domenica 3 maggio 2015
Soldati e Partigiani: il vecchio ed il nuovo I
70° anniversario della Liberazione e della fine della Seconda Guerra Mondaile
3.1. Da Tommasi, attraverso Baldelli, a Corradi:
il travaglio della Resistenza nell’anconetano.
La terza forza che si presenta come attrice principale nella
liberazione di Ancona, qui deve essere, seppur a grandi linee, non solo citata
ma studiata nelle sue reali dimensioni dal punto di vista strettamente militare
è quella partigiana. Qui non si mette in discussione il ruolo politico e di
rottura e di volontà del popolo italiano di combattere per una Italia diversa
da quella che aveva portato la guerra in casa, tra indicibili tragedie, lutti e
danni immensi che le formazioni partigiane rappresentano; si vuole solo
analizzare il ruolo tattico svolto dalle medesime e la sua incidenza sulle
operazioni.
Certamente prendendo i dati di forza, la situazione appare
chiara: per combattere i 5000 Tedeschi combattenti che difendevano Ancona, vi
era una unità complessa a livello di corpo d’armata consistente in tre
divisioni, due polacche, con circa 43.000 uomini e una italiana, il Corpo
Italiano di Liberazione, con 25.000 uomini. L’entità numerica delle formazioni
partigiane, secondo varie fonti, oscilla tra i 400 ed i 600 uomini combattenti,
includendo, oltre alle formazioni “di montagna”, anche i GAP ed i SAP. Sarebbe
banale fermarsi a questi rapporti di forza.
Il movimento partigiano nella provincia di Ancona da aprile,
fino alla seconda meta di giugno, dal punto di vista militare fu segnato
profondamente da un insanabile dissidio tra azionisti e comunisti. Tutto sembrava andare per il
meglio con l’accordo del 14 gennaio in cui si erano stabiliti incarichi e
compiti che tutti accettavano.
La cattura di “Annibale”, l’ing. Tommasi da tutti
riconosciuto come capo militare, aveva messo in crisi la struttura militare
partigiana. Fu mandato nelle Marche a colmare questo vuoto Alessandro Vaia[1],
comunista, accolto a San Pietro in Calibano il 13 aprile 1944 da comandanti
Partigiani con vero calore. Appena arrivato, senza sentire le altre forze
politiche e gli altri comandanti partigiani, emette “l’ordine del giorno n. 1” in cui in virtù dello
sviluppo che il movimento aveva assunto, impone che la V Brigata Garibaldi
assumesse la denominazione di “Divisione Marche”, di cui lui era il Comandante
e come commissario politico Rodolfo Sarti. Dalla Divisione Marche dipendevano
la Ia, la IIa e la IIIa zona delle Marche, in sostanza le formazioni
garibaldine della provincia di Macerata, Ancona e Pesaro.
Questo si rileverà un primo grave errore politico, in quanto
era stato scavalcato a pieno il CLN Regionale, presieduto da Oddo Marinelli,
azionista. Si metteva in discussione la fino ad allora leaderschip del Partito
d’Azione nel comando provinciale di Ancona ed anche nel CNL regionale e che,
anche grazie alla radio trasmittente e relativo codice gestita da Baldelli,
permetteva al CNL e, quindi, a tutti di essere accreditato presso gli Alleati
come referente diretto del movimento patriottico. Era una crisi veramente
grave.
In pratica, i comunisti, con la
scomparsa di Tommasi si sentivano esclusi dai vertici decisionali del movimento
patriottico e Vaia, in modo maldestro, aveva imposto soluzioni di parte.
Il conflitto si aggravò anche per
l’atteggiamento di Tiraboschi, che minacciò di non riconoscere l’autorità del
CNL. In questo contesto molto difficile, che in pratica privava la Resistenza
di un Capo e minava la sua unità d’intenti, si inserisce la morte di Goffredo
Baldelli[2], che
fu una tragedia non solo per i partigiani del San Vicino, ma per la Resistenza
tutta, per il ruolo prezioso, il coraggio e l’impegno senza risparmio. Questo
episodio non fece altro che aggravare il conflitto in essere tra comunisti e
azionisti, conflitto che precipita drammaticamente il 7 giugno, a tre settimane
dall’investimento alleato della piazzaforte di Ancona. Viene destituito
Tiraboschi e la frattura diventa sempre più insanabile. Il 10 giugno, il CLN regionale,
deciso ad affrontare il problema e a risolverlo decide di affidare il comando
della V Brigata B (Garibaldi)“ad ufficiali da trarre da organizzazione
patriottica militare clandestina già esistente”. Questa soluzione si rileverà
ancora più deleteria, in quanto nel contesto della Resistenza vengono immessi
esponenti dichiaratamente monarchici, militari “ortodossi”, visti da tutti come
“i residui del vecchio regime” contro cui si stava combattendo.
Il 12 giugno viene formalizzata la nomina a
Comandante di “Gancia” il colonnello Egisto Corradi, che immediatamente si reca
a San Vittore di Cingoli per riceve le “consegne”. Corradi conferma Frillo come
vice Comandante e come commissario politico Gino Grilli, in un clima non certo
di entusiasmo, farcito da diffidenza e riserve mentali.
L’azione di comando del col.
Corradi non ha avuto grande plauso, come ampiamente prevedibile; lo si accusava
e lo si accusa di avere avuto scarso spirito combattivo; da una parte si
preoccupò molto di ottenere armi ed equipaggiamenti dagli Alleati, cosa che
riuscì a fare bene, ottenendo in cinque giorni ben cinque lanci nei campi a
disposizione di Porcarella (Valle di Castro), Baldiola e Barucci di
Sassoferrato. In pratica si dedica alla organizzazione dei distaccamenti, che giudicava,
almeno sulla base della sua particolare valutazione tecnico-militare,
insufficienti ad azioni consistenti e a vasto raggio e nel tempo, efficaci
contro il nemico.
Sul piano operativo, se da una
parte, soprattutto dalle formazioni comuniste, ed in generale dai combattenti
si attendeva iniziative ardite e spregiudicate, Corradi impose un orientamento
che erroneamente fu definito “attendistico”, ma che era solamente realistico se
si metteva in relazione i mezzi con i fini.
