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domenica 2 gennaio 2011

Battaglia di Ortona Novembre 1943

Discorso dell'Addetto Militare della Germania in Italia
in occasione del sessantacinquesimo anniversario
della battaglia di Ortona
il 27.11. 2008 ad Ortona



Signor Sindaco, membri delle forze armate italiane e canadesi, signore e signori!
È per me un grande onore, ma anche un dovere personale essere oggi tra di voi ed insieme a voi qui ad Ortona.
Ortona, una città antica, conquistata dai Franchi nell’ottocentotre dopo Christo, caduta sotto il dominio del Regno di Napoli nel tredicesimo secolo.
Ortona, una città importante; lo dimostra anche il fatto che nel milleduecento le ossa dell’apostolo Tommaso sono state portate qui, e si possono vedere ancora oggi nella chiesa di San Tommaso.
Ortona, una città bella, con un suggestivo centro storico e un magnifico porto sul Mare Adriatico.
Ortona, una città fatale, posta sul confine orientale della linea difensiva strategica dell’esercito tedesco in Italia nella Seconda Guerra Mondiale, la cosiddetta Gustavlinie, e per questo motivo inevitabilmente teatro di una battaglia accanita che qui sessantacinque anni fa è stata combattuta con lo stesso eroismo e lo stesso valore tra canadesi, inglesi, italiani e tedeschi per molti giorni e sin dopo le feste di Natale, e che ha arrecato un dolore incommensurabile alla popolazione civile. Questa battaglia si è impressa per sempre nella storia di questa città. Ne sono testimoni non solo il monumento ai caduti in centro, ma soprattutto le tombe silenziose dei più di 1600 soldati canadesi, inglesi, neozelandesi e sudafricani del „Moro River Canadian War Cemetery“ che si trova fuori città.
Nel corso della giornata siamo venuti a conoscenza di molti fatti da fonte sicura, da molti esperti che hanno rielaborato gli avvenimenti di sessantacinque anni fa, che sono così importanti per questa città. Io non sono uno studioso di storia militare e mi mancano le competenze per poter riuscire ad interpretare gli avvenimenti dal punto di vista tedesco. Non sono sicuro che uno storico che analizzasse gli accadimenti dal punto di vista tedesco avrebbe potuto contribuire con essenziali, sostanziali nuove informazioni sulla battaglia di Ortona.
Alcuni giorni fa ho assistito presso l’Ambasciata Canadese alla première dell’interessante film di Fabio Toncelli “Un Natale di Sangue; Ortona 1943”, che descrive in modo incisivo e objettivo gli avvenimenti del Natale 1943 ad Ortona. Consiglio a voi tutti di vedere questo film.
Io non posso e non voglio fornire oggi in questa sede una nuova interpretazione storica, ma soltanto produrre delle riflessioni generali e personali, que elencero di seguito:
I soldati della Prima Divisione Paracadutisti e del Trecentosessantunesimo Reggimento Meccanizzato, che condussero per parte tedesca la battaglia di Ortona, erano truppe esperte che avevano già avuto molte battaglie al loro attivo ed avevano comandanti militari e tattici estremamente qualificati. Per mesi avevano ingaggiato con l’avversario una lotta di temporeggiamento (combattere in avanti – retrocedere), detta anche comunemente “Guerra dei Centimetri“ per guadagnare tempo e forze per gli altri fronti. In questa battaglia essi avevano l’inestimabile vantaggio del difensore, la possibilità di usare la geografia, il territorio a proprio favore. Gli alleati avevano il vantaggio della loro superiorità numerica ma anche del dominio dello spazio aereo e delle acque territoriali confinanti, mentre invece i reparti dell’esercito tedesco dovevano agire facendo affidamento solo sulle proprie forze.
I combattimenti su suolo italiano venivano considerati sia da parte tedesca che da parte alleata come il cosiddetto teatro di guerra secondario. La Germania combatteva sul fronte orientale una micidiale guerra di annientamento con battaglie di mezzi corazzati ed ad un certo punto anche sul fronte occidentale si ritrovò davanti una grande potenza alleata. Anche gli Americani e gli Inglesi dovettero rinforzare successivamente le loro truppe su questo fronte e ritirarsi dal sud. Da molti diari di guerra e racconti risultò in seguito in maniera univoca che le battaglie che hanno avuto luogo sul fronte italiano non erano poi così diverse da quelle sul fronte orientale quanto a terribile intensità ed accanimento. Ed è per questo che la battaglia di Ortona viene chiamata la Stalingrado d’Italia. I soldati canadesi che sferrarono il loro attacco in modo molto professionale e resistettero per molti giorni, investirono quel giorno straordinario valore e decisione, che andava aumentando nel corso della battaglia. La loro motivazione era esemplare e straordinaria: combattere per una buona causa, per la libertà e la democrazia. Altrimenti non avrebbero potuto sopportare le fatiche e le privazioni. Davanti alla brutalità ed all’intensità dei combattimenti sarebbe cinico parlare di teatri di guerra secondari.
Nella storia i tedesci sembrano sempre pronti a fare la guerra.
La nostra galleria degli antenati risale al tempo in cui cento stirpi diverse di Germani si facevano la guerra l’un l’altra e prosegue con la guerre sanguinose sotto l’insegna della croce, le infinite lotte dei principi nel tardo medioevo, gli eterni scontri con i grandi paesi del confine occidentale, culminati con l’unità tedesca, raggiunta nel 1871 dopo molte lotte. Una lunga strada piena di fratture e discontinuità, di contraddizioni e contrasti. Ma questa nazione che si trova nel cuore del continente europeo era divenuta troppo grande per poter prosperare in pace e l’Europa di allora non era ancora sufficientemente equilibrata. Così si comprende come le due guerre che sono state portate dalla Germania in tutta Europa ed infine si sono appropriate di grandi parti del mondo sarebbero state inevitabili dal punto di vista storico.
La cosa più importante, che i nostri padri scrissero dopo la seconda guerra mondiale nella nuova costituzione, era la frase che affermava che dal suolo tedesco non sarebbe scaturita mai più una guerra. La nostra storia ci ha impartito durevolmente la sua lezione, a livello individuale e collettivo;’mai più guerra’ era lo slogan che univa la generazione della guerra, i padri, ed i giovani del sessantotto. Anche una battaglia come questa di Ortona, che ha avuto luogo sessantacinque anni fa, ha contribuito a questo risultato, purtroppo il prezzo che tutti hanno dovuto pagare è stato troppo alto. Solo tenendo conto di questo sfondo è possibile comprendere l’ambivalente rapporto odierno dei tedeschi con la realtà militare e le decisioni della Germania, quando si tratta di missioni militari.
Vogliate consentire in questa sede alcune osservazioni su un argomento attuale che mi sta particolarmente a cuore, che riguarda sia gli italiani che i tedeschi e attende ancora di essere rielaborato.
La settimana scorsa il Ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier ha commemorato le vittime italiane del regime nazionalsocialista. Insieme al suo omologo italiano, il Ministro Franco Frattini, ha visitato a margine delle consultazioni bilaterali di governo tedesco-italiane a Trieste „La Risiera di San Sabba“. Sicuramente ne avrete avuto notizia dalla stampa. Nel 1943, anno della battaglia di Ortona, la Risiera fu trasformata dai nazionalsocialisti in campo di concentramento; l’unico sul suolo italiano in cui fino all’inizio del 1945 sono state uccise circa 5000 persone tra ebrei, internati militari italiani, partigiani ed antifascisti.
Per questo e per i crimini commessi dalla Wehrmacht – a questo proposito basta che nomini luoghi tristemente famosi come Boves, Marzabotto o le Fosse Ardeatine - dalla Germania e a nome della dittatura nazista sono stati arrecati grandi dolori a molti italiani. Dopo l’armistizio del governo italiano con gli alleati e la conseguente dichiarazione di guerra alla Germania coloro che un tempo erano commilitoni divennero nemici. Una buona parte dell’esercito italiano venne disarmato dai tedeschi e circa seicentomila internati militari furono trasferiti in Germania come prigionieri di guerra ai lavori forzati. Gran parte di essi morì in prigionia a causa delle condizioni di vita spesso disumane. Noi tedeschi in nome di un’ideologia inumana, che il Presidente della Repubblica Italiano Giorgio Napolitano nel suo recente discorso ad El Alamein ha definito a ragione come ideologia che conduce alla rovina, ha condotto molti altri popoli e uomini, anche italiani, a sofferenze indicibili.
Oggi noi tedeschi accettiamo la nostra storia. E una parte di noi, che noi e le generazioni che seguiranno continueremo a portarci dentro.
I nostri ministri degli esteri hanno annunciato congiuntamente a Trieste la costituzione di una commissione di storici tedesco-italiana per la rielaborazione del comune passato di guerra.
È necessario sviluppare una comune cultura del ricordo, orientata ad un futuro comune migliore. Noi tutti, italiani e tedeschi, dovremmo impegnarci attivamente in prima persona.

Cari amici.
Da più di due generazioni i tedeschi e gli italiani vivono in pace, cittadini dell’Unione Europea. Insieme ai nostri amici canadesi e a molti altri popoli lavoriamo fianco a fianco nei reparti della NATO e dell’Unione Europea in molte missioni all’estero, nei Balcani così come in Afghanistan. Oggi siamo garanti della pace e della libertà, i valori in nome dei quali combattevano i soldati canadesi ed inglesi sessantacinque anni fa, quando attaccarono la fortezza di Ortona. Noi tedeschi siamo oggi dalla ’parte giusta’ della storia, e mettiamo le nostre qualità guerresche al servizio di una buona causa comune, di popoli liberi del mondo, contro la dittatura e l’oppressione, ed é giusto che sia cosí.
Piú di 70 anni fa, nel anno 1937, mio padre fu arruolato nella marina militare tedesca ed addestrato come sommergibilista. Partecipò tra l’altro alla Battaglia nell’Atlantico come comandante del U468. Fu fortunato ed appartiene a quella ristretta minoranza di sommergibilisti tedeschi che sopravvissero alla guerra. Nell’estate del 1943, quando ancora non era stata combattuta la battaglia di Ortona, cadde prigioniero degli inglesi e dopo la guerra venne trasferito in un campo di lavoro in Canada, dove fu tenuto prigioniero fino al 1949. La scorsa settimana ho parlato con lui per telefono. Gli ho detto che oggi avrei partecipato a questa cerimonia con il mio omologo canadese, il Colonnello John Mitchell e molti italiani per tentare di rielaborare la storia. Egli mi incaricò di dirvi assolutamente, che sarebbe rimasto volentieri in Canada, questo bel paese così grande e così lontano, perché lì aveva trascorso un periodo bellissimo, ed era stato sempre trattato con rispetto ed umanità. Il cerchio si chiude.
Io ho avuto più fortuna e sono d’accordo con mio padre, che sarei stato destinato a qualcosa di meglio. Ma sono anche consapevole della fortuna di essere nato in una altra epoqua.
Da allora abbiamo percorso un lungo cammino.
Ma poiché è la strada giusta, dobbiamo sempre continuare a percorrerla insieme alle generazioni che seguiranno.
Ringrazio gli organizzatori della manifestazione di Ortona, per avermi invitato. Ringrazio tutti i presenti, soprattutto tutti i giovani qui presenti, per avermi ascoltato sinora. Auguro a noi tutti un futuro comune di pace.

mercoledì 29 dicembre 2010

A TUTTI I LETTORI DI QUESTO BLOG


I MIGLIORI
AUGURI
DI UN SERENO, FELICE E PROSPERO
2011

lunedì 20 settembre 2010

E' uscito il volume:
L'investimento e la presa di Ancona
La conclusione della campagna di annessione delle Marche
20 settembre - 8 ottobre 1860
di
Massimo Coltrinari
278 pagine, illustrazioni, euro 20,00, Edizione Nuova Cultura
è reperibile in tutte le librerie d'Italia
In Ancona, presso la Libreria Canonici, Corso Garibaldi 112,
Il volume riporta la prefazione del Sindaco di Ancona,
prof. Fiorello Gramillano

martedì 6 luglio 2010

I Diari e le lettere del Duce

Udine - Tornano ancora una volta alla luce le ultime volontà di Benito Mussolini. E fors'anche le pagine segrete dei suoi diari. A rivelarlo è stato il figlio di Guglielmo Della Morte, console italiano ai tempi in cui Mussolini fu catturato dai partigiani a Dongo.
Le volontà di Mussolini Le ultime volontà del Duce - possibilmente anche parte dei suoi diari - sono custodite in valle Spluga, a pochi chilometri dal confine con la Svizzera. A rivelarlo all’Ansa è stato il figlio di Guglielmo Della Morte, già console italiano a Berlino, che fu convocato dal Duce, a Milano, poche ore prima che quest’ultimo venisse catturato dai partigiani a Dongo. "Mio padre ricevette una borsa sigillata - ha raccontato l’uomo - con la promessa a non aprirla prima del 2025. E' evidente che non può che contenere lettere e altro materiale storico di grande rilevanza". L’uomo, che vive in Friuli, ha anche precisato che la cartella è rinchiusa in una cassetta di zinco. "Il contenuto si è quindi preservato".

