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domenica 3 maggio 2015

Soldati e Partigiani: il vecchio ed il nuovo I

70° anniversario della Liberazione e della fine della Seconda Guerra Mondaile

3.1. Da Tommasi, attraverso Baldelli,  a Corradi: 
il travaglio della Resistenza nell’anconetano.

La terza forza che si presenta come attrice principale nella liberazione di Ancona, qui deve essere, seppur a grandi linee, non solo citata ma studiata nelle sue reali dimensioni dal punto di vista strettamente militare è quella partigiana. Qui non si mette in discussione il ruolo politico e di rottura e di volontà del popolo italiano di combattere per una Italia diversa da quella che aveva portato la guerra in casa, tra indicibili tragedie, lutti e danni immensi che le formazioni partigiane rappresentano; si vuole solo analizzare il ruolo tattico svolto dalle medesime e la sua incidenza sulle operazioni.
Certamente prendendo i dati di forza, la situazione appare chiara: per combattere i 5000 Tedeschi combattenti che difendevano Ancona, vi era una unità complessa a livello di corpo d’armata consistente in tre divisioni, due polacche, con circa 43.000 uomini e una italiana, il Corpo Italiano di Liberazione, con 25.000 uomini. L’entità numerica delle formazioni partigiane, secondo varie fonti, oscilla tra i 400 ed i 600 uomini combattenti, includendo, oltre alle formazioni “di montagna”, anche i GAP ed i SAP. Sarebbe banale fermarsi a questi rapporti di forza.
Il movimento partigiano nella provincia di Ancona da aprile, fino alla seconda meta di giugno, dal punto di vista militare fu segnato profondamente da un insanabile dissidio tra azionisti e   comunisti. Tutto sembrava andare per il meglio con l’accordo del 14 gennaio in cui si erano stabiliti incarichi e compiti che tutti accettavano.
La cattura di “Annibale”, l’ing. Tommasi da tutti riconosciuto come capo militare, aveva messo in crisi la struttura militare partigiana. Fu mandato nelle Marche a colmare questo vuoto Alessandro Vaia[1], comunista, accolto a San Pietro in Calibano il 13 aprile 1944 da comandanti Partigiani con vero calore. Appena arrivato, senza sentire le altre forze politiche e gli altri comandanti partigiani, emette “l’ordine del giorno n. 1” in cui in virtù dello sviluppo che il movimento aveva assunto, impone che la V Brigata Garibaldi assumesse la denominazione di “Divisione Marche”, di cui lui era il Comandante e come commissario politico Rodolfo Sarti. Dalla Divisione Marche dipendevano la Ia, la IIa e la IIIa zona delle Marche, in sostanza le formazioni garibaldine della provincia di Macerata, Ancona e Pesaro.
Questo si rileverà un primo grave errore politico, in quanto era stato scavalcato a pieno il CLN Regionale, presieduto da Oddo Marinelli, azionista. Si metteva in discussione la fino ad allora leaderschip del Partito d’Azione nel comando provinciale di Ancona ed anche nel CNL regionale e che, anche grazie alla radio trasmittente e relativo codice gestita da Baldelli, permetteva al CNL e, quindi, a tutti di essere accreditato presso gli Alleati come referente diretto del movimento patriottico. Era una crisi veramente grave. 
In pratica, i comunisti, con la scomparsa di Tommasi si sentivano esclusi dai vertici decisionali del movimento patriottico e Vaia, in modo maldestro, aveva imposto soluzioni di parte.
Il conflitto si aggravò anche per l’atteggiamento di Tiraboschi, che minacciò di non riconoscere l’autorità del CNL. In questo contesto molto difficile, che in pratica privava la Resistenza di un Capo e minava la sua unità d’intenti, si inserisce la morte di Goffredo Baldelli[2], che fu una tragedia non solo per i partigiani del San Vicino, ma per la Resistenza tutta, per il ruolo prezioso, il coraggio e l’impegno senza risparmio. Questo episodio non fece altro che aggravare il conflitto in essere tra comunisti e azionisti, conflitto che precipita drammaticamente il 7 giugno, a tre settimane dall’investimento alleato della piazzaforte di Ancona. Viene destituito Tiraboschi e la frattura diventa sempre più insanabile. Il 10 giugno, il CLN regionale, deciso ad affrontare il problema e a risolverlo decide di affidare il comando della V Brigata B (Garibaldi)“ad ufficiali da trarre da organizzazione patriottica militare clandestina già esistente”. Questa soluzione si rileverà ancora più deleteria, in quanto nel contesto della Resistenza vengono immessi esponenti dichiaratamente monarchici, militari “ortodossi”, visti da tutti come “i residui del vecchio regime” contro cui si stava combattendo.
 Il 12 giugno viene formalizzata la nomina a Comandante di “Gancia” il colonnello Egisto Corradi, che immediatamente si reca a San Vittore di Cingoli per riceve le “consegne”. Corradi conferma Frillo come vice Comandante e come commissario politico Gino Grilli, in un clima non certo di entusiasmo, farcito da diffidenza e riserve mentali.
L’azione di comando del col. Corradi non ha avuto grande plauso, come ampiamente prevedibile; lo si accusava e lo si accusa di avere avuto scarso spirito combattivo; da una parte si preoccupò molto di ottenere armi ed equipaggiamenti dagli Alleati, cosa che riuscì a fare bene, ottenendo in cinque giorni ben cinque lanci nei campi a disposizione di Porcarella (Valle di Castro), Baldiola e Barucci di Sassoferrato. In pratica si dedica alla organizzazione dei distaccamenti, che giudicava, almeno sulla base della sua particolare valutazione tecnico-militare, insufficienti ad azioni consistenti e a vasto raggio e nel tempo, efficaci contro il nemico.
Sul piano operativo, se da una parte, soprattutto dalle formazioni comuniste, ed in generale dai combattenti si attendeva iniziative ardite e spregiudicate, Corradi impose un orientamento che erroneamente fu definito “attendistico”, ma che era solamente realistico se si metteva in relazione i mezzi con i fini.
    Per comprendere meglio la situazione, occorre riflettere che siamo nella ultima decade di giugno e i Tedeschi si stavano ritirando dal Potenza al Musone. L’area di azione, la vallata del Musone e la zona di Ancona, era diventata da immediata retrovia a linea di combattimento. Come poteva un Comandante responsabile che aveva assunto la guida delle bande da pochi giorni, dopo una crisi politica estremamente grave che si era protratta per mesi e che si era risolta con un compromesso che vedeva le parti, azionisti e comunisti ancora profondamente divisi, in azioni di vasta portata senza incorrere in disastri e sconfitte laceranti? Accusare Corradi di “attendismo” appare quanto mai un modo per non affrontare realisticamente un esame critico della situazione. L’azione militare era stata gravemente compromessa dalle divisioni innestate dagli errori politici e di comando di Alessandro Vaia, che si era dimostrato incapace di comprendere i reali equilibri della Resistenza nelle Marche: le violente polemiche del dopoguerra ne sono una ulteriore conferma. Attaccare i Tedeschi con l’obiettivo disarticolare il loro dispositivo di difesa appariva ed appare quasi assurdo, nelle situazioni in cui si era.