Per comprendere
meglio la situazione, occorre riflettere che siamo nella ultima decade di
giugno e i Tedeschi si stavano ritirando dal Potenza al Musone. L’area di
azione, la vallata del Musone e la zona di Ancona, era diventata da immediata
retrovia a linea di combattimento. Come poteva un Comandante responsabile che
aveva assunto la guida delle bande da pochi giorni, dopo una crisi politica
estremamente grave che si era protratta per mesi e che si era risolta con un
compromesso che vedeva le parti, azionisti e comunisti ancora profondamente
divisi, in azioni di vasta portata senza incorrere in disastri e sconfitte
laceranti? Accusare Corradi di “attendismo” appare quanto mai un modo per non
affrontare realisticamente un esame critico della situazione. L’azione militare
era stata gravemente compromessa dalle divisioni innestate dagli errori
politici e di comando di Alessandro Vaia, che si era dimostrato incapace di
comprendere i reali equilibri della Resistenza nelle Marche: le violente
polemiche del dopoguerra ne sono una ulteriore conferma. Attaccare i Tedeschi
con l’obiettivo disarticolare il loro dispositivo di difesa appariva ed appare
quasi assurdo, nelle situazioni in cui si era.
Massimo Coltrinari
(massimo.coltrinari@libero.it)
[1] Rientrato da
poco in Italia, assente da oltre 11 anni, di cui quattro in carcere per condanna
del Tribunale speciale per attività comunista, combattente della guerra di
Spagna e militante integro, Alessandro Vaia conosceva poco o nulla le Marche e
gli equilibri che si erano andati formando in un contesto veramente difficile
[2] “Arrivato a Poggio San Vicino dopo una
notte di fatica (passata a recuperare le armi giunte con un lancio alleato
n.d.a.) a prendere il camion per il sollecito trasporto, Baldelli aveva trovato
che vi stava facendo un giro lo scozzese Douglas Davidson, per cui aveva sfogato
la sua ira su “Alvaro” (Alvaro Livargini, Comandante partigiano n.d.a),
accusandolo che all’accampamento si faceva “vita frivola e svagata”. Quando
finalmente Douglas fece ritorno, i due si affrontarono a brutto muso e la lire
degenerò. Lo scozzese sferrò a Baldelli “due potenti ‘diretti’ alle ganasce”
mandandolo a gambe all’aria e quando il falconarese abbozzò il gesto di
prendere la pistola, Jovocic, un montenegrino presente alla scena, gli sparò
due colpi e poi lo finì con un terzo
della pistola di Baldelli raccolta a terra.”
Soldati e Partigiani: il vecchio ed il nuovo II
3.2. Resistenza
e Corpo Italiano di Liberazione:
peculiarità e valori sul campo
Al di là di ogni considerazione
locale, non si deve dimenticare che le formazioni partigiane avevano un
armamento leggero, fucili, pistole e qualche mitragliatrice, con munizionamento
scarso. Inoltre il numero era esiguo, sull’ordine delle decine di unità. Se
queste formazioni fossero state impiegate contro unita o reparti di prima
linea, in gradi non solo di reggere il fuoco, ma di potenziarlo e di manovrare,
con una organizzazione di comando e controllo efficiente, le possibilità di
successo erano veramente minime.
Scrive Gianni Oliva:
“Anche qui c’è stato un errore degli storici negli anni scorsi: quello
di sopravalutare il ruolo militare delle formazioni partigiane: E’ quello di
voler rilegger la storia delle formazioni partigiane in termini soltanto di
storia militare.
Una formazione partigiana ha necessariamente sul piano un ruolo
limitato, un ruolo secondario. Quando si hanno i fucili in mano e dall’altra
parte ci sono le truppe corazzate e gli aerei ricognitori, è evidente che dal
punto di vista militare il ruolo è secondario. Secondario non vuol dire
infintesimale e non vuol dire trascurabile.”[1]
Si è già accennato alla richiesta
alleata di attaccare i Tedeschi per prendere e mettere in sicurezza il porto di
Ancona. L’impresa di realizzare tale progetto era già difficilissima attuarla;
ma il vero problema era quello di mantenere le posizioni in attesa dell’arrivo
degli Alleati: quanto tempo avrebbero resistito? Questo è il nocciolo del
problema. Il “Fabrizi”, entrato in Osimo il 3 luglio con un ottima azione di
infiltrazione, era in grado di dare battaglia ai due battaglioni Tedeschi che
presidiavano le posizioni di Osimo e mantenerle? Sicuramente no.
Accusare Corradi, che sarà stato
pure di idee monarchiche, istruito nelle Accademie militari, attendista, sembra
voler sviare la realtà: le formazioni della Resistenza, a fine giugno 1944
nell’area di Ancona, non avevano la capacità militare di attuare quello che
passione, idealità, amor di patria, senso del dovere, voglia di riscatto,
partecipazione, sprezzo del pericolo e volontà di riscatto suggerivano.
Come giustamente fa osservare un
protagonista, Paolino Orlandini, la frattura fra azionisti e comunisti non si
era ricomposta; dando il comando ad una terza forza, a Ufficiali Monarchici,
espressione di un “vecchio” che nessuno voleva, fu un altro errore che si
aggiunse ai precedenti, che sommati insieme hanno portato alla conclusione che
nelle operazioni per la liberazione di Ancona, sul piano strettamente militare,
le formazioni combattenti partigiane ebbero un ruolo marginale.
Ma se ci sposta dal piano
militare al piano sociale e politico, allora il ruolo si capovolge e diventa di
tutto rilievo. Le formazioni partigiane con la loro presenza hanno avuto il
compito e il ruolo di deligittimare in tutta la sua vastità “la Repubblica Sociale Italiana , nel contendere alla Repubblica Sociale
Italiana il controllo del territorio, nel far sì che la sovranità reale, non
quella formale, fosse limitata ai grandi centri urbani ed alla periferia nel momento in cui c’era contemporaneamente
la presenza delle forze armate tedesche in rastrellamento. Ora questa
delegittimazione della repubblica Sociale Italiana è nello stesso tempo la
legittimazione del regno del Sud, della guerra di liberazione che viene
combattuta a Sud, di quello che l’Italia diverrà dopo il 25 aprile.”[2]
Portando queste considerazioni
sull’evento che stiamo narrando, mentre i gerarchi e le autorità della
Repubblica Sociale Italiana al solo apparire del nemico nelle Marche, fuggirono
senza ritegno abbandonando tutti e tutto, lasciando la popolazione in balia di
se stessa, le formazioni partigiane erano presenti sul territorio, rivendicando
quella sovranità di fatto che fu conquistata sul terreno. Sul piano militare la
loro incidenza fu quella indicata sopra, che è quella che è “in res ipsa”, sul
piano militare
Il contributo dei “patrioti”
rimane, sotto questo profilo costante durante la battaglia. Innumerevoli
sono gli episodi che testimoniano come i “patrioti” riuscivano a dare un
contributo fattivo alle operazioni.