venerdì 26 marzo 2010

Seminario di Studi
L'estate del 1943
Chianciano 20.21 Marzo 2010
Sono state poste le basi per una nuova “scuola” di storici non ideologizzati con i quali sarà possibile riscrivere, ma in alcuni casi scrivere per la prima volta, gli eventi di uno dei periodi più tragici per l’Italia, quello legato alle vicende armistiziali dell’8 Settembre 1943, alle scelte che vennero individualmente o in gruppo fatte dai singoli, militari o civili che fossero, delle conseguenze di tali scelte, spesso imposte dal contingente, che sfociarono in tragedie ancora poco note o addirittura ignorate se si esclude i pochi super informati addetti ai lavori.
L’occasione è stata data da un seminario di studi della durata di due giorni che si è svolto a Chianciano nell’ambito del Consiglio Nazionale dell’Associazione Nazionale Combattenti della Guerra di Liberazione inquadrati nei Reparti regolari delle Forze Armate (Ancfargl) che ha sancito la nascita di una nuova sezione specialistica denominata “Studiosi e cultori della materia” alla quale saranno ammessi, dopo un periodo di prova biennale, studiosi avviati o giovani promettenti leve impegnati in dottorati di ricerca su materie attinenti la Guerra di Liberazione. L’iniziativa fa seguito alla creazione da parte dell’organo associativo, la rivista “il Secondo Risorgimento d’Italia” scaricabile dalla pagina web http://www.secondorisorgimento.it/rivista/sommari/quadrosommari.htm, di una collana di volumi, di cui il sesto della serie “Salvare il salvabile” ha costituito il filo conduttore del seminario nonostante esso sia ancora in fase avanzata di pubblicazione, ma ancora in bozze di stampa e non in libreria.
La tesi sostenuta dal volume è fortemente innovativa, se pure non originale in assoluto come ipotesi, comunque sotto il profilo del “quadro indiziario” di fonti documentali ad essa convergenti appare articolata e ben argomentata, come mai in precedenza, nel delineare uno scenario in cui una fazione, se non il vertice politico militare del tempo nel suo complesso, aveva intrapreso le trattative armistiziali con il fine ultimo di adescare, in perfetto accordo con la Germania ancora alleata, gli angloamericani in una trappola, in un inganno strategico volto a sfruttare le informazioni scambiate in sede di trattative per ributtarli in mare e magari riconquistare la Sicilia che Hitler il 19 luglio a Feltre aveva descritto come la futura Stanlingrado della coalizione nemica.
Il piano ipotizzato nel volume di prossima pubblicazione e commercializzazione non avrebbe però funzionato all’atto pratico per il crollo del fronte interno che il regime aveva sottovalutato, nonostante a seguito dell’avvicendamento di Mussolini con Badoglio il 25 luglio avesse dovuto ricorrere al metodo del bastone (forti misure di ordine pubblico) e della carota, proclamando la caduta del fascismo, sia pure con l’instaurazione di un governo militare e non della democrazia pre regime.
Ai giovani studiosi (età media 30 anni) che hanno partecipato al seminario il direttore e coordinatore Massimo Coltrinari aveva solo fornito uno spunto di approfondimento, senza neppure fare loro leggere, per non influenzarli, il relativo capitolo del volume “Salvare il salvabile”. Il risultato delle loro ricerche è stato sorprendente, in particolare per quanto riguarda una delle argomentazioni a sostegno della tesi di “inganno strategico” secondo la quale la cosiddetta “fuga da Roma” fu un semplice trasferimento a Chieti, dove nel requisito Palazzo Mezzanotte si era cominciato a mettere in piedi una sorta di comando supremo prima che gli eventi, sfuggiti di mano, portassero ad un cambio di programma e l’imbarco sulla corvetta “Baionetta” per fare rotta verso Brindisi e formalizzare quella resa, che avrebbe dovuto invece, secondo l’ipotesi del libro, fungere da specchietto per le allodole. Numerosi gli elementi aggiuntivi frutto di una ricerca condotta in loco, rispetto quelli già riportati in “Salvare il salvabile”, nel senso del potere e delle istituzioni del tempo.
Perora non possiamo dire di più, se non che, in particolare le relazioni relative ai reparti italiani impiegati all’Estero e colti dall’armistizio oltremare, hanno disegnato uno scenario che è difficile immaginare.
Nel congedarci, Massimo Coltrinari ci informa che una analoga due giorni di più ampio respiro si terrà a Roma il 9 e 10 aprile prossimi. Non dispera in quei giorni di avere in mano le prime copie definitive del libro.
Giorgio Prinzi

domenica 17 gennaio 2010



La Guerra di Liberazione, una guerra su cinque fronti.


Massimo Coltrinari



Nella foto il generale Umberto Utili nel 1949



La lotta che il popolo italiano intraprese, all'indomani dell'armistizio dell'8 settembre 1943, a fianco delle Nazioni Unite, può essere intesa come un tutto uno, ovvero una opposizione armata al nazifascismo ed adesione alla coalizione antihitleriana, in cui si possono individuare cinque fronti di combattimento. Tali fronti erano:

- Quello dell'Italia libera, ove gli Alleati tengono il fronte e permettono al Governo del Re d'Italia di esercitare le sue prerogative, seppure con limitazioni anche naturali per esigenze belliche. Il Governo del Re è il Governo legittimo d'Italia che gli Alleati, compresa l'URSS., riconoscono.
- Quello dell'Italia occupata dai tedeschi. Qui il fronte è clandestino e la lotta politica è condotta dal C.L.N., composti questi dai risorti partiti antifascisti. E' il grande movimento partigiano dei nord Italia.
- Quello della resistenza dei militari italiani all'estero. E' un fronte questo non conosciuto, dimenticato, caduto presto nell'oblio. E' la lotta dei nostri soldati che si sono inseriti nelle formazioni partigiane locali per condurre la lotta ai tedeschi (Jugoslavia, Grecia, Albania).
- Quello della Resistenza degli Internati Militari Italiani, che opposero un deciso rifiuto di aderire alla R.S.I., di fatto delegittimandola.
- Quello della Prigionia Militare Italiana della seconda guerra mondiale.


Naturalmente a questi cinque fronti occorre far mente locale e mettere in sistema, il fatto che esisteva una coalizione hitleriana, ovvero vi erano italiani che combattevano non solo in Italia, nelle fila della Repubblica Sociale Italiana, ma anche nell'Esercito Tedesco e nelle organizzazioni del III Reich a vario titolo in Italia e in Europa.
In un articolo apparso si “Il Secondo Risorgimento d’Italia”[1] si scriveva che "l'approccio adottato permette di poter sviluppare le ricerche in queste cinque direzioni al fine di vedere quanti e quali italiani portarono, come dice Luciano Bolis, il loro "granello di sabbia", oltre a quella che vide coinvolti quelli che rimasero fedeli alla vecchia Alleanza che ha permesso di riportare alla luce tanti episodi ormai avvolti nel buio, ma deve essere ulteriormente integrato"
Un filone di ricerca, soprattutto indirizzato all'utilizzo di giovani, sia studenti che ricercatori, è quello bibliografico.

La Campagna d’Italia.
Per gli Alleati le operazioni condotte dall'8 luglio 1943 al 2 maggio 1945 sono semplicemente la Campagna d'Italia, condotta per sconfiggere il nazismo e riportare la libertà e la democrazia in Europa. Per noi Italiani la Campagna d'Italia è la Guerra di Liberazione, i cui è insito il concetto di Resistenza, condotta dall'8 settembre 1945 al 25 aprile 1945. Su queste date vi è ancora oggi molta polemica, ma noi le adottiamo per avere dei punti di riferimento. Pertanto in questa bibliografia, in questo comparto, indichiamo, prevalentemente, quelle opere o che trattano della Campagna d'Italia oppure degli eventi che portarono noi italiani a concludere un armistizio con le Nazioni Unite e gli eventi susseguenti che diedero vita poi alla Guerra di Liberazione.

La Guerra di Liberazione. Il Primo Fronte: L'Italia del Sud
Qui ricomincia a funzionare il vecchio stato, ma accanto si sviluppa la dialettica dei partiti. Partecipano alla guerra prima il I Raggruppamento Motorizzato, poi il C.I.L., poi i Gruppi di Combattimento. Sono, in nuce, i soldati del futuro esercito italiano, che operano secondo le regole classiche della guerra. E' indubbio che combatto contro i liberazione di Roma e l'avanzata nell'Italia centrale la lotta al nazifascismo non è disgiunta da una appassionata discussione sul futuro politico dell'Italia e sulle prospettive di vero rinnovamento democratico. Le forze partigiane e dei partiti antifascisti coesistono, oltre che con l'organizzazione militare del Regno, anche con la Chiesa Cattolica, fattori entrambi che condizionano in senso moderato l'attività antifascista.

La Guerra di Liberazione.Il Secondo Fronte: L'Italia del Nord
Al momento dell'armistizio, l'Italia fu tagliata in due. Al nord i tedeschi impongono la Repubblica Sociale. Qui si ha la forma più compiuta di resistenza. Si hanno le formazioni partigiane organizzate dai partiti antifascisti in montagna, mentre nelle pianura e nelle città si organizzano i GAP e le SAP. Oltre a ciò la popolazione civile partecipa alla guerra collaborando con il movimento partigiano in mille forme, e subendo terribili e inumane rappresaglie; inoltre gli operai con i loro scioperi e la loro resistenza passiva contribuiscono a rallentare lo sforzo bellico dell'occupante e a minare anche la propria sicurezza. Si ha il coinvolgimento di ampi strati della popolazione nella guerra al nazifascismo, che si integra con il particolare profilo delle bande in montagna, che non sono solo gruppi di combattenti ma anche luoghi di dibattito e di formazione politica.
La Guerra di Liberazione. Il terzo Fronte: La Resistenza dei Militari Italiani all'Estero
Se nel nord Italia si sviluppò il movimento partigiano attraverso bande armate, all'estero, i militari italiani sorpresi dall'armistizio dell'8 settembre e sottrattisi alla cattura tedesca si opposero ai tedeschi in armi, inizialmente, poi dando vita, in armonia con i movimenti di resistenza locali a vere e proprie formazioni armate. Per la resistenza di formazioni organiche sono noti i fatti di Lero e di Cefalonia. Meno noti tanti altri fatti in cui unità militari italiane organiche resistettero ai tedeschi fino al limite della capacità operativa. Un esempio per tutte: La Divisione "Perugia", stanziata nel sud dell'Albania tenne in armi il porto di Santi Quaranta fino al 3 ottobre 1943, in attesa di un aiuto da parte italiana ed alleata. Una divisione di oltre 10.000 uomini, che dominava un area abbastanza vasta e che avrebbe potuto dare un forte aiuto ad un intervento alleato dall'altra parte dell'Adriatico. 10.000 militari italiani che rimasero compatti per tre settimane oltre l'armistizio, in armi e che pagarono duramente questa loro resistenza. Infatti tutti gli Ufficiali della Perugia furono fucilati, e gli uomini internati in Polonia.
Per le unità che passarono in montagna e si unirono ai movimenti partigiani locali, noti sono gli avvenimento della divisione "Venezia" e "Taurinenze", che diedero vita alla Divisione Partigiana Garibaldi; meno note le vicende della divisione "Firenze" ed "Arezzo" in Albania e delle divisioni italiane stanziate in Grecia. Militari Italiani diedero vita alla divisione "Italia" in Jugoslavia. Oltre che nei Balcani, militari italiani parteciparono ai fronti di resistenza locali. Così in Corsica, ove oltre 700 militari caddero per la liberazione di Aiaccio, cosi nella Provenza, in centro Europa la presenza di militari italiani è certa.

La Guerra di Liberazione. Il Quarto Fronte: L'Internamento
Nei mesi di settembre ed ottobre l'Esercito tedesco fa prigionieri ed interna in Germania oltre 600.000 militari italiani, dando origine al fenomeno dell'Internamento Militare Italiano nella seconda guerra mondiale. Questi militari non hanno lo status di prigionieri, ma di internati, ovvero nella scala del mondo concentrazionario tedesco, sono sullo stesso livello dei prigionieri sovietici ( La URSS non aveva firmato la convenzione di Ginevra del 1929) e poco al di sopra degli ebrei. Ovvero il loro trattamento era durissimo. In queste circostanze per uscire da questo inferno ci si sarebbe aspettato una adesione plebiscitaria alle proposte di collaborazione sia dei Nazisti sia degli esponenti della R.S.I. Invece la quasi totalità degli Internati oppose il rifiuto ad una qualsiasi forma di collaborazione, subendone le più terribili conseguenze. Fu un fronte di resistenza passivo, ma determinato, che nella realtà dei fatti delegittimò sul piano interno ma anche agli occhi dei germanici la Repubblica Sociale. Infatti una decisione in massa degli Internati ai fascisti di Salò avrebbe permesso alla R.S.I. di avvalorare le tesi della propaganda, che era l'unica rappresentate della vera Italia. In realtà questa non adesione, in sistema con la lotta partigiana, isolò Mussolini relegandolo a semplice rappresentate di se stesso e dei suoi accoliti.

