confronti della proposta di capitolazione da sottoporre agli italiani. Essi giocano con abilità la trattativa di resa avviata dall’Italia che mira ad ottenere uno status di cobelligerante se non di nuovo alleato, concedendo ad essa solo generiche assicurazioni di un benevolo trattamento proporzionale all’impegno profuso restando fermi sulla formula della resa senza condizioni. Di fronte alle delegazioni inviate da Badoglio essi sapranno giocare d’astuzia facendo, infine, sottoscrivere al Generale Castellano solo l’armistizio “breve” senza consentire al Generale Zanussi di riferire a Roma il contenuto di quello “lungo”, assai più dettagliato e realistico circa il futuro ruolo dell’ex-nemico. Anche sulla data nella quale rendere pubblico l’accordo, gli Alleati seppero giocare d’astuzia e prevenire ogni possibile tentennamento italiano. Infatti, anche al fine di prevenire eventuali difficoltà o ripensamenti da parte italiana, palesatisi relativamente alla difendibilità di Roma (a seguito dell’abortito lancio della 82^ Divisione paracadutisti statunitense in prossimità della capitale) essi seppero riservarsi la scelta del momento in cui rendere pubblico l’armistizio in funzione delle imminenti operazioni da porre in essere. L’annuncio della capitolazione italiana fu dato da Eisenhower, tramite Radio Algeri, alle 18.30 dell’8 settembre 1943 (ripetuto dopo 10 minuti, in assenza di analogo comunicato italiano) costringendo Badoglio ad annunciare la resa italiana da Radio Roma alle 19.45, mentre questi, stante quanto riferitogli da Castellano, riteneva che tale comunicato non sarebbe occorso prima del 12-15 settembre 1943. Tenendo fede alle originarie intenzioni alleate, l’annuncio dell’armistizio (che sarebbe dovuto avvenire in forma congiunta tra Eisenhower e Badoglio) ebbe luogo la sera prima dell’avvio dell’Operazione “Avalanche” (9 settembre 1943).
Mentre la Regia Marina e la Regia Aeronautica ricevettero tempestivamente  precise disposizioni da attuarsi ad armistizio avvenuto, il Regio Esercito fu sostanzialmente colto alla sprovvista, talora mentre suoi comandi ed unità stavano attuando attività congiunte con l’alleato tedesco. Ciò generò stupore e risentimento nei confronti del Governo italiano portando in alcuni casi, come per la settima Armata (Generale Arisio), alla cessione di istallazioni, equipaggiamenti, armamento all’ormai ex-Alleato che sulle prime, in base alle disposizioni emanate inizialmente da Kesserling, si limitò a sciogliere i reparti italiani e rimandare a casa quadri e soldati. Successivamente, anche in base alle disposizioni emanate da Rommel, i tedeschi arrestarono e deportarono in Germania migliaia di soldati per utilizzarli come forza lavoro.  

Vds. La Carta dello sbarco e delle operazioni pubblicata in data 8 agosto 2019 con post su questo blog

 (ricerca,cesvamistitutonastroazzurro.org)