 Massimo Coltrinari
 (massimo.coltrinari@libero.it)




[1] Rientrato da poco in Italia, assente da oltre 11 anni, di cui quattro in carcere per condanna del Tribunale speciale per attività comunista, combattente della guerra di Spagna e militante integro, Alessandro Vaia conosceva poco o nulla le Marche e gli equilibri che si erano andati formando in un contesto veramente difficile
[2] “Arrivato a Poggio San Vicino dopo una notte di fatica (passata a recuperare le armi giunte con un lancio alleato n.d.a.) a prendere il camion per il sollecito trasporto, Baldelli aveva trovato che vi stava facendo un giro lo scozzese Douglas Davidson, per cui aveva sfogato la sua ira su “Alvaro” (Alvaro Livargini, Comandante partigiano n.d.a), accusandolo che all’accampamento si faceva “vita frivola e svagata”. Quando finalmente Douglas fece ritorno, i due si affrontarono a brutto muso e la lire degenerò. Lo scozzese sferrò a Baldelli “due potenti ‘diretti’ alle ganasce” mandandolo a gambe all’aria e quando il falconarese abbozzò il gesto di prendere la pistola, Jovocic, un montenegrino presente alla scena, gli sparò due colpi e poi lo finì con un terzo  della pistola di Baldelli raccolta a terra.”  

Soldati e Partigiani: il vecchio ed il nuovo II

70° della Liberazione e della Fine della Seconda Guerra Mondiale 

3.2. Resistenza e Corpo Italiano di Liberazione: 
peculiarità e valori sul campo

Al di là di ogni considerazione locale, non si deve dimenticare che le formazioni partigiane avevano un armamento leggero, fucili, pistole e qualche mitragliatrice, con munizionamento scarso. Inoltre il numero era esiguo, sull’ordine delle decine di unità. Se queste formazioni fossero state impiegate contro unita o reparti di prima linea, in gradi non solo di reggere il fuoco, ma di potenziarlo e di manovrare, con una organizzazione di comando e controllo efficiente, le possibilità di successo erano veramente minime.

Scrive Gianni Oliva:

“Anche qui c’è stato un errore degli storici negli anni scorsi: quello di sopravalutare il ruolo militare delle formazioni partigiane: E’ quello di voler rilegger la storia delle formazioni partigiane in termini soltanto di storia militare.
Una formazione partigiana ha necessariamente sul piano un ruolo limitato, un ruolo secondario. Quando si hanno i fucili in mano e dall’altra parte ci sono le truppe corazzate e gli aerei ricognitori, è evidente che dal punto di vista militare il ruolo è secondario. Secondario non vuol dire infintesimale e non vuol dire trascurabile.”[1]

Si è già accennato alla richiesta alleata di attaccare i Tedeschi per prendere e mettere in sicurezza il porto di Ancona. L’impresa di realizzare tale progetto era già difficilissima attuarla; ma il vero problema era quello di mantenere le posizioni in attesa dell’arrivo degli Alleati: quanto tempo avrebbero resistito? Questo è il nocciolo del problema. Il “Fabrizi”, entrato in Osimo il 3 luglio con un ottima azione di infiltrazione, era in grado di dare battaglia ai due battaglioni Tedeschi che presidiavano le posizioni di Osimo e mantenerle? Sicuramente no.

Accusare Corradi, che sarà stato pure di idee monarchiche, istruito nelle Accademie militari, attendista, sembra voler sviare la realtà: le formazioni della Resistenza, a fine giugno 1944 nell’area di Ancona, non avevano la capacità militare di attuare quello che passione, idealità, amor di patria, senso del dovere, voglia di riscatto, partecipazione, sprezzo del pericolo e volontà di riscatto suggerivano.
Come giustamente fa osservare un protagonista, Paolino Orlandini, la frattura fra azionisti e comunisti non si era ricomposta; dando il comando ad una terza forza, a Ufficiali Monarchici, espressione di un “vecchio” che nessuno voleva, fu un altro errore che si aggiunse ai precedenti, che sommati insieme hanno portato alla conclusione che nelle operazioni per la liberazione di Ancona, sul piano strettamente militare, le formazioni combattenti partigiane ebbero un ruolo marginale.

Ma se ci sposta dal piano militare al piano sociale e politico, allora il ruolo si capovolge e diventa di tutto rilievo. Le formazioni partigiane con la loro presenza hanno avuto il compito e il ruolo di deligittimare in tutta la sua vastità “la Repubblica Sociale Italiana, nel contendere alla Repubblica Sociale Italiana il controllo del territorio, nel far sì che la sovranità reale, non quella formale, fosse limitata ai grandi centri urbani ed alla periferia nel momento in cui c’era contemporaneamente la presenza delle forze armate tedesche in rastrellamento. Ora questa delegittimazione della repubblica Sociale Italiana è nello stesso tempo la legittimazione del regno del Sud, della guerra di liberazione che viene combattuta a Sud, di quello che l’Italia diverrà dopo il 25 aprile.”[2]

Portando queste considerazioni sull’evento che stiamo narrando, mentre i gerarchi e le autorità della Repubblica Sociale Italiana al solo apparire del nemico nelle Marche, fuggirono senza ritegno abbandonando tutti e tutto, lasciando la popolazione in balia di se stessa, le formazioni partigiane erano presenti sul territorio, rivendicando quella sovranità di fatto che fu conquistata sul terreno. Sul piano militare la loro incidenza fu quella indicata sopra, che è quella che è “in res ipsa”, sul piano militare
Il contributo dei “patrioti” rimane, sotto questo profilo costante durante la battaglia. Innumerevoli sono gli episodi che testimoniano come i “patrioti” riuscivano a dare un contributo fattivo alle operazioni.

Paolo Orlandini, ad esempio, scrive,

“Abbiamo tenuto il fronte di Osimo per 18 giorni perché gli Alleati[3] sono arrivati il 6 luglio ed il fronte non è avanzato fino al 18 di luglio, il giorno della liberazione di Ancona. Il giorno 17 cominciò l’offensiva da parte del Corpo Italiano di Liberazione. Una nostra pattuglia catturò un ufficiale austriaco addetto allea fortificazione della valle che comandava direttamente una batteria di mortai distaccata a S. Paolina lui ci disegnò sulla carta topografica tutta la difesa nemica e con quel disegno io andai al Comando Artiglieria polacco. Il colonnello Leon volle subito verificare se le informazioni erano esatte ed ordinò un tiro di controbatteria verso un’indicazione segnalata: una prima batteria nemica venne distrutta”[4]

Emerge, quindi, di contro il ruolo del Corpo Italiano di Liberazione, in questo profilo, che non è una espressione del “vecchio regime”, ma l’espressione, come elemento militare, della legittimazione del Regno del Sud, e quindi di rilevanza notevole, tale da poter dire che realmente partecipò alla liberazione di Ancona, ma che dal punto di vista politico e sociale, ha un peso ed un significato diametralmente opposto a quello delle formazioni partigiane, come è facilmente deducibile da tutte le testimonianze e fonti che in parte sono state qui citate.
Massimo Coltrinari
(massimo.coltrinari@libero.it) 


[1] Oliva G., L’apporto popolare e partigiano alla liberazione d’Italia, in ”Le forze Armate nella Resistenza e nella Guerra di Liberazione”, Atti del Convegno di Studi, Bologna, 21-22 marzo 1995, Roma, 1995
[2] Ibidem
[3] Si intende in questo caso le forze Polacche e quelle italiane del Corpo Italiano di  Liberazione.
     [4] Matteucci I., La Lapide ed il Cippo di Piazza Ugo Bassi, Ancona, Il lavoro editoriale, 2007, pag. 28

Soldati e Partigiani: il vecchio ed il Nuovo. III

Badogliani, Partigiani, Patrioti, Civili
3.3.  Vigilia di battaglia.