La Guerra di Liberazione. Il Quinto Fronte: La Prigionia
Vi erano, al momento dell’Armistizio, circa 600.000 prigionieri nelle mani delle Nazioni Unite. Soldati per lo più caduti nelle mani del nemico a seguito dell’offensiva in Nord Africa (1940-’41) alla resa in Tunisia ed al tracollo del luglio agosto 1943 in Sicilia. Per lo più, tranne i 10-12.000 soldati in mano all’URSS, erano in mano anglo-americana. Questi soldati, questi italiani all’annuncio dell’Armistizio dovettero, come tutti, fare delle scelte. La stragrande maggioranza scelse di cooperare con gli ex-nemici, contribuendo anche loro a costruire un futuro migliore. Una aliquota molto bassa non volle cooperare, non solo perché fedeli alla vecchia alleanza, ma per variegate motivazioni.
Ad esempio a Hereford (USA) vie erano circa 4.000 italiani che gli americani consideravano "tout court" fascisti. In realtà, fra questi non cooperatori vi erano sì fascisti, ed anche prigionieri delle Forze della R.S.I., ma anche monarchici, liberali, moderati, repubblicani, socialisti, comunisti o laici in senso stretto che avevano fatto una scelta personale.
I prigionieri in mano agli Angloamericani furono organizzati in ISU, Italiana Service Units, compagnie di 150 uomini addetti ad un particolare lavoro. Il loro contributo si esplicò negli Stati Uniti e in Gran Bretagna con l'impegno nei grandi arsenali o nelle basi, oppure in Nord Africa e quindi in Italia, parte integrante della organizzazione logistica alleata. Anche loro, con il loro lavoro, portarono il contributo alla vittoria finale. Soprattutto i prigionieri che operarono in Italia nelc ampo delle comunicazioni, dei trasporti e frl grmio, confluirono poi nelle unità del nuovo esercito italiano, gestendo il materiale di guerra americano
Ovvero, anche il prigioniero che, in un contesto particolare, combatte.

La Coalizione Hitleriana. La Fedeltà alla vecchia Alleanza
Non si può non dare spazio a questo aspetto della Guerra di Liberazione, ovvero avere una idea di che cosa c'era dall'altra parte della barricata. I temi riguardarti l'ultimo fascimo, i motivi per cui esso giocò le sue ultime carte con la Repubblica Sociale Italiana, il rapporto con l'occupante, sono i principali aspetti che ci permettono di comprendere i motivi per cui degli italiani rimasero fedeli alla vecchia alleanza.

La Guerra di Liberazione, però, non può essere compresa se non inserita nel grande contesto dello scontro che vide le democrazie occidentali, alleate momentaneamente con l’Unione Sovietica, contrapporsi ai totalitarismi della prima metà del novecento, ovvero il fascismo ed il nazismo. Questo scontro vide coinvolto tutto il mondo, tanto che lo si chiama Guerra Mondiale, che iniziò nel 1939 ed ebbe termine nel 1945. Uno scontro che vide il tramonto dell’Europa come potenza dominate e la nascita delle due superpotenze, gli Stati Uniti d’America e l’Unione Sovietica. Uno scontro che non generò una vera pace, ma un equilibrio basato sul terrore atomico.

L’Italia volle a tutti i costi entrare in questa guerra, che all’inizio sembrava una ennesima guerra per la supremazia in Europa. Dopo 39 mesi in cui le sconfitte e le umiliazioni si successero le une alle altre, si comprese che per evitare ulteriori danni, si doveva uscire dalla guerra. Questo obbiettivo fu raggiunto, ma ad un prezzo altissimo. L’Italia non solo come Potenza, ma anche come Paese e come Nazione, scomparve dal novero della Comunità Internazionale e per due anni fu davvero difficile essere Italiani. Fu per ogni Italiano il momento delle scelte, ovvero che cosa fare per garantirsi non un futuro migliore, ma un futuro. Inizia qui la Guerra di Liberazione, che è la matrice e la culla dell’essere Nazione dell’Italia nella seconda metà del novecento ed oltre.

La Guerra di Liberazione è un approccio che è difficile da definire. A tutti i fronti si accede perchè volontari. Si hanno diverse figure giuridiche, come, il soldato, il partigiano, il patriota, il prigioniero, l'internato, l'ostaggio, il deportato, e non giuridiche, come l’attendista, la spia, il profugo, lo sfollato, l’intrallazzatore, l’affamatore, ecc. Tutte figure che si delineano a seconda del fronte con cui si combatte. Un fronte che rimane unitario, nella volontà ferma di sconfiggere il nazifascismo. Emergeranno, poi, tante Italie dalla Guerra di Liberazione, a seconda di come si vuole interpretare questa guerra: sociale, con l’ideologia, con la politica.
E in nome di questa unità, ricordiamo in questa data unitaria chi, pur nella diversità di grado ma non di natura, diede il suo contributo, il suo granello di sabbia, su fronti diversi, affinché si realizzasse una Italia migliore.
Ed in un Italia migliore credevano anche coloro che credevano nel fascismo e nel nazismo. Anche in questa parte, che è l’al di là della barricata, non tutto è lineare. Vi è il residuo del fascismo-regime, vi è il fascismo della prima ora che poi sfocerà nel fascismo intransigente ed estremista, che si contrapporrà al fascismo moderato e tollerante, tutto sotto la spada di damocle delle decisioni dell’alleato tedesco. Un Italia che si nutre di Fedeltà e di Onore, ma che si incammina quasi incosciamente su strade, indicate dall’alleato tedesco, inaccettabili tanto che al termine della Guerra di Liberazione, anche per i fascisti italiani di questo periodo la coscienza non solo italiana ma europea difficilmente accorda perdono e comprensione per il vinto. Una Italia che è parte integrante della Guerra di Liberazione, perché occorre comprendere le loro motivazioni, e su questa via affermare con ulteriore convinzione che una Guerra di Liberazione, dopo 22 anni di Dittatura e 39 mesi di guerra, era proprio necessaria per sperare in qualcosa di diverso che non fosse autoritarismo, sopraffazione di pochi sui molti, guerre, lutti e misere e condizioni socio-economiche miserrime.

Questo il quadro generale di ricerca che si propone, in una visione storico-scientifica unitaria, al fine di consegnare alle nuove generazioni un approfondimento, oltre che una conoscenza, di fatti che generarono gli anni della vicenda repubblicana la cui matrice non si può non conoscere se si vogliono affrontare i problemi che abbiamo di fronte.


[1] Coltrinari M., Alle radici della nostra storia recente. Una guerra su cinque fronti, in “Il Secondo Risorgimento d’Italia, n. 2, anno XI, 2000. Inoltre vds. Coltrinari M., Una guerra su cinque fronti:1943-1945. Proposta per una bibliografia ragionata (I) in “Il Secondo Risorgimento d’Italia - Approfondimenti”, n.1, anno XI, 2001 e Coltrinari M., Una guerra su cinque fronti:1943-1945. Proposta per una bibliografia ragionata (II) in “Il Secondo Risorgimento d’Italia - Approfondimenti”, n.2, anno XII, 2002

mercoledì 6 gennaio 2010

Riceviamo in Redazione la seguente lettera che pubblichiamo

Egregio Dr. Coltrinari
Ritengo di esserci conosciuti a Caserta, in occasione di un incontro con l’Associazione Internati e Guerra di Liberazione, comunque mi presento:
sono Corvino Giovanni Battista, classe 1922 appartengo a quelli d’Aosta ’41sono stato promosso sottotenente il 15 febbraio 1942. Ho partecipato con il Battaglione “Val Cismon”del 9° Reggimento Alpini della Divisione “Julia”, come comandante di plotone fucilieri alla campagna di Russia, sono stato ferito in combattimento il 28 dicembre 1942 al famoso quadrivio insanguinato di Selenij-Yar. Nel 1952 mi è pervenuta una Medaglia di Bronzo al Valor Militare per il fatto d’armi del 28 dicembre. L’8 settembre, sempre con il “Val Cismon” ero nell’alta Val d’Isonzo, zona slava. Dopo i vari ripensamenti decisi di scendere al Sud. Ad Ancona fui catturato dai tedeschi e dopo 15 giorni di prigionia nella caserma Cialdini, paventando di essere internato, riuscii a fuggire, e dopo varie peripezie il 13 ottobre attraversai le linee tra Guglionesi e Montenero di Bisaccia (Termoli).
Ripresentatomi al Sud sono stato uno dei primi ufficiali ad appartenere,dopo l’8 settembre, ad un gruppo di Alpini denominato “Reparto Esplorante Alpini” poi divenuto Battaglione “Taurinense” ed infine “Battaglione Piemonte”. Con il Battaglione “Piemonte” sempre come comandante di plotone fucilieri, 3 Compagnia I Plotone ho partecipato alla Guerra di Liberazione. Il 29 maggio 1944 a Madonna del Canneto sono stato decorato di una Medaglia di Bronzo sul campo.
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Ebbene, leggo su “Il Secondo Risorgimento d’Italia” e le varie pubblicazioni sulla guerra di Liberazione, ma devo constatre che in realtà viene dato poco risalto ad avvenimenti di notevole importanza. E’ pur vero che l’8 dicembre 1843, solo dopo 3 mesi dalla resa incondizionata, vi è stato a Montelungo, con il I Raggruppamento Motorizzato, l’inizio ed il battesimo di fuoco della partecipazione italiana alla guerra di Liberazione, tra lo scetticismo degli Anglo-americani, pertanto rimane una data storica, anche se la volontà di riscatto degli italiani era stata dimostrata lo stesso 8 settembre a Porta San Paolo dai Granatieri di Sardegna. La battaglia di Montelungo, come Lei sa, meglio di me; non diede risultati eclatanti per vari motivi ( scarsa preparazione morale e materiale, scarso equipaggiamento, improvvisazione, condizioni atmosferiche proibitive) per cui gli Anglo-americani continuarono ad essere scettici. Dovettero trascorrere oltre 3 mesi perché venisse concessa un’altra prova. Ciò avvenne il 31 marzo 1944, con la conquista, da parte degli Alpini del Battaglione “Piemonte” di Monte Marrone, con azione frontale, ritenuta impossibile dagli Anglo-americani che dagli stessi avversari tedeschi, ma maggiormente stupì la difesa di Monte Marrone dall’attacco dei tedeschi il 9-10 aprile (notte di pasqua).Furono questi gli episodi che convinsero gli Anglo-americani sulla validità e necessità di avere gli Italiani al loro fianco. Infatti il I raggruppamento Motorizzato fu ampliato e denominato Corpo Italiano di Liberazione e dopo il comportamento nell’avanzata sul settore Adriatico fino alla linea Gotica. Il C.I.L. fu ampliato e trasformato in Gruppi da Combattimento, armato ed equipaggiato con materiale inglese ed inserito nella primavera del 1945 fino alla fine del Conflitto.
Io credo perché non mettere in risalto che l’Esercito Italiano, nato a Montelungo ha avutoi il suo consolidamento nelle terre dell’Alto Molise, sulle Mainarde perché le date del 31 marzo e 9 e 10 aprile 1944 non vengono mai citate.
La storia deve sapere tutta la verità, il vero con tributo alla Guerra di Liberazione dell’Italia è stato dato dalle truppe regolari italiane, inserite a Montelungo l’8 dicembre 1943 e consolidatesi nell’alto Molise sulle montagne delle Mainarde, a Mnte Marrone il 31 marzo ed il 9 e 10 aprile 1943. Ritengo che sarebbe doveroso ogni volta che si cita Montelungo 8 dicembre 1943, si affianchi Monte Marrone 31 marzo e 9 e 10 aprile 1944.
Mi scusi per quanto Le ho scritto, sperando di trovarLa d’accordo, nel mentre mi è gradita l’occasione per cordialmente salutarLa.
Foggia 12 luglio 2008.
Non si può non essere d’accordo con quanto scrive Covino. L’una nota che possiamo aggiungere è che la parola “rinato” riferita all’Esercito Italiano a Montelungo, non sembra, a nostro parere, appropriata. Rinascere significa nascere due volte. Per noi vi è una continuità, anche in presenza di una crisi armistiziale come quella dell’8 settembre, per le Forze Armate Italiane che rappresentano la continuità dello Stato. Questo concetto per noi si esplica nell’approccio che abbiamo adottato per la Guerra di Liberazione, una guerra su cinque fronti, a cui rimandiamo.
Nel solco di quanto detto e proposto da Corvino, possiamo dire che il calendario Associativo per il 2009 sarà dedicato alla epopea di Monte Marrone e al Battaglione Piemonte. (redazionale)

lunedì 4 gennaio 2010

La Prigionia in URSS.
Fu veramente così crudele?