Paolo Orlandini, ad esempio,
scrive,
“Abbiamo tenuto il fronte di Osimo per 18 giorni perché gli Alleati[3] sono arrivati il 6
luglio ed il fronte non è avanzato fino al 18 di luglio, il giorno della
liberazione di Ancona. Il giorno 17 cominciò l’offensiva da parte del Corpo
Italiano di Liberazione. Una nostra pattuglia catturò un ufficiale austriaco
addetto allea fortificazione della valle che comandava direttamente una
batteria di mortai distaccata a S. Paolina lui ci disegnò sulla carta
topografica tutta la difesa nemica e con quel disegno io andai al Comando
Artiglieria polacco. Il colonnello Leon volle subito verificare se le
informazioni erano esatte ed ordinò un tiro di controbatteria verso
un’indicazione segnalata: una prima batteria nemica venne distrutta”[4]
Emerge, quindi, di contro il
ruolo del Corpo Italiano di Liberazione, in questo profilo, che non è una
espressione del “vecchio regime”, ma l’espressione, come elemento militare,
della legittimazione del Regno del Sud, e quindi di rilevanza notevole, tale da
poter dire che realmente partecipò alla liberazione di Ancona, ma che dal punto
di vista politico e sociale, ha un peso ed un significato diametralmente
opposto a quello delle formazioni partigiane, come è facilmente deducibile da
tutte le testimonianze e fonti che in parte sono state qui citate.
[1] Oliva G., L’apporto popolare e partigiano alla liberazione d’Italia, in ”Le
forze Armate nella Resistenza e nella Guerra di Liberazione”, Atti del Convegno
di Studi, Bologna, 21-22 marzo 1995, Roma, 1995
[2] Ibidem
[3] Si intende in questo caso le forze
Polacche e quelle italiane del Corpo Italiano di Liberazione.
Soldati e Partigiani: il vecchio ed il Nuovo. III
Badogliani, Partigiani, Patrioti, Civili
3.3. Vigilia di battaglia.
70° della Lberazione e della fine della Seconda Guerra Mondiale
3.3. Vigilia di battaglia. Una risposta non data.
Nel diario di Giuseppe Olivo, che
il 18 luglio sarà ferito gravemente, alla data del 17 luglio si coglie tutta
l’attesa degli avvenimenti.
“Dalle informazioni che abbiamo avuto dai paracadutisti della Nembo
avremo dei combattimenti durissimi per sfondare la nuova linea tedesca sul
Musone. I paracadutisti a
Filottrano hanno già avuto circa 600 fra morti e feriti….
…….
Nottata movimentata e così pure l’intera giornata. Verso le 18 (del
16 luglio 1944, n.d.a.) è arrivato
l’ordine di tenersi pronti. Domattina il I Battaglione attaccherà e noi gli
daremo il cambio dopo 48 ore di rincalzo, naturalmente se tutto andrà bene![1]
Da parte tedesca ormai si ha la
percezione che si è alla vigilia di un attacco in grande stile. Durante la
notte si percepisce il rumore degli autocarri e dei carri armati nemici che
stanno prendendo posizione; questo diffonde fra le file tedesche un certo
nervosismo. Ognuno chiede a se stesso e si domanda dove verrà l’attacco e in
quale punto verrà svolto il massimo sforzo per attuare lo sfondamento. I
comandi cercano di prepararsi nel migliore dei modi. Per far fronte all’attacco
dei carri armati, viene diramato l’ordine, che raggiungerà ogni uomo di prima
linea: in caso di attacco di carri armati, lasciarsi superare dai carri armati
stessi; contrastare, invece, combattendo le fanterie che seguono i mezzi
corazzati stessi. In ogni caso bisogna tenere, da parte tedesca, ed un ordine
preciso per i soldati tedesco, tenere le posizioni.
Questo ordine è estremamente
importante da sottolineare, in quanto l’indomani, come vedremo, sarà la tattica
applicata contro gli elementi del I battaglione del 68° Reggimento fanteria del
Corpo Italiano di Liberazione sul Musone, davanti a Casenuove, che ostacolerà
per tutta la mattina l’avanzata italiana.
Massimo Coltrinari
(massimo.coltrinari@libero.it)
[1] Olivo G., Diario di Guerra, in Appignanesi P.,
Bacelli D., La Liberazione di Cingoli. 13
luglio 1944 e le altre pagine di storia cingolana, Cingoli, Associazione
Nazionale Partigiani d’Italia Sezione di Macerata-Amministrazione Provinciale
di Macerata-Comune di Cingoli, 1986, pag. 215
lunedì 20 aprile 2015
Nonostante il 70° Anniversario della Fine della Seconda Guerra Mondiale
Il Comune di Aprilia snobba il progetto “Un ricordo per la pace”
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domenica 12 aprile 2015
martedì 31 marzo 2015
venerdì 20 marzo 2015
Guerra di Liberazione: le storie personali
Luigi
Guerrasio
“Il Fante del C.I.L,”
Breve
storia di un padre scritta dal figlio
Luigi
Guerrasio nasce a Castel San Giorgio l’11 agosto 1925, secondogenito di 5
figli, da Gennaro e Clelia Vastola. Il padre Gennaro, dopo un periodo di
emigrazione trascorso in Argentina, a Buenos Aires, ritorna in Italia proprio all’inizio della 1^
guerra mondiale a cui partecipa; messo notificatore, è nipote di Luigi Guerrasio,
in gioventù garibaldino e poi Presidente di Sezione della Cortt3 d’Appello a
Napoli agli inizi ddl ‘900: a lui è intitolata una delle principali strade del
paese. La madre Clelia è figlia di Antonio Vastola, medico di S.Valentino
Torio, e Chiara Fornati, napoletana. Il suo bisnonno Gennaro è stato il primo
sindaco liberale di CASTEL San Giorgio dopo l’unità d’Italia.
Luigi
vede i natali e trascorre l’infanzia e la prima giovinezza, insieme ai fratelli
Matteo, primogenito (insegnante-deceduto),Mario (insegnante), Elio (medico),
Aldo (magistrato) nella casa avita al civico n^14 di via Piave, lasciata
in eredità al Padre Gennaro da suo zio
Luigi.
I
genitori con grandi sacrifici e privazioni legati ai “difficili”momenti
attraversati all’epoca dal paese (la dittatura, la guerra) consentono ai figli
di studiare; solo il padre Gennaro lavora.
Luigi,
dopo le scuole elementari e l’avviamento, frequenta con impegno e diligenza i
primi due anni della scuola tecnica Salerno preso l’Istituto “Francesco Trani”),
proseguendo gli studi tecnici a Napoli,a piazza Dante.
Nell’aprile
’43, in piena temperie bellica, Luigi
Guerrasio è aviere volontario nel 4^centro Leva e Reclutamento della Regia
Aeronautica in Benevento e come allievo specialista nella categoria
“elettromeccanico di bordo”, con obbligo continuativo di volo, frequenta il
corso di specializzazione presso il Regio Istituto Tecnico industriale G.
Corridoni a Fermo (Ascoli Piceno).