70° della Lberazione e della fine della Seconda Guerra Mondiale

3.3.  Vigilia di battaglia. Una risposta non data.

Nel diario di Giuseppe Olivo, che il 18 luglio sarà ferito gravemente, alla data del 17 luglio si coglie tutta l’attesa degli avvenimenti.

“Dalle informazioni che abbiamo avuto dai paracadutisti della Nembo avremo dei combattimenti durissimi per sfondare la nuova linea tedesca sul Musone. I paracadutisti a Filottrano hanno già avuto circa 600 fra morti e feriti….
…….
Nottata movimentata e così pure l’intera giornata. Verso le 18 (del 16 luglio 1944, n.d.a.) è arrivato l’ordine di tenersi pronti. Domattina il I Battaglione attaccherà e noi gli daremo il cambio dopo 48 ore di rincalzo, naturalmente se tutto andrà bene![1]

Da parte tedesca ormai si ha la percezione che si è alla vigilia di un attacco in grande stile. Durante la notte si percepisce il rumore degli autocarri e dei carri armati nemici che stanno prendendo posizione; questo diffonde fra le file tedesche un certo nervosismo. Ognuno chiede a se stesso e si domanda dove verrà l’attacco e in quale punto verrà svolto il massimo sforzo per attuare lo sfondamento. I comandi cercano di prepararsi nel migliore dei modi. Per far fronte all’attacco dei carri armati, viene diramato l’ordine, che raggiungerà ogni uomo di prima linea: in caso di attacco di carri armati, lasciarsi superare dai carri armati stessi; contrastare, invece, combattendo le fanterie che seguono i mezzi corazzati stessi. In ogni caso bisogna tenere, da parte tedesca, ed un ordine preciso per i soldati tedesco, tenere le posizioni.
Questo ordine è estremamente importante da sottolineare, in quanto l’indomani, come vedremo, sarà la tattica applicata contro gli elementi del I battaglione del 68° Reggimento fanteria del Corpo Italiano di Liberazione sul Musone, davanti a Casenuove, che ostacolerà per tutta la mattina l’avanzata italiana. 
Massimo Coltrinari
(massimo.coltrinari@libero.it) 




[1] Olivo G., Diario di Guerra, in Appignanesi P., Bacelli D., La Liberazione di Cingoli. 13 luglio 1944 e le altre pagine di storia cingolana, Cingoli, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia Sezione di Macerata-Amministrazione Provinciale di Macerata-Comune di Cingoli, 1986, pag. 215

lunedì 20 aprile 2015

Nonostante il 70° Anniversario della Fine della Seconda Guerra Mondiale

Il Comune di Aprilia snobba il progetto “Un ricordo per la pace”

obelisco in memoria di Eric Fletcher Waters e dei caduti dispersi della battaglia di ApriliaNessuna risposta delle Istituzioni all’appello-ultimatum della famiglia Bonacini scaduto lo scorso marzo nel quale si proponeva l’affidamento d’altri reperti bellici finalizzato alla piena realizzazione del progetto espositivo “Un ricordo per la pace” sul tema “APRILIA IN GUERRA: LA BATTAGLIA DI APRILIA” presso l’auditorium dell’Istituto di Istruzione Superiore “Rosselli” di Aprilia. Nel settembre 2014 la famiglia Bonacini aveva rivolto un’ennesima richiesta all’Amministrazione apriliana di accettare i numerosi materiali storici di cui è ancora in possesso che stanno rischiando di deteriorarsi in maniera irreparabile. In particolare si tratta d’abbigliamento militare ed equipaggiamento dei soldati delle varie nazionalità che combatterono nel territorio apriliano ed anche uniformi relative alla guerra d’Africa. Per mancanza di spazio non era stato possibile esporre a suo tempo l’intera collezione nelle teche realizzate nel 2013 al Rosselli dal Comune di Aprilia con un mini budget di circa 20.000 euro. Il progetto espositivo della famiglia Bonacini a favore della collettività di Aprilia si trascina faticosamente da quasi 16 anni. Dopo varie peripezie e tentativi fallimentari delle varie amministrazioni a partire dal 2002 di costituire un centro di documentazione storica della Città di Aprilia, nel 2013 il Comune aveva formalizzato l’affidamento a titolo gratuito di una parte della collezione bellica Bonacini rendendo possibile l’attuale allestimento al Rosselli, che fu curato gratuitamente dall’Associazione “Un ricordo per la pace” con la consulenza storica del Generale dott. Massimo Coltrinari e del Generale Luigi Marsibilio. La presenza della mostra bellica al Rosselli è stata determinante nella decisione di collocare presso il medesimo Istituto anche il monumento ai caduti nei combattimenti del 1944 sul territorio apriliano rimasti senza sepoltura. I due memoriali realizzati dal Comune di Aprilia in via dei Pontoni e nel piazzale antistante il Rosselli furono inaugurati nel febbraio 2014 alla presenza della rock star Roger Waters, figlio del Sottotenente dei Fucilieri britannici Eric Fletcher Waters, dopo che le ricerche del veterano britannico Harry Shindler, al quale la Bonacini segnalò l’interessante caso, avevano rivelato che il padre del cantante ex Pink Floyd morì il 18 febbraio 1944 nelle campagne apriliane in località Pontoni (fosso della Moletta). Elisa Bonacini, presidente dell’Associazione “Un ricordo per la pace” erede dei materiali bellici ed Harry Shindler rappresentante in Italia della “Italy Star Association 1943-1945” sono stati infatti i promotori dell’iniziativa dei memoriali ad Aprilia, realizzati dal Comune di Aprilia con deliberazione n. 8/14. La decisione di collocare l’obelisco-memoriale al Rosselli, che ebbe l’approvazione anche di Roger Waters, maturò nei rappresentanti delle due Associazioni promotrici considerando l’importanza di trasmettere un messaggio di pace alle giovani generazioni, che passa anche attraverso la conoscenza e lo studio dei reperti bellici Bonacini, autentici documenti di memoria. Il veterano britannico il 23 aprile 2013 aveva partecipato all’inaugurazione dell’esposizione donando anche alcuni cimeli personali del periodo di guerra. Nel dicembre 2013 era ritornato ad Aprilia per studiare la posizione più idonea dove collocare il monumento. Così motivava in quei giorni la realizzazione del memoriale presso l’Istituto d’istruzione apriliano: “I ragazzi che passeranno davanti al monumento e che osserveranno i reperti di guerra si domanderanno cosa è accaduto 70 anni fa ad Aprilia e per quale motivo…. Bisogna spiegare ai giovani che la guerra che abbiamo combattuto noi con tanta sofferenza era giusta. Prima che cominciasse l’Europa era coperta da dittature, c’erano i campi di concentramento e di sterminio. Dopo la guerra l’Europa è diventata democratica, i campi di concentramento non c’erano più! E’ molto importante che i giovani non perdano la memoria del sacrificio di chi ha combattuto per ideali di libertà e democrazia. Se tutto ciò verrà reso chiaro ai giovani, allora ci saranno meno possibilità di replica e la morte dei miei compagni di Anzio, la sofferenza della popolazione di Aprilia non saranno state vane”. Elisa Bonacini, presidente dell’Associazione “Un ricordo per la pace”, curatrice della mostra storica ribadisce: “Quale unica erede dell’importante raccolta storica, frutto di più di 30 anni di appassionata ricerca di mio fratello Ostilio, sento forte su di me la responsabilità di portare avanti il suo progetto nel migliore dei modi, nel rispetto dei valori che mi hanno trasmesso i miei cari. La mia famiglia ha conosciuto bene la tragedia della guerra: mio padre dopo l’8 settembre 1943 fu internato in un campo di concentramento in Germania e tornò vivo per puro miracolo, mio zio Dante Bonacini fu disperso a soli 20 anni nella campagna di Russia, mio nonno Giuseppe, mutilato nella prima guerra mondiale, purtroppo non aveva esitato, nel ruolo di comandante del Distretto Militare di Reggio Emilia, a mandare il figlio a combattere per la Patria in Russia. I giovani devono sapere quanta sofferenza derivi dalla guerra ed impegnarsi per costruire un futuro di pace e di solidarietà trai popoli. Sono queste le motivazioni sulla base delle quali ritengo la location dell’Istituto apriliano la più idonea per accogliere tutta la raccolta storica della mia famiglia, tramandando ai giovani la memoria tangibile di quei tragici avvenimenti ”. La notizia della determinazione della famiglia Bonacini, a risolvere drasticamente fuori del Comune la penosa situazione di “stallo” con le Istituzioni locali nel caso di mancato accoglimento delle proprie specifiche richieste ha già avuto vasta eco e sono arrivate le prime proposte da alcune organizzazioni museali laziali e d’altre regioni italiane. Interesse e sostegno morale per l’iniziativa è stato manifestato anche da cittadini della Comunità europea. Il rimanente materiale storico Bonacini non ancora esposto al pubblico, più e più volte offerto in affidamento gratuito al Comune di Aprilia a completamento dell’esposizione bellica al Rosselli potrebbe quindi trovare presto altra destinazione fuori Comune e forse anche all’estero, a condizione che esso sia accolto, conservato e valorizzato dignitosamente nel tempo. “Una grande occasione persa questa per la Città di Aprilia” – afferma con amarezza Elisa Bonacini – ed una prova della effettiva scarsa attenzione per la cultura e per la nostra storia”. Preoccupazione anche per il futuro dell’esposizione già in essere al “Rosselli” che “ad oggi – prosegue la Bonacini – non è stata minimamente valorizzata dall’Ente patrocinante, che non ha mai dimostrato apprezzamento neanche per l’origine particolare dell’iniziativa, Nessun accoglimento neppure dei numerosi progetti della mia Associazione “Un ricordo per la pace” finalizzati a dare rilievo all’esposizione in campo nazionale ed internazionale“.le divise dei Bersaglieri Giuseppe e Dante Bonacini