Massimo Coltrinari

(info: massimo.coltrinari@uniroma1.it)

Attraverso l’analisi dei dati recentemente acquisti, nella considerazione delle peculiarità della guerra ad est, la prigionia in Urss può, con i dovuti presupposti, essere considerata come tutte le altre prigionie.

La prigionia in mano alla Urss è intesa, sia dalla storiografia recente che dalla pubblica opinione, ed anche a livello di studiosi e amanti delle cose storiche, come una delle più crudeli ed efferate. Questo approccio è dovuto alle violente polemiche del dopoguerra, alimentate anche dallo scontro ideologico e dalla scarsa conoscenza dei dati e quindi della realtà in cui questa prigionia si esplicò.
Dire che oltre l’86% dei prigionieri italiani caduti in mano alla Urss nell’arco di tempo che va dal dicembre 1942 al gennaio 1946 trovò la morte in prigionia, avvalora l’approccio sopra riportato. Infatti questo dato è stato sempre messo in relazione alla mortalità avutasi nelle altre prigionie.
La tabella I riporta i dati quantitativi delle altre prigionie, con relativo grafico esplicativo, in cui si evince che la mortalità della prigionia italiana in mano alla Gran Bretagna è del 2%, quella in mano agli Stati Uniti dell1%, cosi come quella in mano alla Francia. In mano alla Jugoslavia ed alla Romania si raggiunge la cifra del 9%, che è di gran lunga superiore a quella in mano alla Germania, che si attesta, anche essa, sull’ordine del 2%. La mortalità in mano alla Urss, invece, assume un dato veramente abnorme, ovvero dell’86%.

Occorreva dare una spiegazione a questo dato, altrimenti inspiegabile. Sicuramente doveva essere intervenuto un evento o più eventi concomitanti che, in modo anomalo, hanno inciso sulla mortalità di questa prigionia. O meglio sul mancato ritorno di tanti soldati caduti in mano alla Armata Rossa.

I parenti ed i familiari dei dispersi, memori di quanto accaduto all’indomani della Prima Guerra Mondiale, quando numerosi trentini e giuliani, inviati, nelle fila dell’Esercito Austro Ungarico, a combattere sul fronte orientale, ritornarono dopo anni e molti con la famiglia al seguito. Quindi in queste famiglie di dispersi si diffuse la convinzione che molti soldati italiani, subito dopo la ritirata o nell’immediato dopoguerra si fossero creati una famiglia russa ed avessero coscientemente rinunciato a ritornare in Patria. Tale ipotesi era sostenuta in modo indiretto dalle correnti filosovietiche ed alimentate dai soliti sciacalli che nelle grandi come nelle piccole tragedie imperversano.
Molti si rendevano conto, però che la percentuale degli assenti era troppo alta per potere accettare sena riserve le “volontario non ritorno”. Vi dovevano essere sicuramente altre cause.

Le correnti antisovietiche e specialmente cattoliche, di contro, sostenevano che, al pari dei prigionieri germanici e giapponesi, i prigionieri italiani erano trattenuti dai sovietici come schiavi ed impiegati nelle miniere estrattive o nell’immenso arcipelago “Gulag”. Ed anche qui la malafede, mista al citato sciacallaggio, non difettò.

Queste due tesi furono da sempre respinte da coloro che furono rimpatriati, cioè dai reduci dalla Prigionia sovietica. Coloro che riuscirono a superare le prove della prigionia in mano alla Urss, sostenendo che date le condizioni della Urss di Stalin era praticamente impossibile per un prigioniero delle forze dell’Asse, arrivato in Urss come oppressore e invasore, essere, da prigioniero integrato nella società collettivista. La NKVD, la polizia politica, non l’avrebbe mai permesso e nulla sfuggiva, in quegli anni alla NKVD. Di contro che grandi masse fossero trattenute come schiavi era un'altra diceria insostenibile, date le condizioni in cui si viveva nei campi di prigionia.

I reduci, con queste loro affermazioni, si scontravano sia con le correnti prosovietiche che con quelle antisovietiche e quindi erano attaccati da tutti. Ben presto lo scontro fu più che altro portato sul terreno ideologico, radicalizzandosi oltre misura.
In questo clima incandescente, i dati oggettivi venivano intepretati con occhio di parte. Anche se le polemiche si sono attenuate, a cinquant’anni di distanza, le posizioni in pratica sono le stesse. Ed è facile prevedere che anche questo articolo riceverà i pro i contro e le stesse critiche confezionate nel dopoguerra, contribuendo a quella informazione distorta che ancora oggi persiste.

Partendo da dati forniti da Governo Russo di recente (primi anni novanta) questi attestano che su 50.000 mila prigionieri dell’ARMIR in mano alla Urss, 40 mila sono morti in prigionia, ovvero dopo la cattura , intesa in tutte le sue fasi.[1]
Quindi su cento prigionieri, venti sopravvissero. Su questo dato si può riprendere, anche sulla scorta del Rapporto UNIRR che abbiamo posto a riferimento della nostra ricerca, la cifra dei mancanti al termine della ritirata, cifra che abbiamo individuato nello scorso numero e che ammonta a 95.000 uomini.

Dei 95.000 circa assenti alle bandiere al termine della ritirata, marzo 1943, risultano essere 25.000 sono morti nel corso della medesima, 70 mila sono stati catturati. Di questa massa di 70 mila, 10 mila sono sopravvissuti e sono stati rimpatriati entro il 1946. Dei mancanti 60 mila, sono morti tutti in prigionia ed in base alle fonti russe, 40 mila sono stati censiti come morti nei lager e 20 mila durante le varie fasi della cattura oppure non censiti nei primi mesi di prigionia.

La tabella II ci indica, sulla base dei dai forniti dai russi, l’andamento della mortalità dei nostri prigionieri in mano sovietica. Questa tabella è stata costruita traslitterando dal cirillico oltre 40 mila schede fornite dalle autorità di Mosca. La data del decesso presente in oltre il 90% delle schede, ha consentito di costruire la tabella stessa con sufficiente esattezza.
Il primo dato evidente è quello che tra il febbraio all’aprile del 1943 si ha oltre l’85% dei morti in prigionia. , con una punta massima nel mese di marzo, quando morirono circa 300 nostri militari al giorno.

Le cause di questa altissima mortalità si possono individuare, sommariamente, alla spossatezza dopo i combattimenti, alle condizioni climatiche pessime, alla metodica e sistematica azione russa a spogliare degli indumenti pesanti i nostri prigionieri al momento della cattura, ( elemento questo che si inserisce nella crudeltà tipica della guerra all’est) alla scarsezza di cibo, alle pesantissime marce a cui furono sottoposti i nostri soldati, alla quasi nulla assistenza che i sovietici diedero ai nostri prigionieri, al diffondersi di malattie infettive, come il tifo petecchiale ed altre, alla mancanza di cure e soccorso, al sistema di trasporto per ferrovia adottato ( in carri merci, senza riscaldamento e pigiati l’un contro l’altro) alle pessime condizioni igienico-sanitarie dei campi di smistamento ed infine alla perdurante mancanza di cibo anche nei lager definitivi.

Questo ha fatto si che la moralità fu altissima nei primi mesi del 1943, per poi rientrare nella norma da maggio 1943 fino al rimpatrio.

Su questo dato occorre ragionare.
E’ indubbio che esiste una precisa responsabilità sovietica di questo stato dato di cose. Secondo il nostro modo di pensare e di agire, chi in combattimento cattura un soldato nemico, ha l’obbligo morale di mantenere integra la sua vita, se ferito, curarlo. Una precisa convenzione era in atto dal 1929 sul trattamento dei prigionieri. Questa convenzione sfortunatamente non era stata sottoscritta dalla Unione Sovietica. Peraltro, all’inizio del conflitto, l’Unione Sovietica aveva dichiarato che, pur non essendo essa fra gli Stati che riconoscevano la Convenzione del 1929, vi si sarebbe attenuta a condizione di reciprocità, ovvero che i prigionieri sovietici in mano alla Germania avessero avuto lo stesso trattamento previsto dalla Convenzione.
Folgorati dalle loro vittorie e certi di aver vinto ed abbattuto l’Unione Sovietica, i Tedeschi, in virtù anche della loro ideologia e della volontà di sterminio dei popoli slavi espressa a più riprese da Hitler, già nel 1941 si abbandonarono ad una guerra di sterminio di rapina e di sfruttamento nei confronti delle popolazioni occupate per creare i presupposti di uno stanziamento tedesco all’est lo spazio vitale, ottenuto anche sterminando le popolazioni non tedesche.

Coerentemente, i prigionieri sovietici caduti nelle mani tedesche, e nei primi mesi di guerra furono centinaia di migliaia furono considerati solo un peso, elementi da eliminare, poco sopra, nella gerarchia dello sterminio delle razze cosiddette inferiori, agli ebrei.
L’Unione Sovietica, appreso ciò, si attenne a quanto dichiarato, ovvero si sentì svincolata dalla Convenzione di Ginevra del 1929, perché non attuata la dichiarata reciprocità. Nel 1941 questa dichiarazione sovietica fu appresa con superficialità dagli esponenti tedeschi, convinti ormai di avere la vittoria in pugno. Ma la guerra all’est, di giorno in giorno sempre più crudele, divenne per i prigionieri ancora più crudele. Nel terzo anno di guerra, con la battaglia di Stalingrado che infuriava, ormai era noto che chi cadeva prigioniero in mano al nemico aveva poche possibilità di scampo. La crudeltà e le efferatezze dei combattimenti era nota fra l’altro, sul nostro fronte.
Questo si manifestò, al momento primario della cattura, ovvero al termine dei combattimenti. Era regola, dura, ma applicata sempre, che le forze motorizzate e corazzate sovietiche non facevano prigionieri. E non potevano farli: operando 30, 40 km ed anche di più dalle loro basi, non avevano ne i mezzi ne la possibilità di raggruppare e scortare all’indietro gruppi di prigionieri, anche in drappello.
Da qui la regola di fucilare tutti i sopravvissuti sani ed abbandonare al loro destino i feriti. Era una delle tante crudeltà di quella guerra crudele. Le truppe di fanteria che seguivano le truppe corazzate e motorizzate, al termine del combattimento si abbandonassero ad eccessi sui prigionieri per sfogare la loro rabbia per le perdite subite. Di episodi di questo tipo la memorialistica è piena. Di norma si fucilavano sul posto i tedeschi e non di rado gli ungheresi ed i rumeni; si salvavano solo gli italiani, il comportamento di occupazione benevolo era noto ai soldati Russi.
Una volta superato questo momento, i prigionieri dovevano passare attraverso momenti difficili: primo fra tutti la spoliazione a cui erano sottoposti dai soldati russi. Questi, sebbene equipaggiati, requisivano tutto quello che aveva un valore per alimentare il loro piccolo mercato; ed incominciavano sempre dalle calzature, dai cappotti, dalle pellicce dai maglioni, lasciando il prigioniero alle merce del clima. E questo fu per molti soldati italiani, fatale.
Poi non vi era una vera e propria organizzazione prevista per i prigionieri. La Logistica sovietica era molto rozza, spesso inesistente anche per le proprie truppe. In pratica i sovietici, concettualmente, una volta che i prigionieri erano inoffensivi, si disinteressavano di loro, affidandoli a scorte di vecchi e di ragazzi, che dovevano solo condurli, come non importa, alle stazioni ferroviarie lontane centinaia di chilometri dal fronte. Sono quelle che i reduci chiamarono “le marce del Davaj”.
Sono in queste spiegazioni le motivazioni di una mortalità in prigionia così alta. Impegnati in una lotta per la sopravvivenza, e adottando il principio che la vita non aveva valore di fronte al bene supremo della salvezza della Patria, i sovietici non pensavano minimamente di prendersi cura dei loro nemici fatti prigionieri. Da qui le disastrose conseguenze per i nostri soldati.
Se vi fosse stata la volontà di sterminare tutti i prigionieri, sarebbe stato molto facile eliminare tutti gli italiani, compresi i 10.000 che poi ritornarono.
E’ anche vero che un campo di prigionia russo, se paragonato ad un campo di prigionia inglese o italiano il paragone è nettamente sfavorevole al primo; un campo di prigionia americano è inconcepibile per la mentalità sovietica.
Sulla base di queste considerazioni occorre quindi dividere la prigionia sovietica in due parti: la prima, che possiamo definire della “cattura”, con tutti i suoi componenti; e la seconda, che fu una prigionia dura, crudele, difficile, ma che può rientrare nella norma.