giovedì 30 gennaio 2020

Lo sbarco di Salerno 2

          INTRODUZIONE

Lo scoppio della 2a Guerra Mondiale è preceduto da una serie di “prove tecniche di mobilitazione”: la Guerra Civile spagnola (1936-1939) che vede la partecipazione di Italia e Germania al fianco degli insorti nazionalisti, l’annessione tedesca della regione dei Sudeti (1937 – appartenente alla neonata Repubblica Cecoslovacca, sorta sulle ceneri dell’Impero Asburgico ed abitata da popolazione di etnia tedesca) e dell’Austria (1938). Tutto ciò, mentre l’Italia completa la sua espansione coloniale in Africa occidentale con la conquista dell’Etiopia (1935).
Specie nel conflitto spagnolo, vengono sperimentate nuove tecnologie e modalità d’impiego dell’arma aerea e le più avanzate tattiche di guerra di cui la Germania, ma non l’Italia, saprà trarre il massimo vantaggio. Lo dimostrerà l’attacco e la rapida conquista della Polonia (spartita con l’U.R.S.S. in base ad un’anacronistica e poco longeva alleanza) nel quale la preparazione, la determinazione e l’efficienza della macchina da guerra germanica si mostreranno in tutta la loro pericolosità. Il limite di tale strumento sarà costituito dall’eccessivo numero di fronti aperti, dalla necessità di provvedere a dar man forte all’alleato italiano che dopo aver dato corso ad una sua guerra parallela (quasi fosse in competizione con Berlino) è costretto a chiederne l’intervento sui fronti greco-albanese e nord-africano e dall’entrata in guerra (1941) degli Stati Uniti che con la loro enorme capacità industriale garantiranno agli Alleati grandi quantità di mezzi ed equipaggiamenti. Le limitate risorse germaniche finiranno per essere disperse su più teatri d’operazione e quindi sottratte alle originarie destinazioni: i fronti europei.
Proprio nell’ambigua alleanza italo-tedesca è insita la principale debolezza dell’Asse. Gli Alleati sanno che essa si regge sulla personale intesa politica tra Mussolini ed Hitler mentre è, da sempre, avversata dai monarchici italiani e neanche all’interno dello stesso partito e governo fascista gode di unanime consenso. La sera del 25 luglio 1943, con gli Alleati ormai in Sicilia da quindici giorni e in avvicinamento a Messina, si compie l’ultimo atto del Governo fascista. Sordo all’invito a dimettersi ricevuto indirettamente dal Re, Mussolini, ignaro del suo imminente arresto, partecipa alla seduta del Gran Consiglio del Fascismo che vede l’approvazione dell’ordine del giorno Grandi, con cui egli e la guerra da lui intrapresa, vengono entrambi sconfessati. Il neo-costituito governo Badoglio cerca inutilmente di convincere Hitler ad aprire trattative congiunte di pace con gli alleati. Mentre si dichiara, fino all’ultimo, fedele all’alleato nazista, segretamente si accorda con gli Alleati e la sera del 3 settembre 1943 sottoscrive, tramite il Generale Castellano il famoso “armistizio corto” nella tenda di Cassibile. L’alleato tedesco, per nulla convinto di tale assicurazione, ha già predisposto, in momenti successivi, i piani di emergenza “Alarich” e “Achse”, entrambi concernenti le azioni da intraprendere in caso di defezione italiana, compresa l’occupazione della penisola. Egli ha ben chiare le due opzioni praticabili, proposte rispettivamente da Rommel e Kesserling:

–        ritiro delle forze tedesche fino all’Appennino tosco-emiliano, se non alle Alpi, per non pagare l’alto tributo, in termini di risorse umane e materiali, che la campagna d’Italia presumibilmente richiederà data la particolare conformazione della penisola;

–        resistenza per linee di difesa successive da predisporre lungo la penisola allo scopo, quanto meno, di imporre agli Alleati un elevato tasso di logoramento con successive lunghe battute di arresto nella loro progressione, punendo al tempo stesso l’ex-alleato italiano trasformandone il territorio in campo di battaglia e sfruttandone, per quanto possibile le pur limitate risorse industriali, in massima parte presenti al nord, per alimentare la macchina bellica tedesca.

Hitler accoglie il piano di Kesserling, giudicando troppo prudente e pessimista quello di Rommel. Tale scelta, porta a distogliere preziose truppe dagli altri fronti, specie da quello russo che versa in una fase particolarmente critica.  