venerdì 20 marzo 2015

Guerra di Liberazione: le storie personali

Luigi  Guerrasio
 “Il Fante del C.I.L,”
Breve storia di un padre scritta dal figlio

Luigi Guerrasio nasce a Castel San Giorgio l’11 agosto 1925, secondogenito di 5 figli, da Gennaro e Clelia Vastola. Il padre Gennaro, dopo un periodo di emigrazione trascorso in Argentina, a Buenos Aires,  ritorna in Italia proprio all’inizio della 1^ guerra mondiale a cui partecipa; messo notificatore, è nipote di Luigi Guerrasio, in gioventù garibaldino e poi Presidente di Sezione della Cortt3 d’Appello a Napoli agli inizi ddl ‘900: a lui è intitolata una delle principali strade del paese. La madre Clelia è figlia di Antonio Vastola, medico di S.Valentino Torio, e Chiara Fornati, napoletana. Il suo bisnonno Gennaro è stato il primo sindaco liberale di CASTEL San Giorgio dopo l’unità d’Italia.
Luigi vede i natali e trascorre l’infanzia e la prima giovinezza, insieme ai fratelli Matteo, primogenito (insegnante-deceduto),Mario (insegnante), Elio (medico), Aldo (magistrato) nella casa avita al civico n^14 di via Piave, lasciata in  eredità al Padre Gennaro da suo zio Luigi.
I genitori con grandi sacrifici e privazioni legati ai “difficili”momenti attraversati all’epoca dal paese (la dittatura, la guerra) consentono ai figli di studiare; solo il padre Gennaro lavora.
Luigi, dopo le scuole elementari e l’avviamento, frequenta con impegno e diligenza i primi due anni della scuola tecnica Salerno preso l’Istituto “Francesco Trani”), proseguendo gli studi tecnici a Napoli,a piazza Dante.
Nell’aprile ’43, in piena temperie  bellica, Luigi Guerrasio è aviere volontario nel 4^centro Leva e Reclutamento della Regia Aeronautica in Benevento e come allievo specialista nella categoria “elettromeccanico di bordo”, con obbligo continuativo di volo, frequenta il corso di specializzazione presso il Regio Istituto Tecnico industriale G. Corridoni a Fermo (Ascoli Piceno).
Lo sbarco anfibio anglo-americano in Sicilia (9-10 luglio 1943) accelera la crisi militare e politica del regime fascista.
Il 25 luglio 1943, dopo il voto di sfiducia a Mussolini da parte del Gran Consiglio del Fascismo, il Re Vittorio Emanuele III esonera Mussolini, lo fa arrestare e da incarico al maresciallo  Badoglio di formare un nuovo governo (26 luglio) che scioglie il partito fascista e, pur proclamando di voler continuare la guerra fianco della Germania, inizia trattative segrete con gli Alleati per giungere ad una resa.
A seguito dell’annuncio dell’armistizio  dell’Italia con gli Alleati, l’8 settembre 1943, con la fuga del Re e del Governo  Badoglio a  Brindisi (nascita del Governo del sud) insieme ai vertici militari si genera una situazione di generale incertezza e disorientamento nel Paese. La mancanza di ordini provoca lo sbandamento delle truppe in gran parte disarmate o fatte prigioniere dai tedeschi che avevano da subito attuato il piano di occupazione della  penisola. In questo clima, Luigi ritorna  a piedi da  Fermo a Castel San Giorgio, raggiungendo la casa paterna il 19 settembre, giorno di San Gennaro.
 Pertanto cessa di essere mobilitato e di trovarsi in territorio in stato di guerra e zona di operazioni.
Intanto il 9  settembre gli Alleati (la V^Armata  americana) sono sbarcati sul litorale alle porte di Salerno, proseguendo l’occupazione del sud Italia già iniziata con lo sbarco in Sicilia.
Il 12 settembre, Mussolini, prigioniero al Gran Sasso, viene liberato dai paracadutisti delle SS e portato in Germania; fonda il partito fascista repubblicano.
Il 24 settembre rientra in Italia e costituisce un governo nazionale fascista con sede a Salò sulle rive del lago di Garda, dando vita ad uno stato fascista repubblicano, sostenuto dalla Germania, che il 1^ dicembre  1943 assume la denominazione di Repubblica Sociale italiana.
Il 13 ottobre 1943 l’Italia dichiara guerra alla Germania ed il 16 ottobre, a poco più di un mese dall’armistizio, ottiene la cobelligeranza  a fianco degli Alleati contro la Germania. Il 23 dicembre 1943 il giovane Luigi, all’epoca diciottenne, rispondendo al bando di arruolamento nt°8, si reca a Salerno presso il locale Distretto militare e si arruola volontario nel ricostituito Esercito Italiano.
Agli inizi di gennaio 1944, Luigi è di stanza a Maddaloni (Caserta), inquadrato nel 1^ Raggruppamento Motorizzato, costituito il 27-9 1943 nella zona di  S. Pietro Vernotico (Lecce), con reparti delle divisioni , Legnano, Mantova, Piceno,e del 51^ Corpo d’Armata.
Posto sotto il comando del Generale Vincenzo Dapino, il 1^Raggruppamento Motorizzato rappresentò il ricostituito esercito italiano, “l’esercito del Regno del sud”.
Il 1^ Raggruppamento Motorizzato, che faceva parte della V^ Armata Americana agli ordini del Generale Clark,ebbe il compio di conquistare e mantenere Montelungo, una dorsale montuosa posta lungo la direttrice per Cassino: siamo sul fronte della linea Gustav ove i tedeschi sono arretrati a seguito dell’avanzata alleata successiva allo sbarco di Salerno.  La sanguinosa battaglia di Montelungo (8/16 dicembre 1943) segna lo schieramento al fronte, a fianco degli Alleati, del 1^ Raggruppamento motorizzato che il 22 marzo 1944 viene organizzato in due brigate e trasformato nel “Corpo Italiano di Liberazione” (CIL) posto sotto il comando del generale Umberto Utili.
Della 2^ brigata fa parte il glorioso 68^ Reggimento Fanteria “Legnano”, che aveva combattuto a Montelungo, schierato su due battaglioni con forza di circa 1800 uomini.