La prima prigionia è eccezionale, come eccezionale era la guerra all’est. Noi italiani con essa pagammo il prezzo della ideologia che bene o male avevamo adottato, della nostra impreparazione militare e della tragicità della avventura che con qualche superficialità andammo a cercare; La seconda prigionia è normale per quanto può essere una prigionia, tanto da essere posta sul piano delle altre prigionie; ovvero non meno dura e difficile di quella tedesca, ma sicuramente meno crudele ed efferata di quella francese del 1943-1946
Non la volontà sovietica di sterminare gli italiani in quanto tali, ma le dure e crudeli circostanze della guerra all’est imposero e determinarono la cifra altissima di morti, sia prima che dopo la fine dei combattimenti.
Occorre però riflettere sul perché di questa cifra così alta di prigionieri, che poi diverranno dispersi e caduti. Perché lasciammo in mano dal 12 dicembre 1942 al 31 marzo 1943 oltre 70 mila soldati, di cui l’86% cioè 60 mila non riusciranno a spravvivere?
Una domanda che può contribuire a vedere più che nel nemico di ieri, ma in altre cause, che analizzeremo in una prossima nota, la responsabilità di una tragedia che non ha eguali nella storia del nostro Esercito.
[1] La cattura, ovvero il momento in cui un combattente depone le armi e, quindi, su di lui cessa di poter essere esercita la violenza bellica, si articola in varie fasi che abbiamo individuato: nella cessazione dei combattimenti, nella raccolta, nello sgombro nelle immediate retrovie, nel trasferimento alle stazioni di carico, nell’avvio ai campi di smistamento, nell’arrivo nei campi di prigionia.

martedì 29 dicembre 2009

Elenco cronologico dei passi svolti da parte italiana per il potenziamento dello sforzo bellico del paese in cooperazione con gli alleati.


Allegato 1 al volume presentato dal Ministero degli Affari Esteri nel 1946 per sostenere le ragioni dell’Italia alla Conferenza della pace.

“Il contributo italiano alla guerra contro la Germania”
Ministero degli Affari Esteri
Servizio Affari Generali – Ufficio Studi e Documentazione
Roma 1946


10 settembre 1943
Il Generale Eisenhower al Maresciallo Badoglio
Messaggio col quale il Capo del Governo viene invitato ad orientare la nazione in senso avverso ai tedeschi. Il Generale Eisenhower afferma che l’intero futuro e l’onore dell’Italia dipendono da ciò che le sue forze armate sono pronte a fare.

10 settembre 1943
Il Maresciallo Badoglio al Generale Eisenhower
In risposta al messaggio precedente, il Capo del Governo assicura di avere già disposto perchè le Forze Armate Italiane agiscano con vigore contro i tedeschi ed annunzia la diramazione di un messaggio del Re e di un suo proclama alla Nazione. Chiede sia inviato a Brindisi un ufficiale alleato di collegamento e sollecita un concorso rapido e potente degli Alleati.

13 settembre 1943
Il Comando Supremo Italiano al Generale Castellano, Capo della Missione Italiana presso il Comandante in Capo Alleato.
Si fa presente l’effetto deprimente provocato nel popolo italiano dalla pubblicazione, fatta da parte tedesca, delle condizioni di armistizio. Si chiede che venga chiarito che le condizioni della nostra pace saranno in funzione del nostro apporto alla guerra contro i tedeschi.

12 settembre 1943
Il Presidente Roosevelt e il Primo Ministro Churchill al Maresciallo Badoglio.
Messaggio d’incoraggiamento al popolo italiano. Promessa di una rapida liberazione dell’Italia ed assicurazione di un posto degno tra i vecchi amici dell’Italia.

13 settembre 1943
Il Maresciallo Badoglio al Presidente Roosevelt e al Primo Ministro Churchill
Risposta al messaggio precedente. Si assicura che tutto il possibile è e sarà fatto da parte del Popolo Italiano e delle Forze armate.

13 settembre 1943
Il capo del Governo riceve l’ammiraglio Power al quale consegna la risposta precedente.
Nel colloquio che ne segue, l’Ammiraglio si dichiara lieto del comportamento della flotta italiana e riafferma la necessità che altre forze armate si affianchino agli Alleati per cacciare i tedeschi dall’Italia.

14 settembre 1943
Colloquio del Capo di S.M. Generale italiano con i Generali Mason, Mac Farlane e Taylor della Missione Alleata.
Vengono trattati vari argomenti: tra l’atro il capo di S.M. Generale fa presente nuovamente che i tedeschi si stanno impadronendo delle Isole Jonie e dalmate, minacciano la Corsica e l’Elba, hanno occupato Rodi e sono in procinto di attaccare Lero, sollecita pertanto una rapida azione alleata. Circa il modo in cui le forze italiane disponibili potranno collaborare con le forze alleate, il Capo di S.M. Generale Italiano rappresenta le necessità, in materiale e armamenti, ed espone alcune idee sulle operazioni che sarebbe bene compiere per la cacciata dei tedeschi dall’Italia e il recupero delle forze italiane dislocate in territori extrametropolitani.

15 settembre 1943
Il Comando Supremo al Generale Mac Farlane
Appunto sulla propaganda fatta dai tedeschi circa l’armistizio. Richiesta che da parte Alleata si faccia conoscere che l’applicazione delle clausole d’armistizio è subordinata al contegno italiano, e che gli italiani hanno virilmente agito contro i tedeschi.
Durante tutto il mese di settembre l’azione del comando Supremo tende in modo particolare ad ottenere che gli Alleati intervengano a sostegno delle truppe italiane che combattono in Balcania, nelle isole Jonie e dell’Egeo, in Corsica; o quanto meno, sia concesso inviare dalla Madre Patria tutti quegli aiuti che la situazione permette. Gli Alleati, non solo non intervengono, ma non consentono nemmeno che da parte italiana s’inviino quegli aiuti – particolarmente aerei e navali -che sarebbe possibile inviare.

19 settembre 1943
Colloquio del Capo di S.M. Generale Italiano con il Comm. Stone ed il Generale Mac Farlane.
Il generale Ambrosio insiste sulla necessità di agire al più presto con la propaganda e soprattutto con l’attività operativa.
Riafferma la convenienza di uno sbarco a sud di Ancona o, comunque, di operazioni che accelerino l’occupazione dell’Italia, tenendo presente che, nell’l’Italia settentrionale, si trovano le nostre industrie e che ivi sono aerei, navi mercantili e da guerra in costruzione.

21 settembre 1943
Il Generale Mac Farlane, capo della Missione Militare Alleata presso il Governo Italiano al Maresciallo Badoglio.
Comunica verbalmente che per ordine superiore, le truppe italiane non avrebbero più dovuto partecipare a combattimenti fino a nuovo ordine.

21 settembre 1943
Il Maresciallo Badoglio al Comandante in Capo Alleato.
Riferendosi alla comunicazione orale del Generale Mac Farlane, telegrafa ribadendo la decisione delle truppe italiane nel volere continuare a partecipare alla lotta contro i tedeschi.
Nessuna risposta viene data a tale telegramma.

22 settembre 1943
Il Maresciallo Badoglio al Generale Castellano, capo della Missione Italiana presso il Comandante in Capo Alleato.
Istruzione di intervenire presso il generale Eisenhower protestando contro la disposizione alleata secondo la quale il 50mo corpo d’armata italiano dovrebbe avere ormai solo compiti di retrovia.
Si insiste sul fatto che gli italiani vogliono concorrere col loro sangue alla liberazione del loro paese.

24 settembre 1943
Comunicazione del Generale Mac Farlane
Gli Anglo Americani autorizzano l’impiego di un raggruppamento motorizzato italiano che dovrà essere pronto entro il 30 settembre.
L’approntamento si svolge in mezzo ad enormi difficoltà in quanto gli alleati stessi, a diverse riprese, requisiscono, bloccano o asportano i materiali coi quali si dovrebbe equipaggiare il raggruppamento.

29 settembre 1943
Convegno di Malta
Il Generale Eisenhower invita il Governo Italiano a dichiarare guerra alla Germania, afferma di essere favorevole all’approntamento di divisioni italiane da far combattere contro i tedeschi, e promette di aiutarne l’equipaggiamento con la preda bellica.

30 settembre 1943
Il Capo di S.M. Generale Italiano al Capo della Missione Militare Anglo-Americana.
Viene consegnato un promemoria (che avrebbe dovuto essere trasmesso il giorno precedente a Malta, e non lo fu perché non lo consentì l’andamento della discussione) nel quale è nuovamente prospettata la necessità di ricostruire l’Esercito Italiano che potrebbe così dare un notevole contributo alla causa delle Nazioni Unite. Con un modesto concorso anglo-americano in automezzi per tre divisioni, si potrebbe approntare subito un armata di circa 10 divisioni; a sostegno di ciò si fa osservare che le nostre unità hanno già operato ed operano in cooperazione con gli anglo-americani, in Sardegna, in Corsica e nell’Egeo.
Il promemoria non ottiene alcuna risposta diretta.

1 ottobre 1943
Disposizioni per l’approntamento di due divisioni
In seguito alle dichiarazioni del Generale Eisenhower, il Comando Supremo dispone per l’approntamento di una divisione paracadutisti e di almeno due di fanteria; del Comando 51mo Corpo d’Armata e delle divisioni “Mantova”, “Piceno”, e “Legnano”.

3 ottobre 1943
Il Capo di S.M. Italiano al Capo della Missione Militare Anglo-Americana.
Si assicura che in base a quanto concordato nella riunione di Malta, si sta provvedendo alla preparazione di alcune divisioni scelte da impiegare al più presto in zona di operazioni. Per aumentare le possibilità di cooperazione, si rappresenta l’opportunità di costituire nuove Grandi Unità utilizzando prigionieri di guerra.

6 ottobre 1943
Colloquio a S. Spirito tra il Generale Alexander ed il Capo di S.M. Generale Italiano.
Il Generale Alexander prende atto dell’avvenuta costituzione del primo raggruppamento motorizzato, e si dichiara favorevole al ricupero di qualche altra unità.

9 ottobre 1943
Il capo della Missione Militare Anglo-Americana al Capo di S.M. Generale.
Si chiede da parte alleata che gli ufficiali e soldati italiani prigionieri siano autorizzati ad aiutare gli Alleati, a beneficio della causa comune, in servizi non di combattimento ma connessi con lo sforzo bellico.

10 ottobre 1943
Il Capo di S.M. Generale Italiano al Capo della Missione Militare Anglo-Americana
Il generale Taylor viene interessato perché sia revocato l’ordine alle truppe italiane in Corsica, che si devono trasferire in Sardegna, di cedere ai francesi armi, automezzi e munizioni. Si fa presente che ciò è in contrasto con le disposizioni per l’impiego delle truppe italiane nella penisola.

10 ottobre 1943
Il Sottocapo di S.M. Generale al Capo della Missione Militare Anglo-Americana
Si chiede il trasferimento dalla Sardegna nelle Puglie del 1^ Battaglione Arditi, particolarmente addestrato al sabotaggio.
Quantunque il trasporto possa avvenire con mezzi navali italiani, esso non sarà concesso che dopo successive insistenze, nel marzo 1944.

11 ottobre 1943
Il Capo di S.M. Generale Italiano al Capo della Missione Militare Anglo-Americana.
Viene comunicata l’adesione di massima del Governo italiano alla proposta alleata del 9 ottobre e, a tale scopo, si unisce una dichiarazione del Maresciallo Badoglio da far pervenire ai prigionieri. Con l’occasione, si insiste sul desiderio italiano affinché i prigionieri di guerra – specialmente quelli che si offrano come volontari – possano costituire vere e proprie unità combattenti.

13 ottobre 1943
Il Capo del Governo al Generale Eisenhower
Vengono comunicate le linee del programma tracciato dalla Stato Maggiore Generale Italiano nei riguardi delle Forze Armate da usare contro i tedeschi. Tra l’altro, il Maresciallo Badoglio così si esprime: “Ora che l’Italia ha dichiarato guerra alla Germania, se non si vuole che questo sia un semplice gesto platonico, bisogna che Voi prendiate in considerazione le nostre richieste in modo da mettermi in condizioni di dare un notevole concorso di forze alle armate ai Vostri ordini. Voi mi avete scritto che l’eventuale miglioramento delle condizioni di armistizio dipenderà dall’azione esplicita del Governo italiano. Ma se Voi non mi aiutate io non potrò esplicare che buona volontà”.

17 ottobre 1943
La Missione Militare Alleata al Capo di S.M. Generale Italiano.
Promemoria riguardante le Forze Armate Italiane, esclusa la Marina (per la quale vigono accordi precedenti).
In contrasto con le dichiarazioni del Generale Eisenhower a Malta, si fa sapere che, per difficoltà di comando, di alimentazione e di rinnovo, non è previsto l’impiego su vasta scala di truppe italiane combattenti, salvo la brigata rinforzata. Viene invece previsto l’impiego, come truppe ausiliarie, di circa 10 divisioni, oltre al concorso di unità del genio, dei collegamenti ed altre specializzate.
L’Aviazione italiana verrà impiegata nei Balcani.