          Vds. Carta dello sbarco pubblicata con post in data 31 luglio 2019 su questo blog
          ricerca.cesvam@istitutonastroazzurro.org

sabato 25 gennaio 2020

Lo Sbarco di Salerno 1

1.           PREMESSA

Nella seconda guerra mondiale vengono affrontate le questioni lasciate in sospeso dalla Grande Guerra, conflitto con il quale si è affermata l’Europa delle Nazioni a scapito di quella dei grandi imperi centrali sovrannazionali ed ha avuto termine l’epopea risorgimentale italiana.
Il primo conflitto mondiale, nonostante le innovazioni tecnico-belliche appena palesatesi tra il 1914 e il 1918 (come il carro armato e l’aereo da combattimento), vede l’impiego di tecniche di poco evolutesi rispetto a quelle in uso nel XIX secolo. Vale la pena di citare, a titolo esemplificativo, le cariche di unità di cavalleria che ancora hanno, durante la Grande Guerra, spesso grande efficacia nell’ambito di un conflitto caratterizzato da unità che si fronteggiano, sovente per mesi, da opposte trincee in attesa di un attacco risolutivo.
La 1a Guerra Mondiale assume, per molte famiglie europee, site in regioni lontane dalle zone di combattimento, ancora un evento lontano poiché occorso in luoghi distanti e sconosciuti, spesso legato ai racconti di un congiunto che vi ha combattuto o, in molti casi, al ricordo di un parente che ivi è sepolto. Ciò che differenzia la 1a Guerra Mondiale dalle guerre ottocentesche e l’accomuna alla 2a è l’impiego di grandi masse di combattenti, consentito non solo dall’ampia mobilitazione attuata ma, soprattutto, dalla capacità industriale nel frattempo acquisita che consente di equipaggiarle in modo standardizzato.
La 2a Guerra Mondiale, porta con sé i grandi numeri del primo conflitto ma vede il massiccio impiego dell’arma aerea e dei mezzi corazzati e, soprattutto, coinvolge l’intera società mondiale portando la guerra, ad eccezione del continente americano, nelle case, nelle campagne e nelle officine senza alcuna distinzione tra combattenti e civili.
Il sogno di un mondo senza più guerra, sorto al termine della Grande Guerra, tramonta essenzialmente per l’assenza di organizzazioni internazionali capaci di arginare, per tempo, le mire espansionistiche naziste. L’impotenza della Società delle Nazioni deriva dalla sua sostanziale incapacità di imporre e far rispettare sanzioni e di intraprendere azioni coercitive efficaci. Tali aspetti sono stati in parte imputati, ai nostri giorni, anche alla vigente Organizzazione delle Nazioni Unite durante la crisi verificatasi nella ex Jugoslavia. La citata debolezza viene opportunamente sfruttata, nel 1939, dalla Germania nazista per dare corso alla pretesa rinascita del “Reich”, riguadagnare cioè un preteso ruolo di egemonia sulla scena internazionale e fondare un nuovo ordine europeo se non mondiale. L’Italia fascista, inizialmente riluttante ad entrare in guerra, vede la possibilità di vendicare la “vittoria mutilata”, l’amarezza del trattamento subito a Versailles nel 1918 a onta dello sforzo bellico profuso nella Grande Guerra. Simile rivendicazione è quella dell’Impero del Sol Levante che ha visto disatteso il suo sogno espansionistico in Asia, suo preteso naturale bacino d’influenza e garanzia di sviluppo economico.

          VDS. Cartina pubblicata con post in data 27 luglio 2019
           ricerca.cesvam@istitutonastroazzurro.org

mercoledì 22 gennaio 2020

QUADERNI n. 2 del 2019


La rivista si può chiedere a: segreteriagenerale@istitutonastroazzurro.org
Per collaborazione: quaderni.cesvam@istitutonastroazzurro.org
Per info:www,vesvam.org
QUADERNI ON LINE: www.valoremilitare.blogspot.com


mercoledì 15 gennaio 2020

Volume La Seconda Guerra Mondiale di Giovanni Cecini








Giovanni CECINI,

L’incredibile storia della seconda guerra mondiale. Strategie, Armi, Protagonisti del conflitto che ha cambiato le sorti del mondo, Roma, Newton Compton Editori, pag. 495, E. 12,90, ISBN 978-88-227-3620