Il 68^ Reggimento Fanteria” Legnano”, costituito a Torino il1^agosto 1862, annovera nella sua storia la partecipazione alla 3^guerra di indipendenza nazionale (1866), la repressione del brigantaggio in Calabria (1866-1867),la Guerra Italo –turca (1911-1913), la Prima Guerra mondiale (1915-1918), la Seconda Guerra mondiale (1940-1945). Medaglia d’argento alla bandiera: “Unico reggimento di fanteria di linea cui venne riserbato l’arduo e onorifico compito di rappresentare la fanteria italiana tra le fila degli eserciti alleati, nell’intero ciclo della guerra per la liberazione d’Italia”.
Il  2 aprile 1944 il giovane fante Luigi Guerrasio è trasferito al 68^Reggimento Fanteria Legnano e  con esso partecipa agli eventi bellici fino alla liberazione del suolo patrio.
Nell’aprile 1944, Luigi è sul fronte di Cassino, in zona operazioni belliche. L’altura di Montecassino ove troneggiava l’abazia distrutta dai bombardamenti alleati nel febbraio ’44, viene definitivamente conquistata solo nel maggio 1944, (l’avanzata alleata era stata fermata sul fronte di Cassino dall’inverno), allorquando il CIL unitamente a gran parte dell’8^Armata britannica ed alla 5^ armata americana, avanzate su un fronte di 35km., anientano la tenace resistenza dei tedeschi, ricollegandosi con le truppe alleate già sbarcate ad Anzio alle spalle del fronte tedesco.
La conquista di Monte Marrone, Monte Mare, Monte Cavallo, Valle Venafrana, Monte Irto, Monte Pietroso, Picinisco, (ciclo operativo delle Mainarde), spiana la strada per Roma che viene liberata dagli alleati ed anche da reparti del Corpo Italiano di Liberazione il 4 giugno 1944.
Il 30 maggio 1944 il CIL agli ordini del generale  Umberto Utili, viene operativamente spostato sul fronte adriatico alle dipendenze dell8^Armata britannica , e procede alla conquista  di altre località, fra le tante: Sulmona, l’Aquila, Canosa Sannita, Orsogna, Guardiagrele, Urbino, Tolentino, Macerata, Ancona. Avanzando verso nord, le truppe italiane giungono sino al fiume Metauro, spingendo il fronte alleato ai margini della linea gotica: linea difensiva tedesca che dal Tirreno all’Adriatico, attraversando l’appennino tosco-emiliano, separa l’Italia Centro-settentrionale, occupata interamente dai tedeschi, dal resto del Paese.
Il 24 settembre ’44 il Corpo Italiano di Liberazione viene sciolto e ritirato dal fronte, necessitando una riorganizzazione delle sue truppe per le perdite di uomini e mezzi subiti nei combattimenti.
con i reparti del disciolto CIL , integrati da nuove truppe provenienti dalla Sardegna, si costituiscono sei divisioni che assumono la denominazione di Gruppi di Combattimento e mutuano i nomi delle vecchie e gloriose divisioni: Cremona, Friuli, Folgore, Legnano,Mantova, e Piceno,armati ed equipaggiati con materiale inglese. Di questi gruppi di combattimento solo i primi quattro, fra cui la Legnano, al comando del generale Utili, sono impiegati in combattimento.
La Legnano alle dipendenze della 5^armata americana, opera al fronte dal marzo 1945, schierato il più ad ovest rispetto agli altri gruppi, e contribuisce al fianco degli alleati alla liberazione del nord Italia: Bologna, Mantova, Brescia , Bergamo, Milano 56 aoprtilw ’45), Torino.
La guerra di liberazione tra il dicembre ’43 e  l’aprile ’45 idw  adeere oltrte 8100 eriivcu soldati delle FFAA di liberazione di ogni grado e arma.
Al termine della guerra di liberazione (8 maggio 1945) il fante Luigi Guerrasio permane nell’esercito rimanendovi fino asl’8 febbraio 1952 allorchè è congedato con il grado di sergente.
Intanto con determinazione del 3^ Comando Territoriale di Milano del 1^ settembre 1948, Luigi Guerrasio è decorato con “Croce al merito di guerra” per aver partecipato alla Guerra di Liberazione 1943-1945.
Nel 1953 è assunto dalla Società telefonica SET (in seguito SIP) ed è assegnato alla centrale telefonica di Nocera Inferiore, opewr le sue capacità tecniche e professionali , la società lo invia in trasferta anche in altre sedi: Salerno,Potenza, Rossano Calabro,Cosenza.
Nel giugno 1961 Luigi sposa in Pagani la moglie Rosa Attianese (insegnante). Dopo un periodo di residenza a Nocera Inferiore, egli trasferisce la propria famiglia definitivamente a Pagani.
Dall’unione nascono due figli; Gennaro (1962), impiegato presso la procura della Repubblica di Nocera Inferiore, e Gabriella (1965)docente di Lettere moderne presso il Liceo scientifico “Don Carlo La Mura” in Angri.
Nel 1977 , per motivi di salute,è  costretto a lasciare anticipatamente il lavoro che svolgeva presso la centrale telefonica SIP di Nocera Inferiore.
Indimenticabile  fra i colleghi il ricordo della sua professionalità e signorilità.
Il 19 giugno 1984, gli viene concesso il Diploma d’Onore al Combattente per la libertà d’Italia (1943-1945) dall’allora Capo dello Staro Sandro Pertini con controfirma del Ministro della Difesa dell’epoca Giovanni Spadolini.

Dopo lunga malattia Luigi Guerrasio si spegne il  20 luglio 1991 a Pagani, ove riposa.


E' in preparazione il Volume dedicato alle operazioni del Corpo Italiano di Liberazione dal 20 luglio al 30 agosto 1944. Chi avesse note, diarie notizie sui componeti del C.I.L. o altro materiale attinente questo aspetto della storia militare del periodo è pregato di scrivere a "studentiecultori2009@libero.it"

lunedì 16 marzo 2015

8 settembre 1943. La Crisi armistiziale.