18 ottobre 1943
Il Generale Taylor al Maresciallo Badoglio (Memorandum con cui viene comunicata la Dichiarazione Anglo-Americano-Sovietica in merito alla cobelligeranza).
La relazione di cobelligeranza fra il Governo dell’Italia ed i Governi delle Nazioni Unite non può di per sé intaccare (affect) le clausole recentemente firmate, che conservano il loro pieno vigore e potranno essere modificate (adjusted) mediante accordo fra i governi alleati in considerazione dell’assistenza che il Governo italiano potrà portare alla causa delle Nazioni Unite.

19 ottobre 1943
Il Capo di S.M. Generale Italiano al Capo della Missione Militare Alleata
In risposta al promemoria precedente si assicura che la collaborazione italiana in Italia e nei Balcani, continuerà nella maniera più intensa possibile. Si riconferma il desiderio italiano di poter partecipare alla guerra anche in una forma più diretta, e si chiede che possano essere trasferite nell’Italia continentale due divisioni di fanteria ed una di paracadutisti che si trovano in Sardegna.

22 ottobre 1943
Il Comando Supremo al Capo della Missione Militare Anglo-Americana
Viene proposta agli alleati l’utilizzazione di un battaglione arditi e due di mitraglieri.
Risposta negativa.

22 ottobre 1943
Il Comando Supremo al Capo della Missione Italiana presso il Comando in Capo degli Alleati.
Viene interessata la Missione Italiana presso il Comando in Capo Alleato affinché insista nel far presente quanto la collaborazione diretta, da noi offerta, sarebbe utile alla causa alleata. Si fanno presenti anche le possibilità di collaborazione dei prigionieri.

Ottobre 1943
Le nostre autorità intervengono più volte per ottenere la revoca, od almeno una attenuamento della disposizione secondo la quale le nostre truppe, che hanno cacciato i tedeschi dalla Corsica, debbono, nel rientrare in Sardegna, abbandonare ai francesi il proprio materiale di guerra.

29 ottobre 1943
La Missione Militare Italiana al Capo di S.M. Italiano
Promemoria nel quale si annunzia la richiesta da parte del Comandante in Capo Alleato, dell’approntamento immediato di una divisione alpina.

30 ottobre 1943
Il capo della Missione Italiana presso il Comando in capo Alleato al Comando Supremo Italiano
Il Generale Castellano riferisce sui tentativi fatti anche da parte sua in merito alla costituzione di reparti operanti italiani. Tratta anche della questione dei prigionieri , facendo presente che il loro trattamento da parte americana è ottimo, meno buono da parte degli inglesi, assolutamente inumano da parte dei francesi, sui quali anche il Generale Eisenhower ha dovuto fare forti pressioni onde indurli ad un diverso atteggiamento.

31 ottobre 1943
Il Capo di S.M. Generale Italiano al Capo del Governo
Di fronte al persistere del duplice atteggiamento anglo-americano, consistente nell’insistere, da un lato, nella propaganda al combattimento, e nel ridurre, dall’altro, il nostro apporto ostacolandolo in tutte le maniere, il Capo di S.M. Generale chiede che la questione sia trattata dal Governo, al di fuori della Missione Militare dei Comandi Alleati locali.

1^ novembre 1943
Il Capo di S.M Generale Italiano al Capo della Missione Militare Alleata
Circa una richiesta di approntare subito, per necessità della 5^ Armata, tutte le unità someggiate esistenti in Sardegna, se ne fanno presente i riflessi fortemente negativi sull’efficienza delle costituende unità dell’esercito, alle quali mancherebbero i quadrupedi per le artiglierie.

8 novembre 1943
Il Capo di S.M. Generale Italiano al Capo della Missione Italiana presso il Comando in Capo Alleato
Viene comunicato il nuovo ordinamento dell’Aeronautica e vengono date istruzioni di segnalare al Comando in Capo le possibilità di impiego delle forze Aeree Italiane e quelle di produzione di materiale aeronautico.
13 novembre 1943
Il Comando Supremo Italiano al capo della Missione Militare Italiana presso il Comando in Capo Alleato
Si richiedono chiarimenti per contrasti fra le disposizioni date dalla Missione Militare Alleata in Italia e le decisioni del Comandante in Capo Alleato circa il nostro concorso alle operazioni.

15 novembre 1943
Il Comando Supremo Italiano al Capo della Missione Militare Italiana presso il Comando in Capo Alleato
Istruzione di intervenire presso il Comando in Capo Alleato poiché, contrariamente a quanto esso aveva stabilito in precedenza, la Divisione “Cremona”, rientrando dalla Corsica, è stata costretta, dalla Missione Alleata stabilita in quell’isola, a lasciare anche i cannoni da 47-32.
L’azione slegata tra Comando in Capo e Missione Militare Alleata nuoce all’approntamento dei reparti, in quanto vengono tolti alle nostre disponibilità, materiali che dovrebbero servire per l’armamento delle unità richieste dal Comando Alleato stesso.

19 novembre 1943
Il Capo della Missione Militare Italiana presso il Comando in Capo Alleato al Comando Supremo Italiano
Nel riferire sulle trattative in corso per l’approntamento della Divisione “Legnano”, comunica che molte difficoltà sono frapposte dagli Alleati per l’esecuzione di questo progetto già approvato.
Il Comando in Capo Alleato ordina intanto di sospendere ogni trattativa in merito.

23 novembre 1943
Colloqui tra il nuovo Capo di S.M. Generale Italiano, Maresciallo Messe, ed il Generale Joice, Capo della Commissione di Controllo Alleata
Il Maresciallo Messe nel riaffermare la volontà italiana di cooperare attivamente nel campo operativo e nelle retrovie, espone il suo punto di vista sui provvedimenti da prendere: in particolare chiede che gli americani vengano incontro alle nostre necessità, se non aiutandoci attivamente, per lo meno evitando di asportare i nostri materiali e restituendoci quelli già asportati.

24 novembre 1943
Le nostre questioni sono prospettate al Generale Taylor.

25 novembre 1943
Il Comando Supremo alla Commissione Alleata di Controllo
Si fa presente che le continue nuove richieste, da parte di vari Comandi anglo-americani, di armi e di munizionamenti italiani, provocano serio danno all’approntamento dei reparti italiani.

29 novembre 1943
Il Capo di S.M.Generale Italiano al Capo della A.C.C.
Si precisano gli intendimenti del Comando Supremo Italiano circa la completa collaborazione da dare agli anglo-americani nel senso già espresso nel colloquio del giorno 23. Si fanno nuovamente presenti le misure da emanare, per rendere più fattiva questa collaborazione.
Lo stesso giorno il capo do S.M.Generale Italiano rappresenta nuovamente al Generale Taylor come sia ardua la ricostituzione di grandi Unità Italiane date le difficoltà derivanti da continue richieste di personale e materiale da parte degli anglo-americani.

4 dicembre 1943
Il Capo della A.C.C. al Comando Supremo
Si comunica che il punto di vista espresso dal Capo di S.M. Generale è stato reso noto al Comando in Capo Alleato.

11 dicembre 1943
Il Capo di S.M.Generale Italiano segnala alle Autorità Alleate che numerosi quadrupedi lasciati in Corsica dalle Unità italiane stanno morendo per denutrizione e per mancanza di cure; prospetta l’opportunità di esaminare se non sia il caso di farne restituire almeno una parte da utilizzare, sia per far fronte alle esigenze anglo-americane, sia per la ricostituzione delle Unità italiane.

13 dicembre 1943
Il Capo di S.M.Generale Italiano al Presidente della A.C.C.
In riferimento ad una richiesta di mortai da 81 e da 45 con relativo munizionamento, si fa presente che le truppe italiane, così menomate moralmente e materialmente, qualora fossero ulteriormente private del loro superstite materiale bellico, non sarebbero più in grado di assolvere bene i compiti ad essi affidati dal Comando in Capo Alleato; si chiede pertanto di voler riconsiderare detta richiesta.

17 dicembre 1943
Il Presidente della A.C.C. al Capo di S.M. Generale Italiano
Fa presente di avere inoltrato al Comando in Capo Alleato le osservazioni del Capo di S.M. Generale. Contemporaneamente segnala una nota di armi e munizioni da mettere subito a disposizione del Comando in Capo Alleato.

18 dicembre 1943
Il Capo di S.M. Generale Italiano al Presidente della A.C.C
Assicura di aver impartito disposizioni per la consegna delle armi e delle munizioni di cui all’ultima richiesta e contemporaneamente fa presente che in tal modo verrà compromessa la possibilità di far fronte anche ai compiti minimi previsti per l’Esercito Italiano dal promemoria della Missione Militare Alleata del 17 ottobre.

20 dicembre 1943
Incontro di S. Spirito
Ad esso presenziano tra gli altri, i Generali Eisenhower ed Alexander, ed i Marescialli Messe e Badoglio. Viene trattato l’argomento della maggior partecipazione italiana alle operazioni.

24 dicembre 1943
Il Capo di S.M. Generale Italiano al Presidente della A.C.C.
In relazione a nuove richieste alleate di quadrupedi, si fanno presenti le difficoltà nelle quali vengono a trovarsi le truppe italiane in corso di approntamento. Il. 6 gennaio il Generale Taylor comunica che, per necessità operative, non è consentito di recedere dalla richiesta.

1^ gennaio 1944
Il Capo di S.M Italiano al Presidente della A.C.C.
Nuove insistenze per l’impiego di truppe italiane combattenti.

12 gennaio 1944
Il Capo di S.M. Generale Italiano al Presidente della A.C.C.
Si prospetta il punto di vista del Comando Supremo Italiano circa l’impiego della Divisione “Cuneo” come unità combattente. L’unità si trova in Palestina, dove è stata trasferita su ordine alleato, dopo aver aspramente combattuto contro i tedeschi nelle isole dell’Egeo. Con essa sono pure i resti della Divisione “Regina” ed elementi minori facenti parte di alcuni presidi di dette isole.
In precedenti colloqui tra il Generale Wilson ed il generale Soldarelli era già stato concordato di riordinare tali truppe nella Divisione “Cuneo” da impiegare come Grande Unità combattente. In realtà la Divisione “Cuneo” non solo non è stata impiegata, ma, benché i suoi componenti non siano stati catturati dalle autorità americane, essi non sono nemmeno rimpatriati dal Medio Oriente dove hanno avuto un trattamento sostanzialmente non dissimile da quello dei prigionieri di guerra cooperatori.

20 gennaio 1944
Il Capo di S.M. Generale Italiano al Presidente della A.C.C.
Si chiede che le truppe italiane in Corsica continuino ad essere considerate come operanti alle dipendenze del Comando Alleato secondo quanto stabilito a suo tempo dal Comando in Capo Alleato. Ciò in relazione ad un ordine della Missione Militare Alleata nell’isola, secondo il quale esse devono venir poste alle dipendenze del Comando francese come elementi lavoratori.

7 febbraio 1944
Il Capo della Missione Militare Italiana presso la A.C.C. al Comando Supremo
Il Generale Castellano riferisce circa i passi compiuti da lui in recenti colloqui coi Generali Wilson e Devers (rispettivamente Comandante in Capo e Comandante in seconda nel Mediterraneo) in merito alla nostra partecipazione alla guerra.

8 febbraio 1944
La A.C.C. al Capo di S.M. Generale Italiano
Vengono preannunziate direttive circa il prossimo impiego di truppe italiane.

17 febbraio 1944
La Commissione A.C. al Comando Supremo
Vengono segnalate le modifiche del Comando delle Forze Alleate alle direttive per le Forze Armate Italiane. In sintesi esse stabiliscono:
- forza presente, compresi CC.RR., non superiore ai 500.000 uomini di cui 390.000 dell’esercito;
- i magazzini italiani in Continente ed in Sardegna sono a disposizione della parte italiana;
- una divisione deve essere equipaggiata con riserve italiane e portata in linea in una data prossima;
- due altre divisioni tenute in Puglia ed in Calabria con compiti di sicurezza il cui impiego in operazioni va ritenuto possibile (totale forza delle tre divisioni non superiore ai 32.000 uomini);
- il resto dell’esercito italiano (“Sabauda” esclusa) rimane a disposizione del generale Alexander per le divisioni della Sardegna e del continente, in relazione al compito di sicurezza interna a nord della linea Napoli-Foggia;
- un elenco di reparti da mettere a disposizione degli Alleati entro febbraio e marzo per un complesso di 45.000 uomini e altra aliquota per dopo marzo, di 65.000;
- un trasporto mensile di 10.000 uomini dalla Sardegna.
Il Gnerale Duchesne preannuncia una riunione che sarà presieduta dal Generale Mac Farlane allo scopo di esaminare e discutere il programma in questione.