La seconda guerra mondiale grande contenitore di più conflitti distinti ma collegati tra loro, è in realtà un serbatoio di storie in credibili, spesso sconosciute che vale la pena di approfondire per capire meglio il nostro presente e le cause che l’hanno contribuito a rendere il mondo come lo conosciamo oggi. Questo libro intende quindi travalicare la tradizionale narrazione cronologica, procedendo per argomenti chiave come le alleanze, la diplomazia, le economie, gli oltre sessanta milioni di morti e gli scenari del dopoguerra. Il quadro complessivo è quello di una pagina fondamentale nella storia dell’uomo, che, nella sua brutale ferocia, esercita ancora oggi grande fascino su tutti gli appassionati di storia. Ogni vicenda, infatti, rappresenta un frammento di quello che è stato uno dei momenti più complessi di tutta la storia contemporanea, nonché lo spartiacque del Novecento.


Giovanni Cecini (Roma 1979) à laureato in Scienze Politiche e Storia contemporanea. E’ membro del CEVAM – Centro Studi sul Valore Militare e docente di Master in Storia Militare Contemporanea 1796-1960 presso la Università N. Cusano Nicolò Cusano.

venerdì 10 gennaio 2020

Corsica.


IV FRONTE DELLA GUERRA DI LIBERAZIONE
Settembre 1943
Semovente italiano nel porto di Bastia



Azioni per il presidio di un ponte. Zona di Ajaccio

Mezzi corazzati tedeschi colpiti dalle batteria della Marina Italiana
Personale Sanitario italiano presta la sua opera

domenica 5 gennaio 2020

Corsica. Le operazioni 2 . Il costo pagato dai soldati italiani



IV FRONTE DELLA GUERRA DI LIBERAZIONE
Settembre 1943


Dal 9 settembre al 14 ottobre le forze italiane persero in Corsica 
637 morti, 537 feriti, 2512 dispersi. 
Nei giorni della offensiva finale in collaborazione con le forze francesi i caduti furono 
245 tra ufficiali, sottufficiali e militari di truppa.


Da rilevare, quindi, che in Corsica non si ebbero episodi come quelli della Francia meridionale in cui le truppe furono disarmate con estrema facilità. Qui le forze italiane, soprese inizialmente dall’annuncio dell’armistizio, avuti precisi ordini, seppero tenere testa alle truppe tedesche e a non farsi sopraffare. E facile rilevare che se al momento dell’annuncio dell’armistizio ci fossero stati ordini e piani chiari, certamente la situazione sarebbe stata uguale a quella corsa.

La consistenza dei combattimenti e della determinazione dei soldati italiani è anche sottolineata dalla concessione di 18 Medaglie d’Argento, 171 medaglie di bronzo e 6 croci di guerra, oltre a una Medaglia d’Oro, concessa ad un comandante di batteria, in uno dei tanti scontri all’indomani della dichiarazione di armistizio.

martedì 31 dicembre 2019

Corsica. Le operazioni 1



IV FRONTE DELLA GUERRA DI LIBERAZIONE
Settembre 1943




Il 14 settembre era iniziato lo sbarco di elementi della Francia Libera, tra cui la 4° Divisione motorizzata marocchina disposti a collaborare con le forze italiane, al comando del generale Henri Giraud, a quel tempo copresidente insieme al gen. De Gaulle del Comitato di Liberazione Francese e comandante in capo delle forze armate francesi unificate. Furono decise due azioni: una diretta contro Bastia con avvolgimento da sud e da nord, affidata ad un raggruppamento tattico di truppe italiane e francesi, l’altra da nord affidata esclusivamente a truppe italiane, poste alle dipendenze del comandante la 225° divisione costiera diretta lungo la valle del Golo per impedire l’afflusso di forze tedesche.


Dopo le azioni preliminari dei giorni 29 e 30 settembre ebbero inizio nei giorni 1 e 2 ottobre le operazioni che condussero il giorno 4 alla completa conquista di Bastia.

I tedeschi, peraltro, avevano rinunciato a difendere la Corsica e cercarono, come visto, di trasportare il maggior numero di mezzi e materiali sul continente, in Italia centrale.