Alle Origini della Guerra di Liberazione

L'uscita dell'Italia dalla guerra dichiarata il 10 giugno 1940 con la firma, il 3 settembre  1943 a Cassibile del cosiddetto 'armistizio corto si impose come una necessita prima militare poi morale per porre fine ad una guerra senza più speranze di vittoria, senza alcuna possibilità, nemmeno remota, di conseguire gli obbiettivi politici e strategici che si volevano ottenere. Non è qui la sede di disquisire dell'errore alleato di imporre la resa incondizionata, errore fuori d'ogni logica strategica e militare, oltre che irrazionale dal punto di vista politico, che fu pagato nei mesi successivi molto duramente dagli Alleati stessi.  Qui si vuole sottolineare l'errore italiano che, data la situazione non fu quello di accettare la resa senza condizioni, ma di aver gestito le trattative armistiziali, i tempi e i modi e l'attuazione dell'armistizio,  con incertezza, con paure, con secondi fini, con riserve mentali, con modi e tempi troppo lunghi per sperare in un successo. L'uscita dalla guerra fu condotta come la guerra: con insipienza, con scarsezza di vedute, con strategie di basso profilo che portarono ad errori su errori fino a sfociare in quella che oggi  rappresenta una delle date più buie della nostra Storia Patria. Tanto che si può affermare che prima di una sconfitta militare e politica, l'8 settembre fu prima di tutto una disfatta morale.[1]
Scrive Stefani "Il tessuto con­nettivo spirituale e morale, faticosamente costruito dal 1848 in poi, subì una lacerazione ampia e profonda, di difficile e lunga rimargi­nazione, le cui cicatrici sono ancora visibili. Il disorientamento fu gra­vissimo e generale. Molti mali morali dei quali l'Italia, a quarant'an­ni dall'evento, continua a soffrire ebbero origine da quella catastro­fe. Il marasma spirituale e morale non fu minore di quello politico e militare. Entrò in crisi la stessa coscienza unitaria della nazione, messa in grave pericolo dalla divisione in due tronconi del territorio nazionale, uno alla mercé degli angloamericani, l'altro dei tedeschi. I valori tradizionali, per la cui affermazione e difesa si erano battute intere generazioni ed avevano sacrificato la vita centinaia di migliaia dì soldati, persero, nella coscienza di molti, credibilità ed affidabili­tà. La sedizione di Mussolini e dei fascisti, decisi a continuare la lotta a fianco dei nazisti, provocò la guerra civile. Nuovamente terra di do­minio degli stranieri, l'Italia sembrò tornare alle forme deteriori del periodo medioevale. La depressione spirituale e morale incentivò l'ob­nubilamento di molte coscienze, indusse a scelte opportunistiche e di comodo, favorì la fuga dalle responsabilità. Nel vuoto spirituale e morale, singoli e gruppi, in buona parte, non seguirono che l'impul­so di interessi contingenti e materiali, ignorando i diritti e le ragioni della Patria, e si ebbe così un processo di dissoluzione che parve inar­restabile, ma che per grazia di Dio non lo fu."

In Italia le forze tedesche erano quantitativamente inferiori a quelle italiane, e così pure all'estero. Come vedremo, addirittura in Albania vi erano sei divisioni italiane contro nessuna tedesca e, dato ancora più rimarchevole, i soldati germanici non superavano le poche centinaia, contro un totale dei soldati italiani  sull'ordine dei 118 mila.
Non si può parlare di superiorità quantitativa tedesca né in Albania, né  altrove. Riferita alla qualità dei mezzi blindo­corazzati e dei mezzi meccanici di trasporto, la superiorità dei tede­schi era invece quasi ovunque di un qualche rilievo, ma occorre ag­giungere che, mentre essi si giovarono sempre con grande profitto del­l'elevato grado di mobilità delle loro unità, raramente sentirono il bi­sogno dì fare ricorso a formazioni massive di carri armati e di mezzi blindati, dei quali si servirono essenzialmente per esercitare minac­ce potenziali utilizzando in genere reparti di livello modesto. Scrive ancora Stefani "Più che alla disponibilità di ottimi carri armati, cannoni, pezzi controcarri e contraerei, la superiorità qualitativa dei tedeschi fu espressa dalla loro abilità tattica, dalla loro flessibilità ordinativa e dalla perfezione del­le loro tecniche d'impiego, comprese quelle di carattere psicologico. Altro fattore della superiorità tedesca fu la capacità del personale mi­litare addetto a compiti territoriali, logistici e burocratici a trasfor­marsi rapidamente, al momento del bisogno, in soldati combattenti, professionalmente non meno abili di quelli inquadrati nelle unità di impiego tattico. Niente di simile nella pletora di scritturali, magazzi­nieri, piantoni, attendenti dell'esercito italiano e neppure nei repar­ti di difesa territoriale o di truppe ai depositi, sebbene non siano mancati, da parte di queste ultime, episodi brillanti di resistenza imperniata su fattori morali più che sostenuta da adeguata perizia pro­fessionale.
 Oltre che possedere un elevato grado di addestramento, le unità tedesche erano state psicologicamente preparate all'aggressio­ne ed al ricorso alla sorpresa, all'astuzia, all'inganno, alla rapidità del­le azioni."

Accanto a questi elementi tecnici, occorre sottolineare che i germanici non rinunciarono all'arma dell'inganno. A riprova che ricorsero in larga misura alla ma­lafede, al ricatto, al tradimento della parola data, al terrore, alla minac­cia ed all'effettuazione di rappresaglie degne di barbari, non è altro che la continuazione di un'alleanza sempre gestita in modo scorretto ed anormale. I punti di de­bolezza delle unità italiane, dislocate in patria e nei territori occupa­ti, erano la grande diluizione degli schieramenti ed il disequilibrato frazionamento dei reparti, aggravati in taluni settori dal frammischia­mento con le unità tedesche. Sebbene diverso da unità ad unità, il mo­rale era generalmente basso e l'improvvisa notizia dell'armistizio non giovò al mantenimento dei vincoli disciplinari nei reparti. Nessuno, in definitiva, può contestare che nel pomeriggio dell'8 settembre la situazione strategica e militare italiana fosse difficile, delicata, incerta e minacciata da gravi pericoli ovunque, ma nessuno avrebbe potuto immaginare che entro 72 ore, l'esercito italiano, come tale, sarebbe scomparso da tutti i campi di battaglia, ad eccezione della aliquota della 7^ Armata dislocata in Calabria, in Basilicata e nelle Puglie, del­le forze esistenti in Sardegna ed in Corsica e di poche unità che resi­stettero più a lungo nelle isole greche, nonché della divisione "Perugia" che in armi resistette nel sud dell'Albania, fino al 1 ottobre 1943 nella attesa di un aiuto che non venne e che fu abbandonata alla reazione tedesca.