Lo
sbarco anfibio anglo-americano in Sicilia (9-10 luglio 1943) accelera la crisi
militare e politica del regime fascista.
Il
25 luglio 1943, dopo il voto di sfiducia a Mussolini da parte del Gran Consiglio
del Fascismo, il Re Vittorio Emanuele III esonera Mussolini, lo fa arrestare e
da incarico al maresciallo Badoglio di
formare un nuovo governo (26 luglio) che scioglie il partito fascista e, pur
proclamando di voler continuare la guerra fianco della Germania, inizia trattative
segrete con gli Alleati per giungere ad una resa.
A
seguito dell’annuncio dell’armistizio
dell’Italia con gli Alleati, l’8 settembre 1943, con la fuga del Re e
del Governo Badoglio a Brindisi (nascita del Governo del sud) insieme
ai vertici militari si genera una situazione di generale incertezza e disorientamento
nel Paese. La mancanza di ordini provoca lo sbandamento delle truppe in gran
parte disarmate o fatte prigioniere dai tedeschi che avevano da subito attuato il
piano di occupazione della penisola. In
questo clima, Luigi ritorna a piedi da Fermo a Castel San Giorgio, raggiungendo la
casa paterna il 19 settembre, giorno di San Gennaro.
Pertanto cessa di essere mobilitato e di
trovarsi in territorio in stato di guerra e zona di operazioni.
Intanto
il 9 settembre gli Alleati (la V^Armata americana) sono sbarcati sul litorale alle
porte di Salerno, proseguendo l’occupazione del sud Italia già iniziata con lo
sbarco in Sicilia.
Il
12 settembre, Mussolini, prigioniero al Gran Sasso, viene liberato dai paracadutisti
delle SS e portato in Germania; fonda il partito fascista repubblicano.
Il
24 settembre rientra in Italia e costituisce un governo nazionale fascista con
sede a Salò sulle rive del lago di Garda, dando vita ad uno stato fascista
repubblicano, sostenuto dalla Germania, che il 1^ dicembre 1943 assume la denominazione di Repubblica
Sociale italiana.
Il
13 ottobre 1943 l’Italia dichiara guerra alla Germania ed il 16 ottobre, a poco
più di un mese dall’armistizio, ottiene la cobelligeranza a fianco degli Alleati contro la Germania. Il
23 dicembre 1943 il giovane Luigi, all’epoca diciottenne, rispondendo al bando
di arruolamento nt°8, si reca a Salerno presso il locale Distretto militare e
si arruola volontario nel ricostituito Esercito Italiano.
Agli
inizi di gennaio 1944, Luigi è di stanza a Maddaloni (Caserta), inquadrato nel
1^ Raggruppamento Motorizzato, costituito il 27-9 1943 nella zona di S. Pietro Vernotico (Lecce), con reparti
delle divisioni , Legnano, Mantova, Piceno,e del 51^ Corpo d’Armata.
Posto
sotto il comando del Generale Vincenzo Dapino, il 1^Raggruppamento Motorizzato
rappresentò il ricostituito esercito italiano, “l’esercito del Regno del sud”.
Il
1^ Raggruppamento Motorizzato, che faceva parte della V^ Armata Americana agli
ordini del Generale Clark,ebbe il compio di conquistare e mantenere Montelungo,
una dorsale montuosa posta lungo la direttrice per Cassino: siamo sul fronte
della linea Gustav ove i tedeschi sono arretrati a seguito dell’avanzata
alleata successiva allo sbarco di Salerno.
La sanguinosa battaglia di Montelungo (8/16 dicembre 1943) segna lo
schieramento al fronte, a fianco degli Alleati, del 1^ Raggruppamento
motorizzato che il 22 marzo 1944 viene organizzato in due brigate e trasformato
nel “Corpo Italiano di Liberazione” (CIL) posto sotto il comando del generale
Umberto Utili.
Della
2^ brigata fa parte il glorioso 68^ Reggimento Fanteria “Legnano”, che aveva
combattuto a Montelungo, schierato su due battaglioni con forza di circa 1800
uomini.
Il
68^ Reggimento Fanteria” Legnano”, costituito a Torino il1^agosto 1862,
annovera nella sua storia la partecipazione alla 3^guerra di indipendenza
nazionale (1866), la repressione del brigantaggio in Calabria (1866-1867),la
Guerra Italo –turca (1911-1913), la Prima Guerra mondiale (1915-1918), la
Seconda Guerra mondiale (1940-1945). Medaglia d’argento alla bandiera: “Unico reggimento di fanteria di linea cui
venne riserbato l’arduo e onorifico compito di rappresentare la fanteria
italiana tra le fila degli eserciti alleati, nell’intero ciclo della guerra per
la liberazione d’Italia”.
Il 2 aprile 1944 il giovane fante Luigi
Guerrasio è trasferito al 68^Reggimento Fanteria Legnano e con esso partecipa agli eventi bellici fino
alla liberazione del suolo patrio.
Nell’aprile
1944, Luigi è sul fronte di Cassino, in zona operazioni belliche. L’altura di Montecassino
ove troneggiava l’abazia distrutta dai bombardamenti alleati nel febbraio ’44,
viene definitivamente conquistata solo nel maggio 1944, (l’avanzata alleata era
stata fermata sul fronte di Cassino dall’inverno), allorquando il CIL
unitamente a gran parte dell’8^Armata britannica ed alla 5^ armata americana,
avanzate su un fronte di 35km., anientano la tenace resistenza dei tedeschi,
ricollegandosi con le truppe alleate già sbarcate ad Anzio alle spalle del fronte
tedesco.
La
conquista di Monte Marrone, Monte Mare, Monte Cavallo, Valle Venafrana, Monte
Irto, Monte Pietroso, Picinisco, (ciclo operativo delle Mainarde), spiana la
strada per Roma che viene liberata dagli alleati ed anche da reparti del Corpo
Italiano di Liberazione il 4 giugno 1944.
Il
30 maggio 1944 il CIL agli ordini del generale
Umberto Utili, viene operativamente spostato sul fronte adriatico alle dipendenze
dell8^Armata britannica , e procede alla conquista di altre località, fra le tante: Sulmona,
l’Aquila, Canosa Sannita, Orsogna, Guardiagrele, Urbino, Tolentino, Macerata,
Ancona. Avanzando verso nord, le truppe italiane giungono sino al fiume Metauro,
spingendo il fronte alleato ai margini della linea gotica: linea difensiva
tedesca che dal Tirreno all’Adriatico, attraversando l’appennino tosco-emiliano,
separa l’Italia Centro-settentrionale, occupata interamente dai tedeschi, dal
resto del Paese.