Le truppe italiane furono dopo la presa di Bastia raggruppate in un Corpo di Spedizione italiano in Corsica e quindi trasferite via via in Sardegna, movimento che iniziò nella prima decade di ottobre e si concluse il 25 novembre successivo. In Corsica rimasero alcuni reparti e servizi, per una forza complessiva di 7000 uomini.

mercoledì 25 dicembre 2019

Corsica. La crisi armistiziale



IL IV FRONTE DELLA GUERRA DI LIBERAZIONE
Settembre 1943



 Come la Francia meridionale, anche la Corsica fu occupata dalle truppe italiane a seguito degli sbarchi anglo-americani in Marocco ed in Nord Africa. L’importanza della Corsica era sicuramente inferiore a quello della Sardegna, ma dopo i citati sbarchi, il suo ruolo strategico non poteva essere sottovalutato. Occupava la Corsica il VII Corpo d’Armata, al comando del gen. Giovanni Magli, che aveva assunto il comando nel marzo del 1943, con sede a Corte. Il Corpo d’Armata aveva alle dipendenze due divisioni costiere, le divisioni di fanteria Friuli e Cremona, il 10° Raggruppamento celere, il 175° Reggimento alpini, ed inquadrava forze navali, nei porti di Ajaccio, Portovecchio e Bastia, e aeree dislocate negli aeroporti di Borgo, Ghisonaccia, Ajaccio, Campo dell’Oro, Portovecchio. In totale vi erano 74.000 soldati italiani più 2000 tra avieri e marinai. I tedeschi avevano forze di circa 4000 uomini, ovvero della brigata d’assalto “Reichfuhre-SS, inviata nel luglio 1943. Il comandante tedesco era il gen. Von Senger und Etterling, che si distinguerà per il suo equilibrio nei giorni della battaglia di Cassino.

All’annuncio dell’armistizio, il Comando italiano fu colto completamente di sorpresa. La nota memoria 44 emanata dal gen. Roatta giunse in Corsica solamente il 10 settembre quando i combattimenti con i tedeschi erano in corso da 48 ore, Dati i rapporti intercorrenti con i tedeschi, Magli, sentito Il Comando Supremo a Roma, accoglieva la richiesta di far transitare in Corsica la 90° Divisione leggera tedesca e le altre truppe provenienti dalla Sardegna. Magli indicava anche l’itinerario da seguire.
Nonostante gli accordi tra Magli e Von Senger sulla evacuazione tedesca dell’isola, nella notte tra lì8 ed il 9 settembre la guarnigione tedesca di bastia attaccò le truppe italiane, soprattutto nel porto. Qui gli scontri assunsero aspetti violenti, in cui intervennero anche le unità navali. Al termine, dopo che gli italiani ripreso il controllo alla mattina del 9 si ebbero a terra 5 morti tra gli italiani, mentre tra i marinai, soprattutto tra l’equipaggio di nave Ardito, si ebbero 80 morti e un centinaio di feriti. I tedeschi contarono oltre 500 morti ed altrettanto feriti, soprattutto fra gli equipaggi e personale imbarcato delle motozattere che avevano tentato di prendere il largo ed affrontate dallo stesso Ardito e fatte bersaglio dalle postazioni di artiglieria della difesa costiera.