Stefani scrive " senza nessuna grande batta­glia ‑ l'unica ingaggiata venne fatta sospendere, ordinando il rompe­te le righe alle grandi unità dei corpi d'armata di Roma, nella sua fa­se decisiva, quando era ancora prevedibile il successo ‑ 52 divisio­ni 16, ancorché di efficienza e di capacità combattiva ridotte, cessa­rono di esistere dopo che la gran parte dei comandi d'armata e di cor­po d'armata che le inquadravano o si erano autosciolti, od erano stati catturati, o avevano cercato e raggiunto intese con i tedeschi. Spesso fu il disarmo morale dell'alto a provocare quello materiale del basso. Molte, dunque, furono le concause della disfatta militare, ma è fuori della obiettività storica chi non vi inserisce la pronta disponibilità di molti comandanti e stati maggiori di livello elevato alla trattativa con i tedeschi. Può non essere priva di fondamento la tesi che, dalle pre­cedenti direttive delle autorità militari centrali, molti comandi peri­ferici elevati possano avere dedotto che l'armistizio fosse stato con­cordato con gli stessi tedeschi. Come spiegare diversamente, si chie­sero molti comandanti, che per 45 giorni si era tollerato l'ininterrot­to afflusso di forze germaniche nella penisola e nei territori occupati e che a queste era stato consentito di assumere lo schieramento più idoneo e vantaggioso per incapsulare, intrappolare e paralizzare al momento voluto le unità italiane, e di farla da padrone sulle vie di comunicazione e sui centri nodali dei trasporti? E che cosa dire del­l'ambiguità di tutte le direttive ricevute dai comandi di grande unità dal 10 agosto in poi e dello stesso proclama del maresciallo Badoglio?"
" Le responsabilità dei vertici ‑ sostiene Filippo Stefani ‑ furono enormi, ma molte rinunzie aprioristiche alla lotta da parte di alti comandi periferici sulla base di valutazioni precipitose, agita­te, di comodo, o sulla base di presunzioni infondate e comunque di per sé prive di riscontro obiettivo, o volute giustificare con la neces­sità di evitare massicci bombardamenti aerei sulle città ovvero scon­tri giudicati frettolosamente perduti in partenza, furono fuori della logica operativa e ispirate più dall'istinto dell'autoconservazione che non dall'esame ponderato delle contingenze. Vi furono sbandamenti e abbandoni da parte di singoli e di interi reparti; non vi furono am­mutinamenti e diserzioni in massa. L'ordine di cessare il fuoco, di con­segnare le armi, di rompere le righe partì quasi sempre dall'alto. Là dove i comandanti vollero, ripresero subito alla mano le loro unità e repressero rapidamente con opera di persuasione la confusione mora­le, il disordine e le fughe in uniforme o in abiti civili. Attribuire lo sfa­celo al basso tono morale ed alla scarsa volontà dei soldati di conti­nuare a combattere a fronte rovesciata, significa generalizzare i casi particolari. La grandissima maggioranza delle grandi e delle minori unità deposero le armi o perché materialmente sopraffatte o in obbe­dienza agli ordini dei comandi gerarchici superiori. La disponibilità alla lotta contro i tedeschi era molto più elevata di quanto gli alti co­mandi avessero valutato. Anche reparti e soldati della milizia imbrac­ciarono le armi contro i tedeschi."
 Il quadro che emerge all'indomani di questa disfatta fu che ognuno dei soldati italiani dovette decidere secondo coscienza, secondo le opportunità e secondo le circostante, spesso portato dall'onda del caso.
Vi furono coloro che accettarono gli ordini e quindi si arresero ai tedeschi, per poi essere avviati in Germania e in Polonia in quei campi di concentramento ove furono considerati alla stessa stregua dei prigionieri sovietici e poco al di sopra degli israeliti. Questa resa fu riscattata dal plebiscitario rifiuto di collaborare con i germanici e i fascisti della RSI, di fatto con questo rifiuto, deligittamondola. Coloro che riuscirono, con vari mezzi, a raggiungere il territorio metropolitano, per coloro che erano all'estero o le loro famiglie se in Patria. Coloro che aderirono alla vecchia alleanza dando vita all'ultima stagione del fascismo, o, se all'estero, inquadrati in reparti ausiliari dell'esercito tedesco, con divisa tedesca, impiegati per lo più contro i movimenti di resistenza locali. Coloro che presero la via della montagna, dando vita alla resistenza, in Italia, o entrando nei movimenti locali di resistenza se all'estero, come accadde in Francia, in Jugoslavia, in Grecia e in Albania. Sono coloro che presero le armi per non accettare la tragedia dell'armistizio. Gli Internati, i "Fedeli "alla vecchia alleanza, i Non aderenti e i Non combattenti, i Combattenti contro l'alleanza nazifascismo ecco che cosa divennero i soldati italiani all'indomani dell'armistizio, subito dopo il momento delle scelte, scelte che non potevano essere rimandate.

Della disponibilità alla lotta contro i tedeschi dettero prova, a cominciare da Roma, anche semplici cittadini che inviarono propri comitati pres­so i comandi delle grandi unità complesse, o quelli della difesa territo­riale, per chiedere armi al fine di affiancarsi ai soldati. A Roma, a To­rino, a Milano ed altrove i comandi ritennero di non poter aderire alle richieste, rifiutando un concorso che sarebbe stato quanto mai vantag­gioso ai fini morali e quanto mai utile per anticipare i tempi di orga­nizzazione e di entrata in azione della resistenza
Stefani sottolinea "Qualora i vertici e molti altri capi fossero stati pronti a dare te­stimonianze, anche a costo della vita, della loro determinazione nel­l'opporsi ai tedeschi, malgrado la drammaticità di molte situazioni, forse gli eventi avrebbero seguito un corso diverso ‑ basti ricordare la difesa di Roma ‑ e certamente dalla inevitabile sconfitta‑disfatta, non sarebbero derivati il decadimento generale degli ideali e dei sen­timenti di amore della Patria, la diffidenza contro l'autorità e contro qualsiasi forma di guida disciplinata, il misconoscimento dell'onore, dell'obbedienza, dell'impegno, del dovere, dell'ordine e della discipli­na, il rifiuto dello spirito di sacrificio ‑ prìncipi basilari del soldato ‑ che furono le conseguenze più gravi dell'8 settembre e quelle che produssero la disfatta. Valori più o meno sfacciatamente messi in di­sparte, nell'imminenza del pericolo potenziale tedesco, da molti di co­loro che di tali qualità e virtù avrebbero dovuto essere il modello. La causa prima della disfatta fu la penuria di capi competenti e capaci, ricchi di senso del reale, di padronanza di se stessi, di disinteresse personale, di fede nella grandezza del compito, di dignità, di decisio­ne e di tenacia. Ancora peggio fu la mancata celebrazione in tempi posteriori di un processo a tutto lo staff politico e militare. Il silenzio su molte responsabilità venne interpretato come se non vi fosse stata materia per procedere. I processi celebrati a caldo a carico di alcuni generali non valsero a focalizzare le responsabilità a monte. Vi furo­no molti comandanti liberi da ogni colpa, ma ve ne furono altri ‑ che pure in precedenti occasioni avevano reso eminenti servigi alla Pa­tria in pace ed in guerra ‑ che avrebbero dovuto essere chiamati a giustificare il loro comportamento o la loro inerzia.
Per molto meno, nel 1849, era stato condannato e fucilato il generale Ramorino sul quale vennero scaricate, non tutte con fondamento, le responsabilità della sconfitta di Novara ed era stato sottoposto a giudizio del Sena­to del regno e degradato per inettitudine l'ammiraglio Pallion conte di Persano, battuto a Lissa il 20 luglio del 1866 dalla flotta dell'im­pero asburgico".