Il
24 settembre ’44 il Corpo Italiano di Liberazione viene sciolto e ritirato dal
fronte, necessitando una riorganizzazione delle sue truppe per le perdite di
uomini e mezzi subiti nei combattimenti.
con
i reparti del disciolto CIL , integrati da nuove truppe provenienti dalla
Sardegna, si costituiscono sei divisioni che assumono la denominazione di
Gruppi di Combattimento e mutuano i nomi delle vecchie e gloriose divisioni:
Cremona, Friuli, Folgore, Legnano,Mantova, e Piceno,armati ed equipaggiati con materiale
inglese. Di questi gruppi di combattimento solo i primi quattro, fra cui la
Legnano, al comando del generale Utili, sono impiegati in combattimento.
La
Legnano alle dipendenze della 5^armata americana, opera al fronte dal marzo
1945, schierato il più ad ovest rispetto agli altri gruppi, e contribuisce al
fianco degli alleati alla liberazione del nord Italia: Bologna, Mantova, Brescia
, Bergamo, Milano 56 aoprtilw ’45), Torino.
La
guerra di liberazione tra il dicembre ’43 e
l’aprile ’45 idw adeere oltrte
8100 eriivcu soldati delle FFAA di liberazione di ogni grado e arma.
Al
termine della guerra di liberazione (8 maggio 1945) il fante Luigi Guerrasio permane
nell’esercito rimanendovi fino asl’8 febbraio 1952 allorchè è congedato con il
grado di sergente.
Intanto
con determinazione del 3^ Comando Territoriale di Milano del 1^ settembre 1948,
Luigi Guerrasio è decorato con “Croce al merito di guerra” per aver partecipato
alla Guerra di Liberazione 1943-1945.
Nel
1953 è assunto dalla Società telefonica SET (in seguito SIP) ed è assegnato
alla centrale telefonica di Nocera Inferiore, opewr le sue capacità tecniche e
professionali , la società lo invia in trasferta anche in altre sedi:
Salerno,Potenza, Rossano Calabro,Cosenza.
Nel
giugno 1961 Luigi sposa in Pagani la moglie Rosa Attianese (insegnante). Dopo
un periodo di residenza a Nocera Inferiore, egli trasferisce la propria
famiglia definitivamente a Pagani.
Dall’unione
nascono due figli; Gennaro (1962), impiegato presso la procura della Repubblica
di Nocera Inferiore, e Gabriella (1965)docente di Lettere moderne presso il
Liceo scientifico “Don Carlo La Mura” in Angri.
Nel
1977 , per motivi di salute,è costretto
a lasciare anticipatamente il lavoro che svolgeva presso la centrale telefonica
SIP di Nocera Inferiore.
Indimenticabile fra i colleghi il ricordo della sua
professionalità e signorilità.
Il
19 giugno 1984, gli viene concesso il Diploma d’Onore al Combattente per la libertà
d’Italia (1943-1945) dall’allora Capo dello Staro Sandro Pertini con
controfirma del Ministro della Difesa dell’epoca Giovanni Spadolini.
Dopo
lunga malattia Luigi Guerrasio si spegne il
20 luglio 1991 a Pagani, ove riposa.
E' in preparazione il Volume dedicato alle operazioni del Corpo Italiano di Liberazione dal 20 luglio al 30 agosto 1944. Chi avesse note, diarie notizie sui componeti del C.I.L. o altro materiale attinente questo aspetto della storia militare del periodo è pregato di scrivere a "studentiecultori2009@libero.it"
lunedì 16 marzo 2015
8 settembre 1943. La Crisi armistiziale.
Alle Origini della Guerra di Liberazione
L'uscita dell'Italia dalla guerra dichiarata il 10 giugno 1940
con la firma, il 3 settembre 1943 a
Cassibile del cosiddetto 'armistizio corto si impose come una necessita prima
militare poi morale per porre fine ad una guerra senza più speranze di
vittoria, senza alcuna possibilità, nemmeno remota, di conseguire gli
obbiettivi politici e strategici che si volevano ottenere. Non è qui la sede di
disquisire dell'errore alleato di imporre la resa incondizionata, errore fuori
d'ogni logica strategica e militare, oltre che irrazionale dal punto di vista
politico, che fu pagato nei mesi successivi molto duramente dagli Alleati
stessi. Qui si vuole sottolineare
l'errore italiano che, data la situazione non fu quello di accettare la resa
senza condizioni, ma di aver gestito le trattative armistiziali, i tempi e i
modi e l'attuazione dell'armistizio, con
incertezza, con paure, con secondi fini, con riserve mentali, con modi e tempi
troppo lunghi per sperare in un successo. L'uscita dalla guerra fu condotta
come la guerra: con insipienza, con scarsezza di vedute, con strategie di basso
profilo che portarono ad errori su errori fino a sfociare in quella che oggi rappresenta una delle date più buie della
nostra Storia Patria. Tanto che si può affermare che prima di una sconfitta
militare e politica, l'8 settembre fu prima di tutto una disfatta morale.[1]
Scrive Stefani "Il tessuto connettivo spirituale e
morale, faticosamente costruito dal 1848 in poi, subì una lacerazione ampia e
profonda, di difficile e lunga rimarginazione, le cui cicatrici sono ancora
visibili. Il disorientamento fu gravissimo e generale. Molti mali morali dei
quali l'Italia, a quarant'anni dall'evento, continua a soffrire ebbero origine
da quella catastrofe. Il marasma spirituale e morale non fu minore di quello
politico e militare. Entrò in crisi la stessa coscienza unitaria della nazione,
messa in grave pericolo dalla divisione in due tronconi del territorio nazionale,
uno alla mercé degli angloamericani, l'altro dei tedeschi. I valori
tradizionali, per la cui affermazione e difesa si erano battute intere
generazioni ed avevano sacrificato la vita centinaia di migliaia dì soldati,
persero, nella coscienza di molti, credibilità ed affidabilità. La sedizione
di Mussolini e dei fascisti, decisi a continuare la lotta a fianco dei nazisti,
provocò la guerra civile. Nuovamente terra di dominio degli stranieri,
l'Italia sembrò tornare alle forme deteriori del periodo medioevale. La
depressione spirituale e morale incentivò l'obnubilamento di molte coscienze,
indusse a scelte opportunistiche e di comodo, favorì la fuga dalle
responsabilità. Nel vuoto spirituale e morale, singoli e gruppi, in buona
parte, non seguirono che l'impulso di interessi contingenti e materiali,
ignorando i diritti e le ragioni della Patria, e si ebbe così un processo di
dissoluzione che parve inarrestabile, ma che per grazia di Dio non lo
fu."
In Italia le forze tedesche erano quantitativamente inferiori
a quelle italiane, e così pure all'estero. Come vedremo, addirittura in Albania
vi erano sei divisioni italiane contro nessuna tedesca e, dato ancora più
rimarchevole, i soldati germanici non superavano le poche centinaia, contro un
totale dei soldati italiani sull'ordine
dei 118 mila.