Con l’afflusso delle forze tedesche dalla Sardegna la situazione assunse aspetti diversi. Ricevuto da Roma la comunicazione che le truppe tedesche dovevano considerarsi nemiche il gen. Magli impartì gli ordini relativi e fu scontro aperto. La prima fase di questi scontri iniziò il 12 settembre. Si combatte il giorno 12 a Casamozza, Bastia e Vezzani, il giorno successivo di nuovo a Bastia con violenti combattimenti che provocarono perdite rilevanti alla divisione Friuli; lo stesso giorno elementi della Cremona si scontrarono con truppe tedesche a Zonza costringendole a ritirarsi su Quenza. In queste circostanze entrarono anche in combattimento le forze della resistenza locale al comando di Paolo Colonna d’Istria e furono particolarmente utili nel settore delle informazioni e in quello dei collegamenti; i partigiani corsi compirono diversi attacchi “mordi e fuggi” contro elementi tedeschi isolati. I tedeschi erano superiori in termini di mezzi corazzati e motorizzati e quindi fu riordinato lo schieramento delle forze italiane. La Friuli si scierò sulla fascia costiera, un raggruppamento di cinque battaglioni e otto batterie nella valle di Golo, il comando del 182° battaglione costiero nella zona di Morosaglia; nella zona centrale dell’isola, un raggruppamento della Cremona si schierò nella conca di Corte, un raggruppamento di bersaglieri e di alpini nella zona del colle di Sorba-Vezzani, mentre la 226° divisione costiera si schierò nella zona occidentale.
Il 14 settembre venne respinto un attacco tedesco nella zona attorno a La Barchetta; il giorno 17 nella zona di Morosaglia fu prima rallentata poi definitivamente fermata una puntata tedesca di mezzi corazzati e motorizzati; nello stesso giorno nella zona centrale si combatte nella zona di Ghisoni, ed il giorno successivo un attacco tedesco venne stroncato sul nascere nella valle Trevignano.
 Nella zona meridionale le forze italiane il giorno 15 attaccarono, con azione convergente partito da Acellene, la cittadina di Zonza, annientandone il presidio tedesco; il giorno 16 un attacco tedesco lanciato nella zona di Lieve fu respinto. Il risultato di queste operazioni fu che i tedeschi, nonostante numerosi tentativi, non riuscivano a penetrare all’interno dell’isola, oltre al fatto che era definitivamente tramontata l’idea di disarmare le truppe italiane che reagivano nella loro totalità.

domenica 15 dicembre 2019

Il gen. Vercellino e la 4a Armata

IL IV FRONTE DELLA GUERRA DI LIBERAZIONE
settembre 1943


Generale Vercellino


Il gen. Vercellino in questa circostanza non dette buona prova d sé. La 4a Armata era una unità ben equipaggiata e solida, in collegamento costante con lo Stato Maggiore a Roma. Aveva alle dipendenze solidi reparti, di provata efficienza. Rispetto alle altre unità fuori del territorio nazionale godeva anche di operare i territori prossimi al confine ed in territorio metropolitano. Vercellino riuscì a raggiungere Torino, poi trasferì il Comando a Cuneo dove incontrò il gen. Bancale ed il gen. Operti, e poi fu raggiunto dal gen. Trabucchi. La sera dell'11 settembre, constata la situazione, sciolse la 11 Armata, lasciando libero ogni dal servizio.

La 4a Armata aveva le carte in regola per scrivere pagine gloriose, come quelle scritte nei Balcani da reparti in condizioni molto più difficili e critiche; si poteva dar vita ad una epopea che avrebbero messo in enorme difficoltà i tedeschi, se il gen. Vercellino ed il suo Stato Maggiore fossero stati all’altezza della situazione. Inoltre avrebbero potuto avere una influenza anche nella situazione a Torino e nel Piemonte. In sostanza la confusone e l’incertezza e lo smarrimento aveva preso un po' tutti. Non si riuscì a creare un fronte di opposizione al tedesco sulle montagne piemontesi, e questo per ignavia dei capi. Peraltro occorre rilevare che presso le unità della 4a Armata il numero di coloro che dopo la cattura si misero a disposizione della Wehrmacht per continuare a combattere o per svolgere attività ausiliarie a favore dei tedeschi fu decisamente superiore alla media riscontrata fra i reparti italiani della madrepatria o dei Balcani