18 febbraio 1944
La Sottocommissione Alleata al Capo di S.M. Generale Italiano
Si comunica che la Divisione “Cuneo” sarà trattenuta in Palestina ed il suo personale impiegato parte come lavoratori e parte organizzato in compagnie genio zappatori; ciò è in contrasto con le precedenti intese intercorse in proposito tra il generale Soldarelli ed il generale Wilson che prevedevano l’impiego della Divisione come Grande Unità combattente.

27 febbraio 1944
Il Capo di S.M. Generale Italiano alla Commissione Alleata
Il Capo di S.M. rappresenta il caso della Divisione “Cuneo” pur non entrando in merito ai motivi che hanno causato un cambiamento nell’impiego cui le truppe dovevano essere destinate, fa rilevare come questi reparti non debbano essere considerati come prigionieri di guerra e propone il rimpatrio graduale, dati o gravi riflessi che detta decisione avrà sul morale delle truppe. La posizione dei militari della “Cuneo” è ancora oggetto di successivi molteplici interventi del Comando Supremo presso le Autorità Alleate, sia presso gli organi di governo, essenzialmente per la questione del loro status, modificato poi arbitrariamente da “cobelligeranti” a “prigionieri cooperatori”. Non si otterranno in proposito risultati positivi.

4 marzo 1944
Convegno di Salerno
Ad esso partecipano, tra gli altri, il Maresciallo ed il Generale Mac Farlane. Vengono trattati vari argomenti riflettenti l’Esercito Italiano.

30 maggio 1944
Il Capo di S.M. Generale Italiano al Presidente della A.C.C.
Si fa presente che con l’invio in linea della Divisione “Nembo”, non rimangono praticamente a disposizione altre unità italiane pronte a entrare in azione. Vi sono però delle Grandi Unità, che convenientemente armate ed equipaggiate sarebbero in grado in brevissimo tempo, di partecipare alle operazioni, come è vivo desiderio della popolazione italiana. In tale eventualità potrebbe impiegarsi in primo luogo la Divisione “Cremona”, che, materialmente e moralmente è quella più avanzata nell’approntamento.

3 giugno 1944
Colloqui tra i Generali Alexander e Mac Farlane ed il Maresciallo Messe.
Il Generale Alexander riconosce che da parte alleata non si è fatto a sufficienza per la partecipazione italiana alla guerra e promette il suo interessamento. Esprime pure il suo compiacimento per il comportamento delle truppe italiane in combattimento.

22 giugno 1944
Il Ministero degli Esteri alla R. Rappresentanza a Mosca.
Istruzioni di proporre al governo sovietico l’inquadramento di prigionieri di guerra italiani in Russia in Unità omogenee che convenientemente armate ed equipaggiate, ed al comando di ufficiali italiani potrebbero essere messe a disposizione del Comando Supremo Sovietico per essere impiegate ai fini della guerra comune.

28 giugno 1944
Riunione di Bolsena presieduta dal Generale Alexander.
Tra le varie questioni viene trattata in modo particolare quella dell’assorbimento dei patrioti nelle formazioni regolari. Si stabilisce che i patrioti riconosciuti come tali, saranno avviati ai centri di affluenza stabiliti, dopo di che, fisicamente e moralmente in migliori condizioni, saranno fatti affluire al C.I.L.
Nei riguardi del potenziamento dello sforzo bellico il Generale Alexander:
- conferma la sua viva soddisfazione per l’opera svolta dai reparti del C.I.L. in modo particolare della Divisione “Nembo”.
- dichiara di aver chiesto a Washington l’autorizzazione di aver mano libera per l’ulteriore impiego di reparti combattenti italiani;
- accenna di essere a conoscenza che in Sardegna le Divisioni “Cremona”, “Friuli”, “Granatieri” si presentano bene e potrebbero, armate ed equipaggiate con materiale britannico, essere in 4-6 settimane addestrate per essere impiegate con le truppe operanti. Spera di ottenere presto l’autorizzazione relativa.

7 agosto 1944
Il Presidente del Consiglio Italiano al Maresciallo Stalin
Il Presidente Bonomi dà assicurazioni sulla decisa volontà degli italiani di combattere contro i tedeschi. Egli fa presente che la limitatezza della collaborazione che viene attualmente fornita è dovuta a deficienza di mezzi e potrà essere potenziata solo se cesseranno molte sterili diffidenze che la ostacolano.

10 agosto 1944
Il Sottosegretario Italiano agli Esteri al Capo della A.C.C.
Si propone la pubblicazione di un breve comunicato relativo al potenziamento del Corpo di Liberazione Italiano. La risposta sarà negativa.

14 settembre 1944
Il SottosegretarioIitaliano agli Affari Esteri ai rappresentanti britannico e americano.
Richiesta di precisazioni circa la notizia secondo la quale 30.000 prigionieri di guerra italiani verranno impiegati per servizi nelle coste meridionali della Francia. Si chiede che le truppe italiane vengano invece usate in combattimento. Il passo italiano non otterrà nessun effetto.

13 novembre 1944
Il Segretario Generale del Ministero degli Esteri Italiano al Rappresentante Sovietico a Roma.
Si danno notizie sulle difficoltà per l’approntamento di unità combattenti italiane, difficoltà derivanti soprattutto dall’impiego dei reparti in servizi d’ordine pubblico e dalla deficienza di specializzati assorbiti nelle Unità ausiliarie alle dipendenze alleate.

6 gennaio 1945
Il Capo di S.M. Generale Italiano al Maresciallo Alexander.
Appunto contenente varie proposte circa le principali questioni riguardanti l’esercito italiano e i patrioti. In particolare si propone che vengano nuovamente riuniti sotto un unico comando (come era avvenuto fino al 15 settembre 1944 per il Corpo Italiano di Liberazione) i gruppi combattenti italiani, e si eviti che – come è stato invece deciso – essi agiscano frazionati alle dipendenze di Grandi Unità alleate. Si propone inoltre l’assorbimento dei patrioti nell’Esercito.

11 gennaio 1945
Il comitato di Liberazione Nazionale al Primo Ministro Churchill, al Presidente Roosewelt, al Maresciallo Stalin ed al Generale De Gaulle.
Telegramma col quale si chiede che venga autorizzata una maggiore attiva collaborazione del popolo italiano nella lotta contro i tedeschi.

15 gennaio 1945
Il Ministero degli Esteri al R .Ambasciatore a Londra
Trasmissione di una lettera del Capo di S.M. della R.Aeronautica al Capo della Sottocommissione per l’aeronautica dell’A,C., contenente proposte e notizie sui provvedimenti per il potenziamento della R.Aeronautica nella lotta contro la Germania. Il R. Ambasciatore è incaricato di svolgere opera politica in merito.

mercoledì 11 novembre 2009

Quando l’Accademia Navale fu veramente grande
Dino Sesani

A Livorno, all’interno dell’Accademia Navale una lapide di marmo reca incise queste parole:
“per eventi di guerra e nel triennio agosto 1943 - giugno1946 l’Accademia Navale in continuità operosa trasmigrata a Venezia prima a Brindisi dopo, qui a Livorno risorgendo da rovine appena rimosse nell’estate del 1946 tenacemente affermava volontà e attività ricostruttrici esempio nel presente auspicio per l’avvenire della Patria”.
A Livorno i bombardamenti che ne avevano colpito e in parte distrutto gli edifici non consentivano un regolare svolgimento delle attività dell’ Istituto, e così l’Accademia Navale si era trasferita all’Hotel Excelsior, al Lido di Venezia, utilizzando anche gli splendidi locali del Casinò.
Fra la fine di luglio ed i primi di agosto arrivarono, in questa bizzarra sede, gli allievi destinati a diventare il Corso che di lì a qualche mese si sarebbe chiamato “Vedette” mentre gli “Argonauti” – gli anziani – erano in Alto Adriatico, imbarcati sulla Divisione Navi Scuola, costituita da Vespucci e Colombo. Gli anzianissimi – Le Raffiche – erano parcheggiati a Colle Isarco, in provincia di Bolzano, da dove raggiunsero Venezia poco prima della fine di agosto. I Corsi di complemento erano stati sistemati a Brioni, non lontano da Pola.
L’Excelsior era ed è, uno splendido luogo dove trascorrere romantiche vacanze, ma come Accademia Navale, aveva un sacco di inconvenienti. Molti allievi dell’epoca ricordano ancora con terrore la mostruosa quantità di scale che dovevano salire e scendere sempre di corsa più volte al giorno dal quarto piano dell’Hotel dove avevano il loro alloggio al quarto piano del Casino dove erano le aule.
Venne l’8 settembre e il Comando dell’Accademia decise, nel giro di poche ore, di imbarcare allievi, insegnanti, istruttori, famigli, marinai e tutto quanto poteva essere rapidamente trasportato, a bordo del Saturnia, noto transatlantico superstite della flotta mercantile italiana appena uscito dal bacino di carenaggio, in porto a Venezia, mentre il gemello Vulcania salpava, diretto a Brioni, per prelevare gli Allievi dei Corsi di Complemento: missione purtroppo, drammaticamente fallita con la cattura da parte dei Tedeschi dei 739 giovani ed il loro internamento in un campo di prigionia.
Essi rifiutarono tutti di collaborare con i nazisti ed i repubblichini. Per questo loro atteggiamento pagarono un altissimo prezzo in termini di vite umane, di stenti e di malattie che ne hanno segnato successivamente l’esistenza.
L’imbarco e la partenza da Venezia ebbero aspetti da “esodo biblico controllato” che varrebbe la pena di raccontare, ma è abbastanza indicativa anche la pura e semplice sequenza degli eventi.
8 settembre 1943 : si va a scuola e si svolgono le esercitazioni programmate. Poco prima delle 20 si sparge la notizia dell’armistizio;
9 settembre : a metà pomeriggio siamo tutti a bordo del Saturnia, che salpa verso le 20, a luci oscurate. Fuori del porto ci sono due motosiluranti tedesche in grado di farci la festa e così rientriamo a Venezia.
10 settembre: si salpa intorno alle 14 si dirige verso sud, zigzagando, incontro ad una limpida notte di luna piena, che mette sgradevolmente in risalto l’imponente sagoma della nave . Tutti gli Allievi passano la notte in coperta, indossando il salvagente.
11 settembre: verso le 15 siamo all’altezza di Brindisi ed emerge vicino a noi un sommergibile che alza bandiera polacca. Ci fermiamo : uno dei nostri Ufficiali va a bordo del sommergibile e rientra poco dopo. Rimettiamo in moto e, dopo alcune ore, siamo incagliati sotto costa, poco a sud di Brindisi.
12 settembre: si sbarca dal Saturnia su alcuni rimorchiatori che, nella solita atmosfera di esodo biblico controllato, ci portano al Collegio Navale di Brindisi.
Nel frattempo a due miglia circa dall’imboccatura del porto di Venezia , le motosiluranti tedesche attaccano e affondano dopo un furioso combattimento, il cacciatorpediniere “Quintino Sella” provocando la morte di oltre un centinaio di marinai.
A Brindisi non ci sono né Alleati né Tedeschi. Ci sono il Re, la Regina, il Principe Ereditario che sono alloggiati all’Ammiragliato. A loro gli Allievi forniscono un servizio di guardia armata e sicurezza. In serata il Ministro della Marina, Ammiraglio De Courten, visita l’Accademia e parla agli Allievi.
13 – 14 settembre: sono i giorni del “facchinaggio”. Tutti concorrono al trasferimento al Collegio Navale del materiale salvato da Venezia.
Il 14 arrivano a Brindisi il Vespucci ed il Colombo con a bordo il secondo corso , dopo una drammatica rischiosissima navigazione attraverso l’Adriatico.
15 settembre: alle 8,30 “colpo” (il segnale di tromba per l’inizio o la fine delle lezioni) . Si torna a scuola nelle aule del Collegio e gli insegnanti sono in grado di esordire affermando: “Come si diceva la settimana scorsa a Venezia…”
Incomincia così la vera trasferta dell’Accademia Navale che durerà fino al giugno del 1946.
Nei giorni e mesi che seguirono successe di tutto, sia pure con un trend abbastanza rapido verso una relativa normalizzazione, peraltro sempre lontanissima dagli standard livornesi.
Nei primissimi giorni mancava l’acqua potabile e si facevano lunghe file per averne un bicchiere. In mancanza d’altro veniva distribuita una scatoletta di carne e si sperimentò quanto fosse difficile utilizzarla senza un apriscatole, ma solo con l’aiuto della baionetta.
Gli Allievi, per tutta la durata della guerra di liberazione, su pressante loro richiesta, accolta senza difficoltà dal Comando, imbarcavano a turno sul naviglio di superficie impegnato in missioni di guerra per la scorta ai convogli alleati, nei sommergibili e sulle motosiluranti che operavano sbarchi di sabotatori ed informatori nelle zone occupate dai tedeschi.
Quattro di essi del terzo corso, Miele, Del Soldato, Maritati e Rossini non sono più tornati.
In questo contesto così lontano dal consueto, ciò che non subì la minima variazione, il più piccolo cedimento; ciò che, come si dice, “non fece una piega” furono le regole della vita d’Accademia.
Quel “colpo di tromba” del 15 settembre del 1943, ripristinò stabilmente tutte le norme in vigore. L’orario, la ginnastica mattinale, il rapporto , l’assemblea, le punizioni, lo studio, gli esercizi militari, il compito di nautica del sabato pomeriggio. Ma, soprattutto, la disciplina, il rispetto reciproco, la lealtà come requisito primario, il dovere dell’impegno: in una parola tutto il patrimonio educativo e formativo di sempre.
Grande davvero questa Accademia Navale in trasferta: alle prese con decisioni ad altissimo rischio, con responsabilità enormi e problemi assolutamente nuovi come, ad esempio, quello di assistere molti che avevano rinunciato ad andare avanti o non avevano superato gli esami, ma non potevano rientrare nelle loro famiglie, al di là del fronte.
Un’Accademia forte soltanto della sua tradizione e della qualità e dedizione degli uomini che la incarnavano in quei giorni difficili.
Essi vanno ricordati tutti con un rispetto ed una gratitudine che sono diventati più forti e motivati col passare del tempo.; l’Ammiraglio Comandante che decise, in poche ore, di trasferirci, assumendosi le responsabilità delle nostre vite e naturalmente, anche tutti gli altri, nei loro diversi ruoli: gli Ufficiali, i Sottufficiali, gli Insegnanti, i famigli.
Non vi fu in alcuno di loro e di noi allievi nessuna esitazione, alcun ripensamento circa il dovere da compiere, vale a dire l’obbedienza all’ordine impartito alla Marina di raggiungere con qualsiasi mezzo il territorio occupato dagli Alleati, reagendo con la forza, laddove i mezzi a disposizione lo consentissero, ad ogni attacco, da qualsiasi provenienza.
Di quel periodo sono anche da ricordare le particolari condizioni psicologiche in cui vivevano tutti, almeno fino al 1945: la gran parte non aveva notizie della famiglia, mentre aveva quotidiane notizie dei bombardamenti che colpivano le nostre città un po’ dappertutto.
Il mondo, al di fuori della miracolosa cittadella dell’Accademia, era contraddittorio, violento, totalmente diverso dagli schemi secondo cui eravamo cresciuti.
Non si possono chiudere queste note senza ricordare il contributo di sangue dei nostri compagni di corso, arruolatisi volontari nei reparti del 1° raggruppamento motorizzato dell’Esercito, che ebbero il battesimo del fuoco a Montelungo l’8 Dicembre 1943 sul fronte tenuto dalla 5° Armata americana.
Cinque di essi caddero combattendo e riposano ora nel sacrario di Montelungo: Giovanni Battista Bornaghi, Roberto Morelli, Dario Sibilia, Ludovico Luraschi.
A loro va il nostro commosso ricordo.