Non si può parlare di superiorità quantitativa tedesca né in
Albania, né altrove. Riferita alla
qualità dei mezzi blindocorazzati e dei mezzi meccanici di trasporto, la
superiorità dei tedeschi era invece quasi ovunque di un qualche rilievo, ma
occorre aggiungere che, mentre essi si giovarono sempre con grande profitto
dell'elevato grado di mobilità delle loro unità, raramente sentirono il bisogno
dì fare ricorso a formazioni massive di carri armati e di mezzi blindati, dei
quali si servirono essenzialmente per esercitare minacce potenziali
utilizzando in genere reparti di livello modesto. Scrive ancora Stefani
"Più che alla disponibilità di ottimi carri armati, cannoni, pezzi
controcarri e contraerei, la superiorità qualitativa dei tedeschi fu espressa
dalla loro abilità tattica, dalla loro flessibilità ordinativa e dalla
perfezione delle loro tecniche d'impiego, comprese quelle di carattere
psicologico. Altro fattore della superiorità tedesca fu la capacità del
personale militare addetto a compiti territoriali, logistici e burocratici a
trasformarsi rapidamente, al momento del bisogno, in soldati combattenti,
professionalmente non meno abili di quelli inquadrati nelle unità di impiego
tattico. Niente di simile nella pletora di scritturali, magazzinieri,
piantoni, attendenti dell'esercito italiano e neppure nei reparti di difesa
territoriale o di truppe ai depositi, sebbene non siano mancati, da parte di
queste ultime, episodi brillanti di resistenza imperniata su fattori morali più
che sostenuta da adeguata perizia professionale.
Oltre che possedere un
elevato grado di addestramento, le unità tedesche erano state psicologicamente
preparate all'aggressione ed al ricorso alla sorpresa, all'astuzia, all'inganno,
alla rapidità delle azioni."
Accanto a questi elementi tecnici, occorre sottolineare che i
germanici non rinunciarono all'arma dell'inganno. A riprova che ricorsero in larga misura alla malafede,
al ricatto, al tradimento della parola data, al terrore, alla minaccia ed
all'effettuazione di rappresaglie degne di barbari, non è altro che la
continuazione di un'alleanza sempre gestita in modo scorretto ed anormale. I
punti di debolezza delle unità italiane, dislocate in patria e nei territori
occupati, erano la grande diluizione degli schieramenti ed il disequilibrato
frazionamento dei reparti, aggravati in taluni settori dal frammischiamento
con le unità tedesche. Sebbene diverso da unità ad unità, il morale era
generalmente basso e l'improvvisa notizia dell'armistizio non giovò al
mantenimento dei vincoli disciplinari nei reparti. Nessuno, in definitiva, può
contestare che nel pomeriggio dell'8 settembre la situazione strategica e
militare italiana fosse difficile, delicata, incerta e minacciata da gravi
pericoli ovunque, ma nessuno avrebbe potuto immaginare che entro 72 ore,
l'esercito italiano, come tale, sarebbe scomparso da tutti i campi di
battaglia, ad eccezione della aliquota della 7^ Armata dislocata in Calabria,
in Basilicata e nelle Puglie, delle forze esistenti in Sardegna ed in Corsica
e di poche unità che resistettero più a lungo nelle isole greche, nonché della
divisione "Perugia" che in armi resistette nel sud dell'Albania, fino
al 1 ottobre 1943 nella attesa di un aiuto che non venne e che fu abbandonata
alla reazione tedesca.
Stefani scrive " senza nessuna grande battaglia ‑
l'unica ingaggiata venne fatta sospendere, ordinando il rompete le righe alle grandi unità dei corpi d'armata di Roma,
nella sua fase decisiva, quando era ancora prevedibile il successo ‑ 52
divisioni 16, ancorché di efficienza e di capacità combattiva ridotte, cessarono
di esistere dopo che la gran parte dei comandi d'armata e di corpo d'armata
che le inquadravano o si erano autosciolti, od erano stati catturati, o avevano
cercato e raggiunto intese con i tedeschi. Spesso fu il disarmo morale
dell'alto a provocare quello materiale del basso. Molte, dunque, furono le
concause della disfatta militare, ma è fuori della obiettività storica chi non
vi inserisce la pronta disponibilità di molti comandanti e stati maggiori di
livello elevato alla trattativa con i tedeschi. Può non essere priva di
fondamento la tesi che, dalle precedenti direttive delle autorità militari
centrali, molti comandi periferici elevati possano avere dedotto che
l'armistizio fosse stato concordato con gli stessi tedeschi. Come spiegare
diversamente, si chiesero molti comandanti, che per 45 giorni si era tollerato
l'ininterrotto afflusso di forze germaniche nella penisola e nei territori
occupati e che a queste era stato consentito di assumere lo schieramento più
idoneo e vantaggioso per incapsulare, intrappolare e paralizzare al momento
voluto le unità italiane, e di farla da padrone sulle vie di comunicazione e
sui centri nodali dei trasporti? E che cosa dire dell'ambiguità di tutte le
direttive ricevute dai comandi di grande unità dal 10 agosto in poi e dello
stesso proclama del maresciallo Badoglio?"
" Le responsabilità dei vertici ‑ sostiene Filippo
Stefani ‑ furono enormi, ma molte rinunzie aprioristiche alla lotta da parte di
alti comandi periferici sulla base di valutazioni precipitose, agitate, di
comodo, o sulla base di presunzioni infondate e comunque di per sé prive di
riscontro obiettivo, o volute giustificare con la necessità di evitare
massicci bombardamenti aerei sulle città ovvero scontri giudicati
frettolosamente perduti in partenza, furono fuori della logica operativa e
ispirate più dall'istinto dell'autoconservazione che non dall'esame ponderato
delle contingenze. Vi furono sbandamenti e abbandoni da parte di singoli e di
interi reparti; non vi furono ammutinamenti e diserzioni in massa. L'ordine di
cessare il fuoco, di consegnare le armi, di rompere le righe partì quasi
sempre dall'alto. Là dove i comandanti vollero, ripresero subito alla mano le
loro unità e repressero rapidamente con opera di persuasione la confusione morale,
il disordine e le fughe in uniforme o in abiti civili. Attribuire lo sfacelo
al basso tono morale ed alla scarsa volontà dei soldati di continuare a
combattere a fronte rovesciata, significa generalizzare i casi particolari. La
grandissima maggioranza delle grandi e delle minori unità deposero le armi o
perché materialmente sopraffatte o in obbedienza agli ordini dei comandi
gerarchici superiori. La disponibilità alla lotta contro i tedeschi era molto
più elevata di quanto gli alti comandi avessero valutato. Anche reparti e
soldati della milizia imbracciarono le armi contro i tedeschi."