martedì 10 dicembre 2019

1943. Il Valore Militare Settembre 1943

Medaglie d'Oro della Guerra di Liberazione. I fronte   settembre 1943

Gonzaga del Vodice Ferrante, Generale







De Iuliis Alboino s.ten
Rimbotti Giuseppe Tenente
Bergamini Carlo Ammiraglio
Craviani Alessandro Cap. di Cor
Fasan Virginio Cap Mec 3 C
Martinengo Federico Ammiraglio
Fecia di Cossato Carlo Alberto Cap di Freg
Flores Mario  S.ten
Gamerra Gian paolo Magg
Ferraiolo Michele Colonnello
De Tommaso Orlando Capitano
Bombieri Udino Serg. Magg
Rosso Ettore S.ten
Pandolfo Vincenzo Capitano
Bechi Luserna Ten Col
Fioritto Vittorio  S. ten
Perna Luigi S. ten
Sabatini Camillo Capitano
Fugazza Romolo Capitano
Vannetti Donnini Franco Capitano
Perschetti Raffaele Tenente
Incannamorte Nunzio Capitano
Forzati Enrico tenente
Baffigo Domenico Cap di Corv
i

giovedì 5 dicembre 2019

Atteggiamento tedesco verso i soldati italiani. Aspetti criminali

IV FRONTE DELLA GUERRA DI LIBERAZIONE
 settembre 1943


Il Comando del Gruppo Armate D, gen. Von Rundstedt, alla notizia dell’insuccesso delle forze tedesche conto il battaglione  alpino che difendeva il Moncenisio (12 settembre 1943) fece comunicare che tutti i difensori sarebbero stati trattati come franchi tiratori e fucilati sul posto, dando  12 ore, poi ridotte a due, per arrendersi. La giustificazione di questo atteggiamento da parte dei tedeschi è che non esisteva una dichiarazione di guerra tra l’Italia e la Germania.
Scrive Gerard Schreiber:

“Una valutazione decisamente assurda. Evidentemente però Rundstedt non voleva annettere che da un punto di vista obiettivo, pur riconoscendo le sue esigenze, stava agendo ancora una volta da aggressore, mentre gli italiani non facevano altro che difendersi. Uno stato di necessità che anche la Wehrmacht sembrò loro riconoscere fino al 10 settembre. Non appena si trovarono in difficoltà, i tedeschi cercarono di intimidire il nemico minacciando provvedimenti punitivi di carattere criminale. La Wehrmacht li accusava di essere franchi tiratori, ma il comportamento degli appartenenti al Regio Esercito italiano proprio con questi non aveva nulla a che fare. Questi infatti…., fecero una sola cosa, eseguirono gli ordini legittimi del loro Governo.”[1]

Questo atteggiamento dei tedeschi sarà una costante ed è un elemento caratterizzante il IV Fronte della Guerra di Liberazione. Peraltro se i soldati dovevano eseguire gli ordini legittimi del Governo, questi aveva l’obbligo ed il dovere di dare ordini, ed anche questa è un elemento caratterizzante questo fronte.


[1] Gerard Schreiber, I Militari italiani internati nei campi di concentramento del III Reich, Roma Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell'Esercito, ufficio Storico, 1992