Dino Sesani del Corso Vedette


Questo scritto è la sintesi di un articolo pubblicato dalla Rivista “Marinai d’Italia” qualche tempo fa redatto e firmato dall’Ammiraglio Giorgio Porciani recentemente scomparso.

domenica 1 novembre 2009

Spunti sulla Prigionia di Guerra al Femminile

Massimo Coltrinari


Nella recente esperienza della missione in Irak, si affacciano all’orizzonte del nostro impegno militare, oltre a tutto quello che può essere operare in un teatro fuori area Nato e su un terreno diverso da quello nazionale, due novità: l’impiego in zona d’operazioni, ancorché a fini di pace, di personale femminile e quindi possibilità che questo personale possa subire una delle conseguenze dell’impiego in un conflitto, ovvero cadere in potere dell’avversario, cioè cadere prigioniero.
Le avvisaglie di queste novità le abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni: personale non militare femminile sono state prigioniere per un perizio relativamente breve di “avversari”. Si fa riferimento alla vicenda delle due Serene e della giornalista Giuliana Sgrena. Da queste esperienze si ha la base per affrontare, almeno teoricamente, un argomento che spesso è ignorato e non affrontato per gli uomini, mentre per le donne non è nemmeno ipotizzato. La prigionia militare femminile è un argomento nuovo, non affrontato e soprattutto non pertinente, in “re ipsa”, come tutto quello che attiene alla prigionia di guerra stessa.
Il reclutamento del personale femminile nelle forze Armate ri recente nel nostro paese, dopo decenni di opposizione è stato accolto come una grande conquista, un raggiungimento di livelli “come altre altre nazioni all’avanguardia”, ad altre attestazioni di autoesaltazione in molti casi fuori luogo. In realtà l’Italia ha avuto sempre scarsissime risorse da destinare allo strumento militare, l’unica risorsa che ha avuto in modo largo è stato il personale: il tasso di nascita in Italia è stato sempre altro e gli “uomini” sono sono mai amcati. Il problema è sempre stato come vestirli, armarli e nutririli nelle froze armatae in modo adeguato e in relazione alle necessità operative. E in presenza di scarse risorse, vestire e mantenere un uomo costa di meno che vestire emanate un uomo e una donna. Ma mai vi è stata una carenza di “materia prima” sotto il profilo del perronale. Con i tassi di natalità da “nazione civilizzata” ovvero bassi e piatti, questa risorsa è venuta meno; in più si è scatenato un movimento di “equiata” di cui propri non si sentiva il bisogno. Quindi queste deu componeti,anche in presenza di una riduzione di personale, ha fatto si che oggi, ritenendoci nazione “civile”, per dare pari opportunità alla donna, eccoci ad avere nelle Forze Armate uomini e donne, con il relativo aggravio di costi.
Ma non è solo questo. Sotto la divisa non si fanno distinzioni un soldato è un soldato, non vi è il soldato e la “soldata”: quando la bomba cade non fa distinzioni. E si deve ragionare in teremini di soldato, sia esso di sesso maschile sia di sesso femminile. Questo occorre sempre ricordarlo a chi, donna, indossa una divisa, qualunque essa sia. Non vi sono trattamente speciali e le conseguenze, se impreparti,possono essere devastanti. Oggi,in Italia, vedendo tante giovani che si pavoneggio nelle loro uniformi, che civettano con questi aspetti militarizzanti, un richiamo a quello che c’è dietro l’angolo, il rovescio della medaglia può essere utile per evitare traumi e tragedie future.
Quindi un soldato, disesso femminile, in linea anche in missioni di pace, può cadere in potere dell’”avversario” ovvero prigioniero. E qui occorre affrontare il tema e preparsvisi.
Non vi sono precedenti nel nostro paesi di prigionia militare femminile, ne tantomeno studi e riferimenti affinché questo tema sia sviscerato come dovrebbe. Ma vi sono esperienze analoghe, di Internamento in guerra e di Internamento di pace. Tralasciando l’Internamento di pace un buon riferimento può rappresentare l’Internamento di guerra, ovvero quella compoente dell’Inetrnamento in genrmania che ha interessato, per motivi raziali, politici ed etnici un buon numero di donne. Inoltre vi è una esperienza similare alla prigionia femminile in quella delle donne entrate nella resistenza, entrate nella formazioni combattenti partigiane cadute prigioniere dei nazifascisti ed avviate nei lager in Germania.
Da queste esperienze si possono avere delle indicazioni e degli approfondimenti per il presente; nel contempo si affronta un tema della guerra di liberazione, quello dell’Internamento femminile, che tra l’oblio generale dell’Internamento in genere è il più dimenticato e il più incompreso.
In articolo per “Rassegna”, la rivista della Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia
(ANRP) ho fatto cenni all’Internamento Femminile, un internamento, quello in Germania, dopo l’8 settembre 1943 nel nostro Paese ancora incide nella nostra coscienza nazionale, anche se la percezione di questa tragedia è solo sotto l’ottica maschile. Questo si verifica sia riguardo agli oppressori ( stato hitleriano , singoli nazisti) sia riguardo alle azioni ed alle reazioni delle vittime dell’internamento.
Queste dinamiche sono state sempre presentate e studiate come se l’internamento interessasse solo gli uomini, relegando l’internamento a cui furono soggette le donne a profili marginali, quasi insignificanti, in una visione subalterna, nel substrato, forse anche inconscio, che la guerra e le sue conseguenze sono “cose da uomini”. In una proiezione abbastanza reale, questo approccio si ha per le situazioni di impiego del nostro personale femminile. Tutto è pensato in un ottica maschile, quasi che chi non è maschio non è ammesso. Ora difficile fare degli scenari in cui nostro personale femminile sia caduto prigioniero in mano “avversaria” e questa non è la rivista più indicata per affrondire questi argomenti. Andiamo quindi in parafrasi su quanto scritto per l’ANRP e vediamo a che cosa sono andati incontro le donne, quelle che sono entrate nelle formazioni combattenti, per avere un punto di riferimento e avere quindi degli orientamenti. Nel contempo, come detto, portiamo all’attenzione un apsetto della nostra storia caduto nell’oblio

Nello stato nazista, si scriveva nella’articilo della ANRP, la concezione ideologia era stata approntata primariamente e forse esclusivamente da uomini, facendo appello alla durezza, alla spietatezza, alla mortificazione e negazione di tutto quello che poteva anche apparire dolce, tenero e comprensivo. L’ideologia nazista quindi portava una profonda avversione per il sesso femminile, dividendo le donne in due parti: quelle appartenente ad una categoria superiore, e perciò in chiave di purezza della razza, di “alto valore riproduttivo” e quelle di categoria inferiore, a cui assegnavano in quanto tali, un “valore riproduttivo nullo”, ricorrendo in modo sistematico alla sterilizzazione, all’aborto, e poi anche alla loro soppressione.
Appartenenti alla seconda categoria, coloro che erano internate, per motivi politici, religiosi, etnici ecc., in un lager avevano già contro tutto un apparato ideologico, a prescindere se ebrea, resistente, oppositrice, o ogni altra categoria, che infieriva contro la sua identità femminile.

lunedì 20 aprile 2009



EDIZIONE NUOVA CULTURA
LA RICOSTRUZIONE E LO STUDIO DI UN AVVENIMENTO
MILITARE

COLTRINARI M. - COLTRINARI L.
ISBN 978886134267
pagg. 292 - 2009 - € 18,50
f.to 17X24
Collana Storia In Laboratorio

Il volume si prefigge di fornire, a studenti e ricercatori, prendendo le mosse dai dettami e
finalità del Progetto "Storia in laboratorio" promosso dalla Associazione Combattenti
della Guerra di Liberazione volto a divulgare e far conoscere la Storia alle nuove
generazioni, uno strumento utile al fine di ricostruire e studiare, il più correttamente
possibile, un evento storico-militare (del passato) proponendo un metodo di analisi
consequenziale.Prendendo a riferimento il fenomeno "guerra", il volume propone
schemi attagliati, anche in combinazione tra loro, alla guerra classica, alla guerra
rivoluzionaria e/o sovversiva, con le più varie accezioni, ed alle recenti peace support
operations, ove, in questo caso, i soggetti protagonisti da due passano a tre (parti in
conflitto/ forze di interposizione o "di pace").Sono "note",suggerimenti che ognuno
dei destinatari può, anzi deve, interpretare secondo la sua creatività, nella più ampia
accezione della libertà di pensiero, rispettando solo i criteri di scientificità e di coerenza,
al solo fine della conoscenza, la più ampia, onesta e completa possibile.
Un volume che vuole essere uno strumento, più da consultare che da leggere.
EDIZIONI NUOVA CULTURA - P.le Aldo Moro 5 00185 ROMA - Per info visitare il sito: www.nuovacultura.it
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martedì 3 febbraio 2009

LA SECONDA GUERRA MONDIALE NEL CINEMA POLACCO
rassegna a cura di Malgorzata e Marek Hendrykowski

primo appuntamento4 FEBBRAIO 2009
Nuovo Cinema Aquila - spazio per nuove visionivia l'Aquila 68 - Pigneto -
RomaInfo.: 06.70.61.43.90
ingresso libero
Programma:
ore 18.30 inaugurazione della rassegna in presenza di Marcel Lozinski, Malgorzata e Marek Hendrykowski, Paolo Morawskiore

ore 19.00 proiezione del film Westerplatte Polonia, 1967, 91', v.o. sott. it.
Regia: Stanislaw RozewiczSceneggiatura: Jan Jozef SzczepanskiFotografia: Jerzy WojcikMusica: Wojciech KilarMontaggio: Lidia PacewiczProduzione: Zespol Filmowy Rytm (Polonia)

ore 21.00 proiezione del film La foresta di Katyn /Las KatynskiPolonia - Francia, 1990, 53', v.o. sott. it.
Regia e sceneggiatura: Marcel LozinskiInspirazione: Andrzej WajdaFotografia: Jacek Petrycki, Andrzej AdamczakMusica: Danuta ZankowskaMontaggio: Katarzyna Maciejko-KowalczykProduzione: Wytwornia Filmow Dokumentalnych i Fabularnych (Polonia), Les Films du Losange (Francia)