Il quadro che emerge
all'indomani di questa disfatta fu che ognuno dei soldati italiani dovette
decidere secondo coscienza, secondo le opportunità e secondo le circostante,
spesso portato dall'onda del caso.
Vi furono coloro che accettarono gli ordini e quindi si
arresero ai tedeschi, per poi essere avviati in Germania e in Polonia in quei
campi di concentramento ove furono considerati alla stessa stregua dei
prigionieri sovietici e poco al di sopra degli israeliti. Questa resa fu
riscattata dal plebiscitario rifiuto di collaborare con i germanici e i fascisti
della RSI, di fatto con questo rifiuto, deligittamondola. Coloro che
riuscirono, con vari mezzi, a raggiungere il territorio metropolitano, per
coloro che erano all'estero o le loro famiglie se in Patria. Coloro che
aderirono alla vecchia alleanza dando vita all'ultima stagione del fascismo, o,
se all'estero, inquadrati in reparti ausiliari dell'esercito tedesco, con
divisa tedesca, impiegati per lo più contro i movimenti di resistenza locali.
Coloro che presero la via della montagna, dando vita alla resistenza, in
Italia, o entrando nei movimenti locali di resistenza se all'estero, come
accadde in Francia, in Jugoslavia, in Grecia e in Albania. Sono coloro che
presero le armi per non accettare la tragedia dell'armistizio. Gli Internati, i
"Fedeli "alla vecchia alleanza, i Non aderenti e i Non combattenti, i
Combattenti contro l'alleanza nazifascismo ecco che cosa divennero i soldati
italiani all'indomani dell'armistizio, subito dopo il momento delle scelte,
scelte che non potevano essere rimandate.
Della disponibilità alla lotta contro i tedeschi dettero
prova, a cominciare da Roma, anche semplici cittadini che inviarono propri
comitati presso i comandi delle grandi unità complesse, o quelli della difesa
territoriale, per chiedere armi al fine di affiancarsi ai soldati. A Roma, a
Torino, a Milano ed altrove i comandi ritennero di non poter aderire alle
richieste, rifiutando un concorso che sarebbe stato quanto mai vantaggioso ai
fini morali e quanto mai utile per anticipare i tempi di organizzazione e di
entrata in azione della resistenza
Stefani sottolinea "Qualora i vertici e molti altri capi
fossero stati pronti a dare testimonianze, anche a costo della vita, della
loro determinazione nell'opporsi ai tedeschi, malgrado la drammaticità di
molte situazioni, forse gli eventi avrebbero seguito un corso diverso ‑ basti
ricordare la difesa di Roma ‑ e certamente dalla inevitabile sconfitta‑disfatta,
non sarebbero derivati il decadimento generale degli ideali e dei sentimenti
di amore della Patria, la diffidenza contro l'autorità e contro qualsiasi forma
di guida disciplinata, il misconoscimento dell'onore, dell'obbedienza,
dell'impegno, del dovere, dell'ordine e della disciplina, il rifiuto dello
spirito di sacrificio ‑ prìncipi basilari del soldato ‑ che furono le
conseguenze più gravi dell'8 settembre e quelle che produssero la disfatta.
Valori più o meno sfacciatamente messi in disparte, nell'imminenza del
pericolo potenziale tedesco, da molti di coloro che di tali qualità e virtù
avrebbero dovuto essere il modello. La causa prima della disfatta fu la penuria
di capi competenti e capaci, ricchi di senso del reale, di padronanza di se
stessi, di disinteresse personale, di fede nella grandezza del compito, di
dignità, di decisione e di tenacia. Ancora peggio fu la mancata celebrazione
in tempi posteriori di un processo a tutto lo staff politico e militare. Il silenzio su molte responsabilità
venne interpretato come se non vi fosse stata materia per procedere. I processi
celebrati a caldo a carico di alcuni generali non valsero a focalizzare le
responsabilità a monte. Vi furono molti comandanti liberi da ogni colpa, ma ve
ne furono altri ‑ che pure in precedenti occasioni avevano reso eminenti
servigi alla Patria in pace ed in guerra ‑ che avrebbero dovuto essere
chiamati a giustificare il loro comportamento o la loro inerzia.
Per molto meno, nel 1849, era stato condannato e fucilato il
generale Ramorino sul quale vennero scaricate, non tutte con fondamento, le
responsabilità della sconfitta di Novara ed era stato sottoposto a giudizio del
Senato del regno e degradato per
inettitudine l'ammiraglio Pallion conte di Persano, battuto a Lissa il 20
luglio del 1866 dalla flotta dell'impero asburgico".
Si è d'accordo con Stefani che non è il caso, oggi, di
intavolare processi o avviare istruttorie, ma, "sul piano storico, è
necessario alzare i veli, ripudiare i falsi pudori, bandire gli eufemismi se si
vogliono davvero restaurare tutti i valori che l'8 settembre vennero negletti e
misconosciuti impunemente. Per coprire le responsabilità dei colpevoli furono
enfatizzate la superiorità dei tedeschi, l'eccitazione prodotta dall'improvvisa
notizia dell'armistizio, la disseminazione e la frammentarietà delle unità e
degli schieramenti (che pure esisteva), l'insufficienza del tono morale dei
singoli e delle unità e la propensione generale a deporre le armi per fare
ritorno alle proprie case. Parametri tutti indubbiamente presenti, ma che non
bastano a spiegare l'8 settembre, senza dire che alcuni di essi erano l'effetto
dell'insipienza e dell'imprevidenza dell'alto, e che tanto meno autorizzano a
riversare sulla collettività dei gregari le colpe dei capi. Di queste ultime
una delle più gravi fu proprio il non aver colto e l'aver trascurato l'anima
dell'esercito, la quale, malgrado tutto, sopravviveva e là dove venne
valorizzata dette prove luminose della sua vitalità. Altrimenti non vi sarebbero stati i tanti combattimenti ……, il
rifiuto corale alla collaborazione con i tedeschi degli internati militari nei
campi di concentramento, l'avvio immediato della lotta clandestina armata, la
cui organizzazione militare iniziale fu opera esclusiva, o quasi, di ufficiali, sottufficiali, graduati e soldati
delle forze armate, soprattutto dell'esercito; la ricomparsa, in prima
linea, esattamente due mesi dopo (8 dicembre), della prima formazione
dell'esercito regolare sul costone di monte Lungo." Come, nella metà di ottobre 1943 in Albania, vi erano
cinquemila soldati italiani armati, ordinati nel Comando Italiano Truppe alla
Montagna, comando organizzato e concordato con le Missioni Alleate in Albania e
con il Comando dell'Esercito Liberazione Nazionale Albanese.