sabato 30 novembre 2019

Francia Meridionale 2

IL IV FRONTE DELLA GUERRA DI LIBERAZIONE
settembre 1943

Le forze tedesche che ebbero il compito di fronteggiare le unità italiane erano rappresentate dalla 19a Armata al comando del generale Georg von Sondenstern. Secondo le fonti tedesche l’azione delle truppe tedesche fu efficace e, peraltro, basata sul fatto che le truppe italiane erano demoralizzate e non portate a resistere.
 Il messaggio d Badoglio dell’8 settembre al Comando della 9° Armata non fu compreso nella sua reale dimensione. Generò solo incertezza e confusione. Nel giro di poche ore ufficiali tedeschi si presentarono ai comandi e distaccamenti italiani chiedendo la consegna delle armi ed una dichiarazione di lealtà. Il generale Vercellino alle 22 dell’8 settembre impartì l’ordine di riunire le truppe e ritirarsi verso il confine e concentrarsi nella zona di Cuneo – Mondovì. Specificava che in questo movimento di ritirata si doveva rispondere ad ogni aggressione tedesca. Ma dopo poche ore ogni collegamento con i reparti dipendenti cessò ed il Comando di Armata rimase isolato. A Tolone la sera dell’8 settembre i tedeschi bloccarono il porto ed in breve si resero padroni della situazione; non vi fu resistenza italiana. La mattina del 9 settembre le truppe italiane da Tolone a Grasse erano tutte sopraffatte. In breve caddero nelle mani dei tedeschi il Comando della Divisione Taro, mentre chi oppose una certa resistenza fu la Divisione Pusteria. A Grenoble erano in corso i passaggi di consegne tra i comandi italiani e quelli tedeschi, con le truppe già pronte a iniziare il viaggio verso l’Italia. Con la nota tattica i tedeschi riuscirono prima a blandire il comandante italiano, gen. Mogliano, poi a catturarlo insieme a tutti i reparti italiani. Una certa resistenza fu posto dal battaglione sciatori Moncenisio posto a difesa dello sbocco occidentale del tunnel del Moncenisio lungo la linea ferroviaria Lione Torino. Questo episodio è importante in quanto è rilevatore dell’atteggiamento tedesco. Muovendo all’attacco i tedeschi non riuscirono né a conquistare il passo né a l’uscita orientale del tunnel, essendo respinti dalle difese italiane, che erano appoggiate anche a fortificazioni campali efficienti ed appoggiati dal fuoco efficace di numerose batterie. I tedeschi si dovettero ritirare. Il Comando del Gruppo Armate D, gen. Von Rundstedt, alla notizia dell’insuccesso, fece comunicare che tutti i difensori sarebbero stati trattati come franchi tiratori e fucilati sul posto, dando  12 ore, poi ridotte a due, per arrendersi.

mercoledì 27 novembre 2019

Francia Meridionale 1


IL IV FRONTE DELLA GUERRA DI LIBERAZIONE
settembre 1943



La 4a Armata italiana, al comando del gen. Mario Vercellino, era dislocata nella Francia meridionale alle dirette dipendenze dello Stato Maggiore Esercito in quanto assolveva a compiti di occupazione di un territorio straniero. Era stata dislocata in Francia all’indomani dello sbarco alleato in Nord Africa e in Marocco; a seguito degli accordi di Bologna del 25 agosto 1943 tra italiani e tedeschi, doveva essere rimpatriata. Sarebbe rimasto in Francia il solo comando del I Corpo d’Armata, comandante gen. Federico Romero, con sede a Grasse con alle dipendenze la 223a e 224a divisione costiera schierata nell’area di Nizza e Tolone. Il rimpatrio delle truppe doveva terminare il 9 settembre. Alla data dell’8 settembre in Italia si trovava il solo Comando del XV Corpo d’Armata, agli ordini del gen. Emilio Bancale che aveva sede a Genova. Da questo comando dipendeva la 201 divisione costiere con area di responsabilità da Mentone a Punta del Mesco vicino a La Spezia. Da notare che alla 4° Armata dipendeva anche la ben agguerrita divisione alpina “Pusteria” che era in marcia dalla Savoia all’Italia per raggiungere la zona di Cuneo e la 2a Divisione celere, che era in procinto di sistemarsi nei pressi di Torino. In Francia alla data dell’annunzio dell’armistizio ancora vi era il Comando dell’Armata a Sospel. Il Comando del XXII Corpo d’Armata, gen. Alfonso Ollearo, con sede a Hyrères, aveva alle dipendenze le divisioni Taro, Lupi di Toscana, ed i reparti di supporto. Infine a Tolone la Regia Marina aveva una guarnigione di oltre 4000 uomini.

lunedì 7 ottobre 2019

QUADERNI DEL NASTRO AZZURRO n. 4 del 2019 Copertine


ANNO LXXX, Supplemento IX, 2018, n. 4

In Copertina
Medaglia della Vittoria coniata e firmata da Luciano Zaniella
prodotta in tiratura limitata
67 mm di diametro e pesa 140 grammi
Disponibile in bronzo similoro
E' possibile richiederla alla Presidenza dell'Istituto del Nastro Azzurro
(segreteriagenerale@istitutonastroazzurro.org)