Si è d'accordo con Stefani che non è il caso, oggi, di intavolare processi o avviare istruttorie, ma, "sul piano storico, è necessario alzare i veli, ripudiare i falsi pudori, bandire gli eufemismi se si vogliono davvero restaurare tutti i valori che l'8 settembre vennero negletti e misconosciuti impu­nemente. Per coprire le responsabilità dei colpevoli furono enfatizzate la superiorità dei tedeschi, l'eccitazione prodotta dall'improvvisa noti­zia dell'armistizio, la disseminazione e la frammentarietà delle unità e degli schieramenti (che pure esisteva), l'insufficienza del tono mo­rale dei singoli e delle unità e la propensione generale a deporre le armi per fare ritorno alle proprie case. Parametri tutti indubbiamen­te presenti, ma che non bastano a spiegare l'8 settembre, senza dire che alcuni di essi erano l'effetto dell'insipienza e dell'imprevidenza dell'alto, e che tanto meno autorizzano a riversare sulla collettività dei gregari le colpe dei capi. Di queste ultime una delle più gravi fu proprio il non aver colto e l'aver trascurato l'anima dell'esercito, la quale, malgrado tutto, sopravviveva e là dove venne valorizzata dette prove luminose della sua vitalità. Altrimenti non vi sarebbero stati i tanti combattimenti ……, il rifiuto corale alla colla­borazione con i tedeschi degli internati militari nei campi di concen­tramento, l'avvio immediato della lotta clandestina armata, la cui or­ganizzazione militare iniziale fu opera esclusiva, o quasi, di ufficiali, sottufficiali, graduati e soldati delle forze armate, soprattutto dell'eser­cito; la ricomparsa, in prima linea, esattamente due mesi dopo (8 di­cembre), della prima formazione dell'esercito regolare sul costone di monte Lungo." Come, nella metà  di ottobre 1943 in Albania, vi erano cinquemila soldati italiani armati, ordinati nel Comando Italiano Truppe alla Montagna, comando organizzato e concordato con le Missioni Alleate in Albania e con il Comando dell'Esercito Liberazione Nazionale Albanese.
  Una configurazione diversa dell'8 settembre è pretestuosa o quanto meno reticente, se non addirittura deliberatamente falsa.
(massimo.coltrinari@libero.it)



[1] Una tesi sostenuta a  più riprese da Filippo Stefani a cui aderiamo, Cfr.Stefani F., La Storia
della dottrina e degli ordinamenti dell'Esercito Italiano - Dalla Guerra di Liberazione all'Arma atomica tattica, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell'esercito, Ufficio Storico, Roma, 1987,Volume III, Tomo 1°. In particolare vds. il cap. XLII "LA Disfatta. La Resisteza", paragrafo 3, a cui ci si è ispirati per il presente capitolo e a cui, per approfondimento, si rimanda.

venerdì 13 marzo 2015

Aprilia: la memoria va curata.

La Associazione "Un Ricordo Per la Pace" con la sua Presidente Elisa Bonacini svolge una intensa attività volta a curare la memoria del passato attraverso i suoi simboli e i suoi retaggi

venerdì 20 febbraio 2015

Aprilia: 1944 - attività svolta

Riportiamo per completezza di documentazione l'articolo dedicato al convegno del 28 ottobre 1944 alla Battaglia di Aprilia.



“La Battaglia di Aprilia”. In memoria dei nostri caduti

Al Rosselli di Aprilia il convegno organizzato dall’Associazione “Un ricordo per la pace”

locandina convegno 28 maggio istituto rosselli (1)
Si terrà domani mercoledì 28 maggio alle 11.30 presso l’Auditorium dell’I.I.S. “Carlo e Nello Rosselli” in Via Carroceto ad Aprilia il 3° convegno annuale organizzato dall’Associazione “Un ricordo per la pace”. In questo incontro si parlerà del percorso e dell’ingresso degli alleati nel 28 Maggio 1944, che posero fine ai cruenti combattimenti nel nostro territorio, proseguendo poi alla liberazione di Roma che avvenne qualche giorno dopo. L’iniziativa di istituzionalizzare in Aprilia questa data così importante nel processo di rinascita e di ricostruzione della Città era nata nell’aprile 2012 dall’Associazione “Un ricordo per la pace”, la quale ottenne l’adesione immediata delle Associazioni dell’Arma e combattenti di Aprilia e di alcune Associazioni locali. Anche il Comune di Aprilia, vista la grandissima importanza per la cittadinanza di questa commemorazione, nel gennaio 2013 ha accolto la proposta delle Associazioni istituendo la “giornata celebrativa della fine dei combattimenti” e denominandola : “28 maggio 1944: la Battaglia di Aprilia”, in memoria dei caduti. L’evento è rivolto agli studenti dell’I.I.S. Carlo e Nello Rosselli, ma è aperto alla partecipazione di cultori ed appassionati della storia della seconda guerra mondiale; sarà occasione di riflessione sulle dinamiche drammatiche del conflitto mondiale e anche sulla popolazione civile. L’organizzatore del convegno Elisa Bonacini, Presidente dell’Associazione “Un ricordo per la pace” è lieta di annunciare la presenza di alcuni testimoni oculari del periodo di guerra e dei combattimenti del 1944 nel territorio di Aprilia. Interverranno il Generale Luigi Marsibilio Vice-Presidente della “Sezione Studenti e Cultori della materia” della Associazione Nazionale Combattenti della guerra di liberazione inquadrati nei reparti regolari delle Forze Armate, che illustrerà “Il quadro di battaglia dell’Esercito Italiano nel 1940”. E il Generale Massimo Coltrinari, Docente di Dottrine Strategiche e Storia Militare all’Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze e Docente di Geopolitica e Sicurezza Globale alla Sapienza di Roma, tratterà nello specifico: “La dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940: l’entrata in guerra dell’Italia“. Nel corso dell’evento verrà proiettato il video “1944 Aprilia in guerra: Un ricordo per la pace”, realizzato dalla stessa Associazione.
In occasione del convegno sarà possibile visitare l’esposizione museale permanente sita nell’Auditorium dell’istituto, che accoglie la collezione di reperti denominata “Un ricordo per la pace” appartenuta a Ostilio Bonacini, intitolata “Aprilia in guerra: la battaglia di Aprilia”. Il convegno sarà preceduto da un momento commemorativo nel quale gli studenti e l’Associazione “Un ricordo per la pace” deporranno una corona ed un omaggio floreale al monumento in memoria di Eric Fletcher Waters e dei caduti dispersi del 1944, sito nel piazzale dell’Istituto Rosselli ed inaugurato lo scorso 18 febbraio 2014.
Melania Orazi

mercoledì 18 febbraio 2015

Volume: Sbarco di Anzio Nettuno. IL PROGETTO RIPRENDE



DOPO LE SPIACEVOLI VICENDE INTERCORSE NON DIPENDENTI DALLA NOSTRA VOLONTA'


RIPRENDE ALLA GRANDE LA PREPARAZIONE DEL VOLUME

"LO SBARCO DI ANZIO -NETTUNO"
22 GENNAIO 28 MAGGIO 1944

LE INTESE INTERCORSE DOPO IL CONVEGNO DEL 24 GENNAIO 2015 CON I REFERENTI DI ANZIO 
PERMETTE DI PROCEDERE SECONDO I DETTAMI DEL METODO STORICO ALLA STESURA DEL VOLUME

VOLUME CHE SARA' INTEGRATO DA UN 
 DIZIONARIO MINIMO 
SU CINQUE COMPARTI
 PER FACILITARE LA COMPRENSIONE DEGLI EVENTI

LUIGI MARSIBILIO E GIANCARLO RAMACCIA 
COLLABORANO A QUESTA NOVELLA IMPRESA






lunedì 19 gennaio 2015

1944: Il fronte a Cesena. UN Volume di Don Piero Altieri.

Lunedì prossimo 19 gennaio, alle ore 17 nell’Aula Magna della Biblioteca Malatestiana sarà presentato il volume di 
Don Piero Altieri 
“Il fronte della guerra a Cesena e nelle vallate del Savio e del Borello”.

Don Piero è profondo conoscitore di quel tragico periodo della nostra storia, in cui si stagliano le figure di molti nostri sacerdoti che diedero testimonianza, anche a costo della vita. Contro la violenza e i misfatti che venivano perpetrati.

Consigliamo a tutti gli amici di partecipare.

Cordialmente,
Ercole Acerbi