Una configurazione
diversa dell'8 settembre è pretestuosa o quanto meno reticente, se non
addirittura deliberatamente falsa.
(massimo.coltrinari@libero.it)
[1]
Una tesi sostenuta a più riprese da
Filippo Stefani a cui aderiamo, Cfr.Stefani F., La Storia
della dottrina e degli
ordinamenti dell'Esercito Italiano - Dalla Guerra di Liberazione all'Arma
atomica tattica, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell'esercito, Ufficio
Storico, Roma, 1987,Volume III, Tomo 1°. In particolare vds. il cap. XLII
"LA Disfatta. La Resisteza", paragrafo 3, a cui ci si è ispirati per
il presente capitolo e a cui, per approfondimento, si rimanda.
venerdì 13 marzo 2015
martedì 24 febbraio 2015
venerdì 20 febbraio 2015
Aprilia: 1944 - attività svolta
Riportiamo per completezza di documentazione l'articolo dedicato al convegno del 28 ottobre 1944 alla Battaglia di Aprilia.
“La Battaglia di Aprilia”. In memoria dei nostri caduti
Al Rosselli di Aprilia il convegno organizzato dall’Associazione “Un ricordo per la pace”
Si terrà domani mercoledì 28 maggio alle 11.30 presso l’Auditorium dell’I.I.S. “Carlo e Nello Rosselli” in Via Carroceto ad Aprilia il 3° convegno annuale organizzato dall’Associazione “Un ricordo per la pace”. In questo incontro si parlerà del percorso e dell’ingresso degli alleati nel 28 Maggio 1944, che posero fine ai cruenti combattimenti nel nostro territorio, proseguendo poi alla liberazione di Roma che avvenne qualche giorno dopo. L’iniziativa di istituzionalizzare in Aprilia questa data così importante nel processo di rinascita e di ricostruzione della Città era nata nell’aprile 2012 dall’Associazione “Un ricordo per la pace”, la quale ottenne l’adesione immediata delle Associazioni dell’Arma e combattenti di Aprilia e di alcune Associazioni locali. Anche il Comune di Aprilia, vista la grandissima importanza per la cittadinanza di questa commemorazione, nel gennaio 2013 ha accolto la proposta delle Associazioni istituendo la “giornata celebrativa della fine dei combattimenti” e denominandola : “28 maggio 1944: la Battaglia di Aprilia”, in memoria dei caduti. L’evento è rivolto agli studenti dell’I.I.S. Carlo e Nello Rosselli, ma è aperto alla partecipazione di cultori ed appassionati della storia della seconda guerra mondiale; sarà occasione di riflessione sulle dinamiche drammatiche del conflitto mondiale e anche sulla popolazione civile. L’organizzatore del convegno Elisa Bonacini, Presidente dell’Associazione “Un ricordo per la pace” è lieta di annunciare la presenza di alcuni testimoni oculari del periodo di guerra e dei combattimenti del 1944 nel territorio di Aprilia. Interverranno il Generale Luigi Marsibilio Vice-Presidente della “Sezione Studenti e Cultori della materia” della Associazione Nazionale Combattenti della guerra di liberazione inquadrati nei reparti regolari delle Forze Armate, che illustrerà “Il quadro di battaglia dell’Esercito Italiano nel 1940”. E il Generale Massimo Coltrinari, Docente di Dottrine Strategiche e Storia Militare all’Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze e Docente di Geopolitica e Sicurezza Globale alla Sapienza di Roma, tratterà nello specifico: “La dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940: l’entrata in guerra dell’Italia“. Nel corso dell’evento verrà proiettato il video “1944 Aprilia in guerra: Un ricordo per la pace”, realizzato dalla stessa Associazione.
In occasione del convegno sarà possibile visitare l’esposizione museale permanente sita nell’Auditorium dell’istituto, che accoglie la collezione di reperti denominata “Un ricordo per la pace” appartenuta a Ostilio Bonacini, intitolata “Aprilia in guerra: la battaglia di Aprilia”. Il convegno sarà preceduto da un momento commemorativo nel quale gli studenti e l’Associazione “Un ricordo per la pace” deporranno una corona ed un omaggio floreale al monumento in memoria di Eric Fletcher Waters e dei caduti dispersi del 1944, sito nel piazzale dell’Istituto Rosselli ed inaugurato lo scorso 18 febbraio 2014.
In occasione del convegno sarà possibile visitare l’esposizione museale permanente sita nell’Auditorium dell’istituto, che accoglie la collezione di reperti denominata “Un ricordo per la pace” appartenuta a Ostilio Bonacini, intitolata “Aprilia in guerra: la battaglia di Aprilia”. Il convegno sarà preceduto da un momento commemorativo nel quale gli studenti e l’Associazione “Un ricordo per la pace” deporranno una corona ed un omaggio floreale al monumento in memoria di Eric Fletcher Waters e dei caduti dispersi del 1944, sito nel piazzale dell’Istituto Rosselli ed inaugurato lo scorso 18 febbraio 2014.
Melania Orazi
mercoledì 18 febbraio 2015
Volume: Sbarco di Anzio Nettuno. IL PROGETTO RIPRENDE
DOPO LE SPIACEVOLI VICENDE INTERCORSE NON DIPENDENTI DALLA NOSTRA VOLONTA'
RIPRENDE ALLA GRANDE LA PREPARAZIONE DEL VOLUME
"LO SBARCO DI ANZIO -NETTUNO"
22 GENNAIO 28 MAGGIO 1944
LE INTESE INTERCORSE DOPO IL CONVEGNO DEL 24 GENNAIO 2015 CON I REFERENTI DI ANZIO
PERMETTE DI PROCEDERE SECONDO I DETTAMI DEL METODO STORICO ALLA STESURA DEL VOLUME
VOLUME CHE SARA' INTEGRATO DA UN
DIZIONARIO MINIMO
SU CINQUE COMPARTI
PER FACILITARE LA COMPRENSIONE DEGLI EVENTI
LUIGI MARSIBILIO E GIANCARLO RAMACCIA
COLLABORANO A QUESTA NOVELLA IMPRESA
lunedì 19 gennaio 2015
1944: Il fronte a Cesena. UN Volume di Don Piero Altieri.
Lunedì prossimo 19 gennaio, alle ore 17 nell’Aula Magna della Biblioteca Malatestiana sarà presentato il volume di
Don Piero Altieri
“Il fronte della guerra a Cesena e nelle vallate del Savio e del Borello”.
Don Piero è profondo conoscitore di quel tragico periodo della nostra storia, in cui si stagliano le figure di molti nostri sacerdoti che diedero testimonianza, anche a costo della vita. Contro la violenza e i misfatti che venivano perpetrati.
Consigliamo a tutti gli amici di partecipare.
Cordialmente,
Ercole Acerbi
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